Mezzo Chesterton

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Se state leggendo questo articolo vuol dire che mi è stata perdonata la violenza che ho compiuto. Dovevo completare un discorso iniziato alla fine del mio ultimo articolo, cioè dovevo spiegare l’idea di Realtà che mi fosse piaciuta di più e l’avevo trovata grazie a un saggista, giornalista e romanziere inglese della prima metà del Novecento: Gilbert Keith Chesterton.

Chesterton è uno scrittore noto per i romanzi aventi per protagonista un “prete-detective” chiamato padre Brown ed è amato moltissimo dai siti internet di apologetica cattolica, ma per gli scopi che mi sono dato, arrivato per lui nell’Inghilterra delle prime tre decadi del Novecento, ho dovuto fare una scelta crudele.

Ho tirato fuori un’arma che avevo sperato di non usare mai, la Spada-del-Politicamente-Corretto, la stessa spada usata contro Gesù Cristo per trasformarlo in un figlio-dei-fiori e contro San Francesco d’Assisi per trasformarlo in un animalista. Tradendo la personalità di un uomo che stimo moltissimo, ho sferrato diversi colpi di lama sulla sua figura rimuovendone l’apologetica del cristianesimo, la difesa della Chiesa e il sostegno alla sua dottrina. Guardando ciò che ne rimaneva, consolandomi che un uomo grande e grosso come lui avesse ancora molto da offrire, mi sono chiesto come raccontare ciò che ne restava.

Chesterton è un uomo brillante che ha prodotto centinaia di simpatici aforismi, per cui volendo potrei elencarne i più belli a colpi di copia-e-incolla e terminare l’articolo in 15 minuti, ma trovo la cosa diseducativa per due ragioni:

  1. sarebbe troppo facile e le cose troppo facili non mi convincono;
  2. ho notato che il vero motivo per cui può piacere un aforisma è per la grande capacità di condensare il messaggio del testo che lo precede, come se fosse la punta di diamante di ciò che l’autore ha voluto dire. Estrapolato un aforisma dal suo testo, esso non produce gli stessi sentimenti avuti da chi ha letto il testo completo in chi non ha letto niente.

Per dare quindi il buon esempio agli eventuali liceali che ci leggono, eviterò del tutto l’uso del copia-e-incolla, del virgolettato e dei collegamenti ad un link: chi avrà voglia di approfondire, se veramente vorrà farlo, lo farà, senza imparare a memoria frasi ad effetto per fare la figura dell’intellettuale.

Dicevamo che Chesterton ha prodotto centinaia di aforismi, infatti al suo tempo era soprannominato il “re del paradosso” perché amava affermare una sua opinione ponendola in una forma che sapeva bene andasse contro il pensiero comune, invitando al contempo a sorridere e a riflettere.

Per esempio, della stampa scandalistica disse che era sobria, questo perché i caratteri cubitali dei suoi titoloni permettevano anche ai più anziani di leggere senza difficoltà e soprattutto perché le notizie riguardavano scandali effimeri da parte dei potenti (per esempio storie di corna), storie che non stimolavano lo spirito critico, tralasciando i veri scandali come guerre ingiustificate o false battaglie per il sociale.

Alcuni accusarono Chesterton di trattare temi difficili in modo troppo leggero, ma questi si difese precisando che sono due cose diverse l’essere leggeri e l’essere bugiardi, per esempio un giornalista può essere serio ma di parte; inoltre è più difficile essere satirici che seri, spiegando che paradossalmente è più facile scrivere per il Times che per una rivista semiseria.

Com’è quindi il mondo, cioè la Realtà, per Chesterton? È magico, misterioso, anche se non ce ne rendiamo conto. Il mondo non è magico perché esistono cose straordinarie, del tipo le supernove, la metamorfosi del bruco o l’entanglement (aggiungo io), sono le cose “ordinarie” che in realtà sono straordinarie e Chesterton lo spiega a partire dalla fiabe.

In una fiaba può accadere che il gesto di una bacchetta di legno trasformi una zucca in una carrozza, anche se non sembra esserci alcun legame tra i due eventi, cioè nessuna logica; ma il nostro intellettuale ci provoca con un caso apparentemente banale: se sego il ramo di un albero, il ramo cade per terra. Qual è il legame logico tra il taglio del ramo e il suo cadere? Un fisico direbbe che rimuovendo il vincolo dell’attaccamento al tronco, la forza peso può manifestarsi sul ramo che cadrà per terra. Qual è però il vero motivo per cui descriviamo le cose in termini di forza vincolare, forza peso, massa eccetera? Qual è la loro giustificazione razionale?

Solo una: la ripetitività. Non è la bellezza formale di una teoria gravitazionale unita alla biochimica dell’albero, non è il ricondursi ad un principio generale, ma il vero motivo per cui un dato fenomeno diciamo che avviene in un dato modo è la sua replicabilità, cioè il suo ripetersi allo stesso modo. Mi spiego meglio: il ramo non cade perché è razionale che lo faccia mentre la ragione d’essere di una spiegazione scientifica è il suo manifestarsi sempre quando si ricreano le stesse condizioni, per cui un fenomeno ci sembra ordinario, banale, solo perché ripetitivo. Chesterton di fatto eredita il tipico empirismo inglese ma anziché usarlo per snobbare la filosofia lo usa per guardare ogni cosa con occhi incantati.

Un personaggio di un suo libro chiede ad un poeta perché non avesse mai dedicato dei versi alla metropolitana della sua città. Il poeta non sa che farsene di un treno che compie ogni giorno, più volte al giorno, lo stesso percorso, ma il primo uomo gli chiede perché dia per scontato che il percorso del treno avvenga sempre secondo la tabella di marcia: mille imprevisti potevano generare un fuori programma, per mille ragioni il treno poteva non svolgere il suo compito, ma ogni volta che lo fa significa che è riuscito a farlo, per cui il programma delle partenze e degli arrivi non è un freddo teorema, ma una missione che non apprezziamo.

Chesterton ha usato la “logica della fiabe” per farci notare che la “logica del mondo reale” non è più razionale, più banale, ma solo diversa.

Guardare la Realtà con tali occhi comporta delle interessanti conseguenze, del tipo emozionarsi per il solo fatto di avere un paio di gambe o che il sole sorga tutti i giorni. Le conseguenze più importanti sono però il modo di vedere l’uomo e il suo rapporto col mondo.

