Sacrificio e sprone evolutivo. Applicazioni epigenetiche del rito. (Prima parte)

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 Con questo intervento ho il piacere di dare la benvenuta nella TA alla prof. Margherita Geniale che, con lo spessore della sua professionalità, porta un contributo di valore al dibattito sull’evoluzione. 

Enzo Pennetta

 

 “Margherita Geniale (mgeniale@unime.it) è dottore di ricerca in Filosofia Politica e docente incaricato di Paleoantropologia presso l’Università di Messina. Perfezionata presso la Facoltà di Teologia di Innsbruck (Austria), fa parte del gruppo internazionale di ricerca COV&R (Colloquium on Violence & Religion). Ha pubblicato i saggi monografici La finzione di Amleto ovvero la nascita drammatica dell’individuo moderno. Saggio su Kassner politico (2010), Metamorfosi del desiderio inMemorie dal sottosuolo di F.M. Dostoevskij (2012), Evoluzione e sacrificio. Paradigmi filosofici, antropologici e mimetici (2012), oltre a saggi di Antropologia filosofica e Teoria mimetica. Ha scritto e tradotto su Helmut Plessner, Arnold Gehlen, Carl Schmitt e Rudolf Kassner”

 

 

Sacrificio e sprone evolutivo.  

Applicazioni epigenetiche del rito.

 

Oggigiorno in paleoantropologia diviene sempre più evidente che il processo di encefalizzazione abbia guidato la nostra linea evolutiva e che possa essere indagato seguendo due principali filoni interpretativi: quello fondato sui meccanismi selettivi, che agiscono sui grandi numeri e in maniera del tutto casuale, e che costituiscono i capisaldi della prospettiva darwiniana sull’evoluzione della vita; oppure quello che si articola secondo un’impostazione filosofica, tesa a formulare una «legge di complessità-coscienza» che, seguendo l’ipotesi di Teilhard de Chardin, evidenzi la possibile azione, all’interno dei meccanismi evolutivi, di linee di sviluppo portanti, responsabili della «formazione di strutture sempre più complesse e cerebralizzate».[1]

Il primo paradigma è considerato il più adatto, dal punto di vista scientifico, ad assolvere la funzione esplicativa dei fenomeni naturali, empiricamente osservabili e oggetto d’analisi sui dati che da essi emergono; mentre il secondo prende in esame la complessità dell’esistenza umana, sottraendola dunque alla mera rappresentazione materialistica, attribuitale da un evoluzionismo astratto. Questo secondo paradigma non segue di certo l’intento di sminuire i presupposti della ricerca scientifica, bensì di mostrare che, per gli esseri viventi, a ogni aumento della complessità è sotteso un aumento nel grado di coscienza e, perciò, lo sviluppo evolutivo, immediatamente osservabile nella prospettiva biologica, opera nondimeno anche nella prospettiva psicologica e culturale.

Il susseguirsi sempre più rapido delle scoperte in campo scientifico – suffragate dalle prove materiali fornite dai più sofisticati strumenti tecnologici d’analisi messi oggi a nostra disposizione (TAC, risonanza magnetica, etc.) – sembra poter avvalorare la pregnanza ermeneutica di interpretazioni filosofiche e antropologiche, fino ad oggi troppo spesso omesse dalla ricerca sull’ominazione.

Senza pretese di esaustività, la presente riflessione si orienta verso la multidisciplinarietà degli approcci investigativi. Essa vuole solo mettere in luce nuovi spunti interpretativi che emergono  dall’accostamento di discipline fra loro solo apparentemente distanti, ma concretamente collegate e complementari come la genetica e la paleoantropologia. A prima vista poco congrui se semplicemente estrapolati dall’alveo proprio alla disciplina che le accoglie, essi si dimostrano fruttuosi, in particolare, nel rimettere in gioco alcune fra le ipotesi formulate dagli studi antropologici sull’origine dell’uomo, le cui valenze ermeneutiche possono oggi finalmente affrontare il banco di prova dei ritrovamenti fossili e delle ultime evidenze scientifiche che da essi emergono, per suffragare o smentire le teorie sul processo di ominazione di volta in volta da essi scaturite nell’arco temporale degli ultimi centocinquanta anni.

Già Teilhard de Chardin sosteneva che occorre tener presente che «la materia non è fondamento stabile del mondo»,[2] poiché in essa si esprime la sola forma sensibile della conoscenza, la spiegazione fisica dei fenomeni, passibile di essere tacciata di riduzionismo materialistico e positivista.[3]

L’autore non si affida allora alla semplice conoscenza degli elementi che compongono il tutto; la sua metodologia antiriduzionista è volta ad esaltare «soprattutto l’aspetto sintetico, olistico della ricerca, proclamando la legittimità di prendere scientificamente in considerazione anche la dimensione della complessità» che meglio evidenzia «la linea ortogenetica dell’evoluzione»,[4] cioè l’esistenza di un’organizzazione orientata della materia in cui, se da una parte la casualità gioca senz’altro un ruolo, d’altra parte l’evoluzione non può essere improntata a criteri puramente deterministici, poco convincenti anche solo sul piano probabilistico, giacché, per esaurire euristicamente tutte le probabilità possibili di sviluppo sottoposto a selezione, i tempi evolutivi necessari a raggiungere il livello di «complessità-coscienza» degli esseri umani sarebbero dovuti essere di gran lunga maggiori, rispetto a quelli effettivamente impiegati.

Sebbene la corrente di pensiero americana denominata Intelligent Design abbia tentato di piegare il concetto di complessità teilhardiano allo scopo di validare la supposta scientificità del creazionismo, il filosofo e paleoantropologo francese adotta una prospettiva eminentemente scientifica e considera come un’evidenza che in natura lo sviluppo evolutivo si sia orientato verso un processo di progressiva encefalizzazione e che, nel nostro clade, vi abbia espresso tutte le sue potenzialità. Le analisi di questo studioso lasciano intuire che qualcosa deve essere intervenuto a guidare tale processo e, ovviamente, se non vogliamo incorrere nelle pastoie del dibattito fra creazionisti e deterministi, ci dobbiamo chiedere quale sia potuta essere, in natura, l’innovazione così sostanziale da riuscire ad accelerare il processo di encefalizzazione, quale sia stato insomma lo “sprone evolutivo” del genere umano.

Epistemologia dell’ominazione: il supporto della biologia molecolare.

Nel mondo scientifico è stata di recente divulgata la notizia di un gene – denominato con la sigla SRGAP2 – che ha avuto probabilmente un ruolo determinante nel processo di ominazione, modificando l’evoluzione del nostro clade.[5] In Homo sapiens esso è il risultato di ripetute e mal riuscite duplicazioni di un gene presente sul primo cromosoma già dai tempi in cui le australopitecine erano, fra gli ominidi, il genere prevalente. Tali variazioni sono associate ad una diversa modalità, unica nel regno animale, di tradurre le informazioni del genoma che influenzano il processo di maturazione delle cellule nervose; i neuroni assumono così, nell’encefalo umano, struttura e potenzialità differenti da quelle di specie affini.

L’importante e caratteristica modalità di sviluppo delle cellule neuronali, che questo gene è in grado di controllare, ridefinisce la struttura definitiva dell’encefalo, rispetto a quella raggiunta da un individuo adulto del genere Australopithecus. Diciamo subito che le duplicazioni in questione sono avvenute proprio nel periodo preistorico durante il quale si sono susseguite le fasi topiche dell’evoluzione umana; esse sono intervenute solo dopo che la modifica genetica ha iniziato ad esprimersi, inscrivendosi nella linea evolutiva che separa gli ominidi dagli scimpanzè e, attraverso almeno due generi, a loro volta suddivisi in una decina di specie, ha portato all’uomo attuale. Ma non si tratta di veri e propri casi di “mutazione” genetica piuttosto rari e rischiosi per il corretto funzionamento dell’organismo ospitante. Persino la più piccola mutazione strutturale di un gene può infatti produrre alterazioni somatiche tali da rendere ardua o addirittura impossibile la vita dell’individuo che ne è portatore. Questo è il motivo per cui, secondo Darwin e i neodarwinisti, l’evoluzione richiede tempi lunghissimi e innumerevoli micro-variazioni intermedie fra gli antenati originari e le forme evolute attualmente presenti sul pianeta; davvero esigue sono infatti le mutazioni in grado di resistere alla prova della selezione naturale, modificando il DNA così sostanzialmente da fissarsi per sempre nel genoma della specie di appartenenza. Ed è anche il motivo per cui i critici antievoluzionisti affermano che le teorie evolutive non spiegano come siano potuti avvenire, a volte in tempi relativamente brevi, i passaggi fondamentali che hanno visto sorgere la vita sulla Terra a partire dai semplici organismi procarioti, fra cui gli archeobatteri, sino a giungere alle moderne e complesse forme animali; e, per i primati, il neodarwinismo non sembra in grado di spiegare nel dettaglio le modalità delle tappe evolutive che hanno condotto alla separazione filetica – avvenuta in prima battuta nel genere Pan troglodytes e, successivamente, nella famiglia degli Hominidae – giunta, per speciazioni successive, sino all’Homo sapiens sapiens. La teoria degli “equilibri punteggiati”[6] attenua forse i toni, ma in realtà non sembra costituire un reale superamento della disputa, giacché non pone l’accento sui fattori che possono aver avuto un ruolo determinante e/o accelerativo durante l’evoluzione.

Senza sollevare le rischiose e sterili questioni che oggigiorno sollecita il dibattito tra evoluzionisti e antievoluzionisti, occorre evidenziare come la genetica – o meglio un suo specifico campo di applicazione, recentemente denominato «epigenetica»[7] – preferisca piuttosto rimettere in gioco, in termini lamarckiani, i fattori che possono aver contribuito a produrre repentine variazioni nell’espressione dei geni, senza modificarne la struttura fondamentale. Una strada pionieristica dunque, che indaga le condizioni esterne alla trasmissione del genoma, restando però nell’alveo scientifico delle teorie evoluzioniste.

