Primavere arabe: vere rivoluzioni?

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Carta di Laura Canali – Limes

Di Htagliato ed Enzo Pennetta

Cosa sono state quel fenomeno chiamato “Primavere arabe”?

Movimenti spontanei o eventi eterodiretti?


Di Htagliato

Partiamo con il rinfrescarci la memoria: le primavere arabe sono state una serie di moti di protesta (anche molto violenti) che hanno interessato il cosiddetto Mondo Arabo tra il 2010 e il 2011. I paesi maggiormente coinvolti sono stati la Libia, l’Egitto, la Tunisia e la Siria e in alcuni casi le primavere sono state classificate come vere e proprie rivoluzioni, perché hanno provocato un cambiamento di governo, in certi casi con l’allontanamento o la morte di un capo di Stato:

  • In Tunisia, dopo 24 anni al potere, il presidente Ben Ali lascia il potere. Tutto iniziò con la protesta di un fruttivendolo, Mohamed Bouazizi, contro il sequestro da parte della polizia della propria merce, per cui reagì dandosi fuoco il 17 dicembre 2010.
  • In Egitto diede le dimissioniHosni Mubarak, presidente da trent’anni, dopo manifestazioni e scontri che arrivarono a coinvolgere un milione di persone.
  • In Libia si arrivò alla cattura e all’uccisione diMu’ammar Gheddafi, dittatore da quarant’anni.
  • In Siria è ancora in carica Bashar al-Assad, presidente dal 2000, anche perché il regime ha soppresso con la violenza le dimostrazioni popolari, ma tuttora vi è una guerra civile che coinvolge l’esercito filogovernativo, le forze ribelli e quelle curde.

A leggere tali risultati insieme alle motivazioni elencate da Wikipedia (corruzione, povertà, fame, assenza di libertà individuali, violazione di diritti umani, disoccupazione eccetera), si è portati in un primo momento a tirare fuori dal cassettone dei ricordi scolastici l’immaginario occidentale e romantico della rivoluzione “alla francese”, nata dal desiderio di affermare i propri diritti e che provoca un cambiamento epocale nel proprio paese, con la consapevolezza di aver generato un modello di protesta da esportare e far propagare in altre nazioni con problemi analoghi.

Facciamo però un salto in avanti ai nostri giorni. La situazione siriana è nota a tutti, anche per i dissidi che provocò tra Obama e Putin e per alcuni dilemmi a metà tra il drammatico e il surreale: andava e va combattuto lo Stato Islamico, ma in che modo? Se lo si fa aiutando Assad, come scelse Putin, si cade nella contraddizione di aiutare un dittatore (farebbe notare Obama); se ci si schiera dalla pare delle forze ribelli, occorre però creare la figura mitologica del “ribelle moderato” (quello che prima di decapitare scalda il coltello perché si sa che il metallo freddo sulla pelle da fastidio); se si bombarda in modo sistematico si rischiano vittime innocenti. A complicare le cose c’è il problema del “dopo”: chi dovrebbe comandare dopo? Assad o l’ennesimo capo imposto filo-occidentale?

Come vanno le cose negli altri tre paesi principalmente coinvolti nelle primavere arabe?

Da tre articoli del giornalista Leone Grotti apprendiamo che in Egitto e in Libia le primavere non le festeggia praticamente più nessuno, mentre solo la Tunisia offre un esempio positivo seppur con alcuni problemi di cui parleremo tra poco.

In Egitto

Il 25 gennaio solo 300 persone si sono riunite nel luogo simbolo della Primavera araba, piazza Tahrir, ma non hanno celebrato la rivolta del 2011, bensì gli agenti. Il 25 infatti in Egitto è la Festa nazionale della polizia e il governo si è raccomandato di inneggiare a quella piuttosto che all’insurrezione popolare.

Hanno celebrato più la polizia che il popolo, già questo è indice di un certo fallimento, in questo caso il nodo è rappresentato soprattutto dall’economia, tenendo conto per esempio di una disoccupazione del 40%.

