Sette brevi lezioni di fisica…

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7 lezioni di fisica in un libro che propone capitoli ben fatti e accattivanti, fino quasi alla fine.

Poi, inesorabilmente, sulla scienza ha la meglio il politically correct.

Pensate a come può essere stato il volo di Icaro: un ragazzo munito di ali artificiali, fatte con piume tenute insieme dalla cera, vive l’emozione di volare come un uccello, sempre più in alto, quasi a toccare il sole, ma ecco che proprio esso gli scioglie le ali e lo punisce per il troppo entusiasmo facendolo rapidamente precipitare schiantandolo sulla superficie del mare. Questo è quello che ho provato leggendo il saggio “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli. Naturalmente questa è solo un’impressione personale e quindi, per definizione, di parte, ma in genere sono proprio coloro che sentono il bisogno di dire qualcosa a suscitare le emozioni più forti, rispetto a fantomatici commentatori imparziali (ammesso che esistono) del mondo che ci circonda. In ciò Rovelli è stato bravo, per cui a modo mio proverò a recensire la sua opera.

Tale ordinario di fisica teorica ha scritto un testo di sette capitoli rivolto a “chi la scienza moderna non la conosce o la conosce poco”, in particolare parlando della Fisica Moderna. I temi sono tutt’altro che banali ma, forse inaspettatamente, il suo lavoro è stato coronato da un ampio successo editoriale (il primo Aprile le copie vendute ammontavano a circa 160’000). Il nostro è stato anche ospite nel programma “Che tempo che fa” e alcuni hanno provato a spiegarsi come sia potuto piacere così tanto un libro che parli di cose come la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica.

Letto a mia volta questo libro, formalmente ho notato una grande semplicità di linguaggio, una fluidità di lettura notevole (il libro si legge in un’oretta, ma non solo perché sia effettivamente breve) e lo stile è accattivante. Per quanto riguarda i contenuti, ho apprezzato molto le prime cinque lezioni, mentre mi hanno deluso le ultime due (ne riparlerò più avanti).

Godiamoci l’incipit:

Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti  purtroppo dimenticano spesso. Era a Pavia. Aveva raggiunto la famiglia dopo aver abbandonato gli studi in Germania, dove non sopportava il rigore del liceo. Era l’inizio del secolo e in Italia l’inizio della rivoluzione industriale. Il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in pianura padana. Albert leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio.

 

Come vedete, c’è un  piacevole mix di riverenza e di irriverenza nei confronti del genio tedesco, racconta la sua vita prendendo contemporaneamente spunti di saggezza e, anche se di fatto strizza l’occhio ai lettori che non hanno amato la scuola, non ha affatto torto a dire che è la passione che smuove veramente ogni lavoro. Nulla andrebbe fatto “meccanicamente”, nemmeno la Meccanica!

Nel parlare della Relatività Generale, la quale descrive la gravitazione, Rovelli semplifica il tema ma ci affascina nel presentare la “pura bellezza”, a suo dire, di tale teoria:

E qui arriva l’idea straordinaria, il puro genio: il campo gravitazionale non è diffuso nello spazio: il campo gravitazionale  è lo spazio. Questa è l’idea della teoria della relatività generale.

Lo “spazio” di Newton, nel quale si muovono le cose, e il “campo gravitazionale”, che porta la forza di gravità, sono la stessa cosa.

È un folgorazione. Una semplificazione impressionante del mondo: lo spazio non è più qualcosa di diverso dalla materia: è una delle componenti “materiali” del mondo. Un’entità che ondula, si flette, s’incurva, si storce. Non siamo contenuti in un’invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a sé e la Terra non gli gira intorno perché tirata da una misteriosa forza, ma perché sta correndo dritta in uno spazio che si inclina.

 

Rovelli mostra la sua ammirazione nel presentare l’idea chiave della teoria, la inquadra da vari lati e in seguito chiarisce che tutto questo ha avuto, cosa più importante, le necessarie verifiche sperimentali.

Nella seconda lezione fa partire la Meccanica Quantistica nel 1900 grazie a Max Planck e poi di nuovo ad Einstein, riportando di quest’ultimo l’introduzione al suo lavoro sull’effetto fotoelettrico (che gli è valso il premio Nobel). Nel farlo, il nostro autore racconta di nuovo nello stesso momento sia la scienza sia come si faccia la scienza, dando una lezione importante:

Queste righe [di Einstein], semplici e chiare, sono il vero atto di nascita della teoria dei quanti. Si noti il meraviglioso “Mi sembra…” iniziale, che ricorda l’”Io penso…” con cui Darwin introduce nei suoi taccuini la grande idea che le specie evolvono, o l’”esitazione” di cui parla Faraday quando nel suo libro introduce la rivoluzionaria idea di campo elettrico. Il genio esita.

 

Nel resto della seconda lezione si occupa del lavoro di Bohr e d Heisenberg, descrivendoli come nuovi “pensatori dell’impensabile” a causa delle basi fortemente anti-intuitive della Meccanica Quantistica.

Lo stile è piacevolmente uguale anche nella lezione dedicata a come si è evoluta la nostra concezione dell’universo, in quella in cui si parla delle particelle elementari della materia e nella successiva dedicata ad una delle teorie che un domani potrebbe unificare la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica (attualmente non conciliabili), la loop quantum gravity.

Il passaggio nel campo del “discutibile” lo si ha nella sesta lezione, in cui si inizia col parlare del concetto di calore per arrivare ad un’idea molto difficilmente digeribile, se non proprio sbagliata, cioè che il tempo “in realtà non scorra”. Prima di citare Rovelli nel suo passaggio cruciale della sesta lezione, riassumerò nel modo più semplice possibile la sua argomentazione.