Se tutto ciò che è ordinario in realtà è magico, allora il tipo d’uomo che Chesterton ammira non è il supereroe o il genio o il super-esperto ma l’uomo comune: una fiaba i cui protagonisti sono tutti draghi non è epica ma noiosa, una fiaba avvincente deve avere un uomo che affronta un drago, per quanto grande possa essere il drago. L’umiltà di sapere di essere un uomo comune permette di godere di più delle cose, per esempio la maestosità di una montagna la si nota perché noi siamo minuscoli rispetto ad essa, non perché siamo grandi quanto una montagna.

Se l’uomo comune è la condizione da preferire, anche la politica è toccata da questo approccio, infatti Chesterton trova un elemento in comune nella democrazia e nella monarchia. Nella democrazia, volendo essere sintetici, decide la maggioranza, ma la maggioranza non ha niente di speciale se non il numero, per cui la democrazia non è altro che il dare la voce all’uomo qualunque, alla prima persona incontrata per strada, quella che non ha altra specialità se non di essere l’”uno” del “50% +1”. La monarchia, pur nella ormai vecchia e sepolta retorica del sangue blu, anche se in modo diverso, si basa sulla volontà dell’uomo comune, perché a parte il nascere nella giusta famiglia, il re non ha altre specialità, come se tra democrazia e monarchia la vera differenza fosse numerica.

I casi contrari sono invece dati dall’oligarchia e dalla dittatura, perché stavolta abbiamo un gruppo di persone oppure una sola che stanno al potere perché dicono di avere davvero delle caratteristiche speciali che li rendono estranei alla massa; oggi Chesterton parlerebbe della tecnocrazia, il governo dei “tecnici”, cioè delle persone esperte in qualche campo che voglio governare per tale ragione, mentre la democrazia si basa sul forte postulato che i problemi che riguardano tutti devono essere risolti dall’uomo comune.

Tornando al rapporto uomo-mondo, la sua visione “magica” delle cose, il suo ammirare l’essere in quanto essere di tutte le cose potrebbe ad intuito dipingerlo come un ottimista, ma non è l’ottimismo il vero cuore della filosofia di Chesterton.

Per il giornalista inglese il punto della questione non è se nel mondo prevalga il Bene o il Male, ma se decidiamo di combattere per il Bene del Mondo oppure no. Prendete il patriottismo: per Chesterton il vero patriota non è quello che reputa il proprio paese il migliore di tutti oppure un posto dove le cose belle sono più numerose di quelle brutte, ma colui che ama il proprio paese perché è il paese in cui è nato e per nessun altra ragione. Potrà essere anche il paese più problematico del mondo e quindi tale da generare il più nero pessimismo, ma lo scopo non è essere ottimisti ma impegnarsi per migliorare il posto in cui si vive.

Passando ad una scala più piccola, Chesterton tesse grandi elogi della famiglia non perché sia sempre fatta di persone piacevoli e che si amano, ma perché è il primo luogo in cui l’individuo è costretto ad abbracciare questa filosofia dell’amore in quanto tale: mio padre è in primis mio padre, in un secondo momento potrò dire che tipo di persona sia.

La sua opinione sul matrimonio, giunti a questo punto, è prevedibile: in polemica con alcuni intellettuali del suo tempo che stavano cominciando a legittimare la poligamia, Chesterton disse che per lui già la possibilità di sposare una donna è qualcosa di così straordinario e di così bello che non spiega la necessità di estendere la cosa a più di una persona. Contrario quindi anche al divorzio, quando seppe che negli USA era possibile concedere il divorzio per incompatibilità di carattere, si chiese provocatoriamente perché allora gli statunitensi non fossero già tutti divorziati, perché uomini e donne sono per natura incompatibili; naturalmente, l’incompatibilità per Chesterton è una risorsa, se avete compreso il suo modo di pensare.

Questo bizzarro intellettuale era un uomo dalle idee chiarissime, in cui convivevano tendenze apparentemente opposte, come l’amore per l’uomo comune e per le cose da amare incondizionatamente insieme ad una ferrea idea di verità.

Il rapporto di Chesterton con la verità era già fuori moda ai sui tempi e forse una delle cose più difficili da digerire da parte di chi non lo apprezza. Avete presente quelle frasi fatte del tipo “io la penso così, ma è solo una mia opinione”? Per Chesterton, se pensate che una certa affermazione corrisponda alla verità, deve voler dire che per voi è davvero così e che quindi tutti quelli che la pensano diversamente hanno torto, altrimenti è come se non aveste un’opinione. Quanto appena scritto va contestualizzato nella polemica contro gli scettici, i quali per il nostro giornalista inglese sono persone che hanno una grande umiltà mal posta: umiltà vuol dire non riporre troppa fiducia in sé stessi, mentre è lecito riporre fiducia nella verità.

Chesterton preferiva un uomo convito di avere ragione ad un uomo convinto che la ragione non permettesse di giungere alla verità.

Personalmente, la “durezza” di Chesterton l’ho vista al suo apice quando arrivò a dire che il suicidio è più grave dell’omicidio: l’assassino uccide altre persone mentre il suicida solo sé stesso, fin qui dal punto di vista delle sole definizioni, mentre dal punto di vista delle “opinioni” la situazione si capovolge. Il suicida, per Chesterton, uccide il mondo intero, perché non ha trovato né nel sole, né nei fiori, né in nessun altra cosa o persona qualcosa per cui valga la pena di vivere e quindi è come se li uccidesse disprezzandoli. Questo esempio limite riassume bene la coesistenza in Chesterton dell’amore incondizionato per la vita con una visione molto poco “moderna” di opinione.

Da dove nasce questo modo rigido di pensare alla opinioni, opposto rispetto a quello più comune per cui “opinione” è per noi una verità “debole”? I punti in cui potrei sintetizzare la cosa sono due: la lotta all’”intellettualismo” e la vera origine, secondo Chesterton, del fanatismo.