L’attuale interesse dell’ingegneria genetica si rivolge infatti alle modifiche fenotipiche ereditabili nell’espressione del gene, dal livello cellula (fenotipo cellulare) agli effetti sull’intero organismo (fenotipo, in senso stretto), causato da meccanismi diversi da quelli apprezzabili in caso di cambiamenti nella sequenza genomica. Ovvero l’epigenetica si rivolge allo studio di quei meccanismi molecolari mediante i quali l’ambiente altera il grado di attività dei geni senza tuttavia modificare l’informazione contenuta, ossia senza modificare le sequenze di DNA.[8] Le molecole organiche producono legami sui singoli geni che hanno del sorprendente, non solo perché esse si sovrappongono al pool genico ereditato secondo modalità che restano da indagare, ma anche perché esse sono in grado di fissarsi stabilmente per un lungo periodo di tempo o, addirittura, per sempre sui singoli geni, la cui espressione viene dunque radicalmente e indefinitamente modificata. L’«epigenetica studia come sono applicati e rimossi questi componenti aggiuntivi di lunga durata che regolano i geni»[9] e il processo che rende ereditabili fenotipicamente non le mutazioni genetiche, bensì i cambiamenti nell’espressione di geni rimasti immodificati. Per giunta non possiamo considerare tali cambiamenti come puramente attribuibili al caso, fatto attribuibile invece alle ordinarie mutazioni genetiche. Le «modifiche epigenetiche» avvengono piuttosto sulla base del comportamento dei così detti «gruppi metilici», le molecole organiche, appunto, che si legano o si distaccano dai geni, comportamento spesso influenzato dell’ambiente in cui viviamo. Tanto le «metilazioni», quanto le «demetilazioni», avvengono quindi in risposta «al cibo che mangiamo, agli inquinanti cui siamo esposti e persino alle nostre interazioni sociali. I processi epigenetici si trovano all’interfaccia fra l’ambiente e i nostri geni».[10]

Le nuove conoscenze acquisite nel campo della biologia molecolare – suggeriscono le studiose di genetica Eva Jablonka e Marion Lamb – rivelano quindi la «natura dinamica del genoma» e la «complessità delle interazioni geniche».[11]

Infatti, anche se siamo soliti rappresentare il DNA con la celebre forma a spirale, studi recenti ci avvertono che essa è quella dei singoli geni “nudi”, mentre in realtà è molto raro che i geni delle nostre cellule lo siano. Alcuni studiosi di epigenetica – come, per esempio, Richard Francis – intendono dimostrare l’esistenza e l’operatività di agglomerati molecolari organici che si fissano (o si legano) sui geni e sono in grado di influenzarne il comportamento.[12]

«Essi [i geni]sono (…) «vestiti» di tutta una serie di molecole organiche, cui sono uniti da legami chimici. Ciò che rende importanti queste «appendici» chimiche legate è che sono in grado di alterare il comportamento dei geni cui sono agganciate; possono fare in modo che i geni siano più o meno attivi».[13]

Tornando al gene oggetto del nostro interesse sul piano evolutivo, pare proprio che la sua attivazione sia avvenuta circa 2,4 milioni di anni fa,[14] epoca che i paleontologi riferiscono a una sostanziale variazione delle condizioni climatiche dell’Africa subsahariana; esse inaridirono progressivamente e, di conseguenza, la densità dell’habitat forestale lasciò il posto agli spazi aperti della savana. La paleoantropologia si serve degli studi della biologia genetica per dimostrare che questa fu giusto l’epoca di separazione del genere Homo dal filum delle australopitecine.[15]

Il clima cambia, dunque, e così le abitudini e l’alimentazione, e le modifiche sono talmente radicali da creare le condizioni per l’exaptation, vale a dire le condizioni evolutive di caratteri flessibili, presenti ma non ancora prevalenti, in grado però di interferire con i processi di espressione ontogenetica nel genoma di Australopithecus.[16] Seguendo tale ipotesi, il gene SRGAP2 sarebbe andato soggetto a “metilazione”, combinandosi con gruppi molecolari inibitori della produzione di una proteina – o, meglio, esercitanti una parziale azione inibitoria, tanto quanto basta a far sì che venga prodotta una proteina, per così dire, “monca”. Nel corso di migliaia o di milioni di anni, ciò avrebbe modificato lo sviluppo cerebrale, avrebbe cioè impedito ai neuroni di crescere alla velocità sostenuta con la quale, in precedenza, le cellule giungevano a maturazione. Perciò, grazie alla codifica di una proteina “monca”, sembra che i neuroni abbiano avuto più tempo per espandersi, spostarsi in siti cerebrali prima non “colonizzati” e creare una serie di connessioni molto più abbondanti, complesse e ramificate rispetto agli individui esenti da “metilazione”.

È importante rilevare che si tratta solo di una modifica parziale del suddetto gene, giacché la modifica sostanziale (benché sia rimasta inespressa) era avvenuta circa 1 Ma prima. Dunque, la “metilazione” di SGRAP2 è avvenuta in due tempi: prima si sono verificate le condizioni generali attraverso una mutazione rimasta silente per 1Ma – quando i fila degli ominidi evolutisi in seguito alla separazione dalle antropomorfe avevano prodotto delle forme ancora non troppo dissimili dalle progenitrici e, soprattutto, in varietà piuttosto esigua, proprio durante la fase di passaggio fra le specie di Ardipithecus ramidus e Australopithecus anamensis (all’incirca 4-3,5 Ma fa) – e poi, a causa di una nuova, parziale “metilazione”, il gene modificato ha cominciato ad esprimere la sua azione impedendo a una proteina di fissare il processo di crescita neuronale e dando inizio alla profusione filetica che, dalle varie forme australopitecine, si sviluppa verso forme più evolute, soprattutto sotto il profilo delle dimensioni della volta cranica, ingrandita per accogliere la riorganizzazione delle aree encefaliche e degli adattamenti dell’apparato masticatorio ad esse connesse.[17] Tutto ciò in una fase evolutiva in cui già si assisteva ad un processo di espansione cerebrale ma che, da quel punto in poi, si è enormemente accresciuta.[18]

L’evidente infantilizzazione dei caratteri attribuiti al genere umano – se poniamo il paragone fra questi e quelli degli altri appartenenti all’ordine dei primati – appare anche in un passaggio saliente di un’opera di Richard Dawkins, dal titolo Il più grande spettacolo della Terra. Dawkins racconta di essere stato incuriosito dal noto confronto fotografico fra un esemplare di scimpanzè cucciolo e un suo cospecifico adulto. Le foto sono frutto di una spedizione in Congo organizzata, negli anni 1909-1915, dall’American Museum of Natural History e il fotografo, Herbert Lang, era anche tassidermista.

«Il cranio di uno scimpanzè prossimo alla nascita […] è completamente diverso dal cranio di uno scimpanzè adulto […], e molto più simile a quello di un uomo (sia adulto sia bambino). Le foto di uno scimpanzè cucciolo e di uno scimpanzè adulto […] sono spesso usate per illustrare l’interessante idea che l’uomo mantenga caratteristiche infantili nell’età adulta».[19]

Lo studio di un marcatore epigenetico nel cervello svela tuttavia differenze significative fra uomini e scimmie. Per lungo tempo la convinzione di molti scienziati che la maggior parte di tali differenze fossero riconducibili alla struttura genetica si è scontrata con l’elevata somiglianza (circa il 97%) fra le sequenze del DNA delle due specie. Col crescere delle conoscenze sull’epigenetica – che studia quelle modifiche ereditabili dell’attività dei geni che non ne alterano la sequenza – si sono aperte nuove possibilità di indagine su questo argomento e si è compreso che le differenze nel genoma sono davvero sostanziali, se valutate sul piano della biologia molecolare. [20]

Gli autori di uno studio ancora più recente hanno analizzato il profilo epigenetico da loro individuato da un punto di vista filogenetico; hanno così scoperto che tale profilo si è probabilmente stabilizzato durante una fase recente dell’evoluzione umana, successiva alla separazione di Homo sapiens da altri ominini come Homo neanderthalensis e l’uomo di Denisova. La recente “trimetilazione di H3K4” potrebbe aver avuto, secondo i ricercatori, un importante ruolo nell’aumento delle capacità cognitive dell’uomo e della sua sensibilità ad alcuni disturbi neuropsichiatrici rispetto a scimpanzé e macachi, ma non rispetto ad altri ominini. Questo studio conferma ulteriormente l’importanza dell’epigenoma, la cui mappatura, nei neuroni e in altri tipi cellulari, è in grado di fornire importanti informazioni sul funzionamento di un organo complesso come il cervello e sulla sua evoluzione.

