Verso una nuova psichiatria basata sulla neuroscienza (seconda parte)

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Ricevo e volentieri pubblico un articolo dello psichiatra Paolo Cioni nel quale si affronta la questione dell’oggettività della medicina e dei possibili condizionamenti esterni.

Il caso della psichiatria.

Un forte impulso verso l’approccio diagnostico dimensionale è venuto recentemente dal National Institute of Mental Health (NIMH) che ha valutato come nel campo della ricerca nel settore le etichette dei DSM valessero ben poco. Dal 2014 è stato quindi proposto il RDoC (Research Domain Criteria), sistema dimensionale costruito sul principio che i disturbi mentali sono meglio inquadrabili come disturbi dei circuiti cerebrali. Mira quindi a definire le dimensioni di base della disfunzione che attraversano i disturbi così come tradizionalmente catalogati, allo scopo di sviluppare nuovi modi di classificare la psicopatologia basandosi su domini di funzionamento osservabili, emotivi e cognitivi (questi ultimi, ad es.: attenzione, percezione, memoria di lavoro, memoria dichiarativa, comportamento linguistico e controllo cognitivo) e la loro relazione con markers di potenziali cause e meccanismi sottostanti. I domini sono così correlati a unità di analisi (es. geni, molecole, cellule, circuiti), aspetti evolutivi (cambiamenti dei costrutti nel tempo) e aspetti ambientali (come l’ambiente modula e interagisce con i costrutti). I domini di funzionamento e i costrutti dimensionali in essi contenuti sono stati selezionati sulla base delle attuali conoscenze sui circuiti neurali.

Il RDoC tende a incoraggiare i ricercatori ad iniziare con le conoscenze attuali delle relazioni comportamento-cervello e quindi a collegarle ai fenomeni clinici, piuttosto che iniziare con una definizione di malattia e ricercare i suoi substrati neurobiologici.

Ad es., i pazienti possono essere selezionati per lo studio sul fatto che hanno un particolare insieme di sintomi quali i deliri senza dover dipendere da una etichetta diagnostica DSM-5 (es. schizofrenia, disturbo schizoaffettivo, disturbo bipolare). Alternativamente, i pazienti potrebbero essere selezionati perché condividono un particolare fattore di rischio, come una storia di abuso o trauma infantile.

Lo scopo è di mettere la neuroscienza al centro della ricerca psichiatrica, sgombrando il campo dalle incrostazioni diagnostiche, basate sulla affidabilità (reliability, capacità di far ripetere la stessa diagnosi a molteplici operatori) e non sulla validità (validity, effettiva consistenza scientifica del quadro designato).  

Appare quindi verosimile, ed auspicabile, che la psichiatra attuale, basata sullo strapotere delle multinazionali del farmaco, sarà superata e rimpiazzata nel giro di un decennio o poco più. 

I metodi di indagine strutturale e funzionale quali TC (tomografia computerizzata), RM (risonanza magnetica), RM funzionale, SPECT (tomografia ad emissione di fotone singolo), PET (tomografia ad emissione di positroni) si prestano particolarmente bene ad un approccio dimensionale così concepito, con la possibilità di valutazioni funzionali specifiche.

E, in particolare, tra le tecniche di indagine funzionale, l’elettroencefalografia quantitativa (QEEG) con i suoi enormi sviluppi tecnologici recenti si pone come approccio ideale per fornire elementi oggettivi alla diagnosi dimensionale.

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