Bonaventura versus Rorty, o sul fondamento della verità

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Che cos’è la verità? (Nikolaj Nikolaevič Ge, 1890)

 

Bonaventura versus Rorty, o sul fondamento della verità

di Giorgio Masiero

A 800 anni dalla nascita di S. Bonaventura da Bagnoregio, ripassiamo una lezione di filosofia del grande maestro medievale

Viene prima l’essenza o l’esistenza? Questa è la grande domanda. Nell’800° anniversario della nascita di S. Bonaventura (1217-1274) mi sono riletto due libretti di questo teologo, essendo passati molti anni da quando studiai al liceo il suo approccio al dogma cristiano della Trinità e la sua reinterpretazione dell’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta. Bonaventura visse in tempi straordinari, di grandi rivolgimenti. Stavano emergendo allora gli stati che avrebbero dominato il teatro europeo e col colonialismo anche il resto del mondo per 7 secoli. Era l’epoca della rinascita delle città e della nascita dell’economia di mercato, con una prima finanza internazionale inventata e gestita dai mercanti italiani. Dopo mille anni, le classi laiche urbane tornavano ad esser centri di dinamismo nella vita sociale. Nel campo scientifico, la scoperta dell’intero corpus aristotelico sfidava il sapere tradizionale con nuovi, potenti concetti che avrebbero rivoluzionato lo studio delle arti del trivio e del quadrivio. Erano i vagiti del mondo moderno.

Bonaventura fu, con l’amico e collega all’università di Parigi Tommaso d’Aquino, uno dei protagonisti politici, culturali e religiosi dell’epoca. Davanti all’offerta di mille prospettive, che poi significa assenza di prospettive certe, Bonaventura riconobbe un solo punto fermo dove fondare la sua sintesi magistrale di metafisica greca e teologia cristiana: la centralità di Cristo, “nel quale tutte le cose sono state create” (Giovanni, 1.3) ed “attraverso il quale tutte le cose ritorneranno al Padre” (I Corinti, 3.21-23; 15.28). È una semplice legge fisica: se un punto è il centro d’un sistema – Cristo di tutta la realtà, secondo la Scrittura –, allora solo da quel punto di prospettiva si può comprendere il sistema nel suo dinamismo. Poiché noi uomini siamo intelletti incarnati in dati domini di spazio e di tempo, siamo inclini ad illusioni di prospettiva che ci portano ad errori di scala nei giudizi. Se teniamo una penna vicina alla faccia, una montagna o un palazzo distanti ci appariranno più piccoli della penna; se ci muoviamo per nave in un giorno di bonaccia, ci pare che sia la terraferma a muoversi all’indietro. La nostra natura caduta, che seguendo Agostino Bonaventura descrive come un ricurvarsi su noi stessi, esacerba e maschera queste illusioni di scala e di movimento.

Tra le riflessioni di Bonaventura si trova la seguente: “È insito nell’anima l’odio della falsità [1]; ma ogni odio nasce dall’amore [2], perciò è molto più radicato nell’anima l’amore della verità [3] e specialmente di quella verità per la quale l’anima è stata fatta [4]” (De mysterio trinitatis). Ho evidenziato con i numeri da 1 a 4 i passaggi logici con cui, come per i gradini di una scala, Bonaventura ci facilita l’ascesa verso il traguardo della sua tesi: su Dio soltanto, “quella verità per la quale l’anima è stata fatta”, si fonda la verità. Quel “per la quale” è complemento di causa e allo stesso tempo di fine, indica la Causa efficiente all’origine dell’anima umana e la Causa finale cui essa per natura tende. La tesi non è tanto l’esistenza di Dio, che per Bonaventura si acquisisce indirettamente dallo “splendore delle cose” e direttamente “quando ci volgiamo alla nostra anima” che di Dio è immagine (“Itinerarium mentis in Deum”), ma piuttosto l’equivalenza tra esistenza di Dio ed esistenza della verità. È un sillogismo stringente, contro il quale l’ateismo può opporre solo la tesi opposta: il relativismo, ovvero l’assenza di ogni verità.

