Scuola: lo scontro di faglia passa tra i banchi (la ministra demolitrice e il concorso per prof-dattilografi)

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Una serie di movimenti intorno alla scuola rivelano che è lì che si gioca la partita decisiva.

La resistenza al pensiero unico, la linea di faglia tra la società liquida e i corpi solidi, passa nelle aule scolastiche.

Un paio di settimane fa c’è stata una ‘non-notizia’ notevole, un’intervista passata praticamente sotto silenzio della Ministra dell’Istruzione Giannini che annunciava la distruzione della scuola in nome dell’Europa. L’articolo è stato pubblicato e poi rimosso dall’Huffington Post ma è ancora rintracciabile in rete “Sulla formazione professionale, l’Italia diventerà come la Germania“. Ecco alcuni punti significativi:

Il governo italiano vuole avvicinarsi alla Germania. A spiegarlo è la Ministra dell’istruzione Lavoro e delle Politiche Sociali italiana Stefania Giannini che, in occasione di un accordo siglato con il governo tedesco, rende note le posizioni sue e quelle del suo schieramento in merito agli obiettivi economici e sociali che l’Italia deve raggiungere. Il Paese, dice, deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro”.

[…]

I punti deboli, secondo la Ministra, sono innanzitutto le radici troppo classiche del sistema di formazione italiano. “Sapere non significa sapere fare. Le nostre riforme puntano a un potenziamento degli aspetti pratici dell’istruzione e una maggiore connessione tra dimensione accademica e professionale. Il mercato globale ci chiede di stare al passo coi tempi e la Germania è, in questo senso, un modello su come si può essere vincenti.

L’articolo riportava anche una serie di affermazioni ben più gravi, ma per ora limitiamoci all’argomento scuola. Va detto che la Ministra ha ufficialmente smentito ufficialmente sul sito del MIUR quanto riportato nell’articolo (in particolare l’errata attribuzione del Ministero del Lavoro) ma si tratta di una smentita che per quel che ci riguarda è invece una conferma in quanto non ha interessato l’aspetto di cui parliamo.

La scuola dovrebbe quindi “allontanarsi dall’impronta classica” per orientarsi al lavoro, questo significa che la cultura perde di valore in favore della formazione di lavoratori, non è dunque più il cittadino che interessa all’istruzione pubblica ma la manodopera. Affermazioni che fatte da un ministro dell’Istruzione della Repubblica dovrebbero valere un’accusa di tradimento.

Allontanarsi dall’impronta classica “che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione” significa recidere le radici di una nazione per generare un popolo senza memoria e identità e quindi manipolabile, quello che sognava Henry Ford per i suoi dipendenti quando sosteneva che “la storia è una bubbola”. Allontanarsi dallo studio della filosofia, del greco e del latino, dell’arte e della letteratura significa sfornare una generazione di persone che tendono agli insetti, individui che hanno come riferimento le api operaie e non l’essere umano.

Ma il sistema del saper-fare è fallimentare anche dal punto di vista economico, lo spiega in una precisa e sintetica una riflessione di Ettore Gotti Tedeschi sulla Bussola:

Il modello americano, imposto progressivamente in tutto il mondo occidentale soprattutto dagli Anni ’60, si fonda sul know how, diverso, come già detto, da quello (soprattutto italiano) del know why. In quegli anni, preoccupato da tale “invasione culturale”, J. J. Servan Schreiber (fondatore e primo direttore dell’Express), scrisse un libro fondamentale (che influenzò De Gaulle): Le défi américain («La sfida americana»). Un modello fondato sul “capire come” rende più facili l’accesso al lavoro, l’apprendimento, la produttività immediata dell’avventizio. Ma ne limita la capacita di domandarsi i “perché”. Il modello know how dà buoni risultati in fasi economiche di crescita e sviluppo, ma molto meno in fasi di crisi e di grandi cambiamenti, nei quali capire perché qualcosa deve cambiare è fondamentale e conferisce un vantaggio su chi è, invece, abituato ai modelli concepiti per “casi pratici” e appresi spesso in modo stereotipo.