Una parola come “qui” non ha un significato universale ma dipende dal soggetto che la sta usando, mentre la parola “adesso” sembra oggettiva perché riguarda l’attuale momento presente che tutti stiamo vivendo.  Per la precisione già la Relatività Ristretta ci insegna che in due distinti sistemi di riferimento il tempo possa scorrere diversamente, ma qui si vuole andare oltre. Nella sola Dinamica dei corpi, dato un istante in cui siano noti posizione e velocità iniziale di essi, i loro moti saranno determinati per ogni stante di tempo dalle leggi della fisica e tali moti continuerebbero ad essere coerenti con esse anche se si facesse scorrere il tempo al contrario (l’esempio fatto è di un pendolo ideale che oscilla indefinitamente se non ci sono attriti). Se invece si considera anche il Secondo Principio della Termodinamica, ecco che si crea una differenza tra il passato e il futuro, perché in un sistema isolato esiste una grandezza, l’entropia, che può essere vista come un indice del “disordine del sistema” (un concetto che andrebbe espresso meglio ma è abbastanza intuitivo), la quale può solo aumentare: il tempo allora “scorre” in avanti quando aumenta l’entropia (l’esempio è quello di un pendolo reale che col tempo, appunto, rallenta a causa degli attriti e la sua energia cinetica diventa calore).

Il motivo per cui un sistema tende a stati a maggiore disordine è perché questi hanno una maggiore probabilità di realizzarsi rispetto a quelli ordinati. Da che cosa deriva però la necessità di introdurre la probabilità in fisica? Nel caso della termodinamica, essa deriva dal fatto che non si conosce con esattezza il moto di tutti i corpi di un sistema complesso, per cui si può solo prevedere la probabilità con cui un limitato insieme di parametri globali assume determinati valori. L’atto di limitarsi a solo tali parametri comporta l’uso della probabilità e quindi della statistica e di conseguenza della legge dell’entropia. Ecco il passaggio chiave a cui alludevo:

Il “presente” non esiste in modo oggettivo più di quanto non esista un “qui” oggettivo, ma le interazioni microscopiche del mondo fanno emergere fenomeni temporali per un sistema (come per esempio noi stessi) che interagisce solo con medie di miriadi di variabili. La nostra memoria e la coscienza si costruiscono su questi fenomeni statistici, che non sono invarianti nel tempo. Per un’ipotetica vista acutissima che vedesse tutto non ci sarebbe tempo “che scorre” e l’universo sarebbe un blocco di passato, presente e futuro.

 

Fin qui secondo Carlo Rovelli, ma le difficoltà, almeno da parte mia, sono parecchie. In primis, il motivo per cui un sistema tende a porsi in stati a maggiore entropia è certamente perché sono quelli più probabili, ma il motivo per cui sono più probabili è che, dati due stati a diversa entropia, la quale è una caratterista globale di un sistema (per cui si parla di “macrostato”), quello ad entropia maggiore lo si può ottenere con un numero molto maggiore di configurazioni delle sue particelle (in questo caso si parla di “microstato”), cioè i microstati corrispondenti ad “entropia alta” sono molto maggiori di quelli corrispondenti a “entropia bassa” a prescindere dalla nostra conoscenza esatta del sistema. Se avessimo la “vista acutissima” di cui parla Rovelli in effetti cesserebbe, in teoria, la distinzione tra microstati e macrostati e per noi ogni sistema tenderebbe al solo e unico stato finale previsto dalle leggi fisiche (cioè un solo stato a probabilità 1 e tutti gli altri a probabilità 0), ma perché rinunciare  alla visione d’insieme? Globalmente, continuerebbe a manifestarsi l’aumento di entropia. Un secondo problema è che, pur volendo, vale un principio della Meccanica Quantistica detto di Indeterminazione, per cui la conoscenza esatta di posizione e velocità delle particelle di un sistema non le si possono conoscere contemporaneamente con la stessa precisione, quindi la “vista acutissima” non potrebbe esistere nemmeno a livello teorico. Infine, la sensazione del tempo che scorre è figlia certamente anche del fatto che il mondo trabocca di fenomeni irreversibili (o meglio, di fenomeni la cui reversibilità è estremamente improbabile), per esempio un vaso che cadendo si rompe in mille pezzi, ma un uomo vivrebbe lo scorrere del tempo anche se posto davanti ad un pendolo ideale che non si ferma mai, dove “tutto è noto” ma la memoria e l’autocoscienza farebbero capire ad un tale uomo che il tempo stia passando…infatti si annoierebbe.

Tutti questi problemi vengono in ogni caso battuti in numero e peso da quelli della settima lezione, dedicata alla riflessione su noi stessi.  Principalmente si prova a trasmettere un’estremizzazione del naturalismo per cui la distinzione tra l’uomo e il resto della natura scompare del tutto. Che la Scienza sia naturalistica è cosa ovvia, ma nel nostro caso si dice qualcosa di più radicale e lo vedremo tra poco, prima riflettiamo su una similitudine posta dal nostro autore. Rovelli fa l’esempio di uomini primitivi che inventano miti su un “dio antilope” e allo stesso tempo imparano a trovare le tracce delle vere antilopi quando vanno a caccia:

La confusione tra queste due diverse attività umane, inventare racconti e seguire tracce per trovare qualcosa, è l’origine della diffidenza per la scienza di una parte della cultura contemporanea. La separazione è sottile: l’antilope cacciata all’alba non è lontana dal dio antilope dei racconti della sera. Il confine è labile. I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti. Ma il valore conoscitivo del sapere resta. Se troviamo l’antilope possiamo mangiare.