Nella ricerca d’una conoscenza sicura, vera, Bonaventura parte dalla realtà dell’amore insito nell’anima umana, perché noi uomini da ragionatori siamo meno sicuri di ciò che sappiamo di quanto da amanti siamo fedeli a ciò in cui crediamo. Dopo, solo dopo aver scelto l’oggetto da amare, ci mettiamo a speculare per giustificare, perché chi crede per amore cerca anche ragioni che lo confermino nella sua fede. Che cosa c’è di più dolce che capire ciò che si ama? Così la filo-sofia (che è amore-di-sapere) nasce dal bisogno del cuore di gioire più pienamente, insieme all’intelletto, degli oggetti della propria fede.

Uno dei filosofi più rappresentativi del nostro tempo, Richard Rorty (1931-2007), conferma col modus tollens, vale a dire rovesciandolo, il ragionamento di Bonaventura: dall’assunzione dell’inesistenza di Dio deriva l’insignificanza della verità e l’impossibilità della conoscenza. Per Rorty, “la verità è semplicemente il complimento tributato ad una frase che si sia dimostrata utile”. La filosofia, la politica, l’etica, tutte le scienze? Solo storytelling, arti per coprire i “miti” che gli uomini si danno in ogni epoca ai loro scopi utilitari.

Questo pensatore americano va preso sul serio, anche quando sembra schiantarsi sui suoi paradossi. 20 anni fa, in pieno boom economico, in un mondo a totale egemonia USA per il quale i politologi e gli economisti annunciavano da pannelli computerizzati la fine della storia, Rorty previde l’avvento di un Trump a capo del declinante Impero: “I membri dei sindacati e i manovali non organizzati si renderanno conto prima o poi che il loro governo non solo non cerca di fermare la caduta dei salari, ma nemmeno di frenare l’esportazione dei posti di lavoro all’estero. Capiranno pure che tassare di più i colletti bianchi – anche questi disperati di perdere il loro tenore di vita – non porterà benefici sociali a nessuno. A quel punto, qualcosa si spezzerà. L’elettorato urbano deciderà che il sistema è fallito e comincerà a guardarsi intorno in cerca di un uomo forte da votare, di qualcuno disposto a garantire che, una volta eletto, caccerà i burocrati compiacenti, gli avvocati azzeccagarbugli, i venditori strapagati di titoli e i professori postmoderni” (“Achieving Our Country”, 1998). Rorty era un uomo della sinistra americana, ma criticava il partito democratico “per esser passato dal pragmatismo alla teoria”. Naturalmente nessuno da quelle parti politiche lo ascoltò…, anche perché “non aveva soluzioni da offrire”, lo accusò il New York Times, che dell’establishment liberal-democratico globale è un think tank. Ed era la pura verità: Rorty non aveva controproposte, tanto che arrivò a dire che anche l’uomo forte, una volta arrivato al potere, non avrebbe fatto che peggiorare la situazione “venendo velocemente a patti con i superricchi internazionali”.

Né l’antiteorico Rorty avrebbe mai potuto avanzare controproposte: “Non esiste un modo di fondare la conoscenza”, aveva insegnato per mezzo secolo ai suoi studenti. La verità come specchio mentale della realtà? Un’illusione dell’io: non esiste nessuno specchio della cosa nella mente – la scolastica adaequatio rei et intellectus –, aveva predicato dalla sua cattedra a Stanford. In Occidente i filosofi a lui consonanti oggi dicono: esiste solo il vuoto. Rorty fu il gran sacerdote degli attuali relativismo e nichilismo, cresciuti nel secolo breve dalle ceneri di due guerre mondiali procurate dall’Europa e dal fallimento delle due grandi – “totalitarie” – opposte ideologie nate nel suo grembo. Una filosofia dolce quella di Rorty, compassionevole e tollerante. Un pensiero debole, senza alcuna visione di futuro.