La svolta della scuola che si prospetta è quindi orientata contro la formazione culturale della popolazione ed appare anche controproducente economicamente, l’unico scopo evidente che resta è la creazione di una massa acritica, di un popolo bue incapace di comprendere la propria situazione e di contrastare il potere politico.

Probabilmente non sono desiderabili studenti di questo tipo:

Intanto una ferita subdola alla scuola tradizionale l’ha inferta l’ultimo concorso dove le prove scritte erano da eseguire al computer in un tempo strettissimo, condizioni nelle quali prevale l’abilità a digitare più che la preparazione. Allo scadere del tempo concesso inoltre chi non ha ‘salvato’ i dati ha perso tutto. Ecco quindi che un candidato con una preparazione mediocre ma veloce a scrivere è stato premiato a discapito di uno più preparato ma lento a smanettare sulla tastiera. Sono questi i professori che vogliamo?

Arriva poi a ripresentarsi puntuale e inesorabile come l’Eurofestival la proposta di accorciare le vacanze estive: “Scuole aperte d’estate e di domenica”, il progetto del ministro Giannini. Un’idea che funziona solo per chi è estraneo alla scuola, come spiega il sito “Orizzontescuola“:

comunicato Partigiani della scuola pubblica –  La tattica della rana bollita non funzionerà con il corpo docente, vogliamo comprendere bene le intenzioni del ministro, che, con la scusa del fine sociale (togliere i ragazzi dalle strade delle periferie dei grandi centri), pensa di attuare il suo vecchio progetto di prolungare l’orario di lavoro delle varie figure professionali in cambio di nulla o di una mancetta.

Attenzione! I giorni di scuola previsti attualmente in Italia sono dello stesso numero esistente negli altri paesi UE, con lievissime differenze. La media europea è di 185 giorni all’anno, noi ne facciamo ben 200 come Danimarca e Olanda. In tutta Europa, le ore di scuola coprono generalmente 5 giorni la settimana, eccetto in Francia dove è di soli 4 giorni, e in Italia, dove, in pratica, molte scuole hanno lezioni su 6 giorni.

Le vacanze estive da noi e in altri Paesi come Spagna, Cipro, Malta, Grecia, Portogallo durano circa 13 settimane, a causa, come è facile intuire, del clima torrido estivo. Negli altri Paesi, come la Germania, le vacanze estive sono molto ridotte, ma durante l’anno sono previste numerose pause anche piuttosto lunghe (come la vacanza di primavera e quella d’autunno).

E allora, cosa ha da recriminare il governo? Dobbiamo allinearci all’Europa solo quando fa comodo ai suoi interessi (la propaganda politica, il facile consenso della gente disinformata, ben aizzata contro gli insegnanti in decenni di discredito ben studiato a tavolino)? E i ragazzi…siamo sicuri che possano godere di benefici da questo eventuale cambiamento? Il ministro assicura che il prolungamento delle attività scolastiche non riguarderà le materie tradizionali ma altre attività come lo sport, la musica, attività di laboratorio che avvicinano i giovani ad un mestiere. Ecco che ritorna la questione “preparazione al lavoro”, il vero motivo dell’interesse “magnanimo” dei nostri governanti. L’alternanza scuola-lavoro si è già palesata come sfruttamento più che come reale formazione utile agli obiettivi dichiarati, come creazione di future manovalanze a basso costo più che come sviluppo di cittadini pensanti e consapevoli. Sono numerose le voci che testimoniano questo, abbiamo avuto modo di constatarlo di persona, specialmente in certe zone meno ricche del nostro Paese.

La scuola è evidentemente il terreno dove si gioca il confronto decisivo per il controllo del consenso, se resterà un luogo di formazione critica e apprendimento culturale la società del politically correct, del primato della finanza sui lavoratori, della legge degli economisti su quella degli Stati, della disinformazione, prima o poi verrà a perdere il consenso. Se invece passerà il modello tedesco-americano la battaglia sarà persa.

Sarà persa, non per sempre. O forse sì.