Nel 2015 in Libia in occasione della parata per la liberazione di Tripoli

In Piazza dei martiri si è presentato solo «qualche bambino e un minuscolo gruppetto di soldati di Alba libica». I libici, infatti, vogliono solo «andare avanti con le loro vite»

Uno degli ostacoli al desiderio di vita normale dei libici è rappresentato dall’ISIS e dal fatto che, tanto per cambiare, la Libia non è politicamente “indipendente”: l’ONU vuole imporre un governo di unità nazionale che però:

non è riconosciuto da nessuno dei due Parlamenti del paese, né da quello di Tripoli guidato da Khalifa al-Ghwell e sostenuto dagli islamisti di Alba Libica, né da quello di Tobruk guidato da Abdullah al-Thani e appoggiato dall’esercito del generale Khalifa Haftar. L’Onu però punta forte su questo governo per riuscire a stabilizzare la Libia.

 

In Egitto e in Libia dunque non viene festeggiato né il presente né il passato (cioè le primavere), si può fare quindi un confronto con la realizzazione della Tour Eiffel nel 1889: si costruì uno degli edifici più alti al mondo per celebrare i cento anni dalla rivoluzione, mentre in questi casi dopo soli cinque anni non si riesce a radunare una piazza degna di questo nome.

In Tunisia, per fortuna, si sono raggiunti traguardi importantissimi dal punto di vista democratico: libere elezioni, nuova costituzione e nuovo parlamento. Nel corso degli anni però si sono fatti sentire anche qui la crisi economica, la forte disoccupazione e la minaccia dell’ISIS, forse proprio per motivi politici, come l’ironia di Leone Grotti spiega molto chiaramente

Tunisi ha capito perfettamente come funziona la democrazia: la coalizione di governo di unità nazionale, guidata dal premier Habib Essid, comprende quattro partiti e 27 ministri. Nidaa Tounes dopo neanche un anno si è spaccato al suo interno, 19 parlamentari sono usciti dal partito lasciandolo in minoranza e trasformando gli islamisti di Ennahda nella forza parlamentare di maggioranza. Il premier Essid è così ricorso a un rimpasto, che ha portato a 30 il numero dei ministri, salvando però il governo.

 

Non vi suona familiare, cari compatrioti, questo elenco di fatti politici?

Tornando al mondo arabo, un modo per capire cosa hanno rappresentato le primavere arabe potrebbe essere quello suggerito da Daniele Scalea, redattore di ”Eurasia” e segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG): uscire dagli schemi occidentali, cioè rimettere a posto nel cassettone dei ricordi scolastici i nostri modelli esplicativi delle rivoluzioni. Durante le primavere, per esempio, circolò la notizia che i social network avessero contribuito ai moti popolari, per cui magari qualcuno avrà fantasticato del potere immateriale della rete di andare oltre le censure, di superare i confini materiali per battere il potere costituito. Non è così per Scalea:

E che dire della balla colossale della rivolta nata da Facebook, da Twitter, da YouTube? Che dire della frottola di una rivoluzione spacciata per spontanea, orizzontale, improntata sui “diritti” e le “libertà” intesi all’occidentale? È il solito vecchio vizio di casa nostra: ricondurre l’ignoto al noto, la complessità allo schema semplice semplice. E così tutti i complicati fattori culturali, religiosi, sociali, politici e geopolitici che hanno portato alle rivolte arabe vengono occultati dietro la storiella dei social network rivoluzionari.

La questione dei social network rivoluzionari sarebbe una balla per un motivo molto concreto: la copertura della rete nei paesi coinvolti era ed è troppo bassa per considerare internet il campo da cui è nato tutto.

Una piccola frase della pagina di Wikipedia potrebbe essere illuminante in questa faccenda:

La Primavera araba ha avuto lo scopo di portare o riportare le tradizioni del mondo arabo al potere.

Adesso potrebbe essere più chiaro perché subito dopo il problema dei dittatori si è passato a quello dello Stato Islamico (che grazie agli stipendi che promette può alimentarsi proprio con la grande disoccupazione che abbiamo citato).