Nel XXI secolo, con l’emergere di modelli culturali nell’Est e nel Sud del mondo aventi forti proiezioni nel futuro, la situazione dei seguaci di Rorty nell’Ovest è entrata in un vicolo cieco: avendo dichiarato impotente l’intelletto, sono ricaduti ironicamente nel fideismo. Essi devono pur scegliere un posto dove poggiare i piedi. Per la scelta del posto possono addurre una spiegazione o un’altra, ma non possono dire che la spiegazione addotta è razionale, per la semplice ragione che la negazione di ogni connessione razionale tra la mente e la realtà è l’assunzione centrale del loro credo. Per essi esiste solo, “fino in fondo”, la contingenza, che – come dice la parola – non promette soluzioni né stabili né universali. La scelta relativista quindi, non è una costruzione dell’intelletto, né una decisione della libertà (“La libertà è solo il riconoscimento della contingenza”, ecco un’altra assunzione di Rorty fatta propria dai neuro-riduzionisti che si fanno passare per scienziati), ma una preferenza casuale e infondata, lo specchio perfetto d’una visione della natura accidentale e irrazionale fino in fondo. Questo punto di vista depriva il relativismo contemporaneo delle certezze del vecchio razionalismo, che dall’illuminismo settecentesco al positivismo ottocentesco al fisicalismo novecentesco ha guidato per secoli in Occidente l’opposizione alla religione. Questi ismi potevano ancora pretendere di guardare dall’alto della torre della “ragion pura” i credenti in basso, che s’inducono a fare le scelte di vita sulla base della fede; oggi invece, quando il relativismo deride i credenti, i risolini gli ritornano indietro nel momento in cui si professa infondato.

In apparenza, il relativista e il credente si appoggiano sullo stesso terreno, anzi sulla stessa mancanza di terreno. Ma c’è l’impeto della vita ad obbligare tutti ad una scelta. E qui scatta la differenza. Il relativista non può rivendicare per sé la dignità d’una decisione razionale, perché ciò che fa si riduce ad una scelta arbitraria dell’io contingente e condizionato. Nella tradizione cristiana, al contrario, la decisione di fede implica un riferimento della libera volontà alla realtà “del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili” (“Simbolo degli Apostoli”). La decisione di fede è pregna di ragione “dal Principio” e perciò di verità. Il credente si consegna all’Intelletto creatore del mondo e al mondo così come fatto da Lui, in quel racconto intelligibile che è l’economia della salvezza.

Non c’è nulla nel profondo di noi, eccetto ciò che noi stessi vi mettiamo”, insegnava Rorty. Esatto, se Dio non c’è: tutto ciò che rimane allora è una proiezione labile del labile flusso della coscienza, in continua mutazione meteorologica. Sartre l’aveva chiarito prima di Rorty nel 1945, quando aveva dedotto l’inesistenza di Dio dal principio “l’esistenza precede l’essenza”. L’essenza è ciò che definisce un’entità qualsiasi, una pietra, una rosa, un uomo o una donna. “L’uomo prima di tutto esiste”, aveva proclamato Sartre, “incontra sé, cresce in questo mondo … e solo più tardi definisce ciò che vuole essere … Comincia da nulla e nulla è fino a quando diventerà ciò che vorrà di sé. Non c’è nessuna natura umana, perché non c’è nessun Dio a concepirla” (“L’esistenzialismo è un umanismo”, grassetto mio).

Dalla visione per cui non esiste una natura umana specifica, per cui ogni umano nasce come “nulla” e si auto-progetta “solo più tardi per definirsi ciò che vuol essere”, conseguono la fluidità LGBT del genere o l’equiparazione del matrimonio ad ogni unione d’amore o la legittimità dell’aborto, della pedofilia ed anche dell’infanticidio e della soppressione delle persone meno abili o non più produttive, ecc., ecc. Caduta ogni verità anche nella scienza sperimentale, che oggi è salvata solo come tecnica, il conflitto che i vecchi ismi collocavano tra scienza e fede si è spostato al livello metafisico sull’essenza dell’uomo: l’umanesimo liquido di oggi postula l’ateismo, perché non ammette alcuna legge a priori, né morale (vietato vietare!) né fisica (i molti mondi della cosmologia), né alcuna scala di valori cui la condizione umana sia vincolata per natura.