Per il re del paradosso ogni opinione corrisponde e deve corrispondere ad un’azione, altrimenti sono chiacchiere da bar. Infatti per lui uno dei motivi per cui i poveri sono rimasti poveri, anche in epoche come la sua e le precedenti in cui si parlava tanto di “rivoluzione”, era il fatto che l’idea di rivoluzione cambiava troppo spesso: prima c’erano i giacobini, poi i socialisti, poi i comunisti, ma alla fine sono stati sempre i più ricchi a vincere. Meglio un pazzo che vuole colorare il mondo di blu che uno che ogni giorno cambia colore, perché il primo, giunta la sua morte, almeno potrà dire di avere reso il mondo più blu, mentre il primo non avrà concluso niente. Nietzsche, agli antipodi rispetto a Chesterton, il filosofo che proclamava l’inutilità della ricerca della verità, a cui preferiva la venuta dell’Oltreuomo che cerca solo di soddisfare la sua volontà di potenza, intellettuale era e intellettuale è rimasto, non è diventato un guerriero di quelli che lui osannava, questo successe proprio perché non aveva una sua verità che gli facesse da guida.

Come si può evitare l’eccesso opposto, il fanatismo? Per Chesterton il fanatismo si cura con la razionalità, che non è la falsa umiltà di chi dice “ammetto che potrei non avere ragione, quindi non sono un fanatico” ma di chi dice “so di avere ragioni per i seguenti motivi e tali motivi bastano, non userò alcun tipo di violenza, quindi non sono un fanatico”. Fanatico non è chi crede di conoscere la verità, ma chi la sostiene irrazionalmente, senza il sostegno della ragione e quindi può farla prevalere solo con il disprezzo e lo schiacciamento dell’altro.

Rimossa la (falsa)umiltà dal piano gnoseologico, allora la vera umiltà avrà tutto lo spazio di agire su quello morale, perché ciò che vale su scala politica vale anche su quella personale: la vita ci costringe a non stare fermi perché sul piano umano o si migliora o si peggiora, quindi ci vuole uno sforzo costante su di noi che non può aspettare le decisioni dell’intellettualismo.  Chesterton non condivideva il buonismo di un Jean-Jacques Rousseau per cui sono le forze esterne al singolo che lo possono incattivire, molto più banalmente per lui la vera sorgente dell’egoismo è il semplice fatto di possedere un “io”: facendo una similitudine con il Secondo Principio della Termodinamica, la vera tendenza spontanea delle cose (e quindi anche dell’uomo) è il deterioramento.

Dal momento però che nulla in Chesterton è banale, sbagliereste a dire, giunti a questo punto, che egli fosse un “pragmatico”, almeno non nel senso inteso dai più. Quando qualcuno si presentava a Chesterton come un pragmatico, cioè una persona che vuole occuparsi solo di cose concrete e non di castelli per aria, allora Chesterton rispondeva che proprio per essere pragmatici ciò di cui ci si deve occupare sono il senso della vita e l’esistenza in sé e per sé delle cose. Analogamente Chesterton derideva l’idea che ci fosse qualcuno che davvero pensava di costruire la propria identità in base a ciò che indossava o a ciò che mangiava (presentando come esempi i vegetariani o i dandy), il nostro saggista era interessato in primis alla filosofia di vita della persona con cui si confrontava: talenti artistici e cose di questo tipo riguardano solo una specifica attività della persona  e che per quanto possano essere grandi, non caratterizzano mai la persona in quanto tale.

Il quadro finora ricostruito del mondo (cioè della Realtà) secondo Chesterton è allora il seguente: la Realtà è una particolare ambientazione magica e misteriosa ma bellissima in tutti i suoi più prosaici dettagli per il fatto stesso di esistere, ma la tendenza naturale al degrado ci costringe a prendere posizione sul mondo per poterlo migliorare, a partire da noi stessi sul piano personale e fidandosi dell’uomo comune su quello politico, usando la verità come guida e la ragione come suo sostegno, riconoscendo le grandi domande della vita come ciò che definisce la nostra umanità e affrontando gli aspetti materiali in un secondo momento evitando sia il pragmatismo superficiale (se non disumanizzante) sia l’intellettualismo inutile e falsamente umile.

Per completare il quadro occorre l’ultimo punto, il più importante e quello che un tipo come Chesterton non poteva evitare: cosa bisogna fare per essere felici?

Sul segreto della felicità sono stati versati fiumi di inchiostro e battuti miliardi di tasti, ma ormai avete capito che Chesterton non si faceva intimidire né dalle grandi questioni né dalle accuse di arroganza, passiamo subito allora alla ricetta del nostro autore inglese per la felicità.

La felicità la si ottiene quando si riescono a vivere “frammenti di cose eterne”,(da notare la coerenza con quanto detto all’inizio sul fatto che un’avventura è epica quando il piccolo si confronta con il grande).

Cosa sono tali frammenti di cose eterne? Le cose eterne sono più numerose di quelle che sembrano: la patria, la famiglia, il mondo, la Verità e in generale tutto ciò che trascende il singolo e può durare per sempre (ovviamente a ciò si aggiunge anche Dio, per chi crede in Lui).

Facciamo un esempio: la felicità che prova il soldato che ha vinto una guerra in difesa della sa patria non è quella momentanea e superficiale della prodezza militare con cui ha vinto l’ultima battaglia, ma la consapevolezza di aver difeso qualcosa di eterno, è il piccolo che prende parte al grande (e non il piccolo che si crede grande e nemmeno il piccolo che gode di qualcosa di piccolo).

Un altro esempio è l’innamorato che bacia l’innamorata: non è la sensazione tattile delle labbra che si toccano (piacevole senza dubbio) ciò che causa la felicità, ma la manifestazione particolare di una cosa più grande di ambo gli amanti cioè l’amore stesso.

L’idea di felicità di Chesterton, una volta inserita nel contesto della sua filosofia, si scopre anche coerente con il fatto che anche nella vita più felice possibile esisterà sempre il male e la morte: non dichiarandosi né ottimista né pessimista, ritiene gli uomini liberi, volendo, di raggiungere la felicità dipingendo nello stesso momento a tinte fosche la famiglia, la città e il paese in cui vivono, purché amino tali cose lo stesso, per godere dei frammenti di eternità.

Non posso nascondere il fatto che Chesterton fini col ritrovare nel Cattolicesimo la principale cosa eterna di cui vivere i frammenti, ma i motivi per cui l’ha fatto, come preannunciato dal suo titolo, esulano dagli scopi di questo articolo.

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"htagliato", Fisico della Materia. Vive a Napoli.