Questa scoperta conferma inoltre le potenzialità dei meccanismi epigenetici che, probabilmente all’opera durante il percorso evolutivo di ogni clade, dimostrano nel nostro una propensione genetica particolarmente flessibile e adattativa. Durante alcune fasi speciative topiche, spesso coincidenti con il mutamento delle condizioni ambientali, le evidenze fossili lasciano emergere veri e propri salti evolutivi, in linea con le ipotesi interpretative che avvalorano la teoria degli “equilibri punteggiati”.[21]

Ovviamente accogliere un’interpretazione epigenetica dell’ereditarietà apre la discussione in merito all’attendibilità del neolamarckismo. Pensare possibile un sistema ereditario legato alle variazioni ambientali – o meglio all’interferenza che le condizioni della fitness esercitano sulla linea germinale – rende plausibile l’ipotesi relativa all’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Del resto una delle riflessioni più attendibili nel panorama degli studi biologici, offertaci in un’importante opera di sintesi sulle teorie dell’evoluzione, accredita il «fatto che l’ereditarietà non dipenda solo e soltanto dal DNA», le informazioni genetiche venendo piuttosto trasferite «da una generazione all’altra da molti sistemi ereditari in interazione tra loro».[22] L’ovvia conseguenza di tale interpretazione, (che non pone limiti, né regole assolutamente certe e incontrovertibili) è che, «contrariamente al dogma in vigore, la variazione su cui agisce la selezione naturale non è […] sempre di origine casuale o cieca rispetto alla funzione: una nuova variazione ereditabile può insorgere in risposta alle condizioni di vita».[23] Certo il dibattito fra i propugnatori della molteplicità dei sistemi ereditari in gioco, in particolare quelli epigenetici e neolamarckiani, da un lato, e i seguaci del paradigma neodarwiniano e monodiano, dall’altro, resta acceso. La diatriba assume toni agguerriti su almeno un paio di punti propugnati dai primi e avversati dai secondi: 1. se la “nuova variazione ereditabile” sia «spesso mirata», giacché «influisce di preferenza sulle funzioni o le attività in grado di rendere gli organismi più adeguati all’ambiente in cui vivono»; 2. se essa sia «costruita», vale a dire dipendente «dai vari processi di «filtraggio» e di «revisione» che hanno luogo prima e durante la trasmissione».[24] Questa divergenza di opinioni si affida a una risoluzione esterna, attesa dal susseguirsi di sempre nuove scoperte scientifiche, in realtà abdicando il proprio ruolo ermeneutico alle più diversificate tendenze dello scientismo imperante.

Esplicitazioni teoriche: per una paleoantropologia culturale.

Una prospettiva multidisciplinare può forse aiutarci a superare le secche in cui si dibattono i teoremi sui sistemi ereditari e, ricorrendo al primo criterio che muove ogni ricerca scientifica – vale a dire la curiosità nel rilevare l’esistenza di strane coincidenze – si potrebbe tentare di comprendere l’azione dei meccanismi che guidano l’evoluzione mediante l’analisi antropologica sui comportamenti delle singole specie considerate, desunti dalle evidenze fossili finora pervenuteci. È, questo, lo specifico campo d’applicazione della moderna paleoantropologia; una disciplina che si avvale tanto delle più avanzate metodologie di indagine scientifica, quanto di affascinanti ipotesi interpretative utili a delineare gli scenari ambientali e relazionali nei quali i nostri antenati honno mosso passi, inizialmente, verrebbe da dire, timidi e dinoccolati, per poi assumere tratti via via sempre più efficienti e dinamici, proprî al percorso speciativo del clade cui apparteniamo.

Le modifiche epigenetiche apportate al gene SRGAP2, nel punto di divergenza fra la specie Australopithecus e la specie Homo, e all’istone H3 trimetilato (H3K4me3), nell’ultima fase speciativa, quella che ha condotto all’affermazione della specie Homo sapiens sapiens, sono particolarmente emblematiche per lo studio del processo di encefalizzazione, tanto più se le consideriamo entrambe associate, oltre che a un significativo aumento delle capacità cognitive delle specie portatrici, anche a una maggior predisposizione all’insorgenza di patologie neurologiche quali l’autismo, la schizofrenia e i disturbi dell’attenzione; patologie spesso dovute, nei mammiferi, all’introduzione nella dieta di alimenti di prevalente origine proteica. Ciò che aumenta notevolmente il rischio di sviluppare patologie del sistema nervoso centrale è, però, non la carne in sé, bensì il consumo di carne specie-specifica.[25]

Riporto qui a tal proposito, e come dato culturalmente emblematico, l’esistenza di un mito ancestrale di fondazione – riferibile, in Europa, al mito norreno riportato nell’Edda di Snorri, ma presente in forme del tutto simili nelle culture arcaiche di ogni parte del mondo, totalmente indipendente dalla religione nazionale, poiché retaggio di un ben più antico paganesimo[26] – secondo cui una macina divina distribuiva l’abbondanza e la pace sotto le specie di farina, prodotto della macinazione di ossa e midolla umane. Giorgio de Santillana ha avuto il merito di isolare un mito nordeuropeo, di fatto diffuso in un più ampio spettro di culture pagane – quello delle macine del mulino primordiale – adibite a frantumare ossa umane e a spargerne le polveri fertilizzanti.[27]

Del resto il cannibalismo è un fenomeno ben conosciuto in antropologia. Oggi anche i paleoantropologi sono propensi a ritenerlo una pratica originariamente in uso fra gli ominidi. «La più antica testimonianza di un presunto cannibalismo risale a 800 000 anni fa ad opera di Homo antecessor, a Gran Dolina, in Spagna. Le ossa manifestano evidenti tracce di macellazione, scorticamento, ipotetica rimozione della carne, apertura della scatola cranica e delle ossa lunghe forse per la rimozione del midollo».[28] Secondo l’antropologo Tim White ci sono inoltre numerosi resti che testimonierebbero di pratiche omofaghe, di scarnificazione e resecazione della carne dalle ossa, in molti altri siti europei (in Italia, Uomo di Saccopastore, in Croazia e in Francia, nella grotta di Muola-Guercy), sia di Homo neanderthalensis, che di Homo sapiens arcaico. L’autore ritiene inoltre che il ritrovamento di ossa con evidenti segni di macellazione testimoni di usanze cannibaliche, comuni fra le popolazioni ominidi già in epoca precedente al Paleolitico superiore.[29]

Secondo l’interpretazione di Fiorenzo Facchini la pratica di scarnificare i cadaveri e di sottoporli a trattamenti rituali (anche se non necessariamente con l’intento di perseguire finalità antropofagiche) sarebbe infatti precedente a quella testimoniata dai resti rinvenuti nel sito di Gran Dolina. Il paleoantropologo e gesuita italiano ritiene che si possa già attribuire ai reperti apparteneti all’epoca del Pitecantropo di Giava e del Sinantropo di Pechino (fra i primi esemplari ritrovati di quello che oggi è definito Homo erectus, vissuto all’incirca fra 1,8 Ma e 200 mila anni fa) il caso più noto di «crani mancanti della base o che presentano comunque un allargamento del foro occipitale per mutilazione intenzionale».[30] Non ci sono prove inconfutabili a sostegno dell’ipotesi di pasti cannibalici di natura rituale, tuttavia le interpretazioni formulate a seguito dei primi rilievi propendono per questa ipotesi, a motivo della disposizione dei reperti, ora con i crani mutilati posti al centro di un cerchio costituito da ciottoli di pietra, ora con altri crani, analogamente menomati, disposti a formare una sorta di altare. Gli studiosi formulano dunque un’ipotesi attendibile sul trattamento dei crani oggetto d’indagine: i fori allargati, riscontrabili nella zona occipitale, furono probabilmente praticati per estrarne il cervello, allo scopo di procurarsi mantricamente le virtù del defunto. Tale conclusione, fu raggiunta sulla base di osservazioni ancòra possibili, all’inizio del XX secolo, rispetto al comportamento rituale in uso presso alcuni gruppi umani (Melanesia, Borneo, etc.), dediti al cannibalismo.[31]

Facchini perciò rende testimonianza della continuità filetica, divenuta nel tempo una costante nel nostro clade, nel persistere di tali pratiche rituali, scrivendo: «Anche per il cranio neandertaliano del Monte Circeo, trovato nella Grotta Guattari, non vi sono dubbi, secondo Blanc (1971), sul carattere rituale della mutilazione che si osserva alla base cranica e si accompagna ad altra mutilazione nella regione temporale destra, riferita dall’Autore stesso a una violenza subita. La mutilazione della base è stata ritenuta dal Blanc identica a quella praticata dai cacciatori di teste del Borneo e della Melanesia allo scopo di estrarre il cervello onde cibarsene a fini rituali e sociali, uno dei quali è la necessità di assegnare un nome ai neonati. La posizione del cranio, che appariva rovesciato, con la base rivolta in alto, sul pavimento della grotta, al centro di una camera semicircolare, circondato da un cerchio di pietre, suggerirebbe, secondo lo stesso Autore, un carattere rituale per tutto il complesso».[32]

Dal Paleolitico medio e superiore in poi (vale a dire da almeno 100 ka)[33] sono numerosi i reperti che attestano il reiterato ricorso alla pratica di macellazione, scarnificazione e triturazione delle ossa (specie di quelle lunghe di femore e tibia, per l’estrazione del midollo).[34] Tuttavia, rileva Facchini, «rimane problematico stabilire la natura di tali pasti, se cioè avvenivano a scopo alimentare o anche con qualche significato rituale».[35] L’orientamento dello studioso italiano è molto cauto rispetto all’eventualità del cannibalismo, ritenendo più corretto distinguere, fra i reperti, quelli connessi con qualche possibile rituale funerario che evidenzi intendimenti di carattere simbolico, per mantenere vivo il legame con il defunto, da quelli in cui «il cannibalismo pare evidente, talora forse a carattere cultuale, con significato magico-religioso. Ma non è il caso di generalizzare – si premura di precisare – questa interpretazione, né di estendere tali pratiche funerarie a tutti i tempi della Preistoria».[36]

Il Paleolitico superiore rappresenta comunque l’ultima tappa della nostra evoluzione e dimostrare il ricorso a pratiche omofaghe è tanto più arduo quanto più lontana nel tempo è la forma ominide che osserviamo, quanta più incertezza vi è nel riconoscere, fra le tracce presenti sulle evidenze fossili, i segni del cannibalismo, con i suoi ritualismi carichi di significato.[37]

Come abbiamo già detto, il cannibalismo era certamente praticato da Homo antecessor (che alcuni autori considerano la prima specie di ominide presente in Europa, mentre altri lo collocano in stretta relazione alle specie di Homo heidelbergensis e di Homo erectus). D’altro canto i due famosi antropologi Donald Johanson (lo scopritore, nel 1974, dell’ormai famosa Lucy, un esemplare femmina di Australopithecus afarensis) e Desmond Clark, segnalarono un caso di cannibalismo riferibile ai resti fossili di un Homo erectus vissuto circa 1 Ma fa, nell’attuale Tanzania. Servendosi di un microscopio elettronico i due studiosi hanno appurato la presenza di particolari segni di taglio (cut mark) sulle ossa di volto, vertebre, clavicole e bacino, effettuati con pietre appositamente scheggiate, adatte per staccare la carne e la pelle, a scopi probabilmente rituali e/o alimentari.