Andiamo per la seconda volta a ripescare la nostra idea di rivoluzione dal cassettone dei ricordi scolastici: “rivoluzione” deriva da dal latino tardo “revolutio –onis” cioè «rivolgimento, ritorno», cioè un grande cambiamento che sia mosso dal desiderio di ricreare una situazione ideale perduta e sentita come propria rispetto a quella imposta da un potere corrotto. Non è un’opinione di nicchia che per esempio la Rivoluzione Francese sia stata il raggiungimento del potere da parte della borghesia, dopo che questa fosse già diventata di fatto il motore dello stato francese. L’idealismo dei diritti umani universali è stato solo il ricoprimento ideologico di tale successo storico.

Generalizzando, una rivoluzione può essere compresa solo inserendola in modo radicale nella storia del paese coinvolto e non potrà né essere uguale tra un paese e un altro né portare ad un significativo miglioramento delle condizioni di un popolo se ciò verso cui si sta ritornando (e non progredendo) è qualcosa che rappresenti veramente il bene di quel paese.


Enzo Pennetta

Rivoluzione, partiamo dall’etimologia proposta da Htagliato: «rivolgimento, ritorno». Due termini che significano comunque un tornare indietro.

Sappiamo che “rivoluzione” è il termine usato per descrivere le orbite dei pianeti intorno al sole, al riguardo Copernico nel 1543 pubblicava il “De revolutionibus orbium coelstium”, una rivoluzione è un giro completo, e allora una rivoluzione è proprio un ritorno alle origini.

Ma a quali origini tornava la Rivoluzione francese se non al paganesimo, a quelle della dea Ragione accompagnata dalla distruzione della tradizione francese per far posto ad una esaltazione precristiana della natura caratterizzata da un teismo fondamentalmente panteista?

Ma da quel momento il significato comunemente inteso del termine rivoluzione fu quello di “sconvolgimento” e di “nuovo ordine sociale”, il contrario del ritorno alle origini. 

E Riguardo alla pretesa conquista della libertà ottenuta con la Rivoluzione francese, bisogna ricordare che quella fu la rivoluzione della borghesia, non del popolo, quest’ultimo vide sostituire dei padroni con degli altri padroni al prezzo oltretutto di migliaia di vittime ghigliottinate dopo processi sommari prima e durante il Terrore e dell’infame carneficina della Vandea.

La Rivoluzione russa poi sostituì la nobiltà e la borghesia con il proletariato… a parole. Di fatto si insediò una nuova nomeklatura con il popolo sempre in povertà mentre i vertici del partito godevano dei benefici tolti a nobili e borghesi. Una rivoluzione di popolo, certo, ma finanziata dalla Germania e dai banchieri di Wall Street, come ricorda Aleksandr Isaevič Solženicyn in Lenin a Zurigo (Milano, Mondadori, 1976).

Con questi illustri riferimenti, le rivoluzioni si dimostrano degli eventi in cui un potere si sostituisce ad un altro potere con la tecnica di cavalcare il malcontento popolare.

Le primavere arabe non sembrano fare eccezione, la finta storia del ruolo di Twitter smaschera il fatto che siano delle organizzazioni finanziate da stati esteri ad alimentare e sostenere le fazioni contrarie al regime che si vuole abbattere, tanto che tale tecnica ha meritato un neologismo con il termine “regime change” con particolare riferimento ad un metodo divenuto strumento di politica estera degli Stati Uniti.

Dalla prima guerra del Golfo con la richiesta di un “regime change” in Iraq, alla guerra infinita del secondo intervento in Iraq (“Operation Infinite Justice” divenuta poi “Operation Enduring Freedom”), le operazioni di regime change hanno sempre più preso la veste delle rivoluzioni popolari. E così che sono stati armati i gruppi anti Assad in Siria e quelli anti Gheddafi in Libia, due rivoluzioni alle quali in caso di necessità non sarebbero mancate le provvidenziali bombe intelligenti della NATO. Come è andata a finire lo sappiamo: dove la rivoluzione ha avuto successo, in Libia, si è passati da una situazione di stabilità al caos e alla distruzione (stesso destino riservato all’iraq). La Siria ha avuto invece la possibilità di evitare almeno in parte la stessa sorte solamente per via dell’intervento Russo. Strani rivoluzionari quelli dell’ISIS – ISIL – Daesh che generati dagli USA sono poi accorsi numerosi al richiamo, ben pagato dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, a dar man forte ai rivoluzionari locali.