Dio e la libertà assoluta necessaria a determinare la propria essenza non possono coesistere [1]; gli umani sono liberi di fare ciò che vogliono di sé [2]; quindi Dio non esiste [3]: la visione casuale del relativista è la copia negativa della concezione causale di Bonaventura. Bonaventura, con gli altri filosofi medievali a partire da Avicenna (980-1037), aveva il credo opposto: l’essenza precede l’esistenza, dove l’essenza è la forma voluta da Dio per ogni creatura chiamata all’esistenza. Nella visione religiosa, nessuna entità ha in sé la ragione della sua esistenza eccetto, per definizione, Dio. L’essenza è una possibilità di esistere, ma solo il Padre ha il potere di portarla fuori dal nulla ad esistere. Per il cristiano in particolare, Cristo è il Logos, attraverso il quale, dal quale e con il quale tutto è stato fatto. Non un capello cade dal capo, non una rondine vola nel campo, non un filo d’erba si muove al vento per caso, ma tutte le cose sono intrise dell’essere e dell’intelligibilità derivanti da Cristo che è uno con il Padre.

Dai tempi di Bonaventura, le scoperte scientifiche di 8 secoli ci hanno portato ad apprezzare ancor più la complessità del mondo, e ciò ha indotto alcuni a ritenere che tale complessità sia più reale del suo Autore. Dio sarebbe un prodotto della mente umana, non l’uomo un prodotto della mente divina. Da tale capovolgimento di prospettiva seguì un altro, secondo cui la missione degli esseri umani non è di operare il bene in questo mondo per vivere vicino a Dio nell’altro, ma di lavorare per acquisire un dominio sempre maggiore sulla natura. Persa di mira la prospettiva dell’eternità, l’uomo ha concentrato la sua attenzione a tracciare con sempre maggior successo tecnico la sua traiettoria nello spazio-tempo. La secolarizzazione ha trovato inizialmente il fondamento della conoscenza e dell’azione nella rivoluzione scientifica, e poi via via nella ragione, nel pragmatismo, nell’interesse illuminato personale o di classe, nell’auto-realizzazione, nella volontà di potenza, ecc. Oggi si chiude nel nichilismo e nel relativismo, dove l’umanesimo è distrutto dalla pretesa continuità della specie umana con la materia e dalle chimere del transumanesimo e la razionalità è negata dalle scelte accidentali dei singoli, ricurvi sotto il peso delle proprie pulsioni.

Potessimo chiedere ragione di questa per-versione a Bonaventura, egli ci risponderebbe probabilmente con la sua dottorale sapienza mista a serafica semplicità: “Dipende dalla prospettiva di osservazione! Se non parte da Dio, la parola verità non ha senso e neanche se vivrai mille anni riuscirai a conoscere la natura di una pagliuzza o di una mosca”. O ripetendo parole antiche di 3.000 anni: “Quanto vi siete pervertiti! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: «Non mi ha fatto lui»? E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce»?” (Isaia, 29.16).

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

21 commenti

  1. Grazie prof. Masiero sempre illuminante, mediterò su questo prezioso articolo, ripassandone i contenuti. Non so se avrò qualcosa da aggiungere di mio, anche perché c’è ben poco da aggiungere, temo solo che si aprirà la solita discussione “increduli contro credenti” che lascia tutti sulle proprie posizioni dopo averle difese nei soliti modi più o meno brillanti. Del sillogismo di S. Bonaventura apprezzo in particolare il riferimento all’amore (per la verità), chi ama non può che credere.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Muggeridge.
      Finora nessun “incredulo”, tra quelli soliti a intervenire su CS, ha detto la sua per smentire Rorty!

  2. Cacioppo Giuseppe on

    Eccellente articolo del professor Masiero, mi sono sono sorpreso a chiedermi perché riflessioni di tale livello non li trovo sui Giornaloni. Delle due una : o gente come Masiero disdegna la ribalta, ovvero gli attuali padroni del vapore non ritengono che intelligenza e serietà siano pasti digeribili per il popolo. Tornando all’ articolo molte sono le ragioni per credere, soprattutto la straordinaria complessità del mondo di cui facciamo parte e la sostanziale armonia che lo sostiene. Questo fa supporre un centro di verità da cui deriva tutto il resto.
    Dobbiamo chiederci però da dove derivi il crescente successo della tesi opposta, del relativismo. Tesi che , oggi , al tempo del ” chi sono io per giudicare , è penetrata anche in Vaticano. La sofferenza degli innocenti è la principale disarmonia che può giustificare il relativismo.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Giuseppe.
      Per una lunga fase della mia vita, ho scritto (di tecniche: matematica, fisica, economia, industria, ecc.) per lavorare. Ora, arrivato all’età in cui gli uomini si dedicano a filosofare, scrivo per il mio piacere ciò che credo, sfruttando l’ospitalità di CS.