Con Homo antecessor stiamo dunque considerando una specie ben precedente a quelle del Paleolitico superiore, visto che la sua esistenza è databile fra 1,2 Ma e 800 ka fa. Il suo volume endocranico è valutabile fra i 1000 e i 1150 cc, vale a dire che è nettamente superiore a quello di Homo habilis, vissuto fra 2,4 e 1,5 Ma fa, detentore di un encefalo di circa 600-750 cc. Assistiamo dunque, in questo esiguo intervallo temporale della preistoria, ad una fase in cui il processo di encefalizzazione produce un incremento davvero significativo della sua massa e delle connesse attività cognitive.

È probabile sia stato l’Australopithecus sediba, un ominide vissuto poco meno di 2 Ma fa, a costituire il principale punto di snodo, di passaggio dall’animale all’uomo, nell’intricata selva del nostro panorama evolutivo. Durante l’epoca di diffusione del gruppo delle australopitecine, infatti, la famiglia ominina si dispiega lungo il nostro albero evolutivo attraverso una pletora di creature (si pensa una ventina, divise in circa quattro generi: A. afarensis, A. africanus, A. boisei etc., fino a A. sediba), che dimostrano la biodiversità all’opera nella fase cruciale delle svolte evolutive, quelle che hanno condotto all’affermarsi del genere Homo.

I caratteri posseduti dall’A. sediba sono molto interessanti, perché presentano, contemporaneamente, i tratti arcaici del suo diretto predecessore, uniti ad alcuni aspetti morfologici tipici dei primi esemplari del genere Homo, in particolare H. erectus e H. habilis. Innanzitutto sembra che l’antenato di A. sediba sia stato A. africanus, i cui resti ci pervengono, in prevalenza, da siti localizzati in Sudafrica, mentre sembra al momento potersi escludere una derivazione diretta da A. afarensis, i cui rinvenimenti fossili sono stati ritrovati nell’Africa orientale. Lee Berger, il suo scopritore, lo considera «l’immagine migliore di una specie in transizione», giacché il sediba (che in lingua africana Sotho significa «sorgente», con chiaro riferimento alle aspettative che su di lui si hanno, per spiegare il punto cruciale della nostra storia evolutiva) presenta caratteri arcaici quali: ridotte dimensioni cerebrali, zigomi alti e larghi, cuspidi dei molari primitive, lunghi arti superiori e calcagno primitivo; a fronte di caratteri ben più moderni, quali: un’asimmetria nello sviluppo encefalico – tratto tipico del genere Homo, che ha sviluppato maggiormente l’emisfero sinistro, quello che permetterà infine a H. sapiens di giungere al linguaggio – naso sporgente, denti e muscoli della masticazione di dimensioni ridotte, fianchi stretti, gambe lunghe, presa di precisione e caviglie moderne.

In particolare, compare la cosiddetta “cuspide di Carabelli”, la quinta del primo molare superiore destro, presentatasi per la prima volta in A. sediba, per non scomparire più dal nostro albero genealogico, coivolgendo tutte le specie di Homo note, compresa la nostra, in cui si trova tutt’oggi nella tipologia caucasica. Queste modifiche nella dentatura testimoniano di un’evoluzione prodotta dal cambiamento della dieta che, da erbivora persino nella specie australopitecina dal cranio più sviluppato, l’A. boisei, diviene onnivora proprio con A. sediba.

Ricordiamo allora quantomeno la singolare coincidenza fra l’attivazione del gene metilato SGRAP2 e l’epoca d’insorgenza di tale nuova specie. Inoltre non dimentichiamo che il gene SRGAP2 è al momento “indagato” per la sua presunta responsabilità in malattie neurologiche quali l’autismo e la schizofrenia. Ed è notorio che le malattie neurologiche possono essere causate da un’alimentazione a base di carne cospecifica. Sembra troppo audace supporre che tale carne provenisse da pasti cannibalici?

Eppure Walter Burkert, sulle tracce dell’ipotesi ominatoria, rintraccia il passaggio a una dieta carnivora attraverso i rituali di caccia e le pratiche del sacrificio. Tutte le gerarchie religiose e sociali hanno origine, per l’antropologo tedesco, dalla caccia.

«Sacrifice preserves the image, the founding of community by communal eating, with a previous kill and a prestigious “Lord of Sacrifice” at the center. […] This situation seems to be indicated, for example, by the findings at Chou Kou Tien of a “Paking man” who used fire and was able to hunt large animals, especially cervids, with great success. The Männerbund (male hunting group), with the use of weapons and sacrificial banquets, has remained a powerful configuration in ritual and symbolism».[38]

L’importanza dello sprone evolutivo costituito dalla caccia, risalta già dal modus vivendi dell’Homo erectus. Ai tempi della scoperta e della classificazione di uno dei primi ominidi conosciuti, infatti – e che ricevette inizialmente il nome non tassonomico di “uomo di Pechino” (i cui resti furono ritrovati per la prima volta fra il 1923 e il 1927) e, successivamente, di Homo erectus pekinensis, per la precisione, una sottospecie orientale di H. erectus – la caccia era già accreditata, fra gli studiosi della specie, quale fonte di sussistenza utilizzata da un essere la cui dieta non era più specializzata, vale a dire una specie caratterizzata da individui non più prettamente erbivori, come invece erano stati i rappresentanti del genere Australophitecus.

La pratica della caccia effettuata da ominidi dediti all’uso rituale delle armi e dei banchetti sacrificali, consentì ai cacciatori di assurgere al ruolo di configurazione sociale preminente nell’esercizio del potere e di caricare di significati simbolici l’elaborazione del piano rituale.[39]

Secondo Julien Ries non è più possibile porre in discussione la relazione fra attività rituali e capacità simboliche se già ben prima della comparsa di H. erectus, «nell’Africa orientale, tre milioni di anni fa, l’H. habilis organizzava la caccia e tagliava utensili nella selce»[40], anche se ipotesi più recenti lo considerano piuttosto un saprofago, abile perciò nella scarnificazione delle ossa. La considerazione di Ries ci lascia dunque ritenere, in sinergia con le ipotesi espresse da Fiorenzo Facchini, Yves Coppens e Jean Piveteau, il contemporaneo emergere della dimensione simbolica insieme a quella rituale, del culto dei morti insieme alle pratiche della caccia e dello smembramento, attività che si manifestavano sovente nel quotidiano di H. erectus, come scrive Julien Ries:

«Un milione e mezzo di anni fa, ancora nell’Africa orientale, l’homo erectus, pronto a lanciarsi alla conquista del pianeta, inventa il taglio simmetrico degli utensili, cerca i colori, sceglie i materiali e forse adotta già un comportamento rituale di fronte alla morte. Infatti, fra le ossa scoperte nei luoghi abitati dall’homo erectus, si sono trovati crani spezzati alla base con notevole regolarità».[41]

All’alba dell’ominazione le evidenze fossili si stagliano come monoliti sulla scena madre. Sono indizi che mostrano l’emergere del genere Homo, i cui resti fossili sono diversi da quelli di tutte le forme australopitecine, un essere che presenta la novità di possedere un corredo culturale in cui sono presenti tracce della «concezione simbolica»,[42] allora acquisita e mai più abbandonata.

H. erectus produce i rudimenti dell’arte costruendo armi da taglio a facce simmetriche, si dipinge con ocra rossa per simulare lo spargimento di sangue, tratta i crani dei propri simili con evidenti intenti rituali.

Esiste una connessione fra l’epoca d’intensificazione del processo di encefalizzazione, l’aumento delle capacità cognitive – riconoscibili grazie alla produzione di utensili via via sempre più sofisticati – e l’inizio delle facoltà simboliche? La si può ritenere una svolta o un salto evolutivo legato alle pratiche rituali e al consumo di carne di cospecifici?[43]