 

Mi sarebbe piaciuto sapere con più precisione, visto che in seguito ciò non viene detto, qual è questa parte della cultura contemporanea che non si fida della scienza e in che senso non lo faccia. Intanto, se in questa metafora l’antilope rappresenta la verità nel senso assoluto ed eterno del termine, allora la scienza è una caccia che non ha mai fine, perché possiamo solo essere sicuri delle tracce che ci hanno condotto su una strada sbagliata, visto che ogni strada vera lo è solo fino a prova contraria. Se invece l’antilope rappresenta l’”utile”, il progresso tecnologico, allora esso è sicuramente raggiungibile, ma naturalmente saper applicare le leggi della natura e conoscerle veramente sono due cose diverse; citando un mio professore di Meccanica Quantistica: “le applicazioni tecnologiche sono una scatola nera che applichiamo perfettamente”.

In ogni caso, il fatto che l’uomo sia in grado di conoscere la natura tramite la scienza non deve essere considerato, a detta di Rovelli, una conseguenza di una specialità della nostra specie, o meglio, della nostra natura:

La sostanza prima dei nostri pensieri è una ricchissima informazione raccolta, scambiata, accumulata e continuamente elaborata.

Ma anche il termostato del mio impianto di riscaldamento “sente” e “conosce” la temperatura della mia casa, quindi ha informazione su di essa, e spegne il riscaldamento quando fa abbastanza caldo.

 

Non possiamo non notare in questo brano una brutale semplificazione del concetto di “avere informazione”, perché un termostato, o un qualsiasi oggetto, riceve e dà solo materia ed energia, mentre l’informazione è un ente astratto che può usare i mezzi più svariati ma richiede un mittente, un destinatario, un codice e un soggetto in grado di tradurlo. Nessuna cosa e nessun animale, per quanto capace di comunicare, è in grado di astrarre, cioè di “staccarsi” dal supporto materiale e di creare un “sistema logico di comunicazione simbolica”. Siamo pur sempre gli unici in grado di parlare, o sbaglio?

In questo contesto è impossibile non toccare il problema del libero arbitrio, cioè del come si concilia il fatto che ogni ente dell’universo rispetti le leggi della natura, compreso il nostro corpo e il nostro cervello, eppure noi avvertiamo di essere gli autori liberi e consapevoli delle nostre azioni. Rovelli non nega che il cervello segua le leggi della natura ma dice di credere nella libertà dell’uomo, ma si tratta di una libertà un po’ particolare:

Essere liberi non significa che i nostri comportamenti non siano determinati dalle leggi della natura. Significa che sono determinati dalle leggi della natura che agiscono nel nostro cervello. Le nostre decisioni libere sono liberamente determinate dai risultati delle interazioni fugaci e ricchissime tra i miliardi di neutroni del nostro cervello: sono libere quand’è l’interagire di questi neuroni che li determina.

 

“Ma anche no”, risponderei al nostro autore, perché la sua definizione di libertà è solo apparentemente uguale a quella intesa dal senso comune, perché egli chiama libero ciò che è semplicemente interno, mentre a rigore, visto che le leggi del cervello non sono diverse da quelle di qualsiasi altro corpo dell’universo, allora saranno deterministiche e sono loro a decidere per  noi, e non vale dire che “noi” siamo il nostro cervello, perché non risolve il problema, è solo una nuova definizione di quell’imperscrutabile concetto di “Io” e quindi di “Noi” che sfonda ogni riduzionismo spacciato per scienza. Inoltre, anche l’emissione di insulina da parte del mio pancreas è una cosa decisa dai miei neuroni, ma non sono mica “io” a deciderla!

Le ultime due pagine dell’opera riassumo lo stile di tutto il testo: un’incalcolabile ammirazione per lo spettacolo che la natura ci offre e ci offrirà col progredire della Scienza, unita ad una mortificazione dell’idea antropocentrica di “uomo”. Troviamo senz’altro l’elogio della curiosità, che ha spinto l’uomo fino a raggiungere la Luna:

Centomila anni fa la nostra specie è partita dall’Africa, forse spinta proprio da questa curiosità, imparando a guardare sempre più lontano.

 

Mi dispiace essere così prosaico, ma in realtà “ufficialmente” la nostra specie è partita dall’Africa perché cominciò a fare caldo, la foresta venne sostituita dalla savana e una proto-scimmia si mise a camminare:

Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a sé stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi.

 

Bisogna pur dire a nostra difesa che non è colpa nostra se siamo gli ultimi arrivati!

Apparteniamo ad un genere di specie a vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti.

…ma non c’era stata un’evoluzione da un homo all’altro? A rigore dovremmo aspettarci che un domani l’homo sapiens venga sostituito da un altro homo, non che scompaia del tutto il nostro genere di appartenenza.

Non può mancare, visto che ormai in un certo ramo culturale è d’obbligo, un riferimento al riscaldamento globale antropico:

E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono brutali e difficilmente ci risparmieranno.

Segue, per dare una degna conclusione, una citazione del De rerum natura di Lucrezio e infine un condivisibilissimo elogio della bellezza del mondo.

In breve, il messaggio che sembra trasparire da questo libro è che l’uomo vive in un ambiente straordinario, fatto di uno spazio-tempo che si deforma come le onde del mare e di particelle che occupano più posizioni nello stesso istante, ma l’uomo nel suo habitat è poco più di un termostato e, tenendo conto del riscaldamento globale, è un termostato che funzione pure male!

Adesso capisco perché una parte della cultura contemporanea diffida della scienza e potrò spiegarlo con una similitudine: immaginate che io porti la mia ragazza ad ammirare il golfo di Napoli, ne decanti lo spettacolo naturale tra il poetico e lo scientifico per rafforzarne l’efficacia descrittiva, e poi confessi alla mia ragazza che ciò che provo per lei non provoca ma coincide con un’immissione nel mio sangue di endorfine su ordine dei miei neuroni. La mia ragazza non si fiderebbe più di me.