  3. Fabio Vomiero on

    Grazie prof.Masiero per i suoi sempre gradevoli ed interessanti articoli, qualunque tema essi affrontino. Premesso che anch’io sono cattolico e praticante, ma allo stesso tempo, come lei del resto, sono una persona dalla formazione scientifica e fiduciosa nella logica e nei metodi della scienza (sperimentale), i più idonei, a mio modo di vedere, anche nel tentativo di superare l’illusione sensoriale a cui si fa riferimento anche nell’articolo e tendo ad essere una persona concreta e spesso scettica, che non ama particolarmente la filosofia o certa filosofia, e nemmeno certa teologia, le vorrei chiedere, cosa pensa lei in merito al concetto di separazione dei Magisteri? E’ possibile tentare di avvicinare due piani concettuali, due modalità di approccio intellettuale così diverse? Non vanno rispettati, per diversi motivi, sia i credenti, anche i più fervidi (beati loro peraltro) sia gli atei o gli agnostici? Io per esempio nel passato mi sono già espresso a favore della necessaria “separazione”.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Vomiero.
      Ci sono 4 argomenti che mi scaldano l’anima e mi eccitano la ragione più di ogni altra questione: che cosa è reale (e no), che cosa è vero, che cosa è giusto e che cosa è bello. Nessuno di essi è indagabile dal metodo delle scienze sperimentali. Per questa ragione io ho il più grande rispetto per la filosofia (rispettivamente: la metafisica, l’epistemologia, l’etica e l’estetica). Né ho trovato mai un filosofo, anche tra i più lontani dalla mia Weltanschauung, che non mi abbia insegnato qualcosa sull’uno o l’altro di questi argomenti.
      Sulla separazione dei Magisteri – vecchio argomento trattato da Tommaso contro Sigieri di Brabante – ho scritto un articolo due anni fa (http://www.enzopennetta.it/2015/01/i-2-magisteri/ ).

  4. “L’assoluto ateismo (nichilismo [nota mia]) si trova sul penultimo gradino della scala verso la fede perfetta ..”
    Fëdor Dostoevskij
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    Rimango sempre sorpreso di come questi filosofi nichilisti non smettano semplicemente di filosofare, in quanto appurato che nulla ha senso non ha senso neppure dire che non ha senso, per cui o provi a vedere cosa trovi in altre direzioni o salti dalla finestra o ti dai al più sfrenato edonismo ma non dici che è meglio così o giusto cosà in quanto non esiste più nemmeno il giusto e lo sbagliato e non esiste più nemmeno quello che chiamiamo libertà e sopratutto non esiste il vero da cui l’assenza di una qualsiasi verità.

    • Giorgio Masiero on

      Sono d’accordo con Dostoevskij – e con Bonaventura 6 secoli prima di lui! La verità sta nei bisogni più profondi dell’anima di ogni uomo. Per questa ragione, i relativisti e i nichilisti non temono di contraddirsi pur di non rinunciare a proclamare la “loro” verità.

  5. Grazie mille Professore , una bellissima riflessione sulla filosofia medioevale che riusciva nella logica e nella ragione a illuminare la vita e dare accesso al lato mistico senza cadere nei irrazionalismi tanto cari purtroppo alla propaganda pseudoscientifico