 

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Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

22 commenti

  1. Salve.
    Articolo, se mi posso permettere, affatto ottimo, capace di focalizzare pienamente sui punti della questione, ovvero l’immediocrimento (mi passino il termine) dell’istruzione italiana volto all’annullamento di ogni criticismo e consapevolezza, in ossequio al principio di eteronomia su cui si fonda il liberismo-capitalismo. Vi sarebbe molto da dire, ma sarò breve per questioni di tempo personale.
    Apprezzo inoltre l’aver citato il caso dello studente di Catania, nonché questo tipo di distinzione tra economia del “know how” e del “know why”, che non conoscevo ma che avevo già interiormente intuito e concepito.
    Interessante citare Ford, non a caso un uomo simbolo del capitalismo; per capire che razza d’individuo fosse, basterà rammentare ch’egli fu massone, e che rifornì materialmente e cospicuamente Hitler nel secondo conflitto; tutto questo per mero tornaconto economico.
    Dinanzi a questo orrido marciume, vengo sovente preso dal tragico pensiero che l’unico scongiuramento ad oggi possibile sia un’apocalisse.

    • La distinzione tra “know how” e “know why” è stata una felice sintesi di Gotti Tedeschi che anche io ho subito percepito come vera e centrale.
      Su questo punto vorrei focalizzare i prossimi articoli sulla scuola §(che è una categoria nuova per il sito).
      Come ho scritto sopra ritengo che sia la frontiera strategica sulla quale si gioca il futuro, e non è la solita frase retorica.

    • I criteri di selezione certamente non possono essere centrati sulla velocità a digitare sulla tastiera, questo è un evidente segno che qualcosa non va, quando i colleghi me l’hanno raccontato non volevo crederci.
      Da buon ingegnere caro Luigi introduci idee nuove, potresti chiarire ad un pofano come me come potrebbe funzionare un meccanismo di guadagno d’anello?

      • luigi mojoli on

        I sistemi di regolazione osservano la differenza X tra il risultato effettivo, U, in uscita, e quanto si voleva, E, passato come entrata al sistema: X = U – E è lo errore presente. Questo errore, cambiato di segno, è amplificato G volte e applicato all’uscita: U = G X. Sostituisci e risolvi, troverai U = E G/(G+1). Se il guadagno è grande, G>>1, trovi U circa uguale a E. Che è quello che si voleva.
        Il tutto appare in forma grafica come un anello perché l’uscita U è riportata indietro (feeback) e sottratta all’ingresso E. Ritardi e guadagni eccessivi portano a sovracomando, oscillazioni, fino a che l’ubriaco o lo spaventato finisce nel fosso. Provare per credere. Un modo per iniziare subito male e finire peggio è un anello con reazione positiva, invece che negativa: l’errore X non è più sottratto ma sommato. Qui la divergenza è molto più facile da capire: più neutroni bombardano atomi, più atomi si spaccano, producendo più neutroni… Nella scuola la reazione positiva è ovvia, un peggioramento (qualunque ne sia la causa) di studenti di oggi provocherà un peggioramento degli insegnanti di domani, che sono ex studenti. Ovviamente la tendenza a divergere c’è anche in caso di miglioramento. Le divergenze sono sempre limitate da saturazioni, come c’è il fosso per l’ubriaco. Il pilotaggio di sistemi instabili non è impossibile, ma è difficile. Tutti i caccia moderni sono macchine intrinsecamente instabili. Ma come tali sono progettate. Il guaio grosso è la totale ignoranza dei meccanismi.

      • luigi mojoli on

        Il messaggio mi è partito per errore e senza conclusione:
        Mi chiedi come potrebbe funzionare un meccanismo di guadagno d’anello.
        Come tutti gli altri, come sempre. Non è una invenzione da fare, o di ieri.
        Per prima cosa un feedback ha da esserci. Come vuoi che funzioni un anello se non c’è? Esiste una reazione tendente a migliorare il “prodotto finito” ? No. Esiste una catena di comando che funzioni? No. Le famiglie già spennate dalle tasse possono scegliere alternative quantitativamente significative? No. Ma il popolo vorrebbe alternative? No. Nessuno vive di aria. Non la scuola pubblica e non la scuola privata. Vero che il soldi che vanno alla scuola privata sono rubati alla scuola pubblica? Si. Nella opinione maggioritaria.
        Come sono prese le misure INVALSI e simili? Con fastidio. In definitiva: non esiste alcun meccanismo di regolazione, né si vuole che esista. Da anni gli addetti ai lavori ammettono che la scuola è autoreferenziale. Parolona.
        Ma guai a spiegare il significato al popolo.