 

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"htagliato", Fisico della Materia. Vive a Napoli.

47 commenti

  1. Una domanda: se l’entropia è caratteristica di un sistema isolato, allora dobbiamo considerare l’universo un sistema isolato? E, se sì, possiamo ancora considerare l’universo infinito ( cioè i concetti di sistema chiuso, isolato, e di infinito sono in contrasto fra loro?). E ancora, se l’universo è un sistema isolato, possiamo allora far valere per l’universo quelle teorie che sostengono che un sistema isolato non può giustificarsi da solo, ma ha bisogno di un metasistema che ne giustifichi la coerenza?

    • Ciò che mi insegnarono è che per “universo” si intende per definizione il sistema isolato massimo che include tutti gli altri. “Isolato” significa che non avvengono scambi di energia e di materia con l’ambiente esterno; dal momento che l’Universo per definizione è “tutto”, cioè non ha ambienti esterni, allora è inevitabilmente isolato. Per “chiuso” si intende un sistema che non scambia energia ma può scambiare materia col mondo esterno, quindi “isolato” è più restringente di “chiuso”.
      Un sistema isolato invece può anche essere infinito, perché il fatto che l’universo sia isolato è perché esso è il tutto, non perché dobbiamo immaginarlo come chiuso in una scatola.
      Non so cosa intendi col fatto che un sistema isolato non possa giustificarsi da solo, ma in passato diversi filosofi, tipo Tommaso d’Aquino, hanno spiegato che l’universo (naturale) non può giustificare da solo la propria esistenza ontologica, a prescindere se sia finito o infinito.

      • Grazie, mi riferivo agli studi di Godel sui sistemi formali e la loro coerenza. La mia domanda, da profano, concerne a la definizione di universo secondo il paradigma di ‘sistema’

        • Ora capisco, ma naturalmente l’Universo io lo penso come sistema fisico, non formale.

          • Certo, l’universo non è un sistema formale, ma fisico. Mi chiedo quindi se un sistema fisico abbia più coerenza di un sistema logico formale. Forse il mio è solo un intervento sofista che ciambotta fra piani diversi (matematico e fisico ), ma mi chiedo se, partendo dal paradigma in uso (ovvero quello dei sistemi) si possa davvero sostenere che un sistema logico formale puro è necessariamente bisognoso di ambiente esterno che lo ‘giustifichi’, mentre un sistema fisico non ne abbia bisogno, in quanto trova nelle sue dinamiche interne stesse coerenza e giustificazione. Mi chiedo se il concetto di ‘sistema’ applicato all’universo sia totalmente giustificato

          • Giorgio Masiero on

            Un sistema fisico diverso dall’universo è sempre un’idealizzazione, Potclean. Coincide per definizione con ciò che l’osservatore intende studiare, “isolandolo” dal resto. Ma in realtà nessuna porzione di universo è isolata dal resto dell’universo, a cominciare dall’osservatore che la osserva.
            Quindi a rigore esiste un solo sistema fisico, l’universo. Ed è per definizione isolato.
            Coerente? Assolutamente no, perché comprende le coscienze degli osservatori che non sono sistemi fisici, in quanto inosservabili.
            Autogiustificato? tanto meno.

          • In effetti, volevo arrivare proprio a qualcosa di simile. Dato che alcuni considerano la coscienza e i pensieri dei meri ‘epifenomeni’ della materia, ne deduco che un sistema logico formale, essendo materia (o energia?) dovrebbe essere nient’altro che un sistema fisico. Ecco perché ritenevo il modello di ‘sistema’ poco appropriato. Se invece distinguiamo un sistema logico formale da uno fisico, é appunto perché implicitamente riconosciamo che l’universo non è composto solo di materia ed energia. Quindi l’opzione immanentista (Riduzionista), nelle scienze, dovrebbe minimo essere affiancato dall’ opzione spiritualista.

          • Giorgio Masiero on

            Le scienze (naturali), Potclean, non hanno “opzioni”, né immanentistiche, né spiritualistiche. Hanno un metodo, che poggia sulla misura (cioè riduzione a numero) di alcuni fenomeni.
            Poi ci sono scienziati che, fuori dal lavoro, hanno una concezione immanentistica (come Carlo Rovelli) e altri che hanno una concezione spiritualistica (come per es. Francis Collins). Ma questa è un’altra storia. Come un’altra storia ancora è che ogni volta che uno dei secondi fa confusione tra scienza e metafisica viene (giustamente) accusato di creazionismo; mentre ogni volta che uno dei primi fa la stessa confusione, viene ascoltato in adorante silenzio (come Rovelli da Fazio).

  2. Giorgio Masiero on

    Grazie, ħ, della gradevole e precisa recensione del libro di Rovelli. L’ho letto anch’io, d’un baleno, e condivido tutto quanto hai scritto!
    Fino a 40 anni fa, quando la scienza (e la fisica in particolare) non era nella profonda crisi attuale, gli scienziati separavano la scienza dalla filosofia. Eccoli allora che lavoravano e scrivevano articoli di scienza nelle riviste dedicate, e nel tempo libero riflettevano e scrivevano libri di “filosofia della scienza”: Einstein, Heisenberg, Eddington, Monod, Lorenz, ecc. Oggi invece, oltre che per la crisi della scienza, vuoi anche per la crisi economica che impone marketing ad alta competitività tra i team impegnati sui progetti diversi e quindi un rapporto opaco con la divulgazione, la scienza si propone spesso (ma non sempre, per fortuna!) come risposta a tutto, quindi anche come letteratura, divertimento e medicina dello spirito (e delle sue angosce).
    Spiace che Rovelli, il quale ha un background culturale di tutto rispetto e conosce bene la differenza tra fisica e metafisica, abbia chiuso questo suo divertente excursus di fisica con brutta (perché contraddittoria, come giustamente metti in rilievo) metafisica. Per giunta chiamandola scienza. Un titolo onesto sarebbe stato: 5 brevi lezioni di fisica, 1 sul mio progetto di lavoro e 1 conclusione di catechismo ateo.