  6. GIUSEPPE CACIOPPO on

    Dall’ articolo mi sembra di poter dedurre che se l’ essenza precede l’ esistenza questo presuppone l’ esistenza di Dio, questa è la posizione di Bonaventura e del credente.
    All’ inverso se l’ esistenza precede l’ essenza, quest’ ultima è una creatura della mente umana. Questa è la posizione del non credente. Un’ altra conseguenza che mi sembra di poter dedurre dall’ articolo è che il concetto di verità nonché quello di realtà possono fondarsi solo sull’ esistenza di Dio. L’ ateo non avendo punti di riferimento su cui potere fondare la propria esistenza è quella degli altri precipita nella solitudine e nel relativismo assoluto. Il relativismo porta alla dissoluzione dei concetti di bene, di bello, di giusto. Come diceva Dostojeski: se Dio non esiste tutto è permesso. Insomma se anche Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo perché una civiltà degna di tale nome sembra non possa farne a meno. Attenzione però, parlando di Dio bisogna aggiungere il termine : Cristiano, perché per non cadere nel relativismo bisogna fare le doverose differenze tra le religioni. Se non ci fosse stato Cristo avrei dato senz’altro ragione a Sartre ! A mio parere l’ unica possibilità che Dio esista sta nella verità del Cristianesimo, se Cristo non era figlio di Dio allora Dio non esiste!

    • Giorgio Masiero on

      Il primo insegnamento della Scolastica, il suo punto di partenza, è di portare avanti quanto più possibile l’uso della pura ragione (la filosofia) senza l’ausilio della rivelazione, e dopo, solo quando le possibilità della ragione si siano esaurite, ricorrere alla rivelazione per accrescere la nostra conoscenza.
      L’equivalenza tra esistenza (eventuale) di Dio ed esistenza (eventuale) della verità, Cacioppo, è un risultato della filosofia, un patrimonio comune a Bonaventura e Tommaso da una parte e a Sartre e Rorty dall’altra.
      Io non considero le religioni tutte uguali. Però il relativismo appartiene all’ateismo, non alle religioni non cristiane. Perché se una cosa le religioni hanno in comune, questo è il principio che l’essenza precede l’esistenza, cosicché condividono largamente una concezione comune della natura umana e dell’etica fondata su questa.

      • Cacioppo Giuseppe on

        Desideravo indagare sulle ragioni del credere, ritengo che l’ unica religione plausibile sia quella cristiana, perchè è l’ unica che affronta il problema di Dio senza pretendere di offuscare l’ intelligenza umana. Mi rifiuto di credere che nella dea Kalì o nello stesso Maometto vi siano verità di tipo soprannaturale, sono sforzi umani spesso seguiti da conseguenze disastrose di dare un contorno soprannaturale a vicende molto terrene.
        Diverso è il contesto cristiano che, intanto entra in forte contraddizione con il normale pensiero umano: “ama il tuo nemico”, ma sopratutto non si sottrae all’ indagine del pensiero razionale come dimostra la straordinaria fecondità della teologia e della filosofia cristiana.
        Detto questo il problema dell’ esistenza di Dio non è risolvibile tramite l’ indagine razionale perchè “vi sono tante ragioni per credere e tante per non credere”, il problema più rilevante è la sofferenza degli innocenti a cui non c’è risposta tranne quella muta ed enigmatica della Croce.

        • Giorgio Masiero on

          Non sono d’accordo con Lei, né sull’esclusività della “plausibilità” del cristianesimo, né sull’irresolubilità del problema dell’esistenza di Dio per via razionale. In ogni caso si tratta però di argomenti OT rispetto all’articolo e qui mi fermo.

  7. Buonasera.
    Ringrazio anch’io il professor Masiero per questo pregevole contributo. Ho sempre apprezzato i Suoi commenti di filosofia medievale, certamente non comuni nella rete, almeno a quanto mi risulta.
    Da sempre ritenni di grande importanza culturale, filosofica e morale il Cristianesimo nella civiltà Occidentale; ed è eloquente come questi, giungendo ulteriormente alla propria appercezione, sia ancora capace di andare le contraddizioni e le autoflagellazioni del pensiero postmoderno (che non giudico, solo descrivo). Ritengo, ecco, utile far osservare, tuttavia, come la ricerca della concezione della divinità debba molto all’esperienza cristiana, ma non sia a mio dire riducibile ad un mero cristianocentrismo. Al contrario, è grandemente d’uopo in questo tempo, nel quale si progetta (o si giuoca a dadi) l’annichilimento dei cromatismi culturali apportati dalle varie società umane nello spazio e nel tempo, tentare quanto più possibile di addentrarsi, e di comprendere e concepire e criticare (nel senso greco) qualsiasi manifestazione o presunta tale della divinità nelle religioni. La cosa difficile di tale impresa intellettuale e morale sarà non ridurla ad un vacuo dialogo sincretistico, ma carpire la teleologia comune e unica espressa da sempre, in forme più o meno elevate, dall’animo umano nella ricerca di sé e del Dio.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Alio.
      Sono perfettamente d’accordo. Lei ha colto la necessità e allo stesso tempo il punto di difficoltà di proseguire nel dialogo ecumenico interreligioso, ed anche con chi non è religioso ma crede in una natura umana specifica da preservare.
      Come scrivevo, lo scontro non è più tra fede e scienza, ma è ad un livello metafisico sull’essenza dell’umano.