Paesi come l’Egitto e la Tunisia hanno evitato la guerra ma sono stati destabilizzati, specialmente il primo, si sono invece salvati dal vento delle primavere paesi con regimi oppressivi ma graditi all’Occidente come l’Arabia Saudita. I finanziamenti delle rivoluzioni passano anche per le ONG, le Organizzazioni Non Governative che lasciano dietro loro tracce che vanno dalle primavere arabe ad Hong Kong e all’Ucraina, qualcuno ha chiamato questa generale destabilizzazione di interi stati e macro regioni geografiche “Impero del caos”.

In conclusione, rispondendo alla domanda posta nel titolo: si tratta di vere rivoluzioni?

Sì, ma nel senso che, come tutte le rivoluzioni a partire da quella francese, si tratta di fenomeni alimentati da grandi interessi economici e geopolitici e che vengono perseguiti attraverso il finanziamento e il supporto operativo di fazioni locali avverse al potere costituito.

Si usa dire «C’est l’argent qui fait la guerre», ma non c’è dubbio che valga anche «c’est l’argent qui fait la revolution»

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27 commenti

  1. Buongiorno, pur sposando le tesi dell’articolo, non mi convince molto questo articolo a dire il vero.
    Spogliandolo degli orpelli, infatti, non riesco a capire quali siano i fatti. Vedo solo opinioni.

  2. muggeridge on

    Politica, geopolitica ed economia sono tre campi dove vado meno d’accordo con Pennetta, però su questo articolo sono sostanzialmente d’accordo. Io resto filo-occidentale, in due sensi: il primo è il noto “right or wrong, it’s my country”, ossia mi sento di appartenere all’occidente e sto con l’occidente, il secondo è che sto con l’occidente perché il resto è solo peggio. Detto questo, gli USA e gli occidentali hanno messo in atto politiche fallimentari e deleterie sopratutto per noi europei e qui la critica ci sta tutta.
    (Faccio notare ai soliti troll denigratori di CS, che qui non siamo quella “combriccola” plaudente che si allinea a ogni cosa scritta da chi conduce il sito, quando troviamo da dissentire, dissentiamo…).

    • Ma politicamente,non ho mai visto nessun rivoluzionario locale,nessuna mina antiuomo,nessun bambino armato con armi che non fossero “made in occidente”.Non so se l’occidente e’ meglio,per alcuni aspetti sara’ “meglio” per altri imvece non ne’ sono sicuro.Certo,d’altra parte certe idee che girano in quelle nazioni non sono certamente meglio,e pero’ potrebbe un occidentale non dispiarcesene,altrimenti come potremmo permettere di far emergere quell’economie che entrerebbero in competizione con le nostre e che magari abasserebbero il nostro tenore di vita?Punto di vista ma i conflitti e l’instabilita’ di altre nazioni,sia un vantaggio se poi questo e’ etico:giusto ingiusto e altra questione,ma,pur essendo occidentale e pur essendoci fuori dall’occidente idee contrarie agli stessi costrutti occidentali,non mi sentirei piu’ buono perche’ occidentale o meno.

      • “Occidente” oggi esprime solo una collocazione geografica relativa, questo termne dopo decenni di ingegneria socio-politica vuol dire qualcosa di profondamente contrario alla tradizione occidentale.
        Oggi l’Occidente tutela la finanza a discapito dei lavoratori, permette ogni capriccio chiamandolo diritto, esercita un neocolonialismo ipocrita, che significa dunque difendere l’Occidente se non una vaga idea nostalgica che abbiamo di esso?
        Se si vuol difendere il vero Occidente a mio parere si deve combattere “questo” Occidente.

