Il Lattosio e l’evoluzione umana

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Cosa dimostra riguardo all’evoluzione umana la tolleranza al lattosio?

 

 Dell’argomento se ne parla in un breve articolo apparso col titolo “Darwin in un bicchiere di latte” sul numero di novembre di Le Scienze. Nell’articolo si ricorda che la capacità di metabolizzare lo zucchero contenuto nel latte, il lattosio, è presente in tutti i mammiferi, uomo compreso, nel quale viene prodotto un enzima chiamato lattasi, la cui produzione viene però viene a cessare intorno ai 5-10 anni d’età.

 Dalle ricerche effettuate tale capacità sarebbe emersa intorno ai 10.000 anni fa, quando i nostri antenati del neolitico hanno imparato a sfruttare il latte.

A questo punto possiamo porci una domanda: quali considerazioni si possono trarre riguardo all’evoluzione umana?

Innanzitutto non possiamo che concordare con quanto afferma l’autore dell’articolo, Dario Bressanini, nel sottotitolo:

la capacità di digerire il lattosio è una prova dell’azione della selezione naturale

Ma subito dopo non possiamo che aggiungere che solo di questo si tratta, siamo in presenza di un esempio di quella selezione naturale che nessuno può mettere in dubbio, ma che altrettanto chiaramente non è il punto centrale di una teoria dell’evoluzione. Come infatti è stato detto più volte, la condizione fondamentale per parlare di evoluzione è la comparsa di nuovi geni, e nel caso della tolleranza al lattosio si è in presenza del mancato blocco del gene per la produzione della lattasi, quindi non c’è nessuna nuova proteina prodotta.

Il caso della tolleranza al lattosio finisce così per somigliare notevolmente a quello della mutazione di E. coli che diventa capace di assorbire il citrato anche in condizioni aerobie [vedi CSEscherichia Coli: è vera evoluzione? (prima parte)Escherichia Coli: è vera evoluzione? (seconda parte)].

Da questo confronto innanzitutto emerge in tutta la sua assurdità la pretesa di ipotizzare che E. coli, solo per il fatto di assorbire il citrato in condizioni nelle quali prima non lo faceva, sarebbe da considerare una nuova specie. Ammettere questa ipotesi implicherebbe infatti che gli esseri umani che sono intolleranti al lattosio siano di una specie diversa rispetto a quelli che producono lattasi! 

Ce ne sarebbe di che iniziare una vera e propria discriminazione tra esseri umani, però non più su basi razziali ma addirittura tra specie diverse stabilite in base alla tolleranza al lattosio!

Dunque l’aver potuto accertare che nell’esperimento di Lenski non si è prodotta una nuova specie, è già un risultato importante.

Ma possiamo andare oltre e ricavare qualche altra interessante considerazione da tutto ciò, ad esempio il fatto che la mutazione in questione sia “apparsa indipendentemente in molte popolazioni dedite alla pastorizia“, non è affatto un elemento a favore della teoria neo-darwiniana. Lo stesso fatto potrebbe infetti essere benissimo impiegato per dimostrare una teoria neo-lamarckiana nella quale in differenti popolazioni sorgono contemporaneamente quei cambiamenti che l’ambiente richiede. Appare quindi apodittico, e francamente un po’ sospetto, quel “La mutazione genetica casuale” che nell’articolo precede la frase “apparsa indipendentemente in molte popolazioni dedite alla pastorizia“.

Si tratta infatti né più né meno che di un piccolo ma efficacissimo espediente volto a condizionare il giudizio del lettore verso una spiegazione neodarwiniana del fatto in esame.

Un’altra considerazione che è possibile fare, è legata al fatto che 10.000 anni fa tutti gli uomini smettessero di produrre l’enzima lattasi tra i 5 e i 10 anni. Il vantaggio di un simile meccanismo è riconducibile all’aumentata possibilità di allattare nuovi figli quando i fratelli maggiori raggiungevano l’età di 5 – 10 anni. Ma un tale meccanismo non avvantaggia gli individui in cui esso si manifesta, bensì i futuri nati aumentando la prole di ogni famiglia e di conseguenza la popolazione e le possibilità di sopravvivenza del gruppo. Questo significa che è nella collaborazione e l’altruismo, e non nella competizione, il vantaggio della specie.

Quanto basterebbe per seppellire le idee di Adam Smith e tutte quelle teorie socio economiche basate sulla “mano invisibile”, sulla competizione e sul primato del libero mercato.

Di spunti dunque dal caso della tolleranza al lattosio ne potrebbero derivare molti.

Ma nessuno a favore della teoria neodarwiniana.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

17 commenti

  1. Mah..teoricamente..tecnicamente a voler proprio esser ligi al neodarwinismo si dovrebbero indicare più specie umane..
    Ma del resto:
    http://www.focus.it/fileflash/file/neanderthal/nea-small.gif

    http://www.enzopennetta.it/2012/03/le-scienze-unidea-sbagliata-sulle-origini-delluomo/#comment-3794

    direi che velatamente o no lo fanno già.

    Ma è un po’ come Shapiro o Koonin che vanno a postulare un multiverso o Hoyle la panspermia..è il portare avanti il neodarwinismo fino alle inevitabili conclusioni..

    ..che assomiglia un po’ a fare una dimostrazione per assurdo,solo che l’assurdo viene sostenuto..