L’ipotesi che l’uccisione rituale di un proprio simile abbia svolto un ruolo di sprone evolutivo nell’ominazione è stata avanzata in alcune opere di René Girard (l’autore riprende l’ipotesi di Lorenz sulla capacità animale di ri-direzionare l’aggressività intraspecifica contro un oggetto sostitutivo).[44] In particolare Girard ritiene che la soglia dell’ominazione possa essere rintracciata nel momento in cui entra in crisi il principio gerarchico che regola le interazioni animali, ciò che gli etologi chiamano la relazione di dominance-patterns. L’indifferenziazione dei ruoli prodotta dall’aumento della rivalità mimetica e dal conseguente venir meno delle inibizioni alla lotta fra cospecifici, hanno condotto, secondo lo studioso francese, al potenziamento del rituale aggressivo ri-diretto. Originariamente instauratosi come rituale di sfogo dell’ingorgo pulsionale, tale rituale aveva ed ha, presso gli animali, funzionamento “idraulico”, giacché sfocia nella “scarica” istintiva di aggressione rivolta, indifferentemente, a un oggetto o a un terzo estraneo alle rivalità, nei casi in cui la conflittualità va tenuta sotto controllo (per esempio durante i rituali amorosi o di confronto fra individui dominanti), così da non lasciare spazio a veri e propri atti di inimicizia fra i membri di uno stesso clan. L’escamotage salvifico attivato da e padroneggiato con tale rituale è dunque l’unica strategia conosciuta di risoluzione della crisi che gli animali pre-umani hanno a loro disposizione quando, a causa dell’incremento delle loro capacità cognitive, aumentano pure a loro discapito le occasioni di conflitto. La sopravvivenza della nostra linea evolutiva è stata segnata, secondo l’interpretazione girardiana, dal rischio di autoestinzione, rischio affrontato nell’unica maniera concepibile in natura, cioè attraverso l’intensificazione di una procedura rituale innata e già esperita innumerevoli volte e perciò istintivamente avvertita come risolutiva. Il salto necessario per ridefinire la violenza intraspecifica entro i canoni di una ritualità antirivalitaria efficace e controllata, rimodella l’istinto di autoconservazione e lo orienta nuovamente su un soggetto interno alla società, ma considerato estraneo al bene comune, vale a dire ad esso sacrificabile. La vittima così individuata, punto d’incontro e di scontro fra la pulsionale aggressiva e la paura autoconservativa, costituisce la “valvola di sfogo” che gioca, nelle società ominidi, il ruolo di «centro focale assoluto del proto-gruppo sociale nel suo cammino di complessificazione evolutiva».[45] Esso avrebbe cioè fondato un “ordine simbolico”, costituito intorno a un “centro significante”, la vittima espulsa dal gruppo, attraverso l’elaborazione del rito e del linguaggio scaturiti da una «improvvisa focalizzazione percettiva»[46] della morte violenta di un cospecifico e dei suoi esiti. L’evoluzione della mente umana non sarebbe potuta avvenire, secondo l’autore, senza l’impressionante presa di coscienza che la morte somministrata a un membro del gruppo diveniva foriera di un ordine sociale ritrovato dopo le violente crisi messe in moto dalla perdita dei naturali freni inibitori; perdita dovuta all’accrescersi delle capacità mimetiche, e dunque delle attitudini mimetico-rivalitarie, di ogni individuo contro l’altro. È questa ritrovata armonia a costituire la logica del “sacrificio vittimario”: il «“dono” di una pace ritrovata e il legame istintivo percepito dal gruppo inducono poi la mente primitiva a ripetere mimeticamente quell’evento, sentito come il modo più efficace di ottenere pace e solidarietà all’interno del gruppo in momenti di crisi».[47]

La pregnanza ermeneutica dell’interpretazione girardiana si àncora all’efficienza etologica dell’unanimità violenta e dell’imitazione che ne crea, incessantemente, le condizioni. «La dinamica causale non è arbitraria – sottolinea Girard – ma risponde alla sola logica possibile in quel contesto proto-culturale».[48] L’evento che risolve la crisi viene reiterato e acquisito come “superstizione” abitudinaria, il livello originario nell’elaborazione di qualsivoglia rito.[49]

Difatti la valenza simbolica dell’«omicidio fondatore» persiste immutata nella sua funzione poietica, ricreativa dell’evento primordiale che ha convinto gli sparuti membri di una società ominide ad attribuire importanza fondamentale alla vittima e al processo vittimario. Nel rito la «vittima sostitutiva» diviene «nuova vittima reale» e «simbolo del primo evento», poiché è «il primo segno inventato da questi ominidi: per la prima volta qualcosa sta al posto di qualcos’altro. È l’ur-simbolo», scrive Girard.[50]

Ma l’elaborazione di un sistema simbolico che pone «la vittima come centro di significato» attorno a cui si organizza il rito e si rianima la vita sociale, presuppone uno sviluppo cerebrale adeguato a gestirne la complessità. Si è detto che per Girard la nascita del “meccanismo del capro espiatorio” costituisce il concreto “sprone evolutivo” responsabile del processo di encefalizzazione.

Di queste condizioni tiene conto l’ipotesi d’incremento della materia encefalica quale linea “ortogenetica” fondamentale seguita dall’evoluzione, ipotesi formulata da Teilhard de Chardin e che, nell’odierna analisi condotta attraverso studi sperimentali di epigentica, trova dimostrazione nel potenziamento delle capacità cognitive, esito della “metilazione” genetica precedentemente descritta. Essa presuppone il consumo abituale della carne, e gli studi sulle malattie neurologiche suggeriscono che esse scaturiscono dal consumo di carne cospecifica.[51]

La modificazione genetica sarebbe allora il “segno vittimario” biologicamente riscontrabile durante l’emergere della sfera simbolica e il suo produrre effetti, riscontrabili di nuovo biologicamente.

Forse allora, piuttosto che considerare il “meccanismo vittimario” come l’unico fattore evolutivo – nella sua astrattezza appare imperscrutabile soprattutto a chi si occupa di scienze naturali – bisognerebbe adottare una interpretazione sinergica, che tenga conto del composito intrecciarsi degli ambiti biologico e culturale, consentendo un’ermeneusi più corretta ed efficace.

(continua)

[1]           Silvana Procacci, Filosofia della natura e visione religiosa in Teilhard de Chardin, introduzione all’edizione italiana di Pierre Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo. Credere nel mondo e credere in Dio, Verona, Il Segno dei Gabrielli, 2002, p. 9.

[2]           Pierre Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo, cit., p. 55.

[3]           Cfr. Silvana Procacci, Filosofia della natura e visione religiosa in Teilhard de Chardin, in Teilhard de Chardin, La scienza di fronte a Cristo, cit., pp. 12-14.

[4]           Ivi, pp. 14-16. Inoltre Teilhard ritiene che l’indagine sulle particelle elementari, tendenzialmente rivolta a individuare l’elemento ultimo, indivisibile, contraddice il principio epistemologico dell’irriducibilità delle scoperte scientifiche ai limiti imposti a-priori alla ricerca. Teilhard argomenta a proposito «circa l’impossibilità di pervenire all’assolutamente indivisibile, per la ragione filosofico-scientifica che ciò sconfinerebbe nel nulla, nella totale assenza di forma, forte anche dell’osservazione storica che ridicolizza, smentendola, ogni affermazione di essere giunti alla fine delle scoperte» (ivi, p. 15).

[5]           Di seguito elenco alcuni fra gli articoli scientifici sull’argomento apparsi in riviste accreditate e consultabili via web: Ewen Callaway, Uman brain shaped by duplicate genes. Multiple copies of a gene may have boosted the computational power of our ancestors’ brains, Nature, 03 May 2012; Dennis M.Y. et alter, Evolution of Human-Specific Neural SRGAP2 Genes by Incomplete Segmental Duplication, Cell, Volume 149, Issue 4, 912-922, 03 May 2012; Charrier C. et alter, Inhibition of SRGAP2 Function by Its Human-Specific Paralogs Induces Neoteny during Spine Maturation, Cell, Volume 149, Issue 4, 923-935, 03 May 2012; Fortna A. et alter, Lineage-Specific Gene Duplication and Loss in Human and Great Ape Evolution, PLoS Biology 2, e207 (2004).

[6]           Elaborata dai paleoantologi Stephen Jay Gould e Niles Eldredge la teria degli “equilibri punteggiati” è un modello scientifico dell’evoluzionismo. Essa ipotizza l’alternanza fra lunghi periodi di stabilità del fenotipo, in cui le forme di vita rimangono sostanzialmente stabili, e brevi periodi (trattandosi però di epoche geologiche, la “brevità” è pur sempre pensata nell’ordine dei 200 o dei 300 mila anni) di variabilità del fenotipo, che coincidono con le fasi di speciazione. Tale teoria si fonda sul presupposto della selezione naturale ma, a differenza del “gradualismo filetico” del darwinismo classico – che pensa l’evoluzione come un processo lento e costante – diversifica nel tempo l’incidenza della selezione naturale. Le due teorie sono confluite nell’idea della “nuova sintesi” propugnata dal neodarwinismo, secondo cui l’evoluzione avverrebbe a “velocità graduale e non costante”.

[7]           L’epigenetica (dal greco επί, epì = «sopra» e γεννετικός, gennetikòs = «relativo all’eredità familiare») è una branca della genetica che descrive i fenomeni ereditari in cui il fenotipo è determinato non tanto dal genotipo ereditato in sé, quanto dalla sovrapposizione al genotipo stesso di “un’impronta” che ne influenza il comportamento funzionale. Un segnale epigenetico, o «metilazione», è un qualsiasi cambiamento ereditabile della struttura molecolare che si lega al gene e che non ne altera la sequenza nucleotidica, ma vi si sovrappone, alterando la sua attività. È tale sovrapposizione a sorprendere gli studiosi di biologia molecolare, giacché essa diviene ereditabile, contraddicendo apparentemente il “dogma centrale” della disciplina, la così detta “barriera di Weismann”, secondo cui, negli animali superiori, non sono possibili variazioni genomiche a partire dalle cellule somatiche.

[8]           Cfr. Richard C. Francis, L’ultimo mistero dell’ereditarietà, Roma, Le Scienze, 2011, p. 10.

[9]           Ibidem.

[10]          Ibidem. Il corsivo è mio.

[11]          Eva Jablonka, Marion J. Lamb, L’evoluzione in quattro dimensioni. Variazione genetica, epigenetica, comportamentale e simbolica nella storia della vita, Torino, Utet, 2007, p. 9.

[12]          È stato inoltre appurato (cfr. ivi, pp. 290-295) che i sistemi di trasmissione delle informazioni influiscono sull’ereditarietà e non lo fanno, ovviamente, da un punto di vista meramente genetico. Le variazioni epigenetiche, comportamentali e simboliche svolgono un importante ruolo sulle strutture ereditarie ed evolutive, giacché anch’esse soggette al banco di prova della selezione naturale. Perlopiù il sistema di organizzazione e trasmissione delle informazioni acquisite per via epigenetica, comportamentale e simbolica, essendo olistico e non modulare – accogliendo cioè un criterio di flessibilità operativa e di interazione fra le modalità acquisitive dei nuovi caratteri ereditari – si trasmette non solo verticalmente (ossia da una generazione a quella successiva), bensì anche orizzontalmente (fra i membri di uno stesso gruppo). Si diffonde così una sinergia fra sistemi complessi che giustifica l’ipotesi di una nuova sintesi evolutiva, che tenga conto dei fattori comportamentali e simbolici al pari di quelli genetici. Il comportamento imitativo è un esempio di tale sintesi, modulandosi su componenti ereditarie tanto biologiche (per esempio, i “neuroni specchio” nei mammiferi), quanto genetico-comportamentali (rituali di riconoscimento e ri-direzione dell’aggressività per fondare legami affettivi), che però superano la soglia etologica e si spostano sul piano simbolico creato dalla nostra specie.