    • Grazie a lei, Masiero, per questo inquadramento storico-economico dei lati negativi di certa divulgazione, che si rispecchiano nel libro di Rovelli. Mi fa piacere inoltre che condivide tutto del mio articolo, perché aspettavo con forte curiosità un suo commento.

  3. Francesco Fabiano on

    Complimenti htagliato, ottimo articolo.
    La capacità di astrazione, il simbolo, la fantasia sono inequivocabili prove dell’unicità umana. Come scriveva Romain Gary: “Non c’è nulla che valga la pena d’essere vissuto se non è in primo luogo un’ opera di fantasia,
    altrimenti il mare non sarebbe altro che acqua salata.”

    • Grazie del suo complimento, Francesco. A proposito dell’unicità umana: in genere quelli come Rovelli che la negano compiono il trucco di prendere una definizione di un concetto cruciale (nel caso del mio articolo, il concetto di “avere informazione”) e lo allargano e lo rigirano a proprio piacimento. Spiegai questo tipo di errore ad un mio amico dicendo che, con questo sistema, posso affermare di essere l’uomo più bello del mondo, dove per “bello” intendo “somigliante ad htagliato”.

      • Giorgio Masiero on

        Consoliamoci, ħ. Rovelli è già più vicino al simbolo col concetto matematico d’informazione. C’è gente – abbiamo visto un paio di articoli fa – che caratterizza l’uomo sulla forma delle ossa.
        Naturalmente hanno un motivo: hanno solo ossa come referti misurabili. Però forse non dovrebbero confondere tutto l’uomo, con ciò che esaminano nel loro laboratorio…

  4. Sarò eccessivo, ma è da persone come Htagliato, nel caso ce ne fossero altri come lui (perché da solo la vedo dura…), che potremmo aspettarci nel prossimo futuro l’auspicato e molto atteso cambiamento di paradigma nella scienza.
    A livello di concetti conclusivi quello di Rovelli è un film già visto mille volte e quindi dal finale deludente.
    Ciò che è visibile deriva dall’invisibile, ciò che è sensibile deriva da ciò che non può cadere sotto i nostri sensi, il misurabile deriva dall’incommensurabile, è una questione di semplice logica, alla portata di tutti, non di giochi di parole.

    • Caro Muggeridge, stai davvero dicendo che è da persone come me che possiamo aspettarci nientepopodimeno che il cambiamento di paradigma nella scienza!? Così mi metti in imbarazzo, eppure il finale del mio articolo è chiaro, ho già una ragazza 😉

      • Sì, poi io sono strettamente etero 🙂
        Il cambio di paradigma me lo aspetto da persone che fanno o faranno di mestiere i ricercatori o comunque vivranno di scienza, che abbiano competenze e passione per il loro campo, ma spazino con i loro interessi su altri campi e posseggano un buon bagaglio umanistico. Solo in questo modo non si andrebbero ad ammassare nell’ingorgo scientista in cui troviamo il tipico uomo di scienza che non potrà mai guardare oltre il proprio ristretto orizzonte, quello che scambia per superiore e assoluto.
        In questo senso, non ci sono molte altre speranze,..

  5. Riguardo alla reversibilità dei fenomeni elementari: tutte le interazioni soddisfano (c’è un teorema) l’invarianza CPT ma soddisfano anche tutte l’invarianza T (e quindi CP) ? E poi il “crollo della funzione d’onda” (qualunque cosa “sia” “in realtà”) non è asimmetrico nel tempo?
    Penrose fa notare che l’universo è nato con uno stato di bassissima entropia ed è questa condizione iniziale “altamente improbabile” ad avere un ruolo fondamentale. (questo almeno ricordo, ne parla nella “Mente nuova dell’imperatore” – anch’egli ricorre ad Andersen…)

    • Le interazioni deboli non soddisfano CP e quindi, proprio per il teorema CPT, NON soddisfano la sola invarianza T (strano, ma vero).
      Il “crolla della funzione d’onda” riguarda l’interazione tra un sistema e un altro, in particolare quando il secondo funge da osservatore; poi, dipende da quale misura si osserva e da quali interazioni avvengono nel sistema a prescindere dall’osservazione: ci sono casi in cui in seguito ad una misura (osservazione) il sistema resta in teoria indefinitamente in quello stato, e altri casi in cui, dopo l’osservazione, il sistema riprende ad avere una sovrapposizione di più stati.

  6. mega ot di segnalazione: sorry
    a questo indirizzo
    http://audio.lanuovaregaldi.it/15-02-07_PetagineTortora.mp3
    è disponibile una conferenza sul darwinismo ad opera della Nuova Regaldi. Chi, come me, conosce l’associazione culturale di Novara in questione, sorretta dal biblista Barbaglia, non può che esserne incuriosito.
    Non sarebbe male avere un vostro parere al riguardo. 🙂

    QUi gli altri incontri (anche in video!), fra cui altri molto interessanti
    http://www.lanuovaregaldi.it/attivita.cfm?sezioneAtt=953
    ad esempio
    http://youtu.be/AKDsdbIw5Nk
    Uomo primate, o primato dell’uomo? Alle origini della diversità umana

  7. Un saluto a tutti. Condivido l’antiriduzionismo di htagliato, ma a proposito di vista acutissima, ho perplessità che non sarebbe ipotizzabile nemmeno a livello teorico. In un sito aperto a tematiche spirituali o metafisiche come il vostro mi aspetterei anche una disponibilità a discutere ipotesi diverse, perciò vorrei ricordare che secondo me la suddetta visione non si potrebbe esplicitare solo in una misurazione scientifica,ma evidentemente potrebbe consistere anche in esperienze diverse, per dire ad esempio di quelle mistiche. In questo senso si comprenderebbe meglio lo scetticismo sul tempo di Rovelli, di cui ho letto invece La realtà non è come ci appare.