        • Mi viene da considerare che la retroazione dipende da cosa si intende per errore da sottrarre perché a me sembra che quel che per la ministra è un output positivo per me è negativo e viceversa.
          Se quindi la scuola viene impostata per esaltare degli output negativi quello farà, e anche gli strumenti di valutazione come Invalsi o altro valuteranno secondo quei criteri.
          Ecco perché il primo, importante, passo da fare è contestare gli obiettivi.

          • luigi mojoli on

            Hai toccato il punto, ma anche eluso la questione.
            Il punto è che l’istruzione è stata tolta dalle mani delle famiglie, rese anche impotenti e non più volonterose di scegliere l’istruzione da impartire ai figli. Lo Stato dice: zitti voi, ci penso io. E quindi la meta è stabilita. A te non piace? Peggio per te.
            La questione è che il gran nocchiero non ha né i mezzi né la capacità di controllare la rotta. Ci sono tanti nocchierini che fanno quello che gli pare.
            La mia idea è che quando viaggio io e solo io devo scegliere dove andare, e quale linea aerea usare. Poi però in cabina non posso e non devo accedere. L’Amministrazione, deve occuparsi delle regole del volo, dell’addestramento dei piloti, del controllo della loro salute. Incidentalmente: un pilota privato è controllato ogni due anni in volo. Un pilota di linea ha un esame ogni sei mesi. Mica può dire: ho un titolo di studio io! Nessuno può sindacare il mio operato!
            Notizia di oggi: ben pochi studenti esteri vengono in Italia col programma Erasmus , molto meno che in Spagna. Davvero è “per la difficoltà della lingua” ?
            Continuiamo a prenderci in giro.

          • Le famiglie a mio parere non sanno neanche quale educazione vorrebbero, più che essergli stata sottratta dallo Stato gliela hanno mollata lavandosene le mani.
            E adesso quei pochi che vorrebbero sceglierla hanno problemi a farlo.
            La direzione è quella di una burocratizzazione che uccide la cultura.
            Per me ci si potrà difendere solo rifiutando le direttive negative che verranno via via proposte.
            Si chiama ribellione.

  2. Fabio Vomiero on

    Problema poliedrico e di una complessità enorme quello sollevato dal prof.Pennetta. Personalmente sono sostanzialmente d’accordo con il taglio critico dell’articolo anche se, come in tutte le cose, penso ci sia sempre da distinguere e da approfondire. Ad esempio che ci sia una scuola di stampo ancora troppo “classico”, o con scarso collegamento con il mondo del lavoro, può anche essere parzialmente vero. Non si capisce come mai infatti per uno studente medio italiano sia normale per esempio parlare di Omero o di Shakespeare e sia invece inquietante parlare di meccanica quantistica o di fisiologia dell’appartato nervoso. Quindi per classico intendo anche storicamente sbilanciato verso la sfera umanistica, mentre il mondo attuale per essere ben capito e cavalcato richiederebbe a mio avviso strumenti critici e analitici che derivano soprattutto una solida formazione scientifica. Non è ammissibile che per esempio in un liceo italiano standard non sia ancora previsto l’insegnamento dell’informatica. Comunque il problema principale secondo me è il fatto che, anche se è sempre bello parlare di riforme, così come di innovazione di cambiamento, poi però bisogna anche essere in grado di farle bene e di non creare danni, altrimenti è più prudente rimanere con i “vecchi sistemi”. C’è poi il problema degli insegnanti, perché poi, come sempre, sono le grandi menti a fare la differenza, nonostante la precarietà del sistema. La preparazione di un insegnante, infatti, dovrebbe essere robusta e verificata (in qualche maniera), sia in termini di didattica, ma soprattutto in termini di preparazione psicologica, pedagogica ed empatica. Questo è un lavoro di grande responsabilità e per gente predisposta, non è un lavoro per tutti, né di ripiego, come taluni magari potrebbero ancora intendere, allo stesso modo del medico, dello scienziato, e utopicamente anche del politico. C’è inoltre il problema dei ragazzi, spesso problematici, e quindi di tutto l’aspetto legato ai molto spesso opinabili modelli di educazione e i labili esempi comportamentali che molti genitori stanno pericolosamente offrendo ai loro figli. Insomma, il problema è, come sempre, molto ampio e complesso.