[13]          Richard C. Francis, L’ultimo mistero dell’ereditarietà, cit., p. 11.

[14]          Per le scienze geofisiche e paleontologiche la sigla “Ma” sta ad indicare “milioni di anni”. È del 16 agosto 2012 la notizia riportata da Tiziana Moriconi, giornalista de L’Espresso, che diffonde in Italia, a favore di un pubblico non specializzato, la notizia della scoperta: «Un piccolo errore genetico ha segnato la storia evolutiva del cervello umano, differenziandolo in modo drastico e repentino da quello dei nostri predecessori, gli australopiteci. Sulla linea del tempo, questa tacca va segnata intorno ai 2,4 milioni di anni fa, quando un gene chiamato Srgap2 ha duplicato se stesso. La rara mutazione ci ha fatto comodo: da allora, la copia interferisce con l’originale, rallentando la maturazione dei neuroni. Le cellule hanno tutto il tempo per essere plasmate in una forma più complessa, con numerose terminazioni lunghe e sottili, e sono in grado di scambiare informazioni con molti più neuroni, anche lontani, rispetto a quelle dei nostri “antenati” e delle attuali scimmie. E proprio 2,4 milioni di anni fa – mentre il cranio infantile diveniva più malleabile, capace di alloggiare un cervello via via sempre più grande – le linee dei generi Australopithecus e Homo si sono divise. A dirlo sono Franck Polleux, dello Scripps Research Institute di La Jolla (California), e Evan Eichler, dell’Università di Washington, con due studi pubblicati su “Cell”. I ricercatori hanno compreso il ruolo di Sgrap2, cruciale per il corretto sviluppo del cervello, e scoperto che topi geneticamente modificati per esprimere questo gene nella corteccia cerebrale sviluppano neuroni simili ai nostri, con un alto numero di lunghe ramificazioni».

[15]          Sulla questione si veda l’interessante articolo di Richard G. Klein, Archeology and the Evolution of Human Behavior, su Evolutionary Anthropology, 2000.

[16]          Cfr. Giorgio Manzi, L’evoluzione umana. Ominidi e uomini prima di Homo sapiens, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 36-37.

[17]          A titolo esemplificativo richiamo qui l’attenzione sull’abbondanza filetica che caratterizza questo periodo evolutivo, riscontrabile grazie all’osservazione delle specificità di Australopithecus afarensis, Au. africanus, Au. bahrelghazali, Au. garhi, Paleanthropus aethiopicus, P. robustus, P. boisei, solo per citare alcune fra le specie oggetto di moderna classificazione e riferibili al periodo considerato (fra 3 e 2,5 Ma fa). Cfr. Bernard Wood, Evoluzione umana, Torino, Codice Edizioni, 2008, p. 82.

[18]          Sulla incontroversibile tendenza all’encefalizzazione durante la speciazione dell’albero filetico umano cfr. Pierre Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Brescia, Queriniana, 2010. Tuttavia ritenere che in tale processo l’«interfaccia» epigenetica abbia svolto un ruolo preminente, suscita non poche perplessità in coloro che vi ravvisano una somiglianza con la teroria dei «memi» di Richard Dawkins e che, a causa di ciò, interpretano questa odierna branca della genetica come l’ennesimo tentativo di far passare per scientifica l’ipotesi di una trasmissione delle conoscenze o abilità che segua, in ambito culturale, lo stesso meccanismo dimostrato per i geni, in ambito biologico (cfr. Richard Dawkins, Il gene egoista, Milano, Mondadori, 1995). Occorre fugare i sospetti che l’epigenetica sia solo uno dei fantasiosi campi d’applicazione della «memetica»: asserire che quanto viene appreso individualmente divenga patrimonio culturale dell’intera specie è ben lungi dall’essere la prospettiva scientifica in cui si muove, invece, una disciplina che si occupa dei geni, indagandone il funzionamento biomolecolare, vale a dire nelle relazioni chimiche intrattenute fra le basi azotate e gli acidi nucleici e deputate alla gestione proteica dei nucleotidi, contenuti nei liquidi biologici.

[19]          Richard Dawkins, The Greatest Show on Earth, 2009, trad. it. Il più grande spettacolo della Terra. Perché Darwin aveva ragione, Milano, Mondadori, 2011, p. 177.

[20]          All’interno del nucleo cellulare, il DNA è  associato ad alcune proteine a formare un complesso chiamato cromatina, la cui struttura tridimensionale gioca un ruolo chiave nel regolare l’attivazione dei geni. La comprensione dei meccanismi di funzionamento del cosiddetto epigenoma consentirebbe di capire come le singole lettere, rappresentate dai geni, vengono combinate per formare testi anche molto diversi fra di loro. Proprio su questa idea si poggia lo studio condotto da un gruppo di ricercatori americani, russi e svizzeri, recentemente pubblicato su PloS Biology; combinando genomica comparata e genetica di popolazioni, hanno confrontato l’espressione di un marcatore epigenetico in campioni cerebrali di uomini, scimpanzé e macachi. In particolare, si sono concentrati sulla corteccia prefrontale in quanto associata all’evoluzione del cervello dei primati. Il marcatore scelto, l’istone H3 trimetilato (H3K4me3), è caratteristico dei siti di inizio della trascrizione, il cui ruolo nello sviluppo del cervello e nella sua attività era ancora poco chiaro. Da queste analisi è emerso che nell’uomo diverse centinaia di sequenze sono associate in maniera specifica alla trimetilazione dell’istone H3 e che alcune di esse sono addirittura in grado di interagire fisicamente fra di loro proprio grazie a questa marcatura epigenetica, pur essendo distanti diverse migliaia di basi fra di loro. È inoltre interessante notare che alcuni di questi geni che nell’uomo mostrano un diverso profilo di metilazione, sono associati a disordini mentali quali autismo, schizofrenia e sindrome da deficit di attenzione (Shulha HP, Crisci JL, Reshetov D, Tushir JS, Cheung I, et al. (2012) Human-Specific Histone Methylation Signatures at Transcription Start Sites in Prefrontal Neurons. PLoS Biology 10(11): e1001427. doi:10.1371/journal.pbio.1001427).

[21]          Il processo biologico che consente la creazione di varianti all’espressione genetica è dunque la metilazione del metabolismo del RNA. Esse si verificano durante la decodifica del genoma – sotto forma di legami enzimatici che i geni creano con particolari molecole preposte alla loro duplicazione – e costituiscono l’apporto tributato, in fase di trasmissione delle informazioni, dalle cellule germinali a quelle somatiche. Il trasferimento di informazioni relative alla codifica genomica, che dal DNA passano a quello “strumento di trasporto” che è lo RNA e, insieme, l’apporto innovativo che tale trasferimento conferisce al patrimonio genetico è quindi, contemporaneamente, lo specifico campo epistemologico dell’epigenetica e la chiave di volta per comprendere la collaborazione – che potremmo definire “epipoietica” – intercorrente fra l’esperienza ontogenetica, singolarmente considerata, e il patrimonio genetico, genericamente inteso.  Epos (dal greco ἕπος), è la parola, l’epica, il racconto, la narrazione che si avvale di momenti esplicativi; mentre la poíesis (dal greco ποίησις), è l’agire diretto alla produzione di un oggetto che rimane autonomo e estraneo rispetto a chi l’ha prodotto, è l’atto creativo per antonomasia. La trascrizione del genoma dalle cellule germinali alle cellule somatiche, è fenomeno eminentemente creativo, giacché imprime ad ogni individuo la forma specifica della specie d’appartenenza e può essere assimilata, in senso lato, alla narrazione del processo evolutivo che la práxis (dal greco πρᾶξις) – l’agire che racchiude il proprio senso in se stesso – ontogenetica acquisisce dalla memoria filogenetica. Tale interpretazione contribuirebbe a spiegare il superamento della così detta “barriera di Weismann”. Per i genetisti è così chiamato il meccanismo che impedisce l’ereditarietà dei caratteri acquisiti; una sorta di garanzia nel trasferimento del genoma che funziona però solo nel regno animale, mentre la trasmissione epigenetica dovrebbe essere molto più comune per vegetali e microbi.

[22]          Eva Jablonka, Marion J. Lamb, L’evoluzione in quattro dimensioni, cit., p. 396.

[23]          Ibidem.

[24]          Ibidem.

[25]          Ciò è infatti dimostrato dai casi, avvenuti negli anni ’80-’90, di encefalopatia spongiforme bovina, causata da un “prione”, una proteina patogena capace di infettare diverse specie animali, fra cui l’uomo (si veda il morbo di Creutzfeld-Jakob), il cui sviluppo si dovette all’uso di nutrire gli animali macellati con farine originate dalla macinazione di carne e ossa degli stessi bovini.

[26]          A tal proposito si vedano l’interpretazione di James Frazer circa i rituali officiati durante le festività di mezza estate in James G. Frazer, The Golden Bough, 1936 (trad. it. ridotta: Il ramo d’oro, Roma, Newton & Compton, 1992, p. 698).

[27]          Giorgio de Santillana – Hertha Von Dechend, Il mulino di Amleto, Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Milano, Adelphi, 1990, pp. 120-126. In particolare gli autori si riferiscono alla macina del grande mulino adibito a produrre «macinato di membra» (ivi, p. 125).

[28]          Tim D. White, Quando eravamo cannibali, «Le Scienze (American Scientific)», num. 397, settembre 2001, pag. 82-90.

[29]          Tim White, Once were Cannibals, in «Evolution: A Scientific American Reader», Chicago University Press.