36 commenti

  1. Bello bello Htagliato mi è piaciuto tantissimo. Chesterton l’ho scoperto nelle mie ondivaghe ricerche economiche, fu infatti esponente di una terza via tra socialismo e liberismo il distributivismo (ti consiglio di approfondire ha preso tantissimo persino un liberale ultraortodosso come il sottoscritto).
    Tutta la posizione chestertoniana è però basata su degli assunti di fondo arbitrari che riguardano l’IO inteso proprio come categoria così come l’aveva concepita Kant. Ora questo non è tanto un problema di esistenza della stessa categoria che è logicamente necessaria per esprimere un qualsivoglia giudizio, quanto un problema di modalità, cioè il modo in cui si dà ed è data a sè stessa. Per esplicitare ciò che intendo prendo a prestito da uno dei maestri del dubbio novecentesco, cioè Luigi Pirandello; nel Fu Mattia Pascal fa esprimere al personaggio Paleari quella che è la filosofia del “lanternino” che è condensata nel punto in cui dice:

    “… se tutto questo bujo, quest’enorme mistero, nel quale indarno i filosofi dapprima specularono, e che ora, pur rinunziando all’indagine di esso, la scienza non esclude, non fosse in fondo che un inganno come un altro, un inganno della nostra mente, una fantasia che non si colora? Se noi finalmente ci persuadessimo che tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita, del lanternino cioè, di cui le ho finora parlato? Se la morte, insomma, che ci fa tanta paura, non esistesse e fosse soltanto, non l’estinzione della vita, ma il soffio che spegne in noi questo lanternino, lo sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa, penoso, pauroso, perchè limitato, definito da questo cerchio d’ombra fittizia, oltre il breve àmbito dello scarso lume, che noi, povere lucciole sperdute, ci projettiamo attorno, e in cui la vita nostra rimane come imprigionata, come esclusa per alcun tempo dalla vita universale, eterna, nella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrare, mentre già ci siamo e sempre vi [p. 201 modifica]rimarremo, ma senza più questo sentimento d’esilio che ci angoscia? Il limite è illusorio, è relativo al poco lume nostro, della nostra individualità: nella realtà della natura non esiste. Noi, — non so se questo possa farle piacere — noi abbiamo sempre vissuto e sempre vivremo con l’universo; anche ora, in questa forma nostra, partecipiamo a tutte le manifestazioni dell’universo, ma non lo sappiamo, non lo vediamo, perchè purtroppo questo maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco a cui esso arriva; e ce lo facesse vedere almeno com’esso è in realtà! Ma nossignore: ce lo colora a modo suo…”

    Questo l’ho riportato non tanto per criticare Chesterton ma per rafforzarne la visione; infatti quanto esposto da Pirandello altro non è che il punto d’approdo di ogni ralativismo metodico, inoltre dico approdo ma è un pò errato poichè potrebbe essere tranquillamente la partenza. Infatti se si sceglie quanto sopra si ricade in una concezione del tempo circolare vecchia quanto l’uomo in cui definire alcunchè non ha senso giacchè ogni punto è equidistante dal centro, ogni azione si equivale, ogni bene ed ogni male…. e questa è la tentazione più grande, in riferimento a quanto dice Chesterton sugli uomini che cambiano idea dalla sera alla mattina o se vogliamo dirla con Aristotele che pretendono di definirsi e definire mediante gli accidenti.
    L’esempio più eclatante che sia una contraddizione in termini ci viene da quel nichilista tragico, come lo definì Del Noce, di Nietzsche in la Gaia Scienza scrive: “…un inizio, una meta, una linea retta, la formula per ogni felicità” e se ci avesse creduto forse anche la Verità, peccato che poi elaborò la dottrina dell’eterno ritorno ripetendo la scelta di quanti lo avevano preceduto.
    Ragionare invece secondo un tempo moderno (e siccome ho un’opinione come la intende Chesterton non ho vergogna di dirlo cristiano) cioè lineare postulando un IO razionale posto in un contesto razionale sia pure non conoscibile fino infondo, cioè noumenicamente, ma solo fenomenicamente è innanzitutto terribilmente divertente e soprattutto REALE. Ecco qui sta secondo me il punto su cui bisogna insistere, questa visione del mondo ci ha regalato da 2000 anni a questa parte praticamente tutto il progresso di cui godiamo, è fiorito il commercio, sono nate le banche, è nato il metodo scientifico etc.. etc… tutto ciò perchè grazie a questa visione del tempo e del rapporto causa-effetto il sapere si fa trasmissibile ed utile e non fine a sè stesso; la dimensione epica si apre al quotidiano e potrei continuare ma finirei sostanzialmente col ripetere quanto hai scritto. Una nota importante per i più empirici tutto questo è un sapere APERTO e INDUTTIVO che di DEDUTTIVO ha soltanto le premesse logiche (e questo lo sa bene qualsiasi scienziato poichè ritiene il mondo razionalmente ordinato e dunque conoscibile) se non ci credete non avete che da aprire un qualsiasi libro di storia e iniziare a leggere, perchè la Storia è maestra di vita in untempo lineare è nel tempo di Nietzsche che chiaramente non può insegnare niente.
    Ci ritroviamo un meraviglioso Universo per parcogiochi, ed è proprio vero come afferma il Nostro che “Il nostro mondo non morirà per mancanza di meraviglia, ma unicamente per la mancanza del desiderio di meravigliarsi.”

    • Grazie a te, AndreaX, per il bellissimo commento sul legame tra l’idea dell’Io e i progresso della cultura occidentale!

  2. Osservabile on

    A proposito del suo ultimo articolo, che mi sono preso la briga di leggere, ma che non ho potuto commentare dato che i commenti sono già stati chiusi:
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    1) lei descrive un esperimento con doppio beam splitter con fotoni che escono completamente correlati alle direzioni di entrata che non esiste. Infatti il risultato dell’esperimento che mostra è un profilo di interferenza dei fotoni in uscita su entrambi i possibili percorsi. Che è l’esatto opposto di ciò che lei ha descritto.
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    2) il suo “professore” parla di una “versione attuale” della meccanica quantistica. Non esistono versioni attuali. Esiste il problema della misura e della sua interpretazione. Pragmaticamente, in meccanica quantistica l’operatore posizione e quantità di moto commutano. Questa è la meccanica quantistica. E l’operatore quantità di moto, il cui autovalore è la misura della quantità di moto è hermitiano, non unitario. Se lei vuole misurare la quantità di moto si fa così.
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    3) La QFT non è diversa dalla meccanica quantistica. Si sostituiscono semplicemente a quantità di moto e posizione le coordinate le coordinate canoniche del sistema attraverso la lagrangiana. Quindi se parla di differenze tra queste teorie non può di certo trovarle nel contesto dell’interpretazione epistemologica dato che gli stessi principi della MQ valgono in QFT.
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    Sono stupito che, dalla marea di commenti che c’erano prima su questi argomenti, ora nessun utente abbia nulla da ridire con quanto detto.