    • Ciao Carmine, il motivo per cui non reputo ipotizzabile una “vista acutissima” è perché per essa Rovelli intende una specie di vista nel senso fisico, che sia però in grado di osservare tutte le particelle di un sistema con tutte e loro variabili ed interazioni, quindi tale vista sarebbe “acutissima” nel senso che sarebbe uno strumento di misura in grado di rivelare ogni ente fisico con precisione arbitraria.
      Invece una visione delle cose che veda “tutto” nel senso che vede anche ciò che è spirituale è un’altra cosa, che si può anche accettare filosoficamente (se la s’intende come intuizione, per esempio) e naturalmente in senso religioso, ma non è una capacità scientifica.

  8. Giuseppe Cipriani on

    Che strano, gli scienziati credenti che parlano di creato come immagine perfetta di un Dio sono additati come personalità dalla marcia in più; quelli che, basandosi solo sulla scienza empirica, dicono che nessun Dio è all’orizzonte, sono etichettati come disonesti spacciatori di scienza atea che rasenta l’idiozi.
    Sarà… Ma perché ho l’impressione che qui si tenti di buggerare il povero tordo?
    .
    P.s.: il problema del libro in oggetto magari è solo il titolo. Nella stesura si distinguono i presupposti scientifici dal pensiero/opinione dell’autore. E ditemi se sbaglio.

    • Parlo per me sulla prima parte del commento: gli intellettuali di cui ho letto qualcosa, non solo scienziati (anche Ratzinger), li ho sempre visti dire che da un lato c’è la scienza “uguale per tutti”, poi filosoficamente è possibile vedere nell’ordine del cosmo segni dell’intelligenza di Dio. Se qualche scienziato in un libro/intervista (possibilmente recente perché c’è maggior interesse) ha mescolato in modo difficile da distingure per un lettore un po’ ingenuo scienza e fede, puoi segnalarmelo tranquillamente. Del resto, Pennetta e co. molto spesso hanno detto di non condividere l’impostazione di creazionisti e fautori dell’ID.
      A proposito del “P.S.” invece sono ancor meno d’accordo, perché Rovelli usa espressioni come “la scienza ha ormai dimostrato che” seguite da affermazioni di stampo invece filosofico (in questo caso naturalistico-riduzionistico) che invece sono sue opinioni. Esempio: “Non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare quest’osservazione”
      Che significa che nulla vìola il comportamento naturale? Che tutto può essere spiegato in termini fisico-chimico-biologici? Tutto? Anche per esempio l’autocoscienza? L’etica? Il senso artistico? Questo è naturalismo, invece, non un risultato scientifico.

      • Giuseppe Cipriani on

        Nulla viola il comportamento naturale… Ovvero «quanto è specificatamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura, è la nostra natura». Mi sembra perfetto…

        • Perfetto in che senso? Cose come la coscienza, il senso etico, il senso artistico, le astrazioni, il linguaggio verbale, sono tutte cose che si possono spiegare in termini chimico-fisico-biologici?
          O forse Rovelli vuole solo dire che tutto ciò che accade, accade in natura? Perché in tal caso è un’ovvietà. Aldilà della retorica (parola “natura” usata due volte ma con due significati diversi) dove sta la scienza?

          • Giuseppe Cipriani on

            Insomma, non sai quasi deciderti su cosa intenda Rovelli… E neghi che siamo del tutto “naturali”. Siamo qualcosa di più, dici.
            Se ho ben capito, anche nel tuo caso ci sarebbe da chiedersi dove stia la scienza.

          • Lascio una frase provocatoria:

            “Non si possono che commiserare coloro che, per giustificare la legittimità delle loro azioni, come dei poveri servi che volutamente si discolpano con un crudele tiranno si sentono tenuti a precisare rigorosamente che la loro condotta non è “contro natura”.

            Precisazione del tutto futile, dato che la naturalità di un’azione non è minimamente rilevante a valutarne l’eticità.

            La natura, infatti, è un’aberrazione dell’etica.”

            Thomas Shear

          • Eh, ma così mi rovini il finale a sorpresa! 😀
            Ovviamente per chi come noi ritiene l’etica di una natura ontologica legata a doppio filo con il telos di tale natura c’è poco da discutere, ma questa frase mi ha colpito comunque perché è leggibile come vera nei due sensi opposti.
            Potenza e limite della semantica. 😉

          • Ministrel, posso chiedere dove ha preso quella citazione di T. S.? Su qualche social network?

          • Yep! Sulla pagina Facebook “filosofia e scienza” (Gruppo pubblico da 17000 utenti circa davvero mica male) 🙂

    • “Ditemi se sbaglio”. Ti sei sbagliato, Giuseppe, come ti ha dimostrato testo alla mano h tagliato. Rovelli non confonde solo il suo ateismo con la scienza nel capitolo 7, ma anche la matematica con la fisica nel capitolo 6.

  9. Ottimo articolo di accatagliato che ringrazio: una recensione è riuscita quando dà la voglia di andare a leggere il libro referito ed è il caso. Ovviamente non posso però commentare la qualità stessa della critica stessa in quanto non ho ancora letto l’opera in questione.