    P.S.
    Ciò dovrebbe anche far comprendere facilmente come dall’esperuimento di lenski non si sia prodotta una vera nuova specie,ma anche lì come si è più volte osservato si fa rientrare sotto evoluzione,sotto specie esotto nuovo un po’ di tutto anche cose qualitativamente diverse..
    Però questo è un sistema di fare fortemente fallace..ma non serve molto a comprenderlo..cioè come si diceva se si definiscono benestanti gli abitanti delle favelas brasiliane e poi tutti quelli che vanno da essi a chi ha per esempio un reddito superiore ai 40000 euro annui si capisce che in quell’insieme c’è di tutto di più..
    Se quindi identifico con nuova specie chi in seguito ad un cambbiamento successivo ad uno o a più processi di ibridazioni,deriva genetica, speciazioni, incroci, chimere, mutazioni intra-specie (robertsonian fusion, tandem fusion etc..), trasposizioni,adattamenti all’ambiente propri di certe specie (metaprogrammazione, borrowed information,rotture di meccanismi,disattivazione di blocchi..), endogenizzazione, simbiosi etc… che l’ha portata ad avere,ad acquisire una caratteristica che non avevae e che la avvantaggia in un determinato ambiente,va bene,però non è possibile specie diverse quelle suddette e quelle che differiscono per “nuove”informazioni,per pool genico diverso,per funzioni diverse..son casi molto diversi..non le si può accomunare..è proprio sbagliato.
    Anche perchè poi diventa peggio quando si porta l’uno per dimostrare esempio dell’altro..
    Ossia tornando all’esempio di sopra è come se prendo l’abitante delle favelas nominato benestante e dico che i benestanti muoino di fame e vado a dare sostentamenti ,riduzione tasse etc..a chi è veramente benestante..
    Come salta fuori un uomo da un non-uomo?Una formica da una non-formica etc..con tutti i processi di cui sopra se mai si forma nuova informazione?
    E si badi che la tolleranza viene/è stata largamente portata come esempio di mutazione benefica pro-evoluzione…

  2. Ricordo che qualche anno fa a lezione di genetica anche il prof. Luca Cavalli-Sforza usò questo esempio dell’intolleranza al lattosio come prova del paradigma neodarwiniano. E’ chiaro che errori e imprecisioni sono come virus, si propagano velocemente in sistemi chiusi (ideologie).

    • Su questo caso tutto quello che si può dire è che si tratta di un caso di microevoluzione, il problema è che L.C. Sforza & Co. fanno l’indebita equazione microevoluzione=macroevoluzione.

      E come giustamente dici, una volta messi in giro certi “virus”, Dawkins li chiamerebbe “memi”, questi si riproducono.

  3. [mode southstar ON]

    Ma si che si è prodotta una nuova specie: le nuove proteine le trovi nella tabella 13 (qualunque cosa esse siano e qualunque cosa significhino) 😀

  4. non mi fa commentare prof. mi ignora il post e poi se lo posto di nuovo dice messaggio duplicato!

  5. proprio come per l’E. Coli di Lenski i cambiamenti genetici verificatisi non rappresentano un caso di evoluzione poichè ancora una volta l’informazione è stata persa e non guadagnata (il normale spegnimento del meccanismo di produzione di lattasi segue lo svezzamento) …mi chiedo quanti passi indietro occorrano ai meccanismi evolutivi prima di poterne fare uno avanti su cui poi lavorare con i loro copia, taglia e cuci

    riguardo la persistenza della lattasi umana ricordo di un risultato curioso riscontrato in Africa orientale dove il popolo Hadza della Tanzania dimostrò un livello sorprendentemente alto di tolleranza pur non allevando abitualmente bestiame, un fatto parecchio strano …ciò è forse da considerarsi come la confutazione della teoria neo-lamarckiana? tale dato pone in una posizione scomodo anche la teoria neo-darwiniana che si trova per forza di fatto a dover collocare certe popolazioni moderne in un gradino più basso rispetto alle altre

    • Proprio così, il caso dell’esperimento di Lenski e questo della tolleranza al lattosio vanno di pari passo. Possono essere contrabbandati come esempi di evoluzione in atto solo se presentati in modo superficiale e/o di parte.

      Riguardo poi la ricostruzione del passato di popolazioni che non hanno lasciato tracce di sé mi sembra un vero azzardo, cosa potremmo dire con certezza degli antenati degli Hazda? Cosa facevano diecimila o anche solo 3-4 mila anni fa?

      Le just so story sono sempre in agguato.

      Già che ci sono aggiungo che il passaggio dell’articolo in cui si dice che il latte avrebbe preservato dal bere in pozzi contaminati è tutto da vedere.

      Il latte non pastorizzato è una coltura microbica notevole, tanto che si sconsiglia vivamente di bere latte non trattato.
      Sembrerebbe proprio un’altra just so story, appunto, come si diceva…

      • Sicuramente gli antenati degli Hazda non erano di quelle parti ma si spostarono li per necessità, cambiando così abitudini alimentari. Certo è che la perdita di capacità precedentemente utili, anche fornendo un vantaggio per determinate condizioni, non è un esempio di evoluzione valido. Tale caso non mostra infatti l’azione e l’efficacia delle mutazioni casuali nel generare nuove macchine molecolari. Un po’ come per i denti del giudizio dove la loro parziale o totale scomparsa in determinati soggetti non è dovuta al loro “grado di evoluzione” ma ad un adattamento al cibo denaturalizzato che nulla porta di nuovo ma che ancora una volta sottrae qualcosa.

        p.s. domanda un po’ OT: Darwin era intollerante al lattosio? …sarebbe ironico se il fondatore del darwinismo soffrisse di malesseri dovuti a ciò che molti dei suoi discepoli oggi considerano come un esempio di evoluzione! 😀