    • 1) Nell’esperimento con i due beam splitter si forma una figura di interferenza in corrispondenza dell’uscita “c” e un’altra in corrispondenza di quella “d” MA se si confrontano tra loro i due profili si scopre che per esempio dove c’è un massimo in d ho un minimo in c; quindi se mi soffermo su un solo fotone avviene proprio quello che ho descritto nel mio articolo. In ogni caso la prova matematica viene del prendere due volte la matrice simmetrica del beam splitter e facendo due prodotti “righe per colonne” con il vettore colonna dei modi “a” e “b” nell’ipotesi T=1/2 alla fine si scopre che tutti i fotoni a escono in c e tutti i b escono in d (perché si ha tale uguaglianza tra gli operatori numero, quindi si pone il caso semplice di un solo fotone per ottenere quello che ho descritto “a parole” nell’articolo).

      2) Gli operatori che descrivono gli osservabili sono sempre quelli e sono hermitiani MA è l’atto di misurare, e con esso il collasso della funzione d’onda, che può anche non essere descritto da un operatore di proiezione, perché l’atto di misurare un certo autovalore di un corrispondente autostato che non corrisponde ad una magica sparizione degli altri autostati ma ad un filtraggio fisico di quello che il detector va a prendersi.

      3) Magari la Seconda Quantizzazione fosse così semplice! Il fatto che la probabilità continua ad essere calcolata tramite i moduli quadri e l’accettare le sovrapposizioni di stati resta, è il collasso della funzione d’onda che cambia ma per comodità lo si continua a trattare come una proiezione perché io, sperimentatore, vado a leggere solo quello che mi dice il detector.

      • Osservabile on

        1) Dato un beam splitter con due fotoni coincidenti in entrata la funzione d’onda finale è sovrapposizione dei 2 stati con due fotoni uscenti nello stesso senso (i 2 stati finali con fotoni uscenti ortogonalmente sono uguali e si cancellano). Ciò vale per ogni singolo beam splitter. Quindi dati due fotoni a e b in ingresso casomai può dire che entrambi escono per c o per d. Quello che lei proclama e spiega nell’articolo, e ciò che lei spiega nel commento diversamente dall’articolo, sono entrambi sbagliati.
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        2) su questo non ho molto da dire. È vero c’è un problema di definizione della misura che può essere risolto in maniere diverse. Ma si inquadra nel discorso generale dell’interpretazione epistemologica della meccanica quantistica. Non esiste, come lei promulga, una meccanica quantistica “diversa”, più moderna in cui si risolve con oggettività il problema della misura. Il problema della misura e Cophenaghen/Bohm sono facce della stessa medaglia.
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        3) ancora aspetto gli argomenti che provino che QFT e MQ siano diverse. Non ne da alcuno, ne nell’articolo ne qui. Anzi, nella sua risposta lei riconosce che in QFT e MQ la misura si faccia nello stesso modo, che equivale a dire che come la MQ può essere interpretata con Cophenaghen/Bohm/Everett anche la QFT è soggetta alle stesse questioni epistemologiche della MQ.

        • 1) “Dato un beam splitter con due fotoni coincidenti in entrata la funzione d’onda finale è sovrapposizione dei 2 stati con due fotoni uscenti nello stesso senso” fin qui ha descritto l’effetto Hong Ou Mandel (HOM)
          “Ciò vale per ogni singolo beam splitter.”
          Non è detto perché i due beam splitter insieme formano un contesto diverso da quello dei beam splitter isolati.
          “Quindi dati due fotoni a e b in ingresso casomai può dire che entrambi escono per c o per d.”
          Qui invece ha applicato male lo stesso effetto HOM perché i due fotoni uscirebbero accoppiati dal primo beam splitter e dal secondo uscirebbero nella metà dei casi separati e nell’altra metà accoppiati (per T=1/2).
          Il calcolo corretto deve essere fatto come ho spiegato nel commento precedente: prenda un vettore colonna con elementi a e b (i modi iniziali del campo) e lo moltiplichi a sinistra per una matrice che ha elementi “radice di un mezzo”, “i*radice di un mezzo”,”i*radice di un mezzo”, e “radice di un mezzo” (è una matrice simmetrica che corrisponde al primo beam splitter), alla sinistra della matrice risultante moltiplica un’altra matrice come quella appena descritta (il secondo beam splitter uguale al primo) e il risultato finale va posto uguale al vettore colonna con elementi “c” e “d” (modi in uscita), scoprirà che l’operatore numero dei modi a è uguale a quello dei modi c e così per b e d, per cui nel caso di un solo fotone ritrova ciò che ho scritto nell’articolo.
          Per 2) e 3) legga il nuovo commento di Masiero.

          • Eh già, perfetto, Htagliato. Hai fatto l’esame di ottica quantistica? 🙂

          • Non si preoccupi, Osservabile, l’onestà intellettuale che ha avuto in quest’ultimo commento le fa onore, è una perla rara.

    • Giorgio Masiero on

      @ Osservabile
      Lei scrive:
      1) “Pragmaticamente, in meccanica quantistica l’operatore posizione e quantità di moto commutano. Questa è la meccanica quantistica.” È sicuro che commutino?
      2) “La QFT non è diversa dalla meccanica quantistica”. La meccanica quantistica è relativistica? la meccanica quantistica tratta trasformazioni con annichilamento e creazione di particelle?
      PS. Chiedo scusa ai commentatori di Chesterton, ma certe Osservabili non possono essere lasciate passare inosservate.

      • Osservabile on

        Mi scusi ha ragione “non” commutano. Semplice distrazione. Per quanto riguarda la QFT essa non ha ipotesi diverse dalla meccanica quantistica. È vero che la QFT include la relatività speciale, ma non rappresenta una terribile novità (anche se porta conseguenze non banali). Ma per quanto riguarda l’esempio che fa di creazione e distruzione delle particelle, ad esempio nel caso della quantizzazione del campo elettromagnetico la creazione e la distruzione dei fotoni corrisponde a un operatore del tutto simile a quello che descrive il cambiamento di stato di un semplice oscillatore armonico quantistico che passa da uno stato di energia a un altro. Di nuovo. Lei e il suo collega non mostrate alcuna prova della cesura tra MQ e QFT se non con vaghe affermazioni.