  3. Le rivolte spontanee finiscono male, le rivoluzioni sono opera di minoranze e al loro servizio, da un articolo di Massimo Fini sul Fatto Quotidiano di ieri:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/la-democrazia-al-tempo-di-panama/
    …quando il popolo, nel corso della storia, ha provato a riscattarsi da solo le cose non sono andate meglio. In Russia le grandi rivolte contadine del ‘600 e ‘700 guidate da Stenka Razin e da Pugacev furono soffocate nel sangue dagli Zar e, nell’800, nel civile Occidente, soffocate nel sangue furono le rivolte dei luddisti, i quali avevano intuito che le macchine avrebbero tolto loro il lavoro e, soprattutto, la dignità del lavoro.
    La Rivoluzione d’Ottobre fu invece opera di un’élite, Plechanov, Lenin e Trotsky (il vero protagonista dei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Lenin se ne stava nascosto sotto una parrucca bionda alla stazione di Finlandia) che aveva alle sue spalle una solida base teorica, quella fornita da Marx, ma il risultato, alla fine, fu che a un’oligarchia se ne sostituì un’altra più feroce e sanguinaria di quella degli Zar.

    • Diciamo pure però, caro prof., che Massimo Fini è spinto, nelle sue “aricolesse”, da puro spirito di contraddizione e “bastiancontrarismo” (mi si passi il neologismo).
      Prendere la parte dei Luddisti e affermare che Marx aveva fornito (cito) una “solida base teorica”, esprime la cifra del pensiero del Nostro, che vi lascio volentieri tutto.
      Se arrivassero gli alieni e ci sterminassero tutti, Egli prenderebbe le parti dell’invasore alieno per puro odio verso la propria “specie”.

      P.S.: non parliamo di me, che ormai dissento dalla, diciamo cosi’, “linea editoriale” di CS (che legittimamente esprime, e ci mancherebbe…) almeno per il 70% delle volte, e con altrettanti commentatori…

      • Che dire Piero, non intendevo fare un’apologia di Fini ma riportare un suo pensiero ne l quale non si difendono i luddisti o si vuol discutere del marxismo, ma solo affermare che le rivolte veramente di popolo finiscono male, quelle guidate da minoranze finanziate e organizzate diventano rivoluzioni di successo.
        Per il resto dissentire è la caratteristica di buona parte dei commentatori, vuol dire che chi condivide quanto scritto lo fa a ragion veduta, questo evidentemente non è posto per “yes men”.

        • Giuseppe Cipriani on

          OT. Che chi dissente dimostri la “ragion veduta” di chi non dissente mi sembra stiracchiato come concetto… Diciamo che qui si esprimono molto spesso solo opinioni e che di volta in volta ci si trova d’accordo o meno… L’ho capito da un pezzo che CS, senza biasimo alcuno, rappresenta un certo modo di pensare di fondo e che quello della critica scientifica è solo il pretesto per creare un dibattito attorno alle opinioni dell’autore-oste-conduttore, attore del suo pensiero unico. Chiudo l’OT.

          • La solita opinione der Simplicio de’ noantri (auto-)spacciata per “manifestazione del libero pensiero”, soltanto perchè sè-dicente “libero” e soprattutto sè-dicente “pensiero”, e come al solito senza ne’ capo ne’ coda.
            Pennetta ha voluto semplicemente dire (ma non mi faccio certamente esegeta del suo pensiero, e’ solo per evitare di fargli perdere tempo a commentare un post cosi’ insulso) che MOLTI commentatori DISSENTONO su MOLTI argomenti, e che PERCIO’, CHI CONDIVIDE quanto detto dallo stesso Pennetta, lo fa A RAGION VEDUTA (cioe’ perche’ ci crede davvero e soprattutto ARGOMENTA) e non per spirito di “lecchinaggio”o di contraddizione come te o Fini.

          • Diciamo che ragionevolmente le armi per fare le rivoluzioni non le hanno prese alla bastiglia.Pero giustamente mi si dira’ per me non e’ cosi,al che seguira la domanda perche’ per te non e’ cosi?

            Quindi semmai non e’ chi dissente dimostri che e’ cosi,ma l’inverso chi dissente,dissenta con argomento diverso,giustificando le ragioni perche non sarebbe cosi.