    Vorrei però sottolineare il fatto che la messa in evidenza da parte di Rovelli del fatto che il tempo non sia una componente fondamentale della materia ma un’emergenza che appare (nel doppio senso che “avviene” e che “sembra”) quando si considerano sistemi abbastanza complessi da includere processi entropici non è per niente un’idea sballata di per sè, anzi!

    Come si sà fra poco appariranno occhiali a realtà aumentata che incrosteranno, per chi li usa, elementi virtuali al reale guardato: tipo guardando una chiesa passeggiando apparirà al di sopra di essa il suo nome e la sua storia, oppure quale sia l’esseza di un albero, il nome di chi passeggia oppure delle frecce sul suolo che indicherann il cammino da percorrere per andare ad un appuntamento dato e così via di seguito.

    Ma questo tipo di occhiali già li abbiamo: quando guardiamo il sole, non vediamo più l’astro che gira intorno alla terra, ma una stella intorno alla quale giriamo; quando pensiamo al tempo lo pensiamo come una realtà che ha la stessa consistenza che sedia sulla quale siamo seduti, magari come una specie di fluido nel quale siamo invischiati, insomma un contenitore che ha esistenza oggettiva.

    Eppure, a guardare da vicino se il tempo non fosse misurabile non potremmo neanche parlarne in quanto oggetto di riflessione scientifica, ma il tempo per essere misurabile ha bisogno di un movimento ciclico che lo scandisce e questo è possibile solo se abbiamo un pendolo in un campo gravitazionale oppure qualunque campo che ammetta una ciclicità. Senza metrica possibile, non c’è esistenza della dimensione corrispondente o, piuttosto, qualunque discorso su di essa non avrebbe valenza scientifica: in altre parole, senza campo di forze che ammette ciclicità, niente valenza “scientifica” al tempo. Il problema è che c’è sempre una forma di isteresi inerente a qualunque campo reale e non ideale, anche semplicissimo, e che, quindi, tale perfetta ciclicità non esiste naturalmente nel reale e il tempo stesso del fisico rimane quindi un ente ideale che permette di modelizzare parzialmente il reale ma non lo riproduce concretamente.

    Il tempo dell’uomo della strada e quello del metafisico è ancora qualcosa d’altro: non è una realtà in sé ma è il modo con cui l’essere consocente separa le cause efficienti dai loro effetti ( sottolineo efficienti e non, ad esempio, finali, formali, materiali): siccome in filosofia aristotelica quel che esiste è sono gli esseri in quanto potenza e atto e che costoro passano da uno stato all’altro sotto l’azione di cause efficienti esterne a loro, il tempo è la semplice constatazione di questo cambiamento. Per giunta in buona filosofia aristotelica il mondo fisico non è per forza prevedibile anche se è perfettamente determinato dalle cause efficienti che si mettono in opera: conseguenza di ciò quel che sarà non esiste, non ha nessuno status ontologico altro che quello di essere potenza, e quindi la nozione stessa di un “contenitore” temporale già esistente è un non-senso metafisico anche se può essere uno strumento relativamente pratico in specifiche circostanze (culturali).

    L’idea di riscrivere tutta la dinamica fondamentale senza la dimensione temporale è dunque molto seducente e troverebbe i filosofi serì naturalmente interessati nel vedere quest’analogia matematizzata del mondo più vicina alla sua ontologia.

    Dibattito appassionante, come sempre su C.S.

    • Ti ringrazio anche io per il tuo contributo, Simon de Cyrène, hai posto una bella riflessione, ma devo farti notare tre cose:
      gli occhiali a realtà aumentata non cambiano la nostra visione della realtà, è solo un nome ad effetto per quello che è di fatto una guida portatile che si legge direttamente dagli occhiali;
      la nostra visione del sole che gira intorno alla terra È VERA, ovviamente in un sistema di riferimento solidale alla terra, mentre è falsa in un sistema di riferimento solidale a quelle che una volta erano chiamate stelle fisse. Certamente ogni giorno le nostre certezze scientifiche possono sempre essere stravolte, ma aspettiamo prima i dati sperimentali;
      il fatto che non esista un orologio perfetto, che compia cicli perfettamente uguali per sempre non esista non vuol dire che allora forse il tempo in realtà non scorre o che almeno non sia misurabile, perché è nella natura di tutti gli strumenti basarsi su qualche compromesso che in fisica chiamiamo approssimazione. Se invece un domani inventeranno e corroboreranno una teoria che per funzionare implichi che il tempo non esista, allora ne riparliamo (ma con le argomentazioni di Rovelli per ora non si va avanti).

      • Restiamo attenti con la nozione di “verità”: cosa sia il “vero” nel discorso scientifico non corrisponde per forza o a priori con la nozione di “vero” del filosofo se non altro in quanto gli enti circa i quali si pone un giudizio di “verità” non hanno lo stesso grado di realtà, alcuni essendo enti reali e altri enti ideali.

        Il fatto che non esista un orologio perfetto mostra solo che il concetto di tempo (come lo intendono i fisici newtoniani o relativistici) non sia per forza “vero” nel mondo reale ma solo pratico: è un costrutto ideale al quale non corrisponde per forza una realtà.

        Onestamente non butterei via l’ipotesi di Rovelli, che a me non dispiace.
        😉

        • Per entrambe le tue prime due osservazioni do la stessa risposta: per “vero” intendevo, nel senso “riduttivo” del termine, “misurabile sperimentalmente” (non vero nel senso di “oggettivo ed eterno” come piacerebbe ad un filosofo realista); così come per “tempo che esiste” intendevo, nel senso fisico, tempo misurabile con un orologio o con un’altra misura indiretta.
          Se davvero il tempo in realtà non scorre e la nostra è solo un’illusione…può darsi, ma per parlarne scientificamente aspettiamo nuove teorie e i necessari nuovi dati.