[30]          Fiorenzo Facchini, L’emergenza dell’homo religiosus. Paleoantropologia e paleolitico, in Julien Ries (a cura di), Le origini e il problema dell’homo religiosus, in Julien Ries, Trattato di Antropologia del Sacro, VI voll., vol. I, Milano, Jaca Book, 1989, p. 151.

[31]          Cfr. Fritz Berckhmer, Der Steinheimer Urmensch und die Tierwelt seines Lebensgebietes, in «Naturwiss. Monatschr. d. Deutschen Naturkundever», 47, 4, Stuttgart, 1934; Gustav H.R. von Koenigswald, A Review of the Stratigraphy of Giava and its relations to Early Man, in Early Man, Philadelphia, 1937; Franz Weidenreich, Der Schädelfunden Weimar-Ehringsdorf, Jena, 1928.

[32]          Fiorenzo Facchini, L’emergenza dell’homo religiosus. Paleoantropologia e paleolitico, cit., pp. 151-152. Le osservazioni riportate sono contenute in A.C. Blanc, Origini e sviluppo dei popoli cacciatori e raccoglitori, Roma, Ed. Ateneo, 1956 e in Id., Documenti sulla ideologia dell’uomo preistorico, in Sherwood L. Washburn, Social Life of Early Man, Wenner Gren Foundation, Chicago, Aldine Publishing Company, 1961 (trad. it. Vita sociale dell’uomo preistorico, Milano, Rizzoli, 1971, pp. 193-216).

[33]          Nelle scienze paleontologiche la sigla “ka” indica il tempo scandito in migliaia di anni.

[34]          Cfr. André Leroi-Gourhan, Les religions de la Prehistoire, Paris, Presses Universitaires, 1964 (trad. it. Le religioni della Preistoria, Milano, Rizzoli, 1970); cfr. H. Ulrich, Artificial Injurees on Fossil Human Bones and the Problem of Cannibalism, Skull-cult, and Burial-rites, in Man and his Origins, «Anthropos», Brno, 21, 1982, pp. 253-262.

[35]          Fiorenzo Facchini, L’emergenza dell’homo religiosus, cit., p. 152.

[36]          Ivi, pp. 152-153.

[37]          Scrive Ulrich in un brano del testo appena menzionato, citato dallo stesso Facchini: «Il cannibalismo, nel senso antropologico ed etnologico, significa la pratica di nutrirsi di carne umana durante qualche cerimonia o rituale. Non vi sono dirette indicazioni in molti casi per questo uso. Il cannibalismo può ritenersi un caso speciale di manipolazione del cadavere praticato nel paleolitico, ma le evidenze vi sarebbero soltanto per poche località. Più frequente la separazione della carne dalle ossa o lo smembramento del cadavere il quale poteva forse essere connesso con qualche rituale funerario» (Fiorenzo Facchini, op. cit., p. 152).

[38]          Walter Burkert, The Problem of Ritual Killing, in Robert G. Hamerton-Kelly (edited by), Violent Origins. Walter Burkert, René Girard and Jonathan Z. Smith on Ritual Killing and Cultural Formation, Standford, California, Standford University Press, 1987, p. 165.

[39]          Ibidem.

[40]          Julien Ries (a cura di), Le origini e il problema dell’homo religiosus, cit., p. 51.

[41]          Ibidem.

[42]          Ibid.

[43]          Claudio Tugnoli (a cura di), Maestri e scolari di non violenza. Riflessioni, testimonianze e proposte interattive, Annali dell’IPRASE Trentino, Milano, Franco Angeli, 2000.

[44]          Cfr. René Girard, Des choses cachées depuis la fondation du monde, Paris, Grasset&Fasquelle, 1978 (trad. it. di Rolando Damiani, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Milano, Adelphi, 1983 (2001 terza ed.), pp. 17-188) e Idem, One Long Argument from Beginning to the End, 2002 (trad. it. di Eliana Crestani, Origine della cultura e fine della storia, dialoghi con Pierpaolo Antonello e João Cezar de Castro Rocha, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003).

[45]          René Girard, Origine della cultura e fine della storia, cit., p. 76.

[46]          Ibidem.

[47]          Ivi, p. 77.

[48]          Ibidem.

[49]          Cfr. Konrad Lorenz, L’aggressività, Milano, il Saggiatore, 2000, in particolare il V capitolo, intitolato: Abitudine, cerimonia e magia, pp. 97-126.

[50]          René Girard, Origine della cultura e fine della storia, cit., p. 77.

[51]          Come dimostra il fatto che le antropomorfe non siano soggette ai disturbi specifici della sfera autistica e schizofrenica che colpiscono, invece, la nostra specie. Il prezzo dell’evoluzione si paga dunque in termini di fragilità strutturale laddove viene potenziata l’efficacia funzionale.

 

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19 commenti

  1. Giorgio Masiero on

    Articolo interessantissimo. E non lo dico oggi per le evidenze ivi segnalate di paleoantropologia e di genetica (e di paleoetnologia) che puntano a far luce sulle origini dell’uomo, evidenze sulle quali mi riservo di intervenire dopo che sarà pubblicata anche la seconda parte. Oggi m’interessa rilevare la sua interdisciplinarità, scientifica e scientifico-umanistica (le specializzazioni accademiche dell’articolista sono una garanzia!). Questa interdisciplinarità è il solo approccio capace di affrontare problemi come l’ominazione, e a questo approccio infine convergerà la nuova biologia del XXI secolo. Mi spiego.

    Fino al 1943, la biologia era una mera classificazione aristotelica delle specie, cui si aggiungevano le diverse speculazioni sulla loro origine. Fu Schrödinger, con le sue famose lezioni tenute a Dublino nel febbraio di quell’anno, a portare la fisica, la chimica e la teoria matematica dell’informazione ai biologi, facendogli capire che senza la conoscenza di tali materie il biologo era poco più di un bibliotecario che tieni sistemati i libri negli scaffali in un certo ordine.
    Allora i biologi si buttarono sulla chimica, sulla fisica e sull’informazione e… nacque il neodarwinismo, come fisicalismo della vita, con il “caso” tappabuchi a svolgere la parte dell’ignoranza del momento. Questi biologi però, anche quei pochi che non sono rimasti alla fisica meccanicistica di Darwin e che conoscono la MQ, non sanno che la fisica si occupa soltanto di sistemi “semplici”, a bassissimo contenuto informativo; e che le leggi della fisica non spiegano gli eventi storici (cioè quelli effettivamente accaduti), ma “classi di eventi possibili”, i quali diventano storici, cioè si realizzano, quando le equazioni differenziali che rappresentano le leggi della fisica, si accompagnano a condizioni iniziali e a condizioni al contorno (l’ambiente) – e allora sì scatta il teorema di unicità di soluzione delle equazioni differenziali – su cui la fisica non ha nulla mai da dire. Nei sistemi dinamici infatti non c’è la freccia del tempo nello spazio delle fasi (basta associare orologi ai gradi libertà) ed ogni traiettoria t è possibile quanto quella ottenuta con t -> -t. Ma quale traiettoria effettivamente accade? Silenzio.
    Per questo ogni descrizione puramente dinamica fallisce a spiegare “tutti” i fenomeni storici, come per es. l’economia o la finanza o la conoscenza in generale. O il linguaggio. O la vita, soltanto. Altro che gene della bontà o della felicità…
    Già, perché la vita è forse il più semplice dei sistemi complessi “ad alta apertura logica”, dove cioè il grande numero dei vincoli operanti sul sistema (già di per sé complesso) realizza con l’ambiente quel compromesso atto a garantirgli “qui e ora” autonomia organizzativa, adattabilità e sensibilità. In questo compromesso i vincoli diventano meta-regole che guidano lo scambio informativo del sistema con l’ambiente. Fare “scienza” allora, in biologia, non vuol dire ridurre alla fisica (che nulla ha da dire) col solito modello matematico (come vorrebbero i darwinisti più intelligenti alla Kauffman, che si sono stufati del caso), perché – per un teorema della teoria di tali sistemi –
    1) Nessun sistema logicamente aperto (come sono tutti i sistemi biologici) è descrivibile con un solo modello formale;
    2) Modelli di diverso grado (cioè che usano un numero diverso di meta-regole per selezionare alcune caratteristiche delle relazioni tra sistema e ambiente) non sono necessariamente coerenti.

    Di qui l’inevitabilità di ricorrere all’interdisciplinarità in biologia in generale (ed in biologia evolutiva in particolare o nello studio dell’abiogenesi o dell’ominazione), cioè ad un approccio pluri-modellistico, dove nessun modello da solo è sufficiente a spiegare il sistema, ma molti modelli, quanti più sono di quante più varie discipline, ce ne fanno cogliere più aspetti da angolature diverse.

  2. Articolo davvero complesso e difficile da analizzare in tutti i risvolti. Come giustamente dice Giorgio sarà possibile dire qualcosa di più quando sarà completo.

    La scelta di dividerlo in due parti è stata dettata proprio dalla necessità di alleggerirne lo studio e dare tempo per metabolizzarne i contenuti.

    Per il momento voglio soffermarmi su un singolo passaggio che vorrei sottolineare:

    “Lo studio di un marcatore epigenetico nel cervello svela tuttavia differenze significative fra uomini e scimmie. Per lungo tempo la convinzione di molti scienziati che la maggior parte di tali differenze fossero riconducibili alla struttura genetica si è scontrata con l’elevata somiglianza (circa il 97%) fra le sequenze del DNA delle due specie.
    Col crescere delle conoscenze sull’epigenetica – che studia quelle modifiche ereditabili dell’attività dei geni che non ne alterano la sequenza – si sono aperte nuove possibilità di indagine su questo argomento e si è compreso che le differenze nel genoma sono davvero sostanziali, se valutate sul piano della biologia molecolare. “

    Che senso ha dire ancora che siamo al 97% scimmie o al 50% banane?

    Sono affermazioni fuorvianti, eppure sappiamo che questo viene proposto ovunque in mostre e trasmissioni televisive.