    • Sig. Vomero, come non concordare con le sue osservazioni, devo comunque notare che la lamentata poca conoscenza della fisica quantistica ecc… sarebbero ancora parte di un patrionio di conscenze che esulano dal know how e paradossalmente si avvicinano a quella che sarebbe una conoscenza classica, nel senso di argomenti che non hanno immediate ricadute occupazionali.
      La Presidente del CERN ha studiato presso un liceo classico, così come molti fisici, in realtà non esiste un’alternativa tra i due saperi ma una complementarietà.
      Vanno quindi esaltati entrambi e rifiutate tutte le pressioni verso un’alternanza scuola lvoro che non serve a nessuno come ben spiega lo scritto di Orizzontescuola.
      Il livello dei docenti non sempre è adeguato ma ci sono, per fortuna, ancora delle persone meravigliose, sempre che li si lasci fare i docenti e non i burocrati, tendenza oggi in atto.
      Olltre alla formazione dei nuovi docenti la fragilità degli studenti è un problema reale che è frutto di una società sofferente che crede di essere il migliore dei mondi possibili e aumenta le dosi delle “medicine” che l’hanno avvelenata anziché rimettersi in discussione.
      Ma qui il discorso è lungo, il che vuol dire che va fatto ma richiede una riflessione ampia.

  3. Fabio Vomiero on

    Certamente concordo con lei prof. Pennetta. La mia osservazione infatti voleva riferirsi ad un auspicabile rafforzamento della formazione scientifica, che spesso risulta essere un pò latitante in un mondo che invece è molto scientifico, senza però rinunciare a quella umanistica, ci mancherebbe, anch’io credo nella complementarietà e non nella parcellizzazione dei saperi. E anch’io per fortuna conosco personalmente alcuni insegnanti che sono persone meravigliose e molto preparate. La saluto cordialmente.

  4. Non possiamo guardare la scuola come ad un sistema isolato, non lo è, anzi è forse il meno isolato di tutti essendo lo snodo/fulcro per il passaggio dall’ignoranza al sapere, dall’innocenza alla coscienza, dalla generazione dipendente a quella quella costruente.

    Siccome chi fa le leggi non è certamente un idiota questo lo sa per cui devo concludere che certe scelte sono fatte in perfetta malafede.

    Non si vuole affatto una generazione di adulti costruenti ma bensì solamente producenti e consumanti, non si vuole cioè l’affrancamento dalla codizione di dipendente, un bambino lo è per ovvi motivi, ma è la permanenza forzata in questa dimensione ciò che si persegue.

    Questa ultima riforma, la “buona scuola” che a me ricorda tanto il sarcastico “buona donna”, non è peggiore di quelle precedenti ma è solo la loro logica conclusione.

    La cosidetta autonomia ha portato solo ad una burocratizzazione parossistica e alla trasformazione della maestosa figura del preside in quella di un kapò che impiega tutto il suo tempo a leggere circolari, riempire moduli, emettere circolari e, scusate il francesismo, pararsi il culo creandosi attorno un cappannello di persone frustrate con tendenze “sadico anali” nei confronti di studenti e docenti non allineati e viscidi e servili (Unica citazione da salvare dal film Paolo Barca maestro elementare praticamente nudista – Pozzetto] verso il kapò.
    Naturalmente visto che le squole (intenzionale) per continuare ad esistere devono raggiungere un certo peso i kapò vanno in giro a dire che “nella nostra scuola non si boccia nessuno” per aumentare la clientela. Poi spiegano che questo avviene grazie ai programmi di recupero ai vari sportelli ecc. ecc. ma si sa che non è così, spesso ciò che decide il numero dei respinti sono proprio considerazione di tipo “logistico” oltre al terrore di essere portati in giudizio da genitori incoscienti e magari giudicati insegnanti inefficienti dal ministero.