          • Cosa proverebbe (scientificamente) che il tempo esiste (definizione) e che scorre (definizione)?
            Personalmente vedo cambiamenti intorno a me, passaggi dalla potenza all’atto e dall’atto alla potenza, ma non vedo “Il tempo”: posso misurare la frequenza di passaggio dalla potenza all’atto di certi mobili, ma il “tempo” in quanto tale mi pare un costrutto pratico ma non essenziale. 😉

  10. @ Simon de Cyrene:
    tutta la fisica è un costrutto pratico e questo lo so bene perché mi venne spiegato benissimo al primo anno della laurea triennale: le grandezze fisiche non sono definite dal “che cosa sono” ma dal “come le misuro”, cioè non sono definite per “essenza” ma per “operazione” (si parla di definizione operativa di una grandezza). Non credi molto che il tempo esista, che scorra, a questo punto io ti dirò di più: esiste il momento angolare orbitale? “Quantità di moto moltiplicata vettorialmente per una posizione” è davvero molto utile, ma “esiste” nel senso ontologico del termine? Bella domanda! Siccome il discorso si complica, tant’è vero che per quanto la filosofia mi piaccia ho scelto di iscrivermi a Fisica, allora quando ho criticato le argomentazioni di Rovelli “contro il tempo” ho cercato di restare sul piano della sola fisica. Se tu dici di “non vedere il tempo”, filosoficamente non posso darti tutti i torti, ma spero che ora abbia capito il mio punto di vista.

    • Caro htagliato,
      certo che capisco il tuo punto di vista come anche apprezzo l’essenza della tua recenzione.
      La sola cosa che vorrei sottolineare è che non è l’ipotesi scientifica di Rovelli di “assenza” del tempo che pone problemi al filosofo, anzi magari va pure nella sua direzione (dipende da come si guardano le cose) ma l’interpretazione filosofica che ne fa il Rovelli.
      Ma non cadiamo nella trappoletta di rifiutare a priori l’ipotesi scientifica a causa della mala interpretazione filosofica che ne dà l’autore.
      That’s all.
      Ancora grazie e bravo!

  11. @ Giuseppe Cipriani:
    No, ho capito bene cosa intendesse Rovelli, la seconda domanda che ho posto nel mio ultimo commento (“O forse Rovelli vuole solo dire che tutto ciò che accade, accade in natura?”) era una voluta arrampicata sugli specchi conseguenza del tentativo di trovare una buona separazione in Rovelli tra le sue opinioni e i fatti scientifici.
    È vero invece che credo che non siamo del tutto “naturali” ed è vero che ciò sia una posizione filosofica (non scientifica), così come è una posizione filosofica il suo opposto, credere che ciò che è misurabile descriva tutta la realtà umana. Il tema del mio articolo, in ogni caso, è che le prime cinque lezioni e mezzo di Rovelli sono un “guardate che cose strairdinarie ci mostra la realtà misurabile!” mentre il resto è un “ciò che è misurabile comprende tutto ciò che ci riguarda” senza nessuna chiara distinzione tra le due parti, complice in primis il titolo stesso.

  12. Minstrel, continuando la citazione di Thomas Shear (che risponde ad una obiezione su una presunta origine giudaica della sua affermazione riguardo etica e natura):

    Thomas Shear: Non vedo come possa esserlo quando l’etica in questione, contrapposta alla natura come complesso di leggi biologico-evoluzionistiche, non è giudaico-cristiana né difende una pietistica “morale degli schiavi” di nietzscheana memoria.

    È piuttosto una valutazione humiana, dato che il filosofo scozzese fu il primo a sviluppare una “metaetica analitica” nella quale si dovesse tener rigorosamente conto della distinzione che sussiste necessariamente tra l’essere come ciò che è (is) e il dover essere come ciò che deve essere (ought), classificando come logicamente indebite la deduzione del secondo dal primo (fallacia naturalistica, per cui “tutto ciò che è naturale è buono”) e la deduzione del primo dal secondo (fallacia moralistica, per cui “tutto ciò che è buono è naturale”).

    Il fatto che storicamente l’etica di matrice giudaico-cristiana si sia contrapposta ad ideologie naturaliste o social-darwiniste non implica che ogni sistema etico che lo faccia (in modo oltretutto diverso) condivida la stessa matrice.

  13. Benedetto Rocchi on

    “La sostanza prima dei nostri pensieri è una ricchissima informazione raccolta, scambiata, accumulata e continuamente elaborata.Ma anche il termostato del mio impianto di riscaldamento “sente” e “conosce” la temperatura della mia casa, quindi ha informazione su di essa, e spegne il riscaldamento quando fa abbastanza caldo.”
    Non ho letto il libro di Rovelli ma questa citazione mi fa pensare che il Popper che scriveva “Conoscenza oggettiva” non sarebbe stato affatto d’accordo sulla teoria della conoscenza di Rovelli, includendola in quella che lui definisce “teoria della mente come recipiente”, alla base dell’equivoco metodologico sull’induzione. E’ evidente che l'”informazione” è tale perchè la nostra mente fa ipotesi e ha aspettative sugli stati del mondo e quindi riesce a “vederla” (e magari ad essere delusa perchè fa più freddo di quanto prevedesse). Sostenere che questo tipo di conoscenza sia equivalente a quella di un termostato è affermazione che si commenta da sè. Quello di Rovelli che scivola verso lo “scientificamente corretto” sembra empirismo un tantino d’epoca.

    • Hai ragione, Benedetto, quello di Rovelli è solo un sofisma che non si limite semplicemente a credere, ma lo presenta come un risultato scientifico. Certo, se anche un termostato “sente”…altro che veganismo!