    • Giorgio Masiero on

      E’ questione di logica, Enzo, che non è mai stata una qualità apprezzata dai sofisti.
      Se 2 cose A e B sono diverse sotto ogni evidenza e tuttavia condividono una proprietà X che ne ricavo logicamente? Che X non è un marcatore della loro differenza.
      Il sofista invece si disinteressa delle evidenze fattuali e cerca spasmodicamente un fattore X comune per dimostrare il suo pregiudizio che A = B. Così dimostra che io sono l’Etna perché condivido al 100% gli atomi del vulcano. O che sono “quasi” un orango perché io e lui abbiamo le ossa dei piedi “quasi” uguali (vedi il commento su CS di un lettore di oggi che si dichiara medico).
      E avanti con questa “scienza”…

      • Ecco uno dei danni del neodarwinismo, della visione genecentrica di cui Dawkins è stato l’alfiere.
        Se infatti la teoria sostiene che tutto è nei geni ne deriva che possiamo fare un confronto tra organismi in base alle sequenze geniche, se invece, come fai notare, osserviamo l’insieme della realtà giungiamo alla conclusione che le differenze sono grandi e che quindi i geni quantomeno non funzionano esattamente come si pensava.

        • Giorgio Masiero on

          Già, questo è proprio il “cuore” della cecità del darwinismo: la concezione fisicalistica, per giunta ferma al meccanicismo della fisica classica, cui esso postula di ridurre la biologia. Il corpo visto come un meccano, composto di diverse parti (a prescindere dalle relazioni interne e con l’ambiente): e se al gioco del Lego due macchinette hanno il 97% dei pezzi uguali, per forza che sono quasi la stessa macchinetta!
          A questi fisicalisti, della fisica moderna serve solo (come ci ha mostrato Odifreddi con i suoi commenti) l’interpretazione (filosofica) di Copenaghen della (prima) MQ per giustificare l’uso totalitario del caso (che invece, nei suoi protocolli scientifici la MQ addomestica ben deterministicamente) a tappare tutti i loro buchi…, ma hanno mai cercato di applicare la TQC ad un sistema complesso ad apertura logica minimale?
          Certamente che no, se no saprebbero che tutto il loro palco cadrebbe come un castello di carte … e perderebbero la platea del popolino cui quotidianamente insegnare, come Veronesi, il gene di questo e il gene di quell’altro (salvo ammettere, in un momento di sincerità, che dopo 40 anni di ricerca svolta in questa direzione non s’è fatto un solo passo nella cura del cancro).

  3. Michele Forastiere on

    Trovo anch’io estremamente stimolante l’approccio multidisciplinare della professoressa Geniale al problema dell’ominazione. Tra parentesi, personalmente mi ha molto colpito il riferimento al gene individuato come “responsabile” (almeno parziale) della nascita dell’ Uomo: non ho potuto fare a meno di associarlo alla presunta “proteina dell’ intelligenza umana” di cui Giorgio ed io abbiamo ragionato nell’articolo sull'”Effetto Ramanujan”.
    Bene, a questo punto attendiamo la conclusione dell’articolo, e soprattutto i commenti di chi segue fedelmente CS – che saranno sicuramente interessanti.

  4. Articolo appassionante di cui aspetto con impazienza la seconda parte per ben capirne la tesi.
    Che il genoma sia informazione e che in quanto tale debba informare l’ambiente al quale si indirizza e che la ricezione di tale informazione sarà sempre parziale e dunque dipendente da tale ambiente che vi reagirà in modo differente inducendo modificazioni anche sul modo con cui questa informazione sarà comunicata e, eventualmente, trasformata, mi sembra essere un’illustrazione sensata ed uno sguardo ermeneutico soddisfacente.
    Passare poi da un’informazione identificata col suo medio di trasmissione ad un’informazione che ne è slegata, permette di accedere ad una certa e relativa indipendenza dall’ambiente nella quale si esprime, anche se , in finis, un’informazione che non può essere recepita diventa solo un dato che non informa più.

    • nella seconda puntata,ove si spieghera’ come l’idea del divino nella mente umana guidi segretamente l’evoluzione…conducendo inesorabilmente l’anima dell’uomo a Dio…..
      altro che Darwin ah ah

    • Margherita Geniale on

      Gentile commentatore,
      la ringrazio per avermi dato modo di esplicitare la questione che mi sembra davvero fondamentale dal punto di vista epigenetico e che non è tanto relativa a ciò che viene perduto nel passaggio dell’informazione dal piano ambientale a quello della trasmissione culturale. E’ chiaro che non è sufficiente che un singolo individuo trovi la maniera migliore per cavarsela, affinché tutti i suoi cospecifici, imitandone di colpo il comportamento, possano non solo ottenere i medesimi risultati (cosa che del resto accade continuamente anche in natura, vedi la vasta letteratura sugli scimpanzè osservati in ambito naturale e non), bensì trasmetterli geneticamente ai loro discendenti in una sequenza fissata, irreversibile e indipendente dalla sua origine. Le abitudini ritualizzate, Lorenz insegna così come pure de Waal, creano semmai trasmissione culturalmente acquisita, nell’ambito ristretto di un nucleo familiare originante. La domanda da porsi, e che è uno dei punti cruciali nel dialogo interdisciplinare, è allora la seguente: come fanno le abitudini ritualizzate e culturalmente trasmesse a passare dal piano ontogenetico a quello filogenetico? Faccio un esempio classico: le sule dai piedi azzurri hanno un particolare rituale di corteggiamento teso ad avidenziare una specifica caratteristica fisica. Che rapporto esiste fra la colorazione delle loro zampe e la particolare maniera di muoverle per attrarre un partner? Se vogliamo ragionarci su dobbiamo necessariamente presupporre che l’evoluzione abbia agito di pari passo tanto sulla caratteristica fenotipica, quanto su quella comportamentale. Dunque ambiente e comportamento si trovano inequivocabilmente in sinergia sul piano dell’espressione ontogenetica, favorendo evolutivamente quegli individui che sono portatori espliciti di tali caratteri. Ben presto (in termini di tempi evoluzionistici, è ovvio) avviene la speciazione che distingue per sempre il patrimonio genetico di queste dalle altre sule. Ora, invece di lanciarsi in sperticate quanto ideologiche polemiche ora contro il darwinismo, ora contro il creazionismo che dir si voglia, perché non spostiamo l’attenzione a ciò che potrebbe essere accaduto durante le fasi evolutive del nostro clade? Perché escludere a priori l’importanza della nascita dei rituali, della loro funzione migliorativa della fitness specifica e della possibilità di un loro incrementarsi al punto da interferire con la selezione naturale e favorire vieppiù una loro acquisizione genomica? Perché non pensare che, a partire da elementi già presenti in natura come il rituale di ri-direzione dell’aggressività si possano essere evoluti comportamenti sempre più complessi, in un animale che andava incrementando il processo di encefalizzazione? Su ciò rimando alla seconda parte dell’articolo. Mi interessa solo rilevare che sarebbe forse il caso di prestare agli aspetti sociali della nostra evoluzione la medesima rilevanza che abitualmente viene riservata allo studio delle caratteristiche meramente biologiche. Naturalmente la difficoltà di rintracciare “reperti comportamentali” è il vero scoglio in cui si imbatte il moderno paleontologo. Tuttavia, questa scienza in cui ho fiducia, perché largamente comprendente, è in grado, se non è interpretata ideologicamente, di fornire ipotesi, spunti di riflessione per menti disposte a mettere in relazione evidenze fossili e comportamentali.
      Mi scuso per la brevità e l’eccessiva sintesi e rimando la discussione alla fine dell’articolo.
      Grazie
      Margherita Geniale

  5. bene. e adesso che in 3 avete superato il “riduzionismo positivista ” (?!?) che pensate di fare? iniziamo a divinare qualche fegato? andiamo a fare qualche fiaccolata notturna?
    ve lo chiedo perche’ mi pare che in italia il fondamentalismo cattolico sia stato molto piu’ efficace nel trovare il posto di lavoro a qualcuno (per lo piu’ nel pubblico) che non di sconvolgere la scienza.Almeno a giudicare dalle review internazionali.

    a proposito,sono mancato per un po’ ma sono sempre in attesa di qualcuno che tra gli antiabortisti mi spieghi che si fa in caso di gravidanza extrauterina.ne vorrei parlare un po’ piu’ a fondo. se qualcuno degli appartenenti alla specie dell’ Homo religiosus” si fa avanti e mi spiega il suo punto di vista sarei molto interessato,anche io per ragioni antropologiche.

  6. Ma tu ettore sei capace qualche volta d’intervenire sul tema trattato? qui si tratta di paleontologia, genetica ed epigenetica, sei hai qualcosa da dire dillo se no taci e risparmiati le brutte figure.

  7. a proposito,qualcuno mi spiega che e’ successo….filosoficamente parlando…quando qualcuno ha lasciato le vie del “riduzionismo” (?!?) magari pasticciando la biologia con un pizzico di “spiritualita’” ?
    anche se mi pare che non debba insegnarvi niente…secondo me fareste meglio a scrivere chiaramente il vostro disegno invece che mascherarlo dietro a teologie fumose.
    lo capisce chiunque legga,credetemi.

  8. ci arrivo persino io, Homo non religiosus. dunque magari anche un po’ meno Homo.

    sono sempre in attesa di una risposta da uno dei tre luminari (non da nadie qualsiasi)
    che si fa in caso di gravidanza extrauterina? che si fa se capita a vostra figlia?

    • ettore,
      la sua fissazione per le gravidanze extrauterine non può diventare un problema di tutti, è una domanda che pone ad ogni articolo anche se si parla di tutt’altro, preciso poi che alla cosa comunque ho già risposto a suo tempo.

      I suoi interventi sono di fatto finalizzati al disturbo, se non è in grado di intervenire sull’argomento può sempre tacere e leggere cosa dicono gli altri o dovremo fare a meno del suo contributo.