    Le scuole ormai si sono ridotte a dei pollai di studenti che servono quasi solo a salvare le apparenze e a delle conigliere di docenti tremanti che mormorano nei bassifondi e poi votano nei collegi ciò che viene imposto.

    Altro vulnus è stata la trasformazione berlusconiana in “tutti licei” con il risultato della distruzione degli istituti tecnici e dei professionali.

    La preparazione degli studenti è spaventosamente bassa, lasciamo stare la fisica quantistica, sarebbe già qualcosa se conoscessero alcuni rudimenti della fisica classica, ma no, posso testimoniare per conoscenza diretta che ci sono studenti in iV di un Ipsia che non conoscono nemmeno la legge di Ohm se non nella forma memorizzata V=R*I ma non la hanno capita n’è sono capaci di ricavare I dati R e V, non sanno impostare un’equazione di I grado ma “studiano” gli integrali.

    Manca totalmente la capacità interdisciplinare, quel poco che si studia lo si fa a comparti chiusi e non passa nemmeno per la mente che le varie discipline siano in qualche modo collegate.
    Se si studia si studia per l’interrogazione; ho sentito con le mie orecchie uno studente che non sapeva rispondere ad una domanda protestare perchè l’argomento era stato svolto nel primo quadrimestre e quindi lui npn se lo ricordava più. E siamo parlando di materie tecniche!

    Il livello di preparazione è spaventoso, certe interrogazioni che oggi strappano il 6 o anche il 7 ai miei tempi sarebbero state valutate al massimo da 3.

    E’ ovvio che per questo tipo di scuola i docenti dattilografi vadano più che bene.
    L’importante è far contare il numero di PC nuovi ai genitori durante le giornate di “scuola aperta” e fare un po’ di fuochi d’artificio con manifestazioni ed eventi mondani vari.

    Ovvio che esistono ancora degli ottimi insegnanti, degli ottimi presidi e anche degli ottimi studenti e sicuramente qualche ottima scuola ma la situazione generali purtroppo è quella che ho descritto e nessuno riuscirà a convincermi che non è stata un’opera di demolizione intrapresa e programmata scientemente in vista della società amorfa che si vuole produrre.

    La scuola ormai è come una casa di legno invasa dalle termiti, all’apparenza c’è ma è pronta a crollare in ogni momento.

    • luigi mojoli on

      Per quel che vale, mi permetta di applaudire. Meno di due anni fa, non nella preistoria, feci fatica a far capire la seguente “difficilissima” formuletta ad un pilota:
      Rs = Gs / Ch = (TAS – W) / Ch dove
      Rs = range specifico = km percorribili per litro di carburante
      Gs = velocità al suolo = Velocità all’aria (TAS) meno velocità del vento contrario (W)
      Ch = consumo orario = litri / ora
      E sa chi era questo pilota? Un magistrato che si vantava di due anni di filosofia teoretica. Sono ragionevolmente sicuro che, prima, è uscito dal liceo classico. Se questo è il meglio che abbiamo, accontentiamoci. Attenzione: non ho nulla da dire su una attività da magistrato, attività che non conosco e che non saprei giudicare. Ma sulla istruzione “tecnica” che ha ricevuto sì, ho molto da dire. E nulla di buono.