        • Giorgio Masiero on

          Lei ha scritto, Osservabile, nel Suo primo commento che “la QFT non è diversa dalla QM” ed insiste nel Suo secondo commento a dire di “aspettare argomenti che sono diverse”.
          Non so che studi Lei abbia fatto, ma anche un liceale capisce che l’equazione di Schrödinger della QM
          1) non è relativistica (Le pare questa una differenza “vaga”?!). ;
          2) non predice trasformazioni con creazioni/annichilamento di particelle, né l’antimateria.
          Esempio: Mi descriverebbe la fusione BBH come quella registrata di recente con la QM?!
          La (prima) QM non va confusa con versioni moderne di “fisica quantistica” (QF) equivalenti ad una QFT senza Lagrangiane.
          Sulle interpretazioni filosofiche sono d’accordo con Lei: QM e QFT le ammettono tutte, indifferentemente. Questa è un’ovvietà. Ma è sulla fisica che Lei sbaglia a sottovalutare le “cesure” tra la prima e la seconda quantizzazione, che sono diverse anche nei principi (al contrario di quanto Lei afferma).
          PS. Chiedo scusa ai lettori per l’OT, questo mio commento sarà proprio l’ultimo al sig. Osservabile.

          • Replichi, replichi, prof. Masiero. Noi la perdoniamo quando va OT, soprattutto quando intervengono in fisica con aria saputella persone che non la conoscono.

          • Osservabile on

            Le ho già detto che ha ragione sul fatto che relativizzare la MQ è una differenza, non trovo quindi sconvolgente questa posizione. E trovo inoltre confortante che anche lei convenga che le interpretazioni filosofiche dell’una valgono per l’altra (anche se nei suoi post sostiene l’opposto). Quindi ancora una volta lei sottolinea il mio punto di vista, e non offre nessun motivo valido di cesura.
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            Per quanto riguarda la recente scoperta di fusione BBH, lei sa meglio di me (spero) che non trova alcuna spiegazione tanto in MQ che in QFT, dato che la relatività generale non è inclusa ne nell’una ne nell’altra.

          • Osservabile on

            Anna la prego di argomentare e non agire come un troll, che appunto interviene solo per innervosire e non aggiunge nulla alla discussione. Sa bene che in questo blog i troll non sono ben tollerati.

          • Ti accontento subito, Osservabile. La cesura cui si riferisce Masiero è scientifica tra qm e qft, te l’ha spiegata più volte e tu continui a non capire. Forse per poca preparazione tecnica, se dici che nella bbh (come nelle predizioni anche di bns) la qft non c’entra!! Hai fatto nessun esame di cosmologia quantistica? pensi che i buchi neri, cui Einstein non credeva, siano solo una questione di gr?
            Quanto alla cesura filosofica, non l’ha mai tirata fuori Masiero, e nemmeno Htagliato, il quale ha solo mostrato che i paradossi della interpretazione di Copenaghen, che sembravano necessari in fisica, non lo sono affatto in seconda quantizzazione.

          • Osservabile on

            Anna, non esiste una teoria che incorpora in maniera soddisfacente QFT e RG. La cosmologia quantistica ne è un esempio.
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            Poi dici: “I paradossi della interpretazione di Copenaghen, che sembravano necessari in fisica, non lo sono affatto in seconda quantizzazione”, è ciò che esattamente contesto. Il problema interpretativo è alla pari sia per la MQ tanto che per la QFT. La QFT non risolve il problema della misura.
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            E i tuoi colleghi, su come la QFT risolva il problema della misura, non hanno speso una singola parola.

          • In maniera del tutto soddisfacente, no. Se no, non avremmo un 96% di energia e materia oscure. Però abbastanza soddisfacente per predire i bbh, sì.
            Quanto all’operazione di misura in qft è spiegata molto bene nell’articolo di Htagliato, solo che non l’hai capita e ciò ti ha fatto commettere la serie di errori che hai fatto, Osservabile.

          • Osservabile on

            Comuque per fare la predizione della recente scoperta delle onde gravitazionali da BBH, è bastata una approssimazione lineare alla RG.
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            Gli errori che faccio li ammetto. E sulla questione del problema della misura trovo che ancora non ci sia risposta alle questioni che pongo, ma solo giri di parole.
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            Come quelli che fai tu, ma di qualità decisamente inferiore ai miei precedenti interlocutori.

          • Perché continui a parlare su cose che non sai, Osservabile? Senza la qft non sapremmo niente dei bh, neanche se esistono. E infatti Einstein non ci credeva.

          • Osservabile on

            Si parlava di QFT e delle sue fondamenta, che è esistita ben prima della quantum loop gravity o qualsiasi altra teoria di gravità quantistica (soddisfacenti o meno che siano). Quindi trovo questo punto sui buchi neri completamente fuori fuoco e inutile alla discussione.
            .
            Inoltre altri commentatori che avevano l’atteggiamento sguaiato di Anna, che non aggiunge nulla alla discussione se non offese (che le si ritorcono conto) sono stati tacciati di essere troll e bannati da Pennetta. Mi chiedo come mai a questa Anna sia lasciato l’insulto libero.

          • Osservabile, come in realtà potranno verificare tutti, Anna ha dato i suoi contributi e non è stata né sguaiata né troll, a meno che i suoi dubbi sulla sua preparazione su certi argomenti siano già insulti secondo lei, ma allora non saprei che dire perché qualcosa migliore di CS come spazio di confronto su Internet difficilmente si trova.

          • Io penso, Osservabile, che la fisica sia una materia tosta e che non basti aver letto qlc qua e là x poter essere capaci di discuterne. Tu hai fatto una serie di errori, mettendo la qm e la qft nello stesso piano. Hai frainteso l’esperimento dei due splitter descritto da Htagliato, poi ti sei dimenticato che la qm non è relativistica né predice l’antimateria, e adesso insisti a dire che i bh sono solo una predizione della gr. Io cerco di correggerti come faccio con i miei studenti in errore. Pensa solo questo: come avrebbe potuto Hawking scoprire la radiazione che porta il suo nome e che ci permette di osservare i bh?

  3. Stupiamoci di stupirci.
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    Bel post, ringrazio Htagliato per essere riuscito a scrivere di Chesterton senza scadere nella solita lista di aforismi.
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    A proposito della terza via tra socialismo e liberismo: il distributivismo; sono sempre stato interessato ad approfondire ma non ho mai trovato il tempo, si potrebbe sperare in un articoletto introduttivo? Grazie.