          • Detto in parole piu’ semplici:
            1. Piero (o altro commentatore) dissente spesso dalle opinioni riportate dallo stesso Pennetta o dagli articoli pubblicati su CS.
            2. Piero non ha timore reverenziale a dirlo e scriverlo sullo stesso CS
            3. Pennetta non banna Piero (quando non fa il troll ;-P ) ma semmai porta i suoi argomenti e cerca di smontare gli argomenti portati da Piero.
            4. Piero (di solito) insiste nella sua tesi e ribatte a Pennetta.
            5. QUINDI se Piero CONDIVIDE l’opinione di Pennetta e/o dell’articolo in questione su CS, lo fa A RAGION VEDUTA in base alle proprie convinzioni e ragionamenti riportati nell’articolo e/o nel post.
            Adesso dovrebbe essere ancora piu’ chiaro, no?

          • Giuseppe Cipriani on

            Noto solo che non s’è colta la parte riguardante le opinioni… Non pretendevo molto in fondo. E noto che stavolta PIero, mai prono, non dissente da Enzo. Come intendevo far capire riguardo alle opinioni, che tali rimangono e non sono “influenzate” dalla presenza di chi dissente…. E io, se permettete, mi tengo la mia espressa sopra.

          • Giuseppe Cipriani on

            Per curiosità aggiungo e chiudo…
            .
            Se Enzo avesse scritto una frase come questa:
            .
            “Per il resto assentire è la caratteristica di buona parte dei commentatori (più vera dell’altra, n.d.r), vuol dire che chi non condivide quanto scritto lo fa a ragion veduta”
            .
            Come verrebbe letta la cosa?

          • La ragione ammette quattro possibili giudizi:

            “a)Piero ha ragione Pennetta no.
            b)Pennetta ha ragione Piero no.
            c)In parte ha Ragione Pennetta in parte ha ragione Piero.
            d)Nè piero nè Pennetta hanno ragione.”

            Sono soltanto conclusioni che uno si farà leggendo gli argomenti proposti da entrambi.

            —–

            Dice cipriani io ho un’opinione.Per opinione dissenti,e fino a qui nulla da dire,ma se sei in posizione d,mi spieghi perchè dissenti,per quale ragione dissenti?Perchè per me CS è cosi.Si ma non stavano mica discutendo di CS,mi pare ma di come possa esserci stata magari pure la rivoluzione francese,senza che qualcuno avesse speculato sulle ragioni per farla,e che in una qualunque mattina si siano tutti improvvisamente svegliati e abbiano detto:”oggi facciamo la rivoluzione.”

            L’intera politica estera degli stati uniti è sempre stata legata al realismo politico (macchiavelli) per fare un nome Kissinger.A me sembra quindi che Pennetta non è che stia argomentando altro sul fatto che gli Stati uniti siano sempre stati legati a quel tipo di teoria politica che è dettata sia dal realismo (intendi Machiavelli) sia dal pragmatismo (Pierce).Dici che magari è un’opinione,però posso sapere perchè lo è,e perchè secondo te:gli stati uniti non hanno mai condotto la loro politica estera sulla base di quelle due teorie politiche?

          • Cipriani afferma:
            ” L’ho capito da un pezzo che CS, senza biasimo alcuno, rappresenta un certo modo di pensare di fondo e che quello della critica scientifica è solo il pretesto per creare un dibattito attorno alle opinioni dell’autore-oste-conduttore, attore del suo pensiero unico.”
            .
            Definire pensiero unico quello che esprimo significa usare in modo distorto e del tutto fuori luogo tale locuzione, vedi wikipedia:
            https://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_unico
            .
            Semmai il pensiero unico è quello che qui viene contrastato (come in altre parti che non siano i media mainstream).
            Qundi, di pensiero unico la gente ne può avere in abbondanza, chi non si accontenta può venire qui a leggere delle analisi differenti che non possono che essere espressione delle conoscenze e della formazione di chi le fa, qui come da tutte le altre parti.
            Questo lo trovo un pregio e francamente quanto detto sopra mi sembra una critica gratuita e un tantinello astiosa.