    • Non mi resta che unirmi agli applausi del caro Mojoli.
      PS per le persone come il magistrato in questione la teoria darwiniana della selezione naturale funziona eccome, sono i tipi come Mojoli che impediscono alla natura di fare il proprio corso… 😀

  5. A me non pare che la situazione della scuola italiana sia peggiorata ulteriormente rispetto a quando andavo a scuola io circa 40 anni fa. Forse è peggiorata rispetto al periodo precedente, quello “pre-contestazione”. L’andazzo è più o meno sempre quello e comunque ognuno si indigna per quello che gli sta più a cuore, sentendo Mojoli la matematica fa la differenza, ma più sopra si diceva (Pennetta e Masiero) che la cultura umanistica è fondamentale. Io, appassionato di storia, ricordo che ai miei tempi c’era gente del classico che faceva confusione tra Rinascimento e Risorgimento e già allora, benché fossi un giovane ribelle (ma abbastanza bravo a scuola), mi indignavo per l’impreparazione di questi coetanei. Poi vorrei anche far notare che se il ministro si ispira alla Germania, l’America non c’entra molto, sono sistemi diversi, in Germania danno supporto alla loro struttura industriale con scuole efficienti, ma non hanno certo buttato alle ortiche la letteratura, la filosofia, la storia e le arti di cui vanno sempre molto fieri e che coltivano sempre assiduamente con ottimi risultati e la solita eccellenza. Magari si riuscisse a copiare un po’ da loro. Per il resto anche io sono contrario alla scuola aperta anche d’estate, ma lì il problema sono i genitori che lavorano e che non sanno dove piazzare i figli. Sono loro che fanno pressioni perché la scuola chiuda giusto quando loro hanno le ferie. Ai miei tempi questo problema non c’era, dei nonni o una madre casalinga ce l’avevano un po’ tutti, ora che la famiglia si è sfilacciata non tutti hanno chi si può occupare dei figli quando non sono a scuola. E’ triste, ma è forse la differenza più importante, anche a livello educativo, rispetto ai miei tempi (che non furono affatto d’oro).

  6. Io non sono molto d’accordo, 40 anni fa pur essendo già iniziata la china discendente non c’era la sciatteria di oggi.
    Premetto che io sono stato un pessimo studente e che mi attribuisco tutti i difetti della media degli studenti odierni, in pratica posso dire di aver provato sulla mia pelle quello che succede oggi.
    Lasciamo perdere il classico dove si preferiva studiare Marcuse piuttosto che Platone ed Aristotele che comunque dovevano essere studiati “per programma”.
    Io mi attengo a parlare delle scuole che ho frequentato, inizialmente Liceo Scientifico e poi un Istituto Teccnico.
    Nell’Istituto Tecnico ho sentito la mancanza della filosofia, dell’Italiano e della storia studiati come si deve, non per nulla la storia me la sono sempre studiata e approffondita per conto mio essendo, anche per me, una grande passione; nelle materie tecniche, e qui ci metto impropriamente anche la matematica che in quelle scuole veniva studiata in modo strettamente applicativo e utilitaristico alla materia di specializzazione, si studiavano eccome e sconti non venivano fatti, le bocciature non erano un tabù. Nel pre-contestazione sicuramente erano ancora più preparati ma tuttosommato devo dire che giudicando l’albero dai frutti, molti miei ex compagni su quella preparazione hanno costruito delle brillanti carriere all’interno di aziende anche importanti, quindi non era così male.
    Io ero un idiota, e studiavo solo ciò che mi piaceva e poi non sopportavo e continuo a non sopportare gli obblighi. gli orari, le giustificazioni, la frequenza ma nonostante questo c’era rispetto per i ruoli e gli insgnanti e presidi che pur spesso avevano “paura” di noi godevano nella maggioranza dei casi di rispetto. Da questo punto di vista il mio pensiero non cambia, la scuola dovrebbe essere aperta e senza costrizioni ma è facile capire che la realtà non può coincidere con questo ideale, i giovani non hanno la maturità per approffittare di questa libertà e ci sono altri problemi legati all’affido e alla minore età, per cui l’ideale rimane un’utopia.

    In ogni caso noi avevamo una prospettiva che poteva passare o meno per l’Università ma che trovava ragionevolmente per tutti una collocazione, oggi non c’è più e se all’epoca io, e altri, facevamo fatica a capire come mai si dovessero studiare delle materie “inutili” figuriamoci oggi dove la prospettiva è inesistente.