    • Grazie Alèudin, sono lieto che abbia apprezzato le mie scelte formali.
      Vedrò che si può fare per il distributivismo, ma le anticipo che di fatto è quasi uguale alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

  4. articolo molto interessante. ringrazio htagliato per avermi fatto conoscere questo pensatore e la sua visione magica della realtà.
    Ringrazio anche Andreax per il suo intervento: sono venuto a conoscenza della “terza via” economica. Mi piacerebbe anche a me leggere un articolo sul distributivismo, magari evidenziandone le similarità con la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica (che conosco pochissimo anch’essa).

    vorrei fare solo un appunto al commento di Andreax e la sua citazione di Pirandello. a mio avviso più che di relativismo, il succo di quella citazione è molto vicino alla filosofia della vita di Bergson, e l’eliminazione dell’io produce il riconoscimento del nesso con la Vita.

    • Grazie a lei Valerio per averci apprezzato.
      Chesterton ebbe a che fare con persone che non negavano solo l’Io ma l’idea stessa che fosse possibile costruire una qualsiasi categoria universale. Alcuni facevano l’esempio del fuoco, che cambia ogni istante senza mai essere uguale a sé stesso (e secondo alcuni anche l’Io è così) ma Chesterton rispose che se DAVVERO il fuoco cambiasse in continuazione non sarebbe letteralmente possibile definire la parola fuoco! Il fuoco cambia sempre ma non diventa roccia poi cane poi ferro eccetera…è proprio per salvare l’evidenza e il pensiero razionale che quindi dobbiamo postulare tanto e non dubitare in modo incoerente con la nostra ragione.
      Per questo Chesterton disse che per il progresso occorrono filosofie che abbiano più credenze, non meno credenze!

    • Per quel che concerne il distributivismo in rete non si trovano molti riferimenti anche perchè fu una dottrina creata dallo stesso Chesterton; qualcosa è portata avanti da società ispirate dall’autore che curano la diffusione del suo pensiero ma è poca roba; per quel che ne ho inteso io buona parte del distributivismo è basata sul fraintendimento del libero mercato. Persiste ancor oggi nella Chiesa una sfiducia verso il capitalismo e il libero mercato che ricalca nè più nè meno stereotipi cari al socialismo. Per la via che il capitalismo ha imboccato, tutti i torti non mi sento di darli, il libero mercato oggi non esiste il capitalismo ha sposato il socialismo nella sua declinazione più soft ossia il keynesismo e il monetarismo coi risultati che tutti voi potete cogliere ogni volta che crolla un istituto bancario o fa default uno stato; quindi vale quello che diceva Del Noce quando rivolgeva a marxismo e capitalismo la medesima accusa ossia che non era lecito rifugiarsi nell’ideologia, che il vero marxismo e il vero capitalismo sono quelli che si sono avverati nella storia ossia il comunismo sovietico da un lato e il capitalismo statunitense (keynesiano/monetarista) dall’altro.
      Personalmente sono un liberale di scuola austriaca ma è un dato di fatto che se si vuole vedere una approssimazione accettabile del libero mercato bisogna aprire un libro di storia, la realtà oggi ha superato da tempo la soglia del disgusto.
      Quanto alla filosofia di Bergson invece non la conosco un granchè ritengo però che più che al vitalismo di Bergson, che non nega l’IO ma introduce tutta una serie di differenze sui tempi interni ed esterni, il rimando sia a Nietzsche, ai presocratici penso all’Apeiron di Anassimandro, e soprattutto alla religiosità orientale induismo e buddismo.
      Si tratta insomma di “sciogliere” l’IO in quel principio primordiale creatore, quel dio senza volto tanto caro a illuministi e massoni, che secondo me rischiano di avere la brutta sorpresa di scoprire che il loro idolo ha fattezze caprine ben definite e un pessimo carattere. In contrapposizione a questa dottrina ctonia al “senso della terra” come dice Nietzsche in Così parlò Zarathustra, c’è la visione cristiana che non scioglie assolutamente l’IO anzi Cristo risolve qualsiasi dualismo e lo vediamo bene nella dottrina della resurrezione. Essa non è solo spirito ma è spirito e corpo reso incorruttibile dalla Verità che si rivela al mondo, che ad oggi per noi esiste solo come oggetto logico; è così autentica e viva questa dimensione materiale che Cristo risorto si aggira per i villaggi per 40 gg e quando incontra i suoi fa quello che è forse l’atto più materiale che si possa compiere e che ti fa comprendere quanto tu sia anche materia: mangia.
      Quest’ultima visione mi è personalmente più congeniale perchè non mi chiede di rinunciare a ciò che SONO cioè alla esistenza del mio IO e siccome lo salvaguarda e anzi lo completa nel momento in cui Dio sarà tutto in tutti, rende la cosa autenticamente conoscibile, perchè esiste almeno un soggetto senziente in grado di registrare la cosa; questo personalismo è totalmente estraneo alle dottrine orientali ed anzi l’idea dell’IO viene apertamente combattuta come attaccamento.

      • Vincent Vega on

        Concordo in toto, caro Andrea. Non c’è altro da aggiungere.
        E ciò che hai scritto è il motivo per cui ho sempre avuto avversione nei confronti delle religioni orientali.

  5. I “frammenti di cose eterne” non li avevo mai letti e trovo che siano un’altra delle splendide intuizioni di Chesterton e che htagliato mi ha fatto conoscere.
    Un concetto che sintetizza uno dei mali della nostra società, proprio adesso che ho l’attenzione focalizzata sull’educazione mi viene in mente che uno dei bisogni non riconosciuti delle nuove generazioni sia proprio quello di “cose eterne, unite alla bellezza di essere un uomo comune.

    • Conoscere Chesterton per me è stato un grande piacere e cercavo solo l’occasione giusta per parlarne.
      Il collegamento con le sfide attuali dell’educazione è molto pertinente perché se è vero che uno dei mali dei nostri tempi è l’individualismo, allora esso va curato spiegando la bellezza del ritrovare quel tipo di grandezza che fa bene allo spirito in ciò che trascende il singolo e non nel singolo che non potrà soddisfare da solo quella grande sete di senso che tutti posseggono.