  8. Professore Masiero, grazie per l’articolo! 🙂 Questa volta mi è piaciuto molto…
    Ho trovato delle risposte belle a tanti interrogativi che spesso mi pongo. Ora, vorrei per un attimo stuzzicare la vostra intelligenza con una riflessione. Questa nostra Società, intesa come insieme d’individui “soci tra loro”, uniti quindi da una visione comune, come può oggi ritrovare quell’unità se ha smarrito ogni collante (sociale, religioso…)? E ancora, per entrare ancora nel profondo, mi chiedo: sarà un caso se oggi i valori ideali più nobili, a cui ogni essere umano aspira, sono in crisi: VERITA’, BELLEZZA, AMORE oppure no? Perché in questo caos ogni nozione di verità è inquinata, tutto viene manipolato in questo tempo di relativismo. Ogni elemento di bellezza viene occultato, trasfigurato e sfregiato e l’orrido viene esaltato in ogni sua forma. E ancora, l’amore diventa malato, falso, usato e manipolato… Allora, non sarà che tutte queste problematiche contemporanee abbiano una sola matrice? Il rifiuto totale della contemporaneità ad una visione ampia della natura umana che comprenda un Autore? Ed ecco dunque vedere oggi questi ideali distorti: una Scienza senza limiti in cui la verità viene resa solamente da risultati in laboratorio o dall’avanzare sinistro di una tecnologia sempre più asfissiante (in cui l’umano si svuota per essere mezzo); il sentimento del bello diventa estetismo, spettacolo, esibizionismo; l’amore diventa “tutto” in una macedonia incolore e senza sapore. In conclusione, la verità, fatta da sempre dalla Scienza e dalla Filosofia oggi viene negata da una TecnoScienza riduzionista e da una Filosofia Postmoderna a sua volta negatrice; la bellezza viene oscurata da arti che impongono l’orrido; l’amore diventa free e liquido e ognuno vive a consumo. Non sarà che oggi occorra riinstaurare un Patto tra Arti, Scienza, Saperi per ritrovare il loro comun denominatore e per ricostruirvisi di nuovo con esso con maggiore autorevolezza e Spirito per un futuro?

  9. Grazie ancora per un altro Suo bellissimo articolo, professore!
    “…perché noi uomini da ragionatori siamo meno sicuri di ciò che sappiamo di quanto da amanti siamo fedeli a ciò in cui crediamo. Dopo, solo dopo aver scelto l’oggetto da amare, ci mettiamo a speculare per giustificare,…”.
    Questa frase mi ha stimolato la conseguente riflessione che la primazia (in termini di successione temporale, ma anche di valore) dell’amore sulla speculazione (ed in generale su ogni ragionamento e calcolo) fa parte della nostra natura. Ecco che quindi i relativisti e nichilisti violentano la nostra natura, assegnando invece la primazia alla speculazione, a seguito della quale però l’amore non interviene più perchè nel frattempo, di speculazione in speculazione, di ragionamento in ragionamento, l’amore è stato distrutto, è morto. Difatti quali prospettive hanno mai da proporci i relativisti e nichilisti, se non di disincanto e di cinismo, di nulla di sublime cui valga la pena dedicarsi?…

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Adason.
      Non sono sicuro se i relativisti “violentano” la natura umana, o piuttosto la assecondano nei suoi aspetti animaleschi e irrazionali perché rifiutano ogni restrizione, e poi, solo poi, speculano per giustificare il loro libertinismo!

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