          • E’ curioso e anche parecchio divertente il relativismo dell’Uomo Qualunque fintamente agnostico, sembra quasi il bis-pensiero orwelliano…
            Cipriani, sei partito con l’accusa del (pressappoco) “io lo so che qui c’e’ un pensiero unico dettato dal lecchinaggio dei soliti commentatori affezionati e paraculi nei confronti di Pennetta”, ma ti e’ stato DIMOSTRATO che ci sono molti commentatori, soprattutto tra quelli piu’ “affezionati”, che sono proprio LORO quelli che piu’ degli altri DISSENTONO (motivandolo) dall’opinione di Pennetta, e tu adesso te ne esci con questa battuta?
            Cos’e’, uno scherzo?
            Proprio tu che sei quello del “ma se è come dite voi, come mai gli altri non dicono la stessa cosa?”.

        • Prof., spero che con “ne l quale non si difendono i luddisti o si vuol discutere del marxismo” lei si riferisca alle sue intenzioni e non a quanto detto da Fini, perche’ mi sembra palese che l’intenzione (di Fini, intendo) fosse esattamente questa.
          P.S.: questa è una di quelle volte in cui dare del Lei complica notevolmente il testo di un post, infatti e’ difficile per me (non sono un letterato) fare riferire un “sua” a Lei o a Fini…
          Certe volte la confidenzialita’ per quanto fittizia su Internet, aiuta un po’ a esprimersi meglio…

          • Sì certamente, non intendevo andare nel dettaglio dell’esempio riportato (cioè se i luddisti avessero ragione o torti) ma indicarlo solo come caso di movimento dal basso.

  4. Giuseppe Cipriani on

    OT degli OT…
    .
    Ognuno di noi, Enzo, è attore del suo pensiero unico, inteso come cose a cui uno crede e che porta avanti con decisione.
    Perché ti sei offeso?
    E se in quello che ho scritto ci hai trovato astio mi spiace, era solo una constatazione riguardo a un’evidenza che noto sempre più, conoscendo i temi che porti avanti e come li porti avanti…
    Hai la mia età (la mezza età dell’esperienza), e credo che anche tu abbia imparato da un pezzo che non esistono più guru e che ciascuno di noi porta avanti le proprie inclinazioni di pensiero nel modo migliore che può. Come fai tu, quotidianamente, e non puoi esimerti dall’essere, come tutti, innescato dal tuo vissuto che ti ha portato a pensarla in un certo modo sulle questione che porti in luce qui su CS.
    Mi stonava quel tuo prenderti ragione perché ti dà ragione chi ragiona a ragione veduta, e chi a ragion veduta ti dà torto, allora, come lo consideri? Uno che ti dà torto senza ragione? Questo intuivo in quella tua considerazione per me illogica. Tutto lì.

    • Caro Giuseppe, la sensazione di astio nasceva da quella locuzione “pensiero unico” che è dispregiativa, se poi tu l’hai usata in altro senso il discorso cambia ma, come diceva Nanni Moretti le parole sono importanti.
      .
      Riguardo alla “ragion veduta”, il senso è che chi esprime consenso non lo fa per tifoseria, cosa che ho visto in altri siti, ma per conclusioni ragionate, il che non vuol dire che chi dissente non lo faccia a ragion veduta, anzi spesso con argomentazioni chilometriche!
      Il fatto è che si parlava di opinioni in contrasto con le mie e facevo notare che questo non è un sito per “yes men”.
      Spero che adesso sia definitivamente chiarito.

      • Giuseppe Cipriani on

        L’importante è che ciascuno cerchi di chiarire in perfetta buonafede. Sta bene quel che dici, resto solo un po’ perplesso sulla questione tifo che esiste anche qui, a mio avviso.
        Sono anche convinto, al contrario di altri, che il campo per l’opposizione (anche a ragion veduta) qui su CS è aperto, io ne sono l’emblema da qualche anno. E di questo ti ringrazio.

        • Certamente non intendo dire che non ci siano episodi di tifoseria, ribadivo solo che sono episodici e che la maggior parte degli interventi è ragionata.
          Per finire io ringrazio te perché sei il sigillo “DOC” sulla pluralità di CS! 😀