  6. a mio avviso il libero mercato, necessitando un ambiente concorrenziale, non si è potuto avverare storicamente, dato che non c’è mai stato un punto zero della storia dove tutti avevano gli stessi beni e le stesse opportunità; né può avverarsi a livello teorico in quanto, senza alcun intervento dello stato, il minimo vantaggio di un attore economico rispetto agli altri lo sottrarrebbe alla conocorrenza conferendogli una posizione monopolistica.
    In più c’è da dire che l’idea di un’economia basata esclusivamente sull’istituzione del mercato, e quindi dove ogni cosa sia una merce (uomo, terra,uteri, bambini) e dove tutto funzioni con la legge della domanda e dell’offerta, mi ripugna profondamente. è più forte di me.

    sulla questione dell’io ho pensato alle parole di Andreax ma sono pervenuto solo ad un’ enorme domanda: l’io che cos’è?

    • Stavolta parto dalla fine: eheheh buona fortuna con le definizioni attività unificatrice, categoria…. ne ha diverse per me è noumeno è indimostrabile l’esistenza ciò non di meno sai che ESISTI; ecco il tuo IO è l’unico di cui puoi sapere alcunchè, per quanto ne sai sei l’unico sulla faccia della terra ad averne uno tutti gli altri mogli e figli compresi li accetti per analogia ma non puoi averne la certezza; questo discorso al di là del giochino sofista si fà interessante se ad esempio pensiamo ad una IA. Mentre una IA debole non pone grossi problemi che non siano strettamente tecnici trattandosi sostanzialmente degli attuali PC ma molto molto più complicati, una IA forte sì? Se anche fosse possibile realizzare una IA forte (cosa di cui dubito fortemente per il paradosso del costruttore universale di Von Neumann) come fai a dimostrare che un computer ha attività di pensiero propria e autocosciente? La verità è che non puoi infatti tutti i test quello di Turing ma il più recente test di Searle o della stanza cinese sottolineano proprio questo e il criterio arbitrario su cui decidere è sempre per analogia, il che è meglio di niente ma non è una dimostrazione.
      Quanto al libero mercato lei lo pensa così come lo espongono sui libri di economia cioè caricaturalmente. No il libero mercato non esige che si parta tutti allo stesso modo ma che vi sia il rispetto della proprietà privata acquisita tramite homesteading e contrattualmente il tutto in un contesto di libero scambio dove gli attori hanno la possibilità di stabilire i prezzi sulla base delle proprie libere considerazioni di valore, che invece un prezzo non ce l’hanno mai.
      Mi permetto poi una osservazione tutta politica sul rigetto del mercato facendole notare che le obiezioni da lei sollevate sono pari pari quelle di Marx, lo ha sottolineato Socci in un suo recente intervento “….il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtú, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.
      È il tempo della corruzione generale….” in Socci come in Marx sebbene con finalità diverse persiste la sfiducia verso il mercato, che poi in realtà è sfiducia verso l’uomo stesso; infatti diciamo mercato ma esso non esiste come soggetto in realtà sono le scelte degli uomini che vi operano che concorrono a formarlo. L’errore di fondo da cui il resto segue sta nel pensare che sia l’uomo per il mercato quando invece è chiaramente il mercato per l’uomo, il resto poi è storia recente si inizia a pensare a correttivi leggi leggine emendamenti a leggi e tutto un insieme di regole basate su un fraintendimento inconsistente che hanno però la reale conseguenza di creare quel monopolio della violenza e del potere che è lo stato, perchè questa è la conseguenza di quando si rinuncia ad affrontare i problemi di petto e si delega ad altri, che alla fine fregano anche te; ed il comunismo è lì a parlare, chiedevano il monopolio per il meglio ed eterogenesi dei fini si sono risolti nella negazione di sè stessi.
      Io invece sono per affrontare le cose, ad esempio circoscrivo al discorso dell’utero in affitto che ha recente mente fatto discutere visto il caso di Nicki Vendola. A parte la poca memoria delle battaglie per i diritti delle donne, come sempre, infatti, i diritti acquisiti o costituiti valgono per sè o per gli altri a seconda della convenienza e delle campagne elettorali, però da un punto di vista logico la pratica è da condannare perchè lede i diritti di una parte contrattuale che è il bambino per l’ovvio motivo che egli non viene considerato affatto, quando invece è forse la parte più interessata dal corso degli eventi; per non parlare poi del diritto di proprietà alla . Alla fine guardi si tratta di usare il semplice comune buonsenso per dirla con Buchanan unitamente a una buona dose di individualismo e nulla più.
      Poi certo vi sono situazioni di più difficile risoluzione, nulla è perfetto ma è sicuramente perfettibile, ad esempio pensiamo a una gravidanza dovuta a uno stupro qua la cosa è leggermente diversa: abbiamo una madre che non voleva esserlo e lo è diventata subendo violenza quindi non c’è la libera adesione, in più c’è la presenza del bambino che di fatto è una aggressione alla proprietà privata del corpo della madre. Allora che si fa? E’ lecito abortire? Di primo acchitto apparirebbe di sì ma in realtà no, infatti è vero sì che la donna ha subito violenza ma non l’ha subita da parte del bambino, che è al più una conseguenza non voluta, ma dal padre ed esternalizzare su terzi per la violenza subita da altri è sbagliato; un pò come se dicessi siccome mi hanno rubato la bicicletta per rifarmi della perdita mi metto a rubarle anch’io, e no! Mi dispiace per la perdita, ma accrescere il danno non ha senso! Quindi la cosa più logica è garantire la vita in gravidanza e semmai rinunciare dopo a farne la madre, per chi come me è cristiano qua non può non vederci le parole dell’apostolo Paolo “là dove ha abbondato il peccato sovrabbondi la grazia”. Quella che le ho dato è una mia spiegazione e le posizioni sono varie ad esempio una delle più affascinanti e futuribili è l’evivizionismo, sono quai sicuro che nessuno ne ha sentito parlare, ma sostanzialmente si tratterebbe di risolvere la diatriba di cui sopra ricorrendo ad uteri artificiali che consentano da un lato al sopravvivenza del bambino e dall’altro garantiscono maggiormente la madre di quanto non si possa fare oggi; quindi le posizioni sono varie e il fatto di poterle esporre in un libero consesso, di non essere schiacciati da una legge che qualora uno esprimesse una opinione contraria è incitamento a questo e quello etc… etc… ecco credo che siano tanti i buoni motivi per preferire un confronto in un contesto libero.