    Non è vero che la preparazione di allora era uguale a quella odierna, assolutamente no, c’è un abisso in mezzo e a scavare questo abisso ha contribuito in maniera determinante la serie di riforme, l’introduzioni di concetti astrusi quali “le competenze”, “l’iclusione” e via discorrendo.

    C’era, nonostante tutto, un desiderio di conoscenza, insomma voglio dire che era sicuramente meglio leggere il deleterio Marcuse che giocare da mane a sera con lo smartphone.

    Per quanto riguarda la contrapposizione fra la cultura umanistica e quella scientifica, a loro volta contrapposte a quella tecnica, secondo me sono delle divisioni speciose, in fin dei conti la matematica la dobbiamo in gran parte ai filosofi e la filosofia ai matematici, o no?

    La divisione è stata voluta in una società fortemente classista ed è a mio aviso sbagliata ma meno sbagliata del calderone informe di oggi che sforna decine di competenti incapaci.

    Vorrei sviluppare ulteriormente, ma il dovere mi chiama. devo correre al lavoro e sono in ritardo.

  7. Parliamo sicuramente di “scuole” diverse seppur contemporanee, io ero a Milano in quegli anni e si sparava per strada, i prof erano impauriti e succubi dei violenti, adesso li vedo meno minacciati e per quanto mi riguarda hanno la bocciatura facile, mentre allora era l’epoca del “6 politico”. Ogni generazione ha la tendenza a sopravvalutarsi, dopo essere stata disprezzata dalla generazione precedente, non ho ancora sentito fare il contrario, ma questo fenomeno è noto sin dall’epoca classica (i “laudatores temporis acti”, i nostalgici, quelli per cui il passato è sempre meglio del presente ci saranno sempre e pure io cado spesso in questa trappola).

  8. Effettivamente da noi non si sparava, grazie a Dio, ci si limitava a qualche zuffa.
    E’ vero che gli insegnanti erano intimiditi, ma non più di tanto, sapevano muoversi.
    Il 6 politico da noi non c’è mai stato, si è fermato alla Facoltà di Architetture di Venezia e non ha mai varcato il Piave, ancora una volta grazie a Dio.

    Quello che dici sulle generazioni è vero, mi ricorso mio nonno che quando voleva disapprovarci se ne usciva sempre con un “verrà la guerra!” con tutto ciò che questo implicava nel suo pensiero di ragazzo del 99, Cavaliere di Vittorio Veneto, e poi padre di famiglia che nonostante i guai combinati da mio padre è riuscito a traghettare 5 figli attraverso quella tempesta.
    Sì è vero tendiamo a sopravalutare la nostra esperienza, ma dopo trent’anni che non mi occupo di elettrotecnica io le cose le so ancora perchè le ho capite e le ho capite perchè le ho studiate anche grazie ai calci nel deretano di mio padre. Oggi questi sedicenti studenti, fatte ovviamente le debite eccezzioni, non capiscono perchè non studiano perchè non hanno stimoli per imparare e capire, il massimo che fanno è imparare a memoria.

    Non mi sento di tirare croci a questa generazione perchè molte di più colpe ne ha quella dei loro genitori, ma la situazione è questa purtroppo.

  9. A parte i ricordi personali, oggettivamente ad esempio quando andavo io al liceo scientifico esisteva ancora la traduzione dall’italiano al latino, cosa che sarebbe presto scomparsa.
    Molto ridotto anche lo studio a memoria.
    Il sei politico esisteva solo in realtà ristrette e in linea di massima si bocciava senza tanti complimenti e con i voti cerchiati in rosso sul tabellone, adesso per la privacy non si sa più nulla.
    I ragazzi sgridati se la prendevano ma non andavano in analisi.
    Presi tra adulti che fanno i ragazzini e una tecnologia fatta apposta per friggere i cervelli fin troppo fanno i ragazzi di oggi, ma questo non cambia il dato di fondo che sono molto più impreparati sia culturalmente che psicologicamente ad affrontare le difficoltà.

    • Sì Enzo, io non stavo certo incolpando i ragazzi che purtroppo sono le prime vittime di questo sistema.

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