Leibniz e l’errore dell’Intelligent Design

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Giobbe deriso dalla moglie (Georges de La Tour, 1650)

Leibniz e l’errore dell’Intelligent Design

di Giorgio Masiero

A 300 anni dalla morte di Leibniz, il suo pensiero ha ancora molto da insegnare ai filosofi e agli scienziati

Ricorrerà lunedì il 300° anniversario della morte di Gottfried Leibniz, l’ultima figura di “genio universale” nella storia umana. Leibniz è stato un logico, matematico, filosofo, fisico, filologo, semiologo, linguista, storico e magistrato tedesco, eccellendo al punto da essere studiato tuttora, a livello sia specialistico che interdisciplinare. Il governo turco, che in questi giorni ha varato una nave militare col nome d’una battaglia vinta dagli ottomani nella loro ultima guerra (“di Morea”, 1716-18) infine persa contro i cristiani, mi ha richiamato alla memoria che Leibniz è stato anche il diplomatico che nell’occasione lavorò più di tutti a riunire i tanti stati e staterelli europei, sempre in lotta tra loro, contro le mire di espansione a Occidente della Sublime Porta, così da ricacciarle definitivamente. Leibniz non ebbe la soddisfazione di vedere la fine della guerra, ma prima di morire poté apprendere di due vittorie determinanti, a Petervaradino e a Corfù.

Leibniz è stato l’ultimo metafisico della Scolastica classica. Oggi lo voglio commemorare per un suo denso libretto del 1714, “Principes de la nature et de la grâce” (I principi della natura e della grazia), dove elaborò una questione, la più grande questione del pensiero occidentale, che da allora ha preso il suo nome. Riferirò la Questione di Leibniz ai nostri giorni, ai temi filosofici e scientifici che ci occupano e che solo l’ignoranza giudica nuovi. Partiamo dalla fisica del fine tuning.

Il fine tuning, ho descritto in altro articolo, è quella precisissima sincronizzazione d’una quindicina di costanti fisiche, i cui valori si sono trovati a cadere, fin dai momenti iniziali dell’universo, nel ristretto intervallo necessario (e sufficiente? no, questo non si può dire) per la comparsa della vita una decina di miliardi di anni dopo. Al momento i fisici possono solo misurare questi numeri e prenderne atto, senza spiegarsene l’origine. Due di tali costanti, gS ed α, calibrano rispettivamente la forza nucleare forte e quella elettromagnetica: se il loro rapporto differisse appena del 2%, in più o in meno, non si sarebbe mai formato l’idrogeno o non si sarebbero formati gli altri elementi atomici più pesanti…, e noi non ci saremmo! Oppure, prendiamo G, gW e Λ, rispettivamente la costante di gravitazione universale, la costante di coupling della forza debole e la costante di Einstein: dal loro equilibrio dipende sottilmente la velocità di espansione (o di eventuale contrazione) dell’universo: se G o gW differissero dai loro valori per 1 parte su 100.000…000 [50 zeri], l’espansione dell’universo sarebbe così esplosiva da impedire la formazione delle stelle o s’invertirebbe in un catastrofico collasso. Comunque non evolverebbero le fabbriche della nucleo-sintesi…, e noi non ci saremmo! E così via. Quei 15 valori strani (v. Tabella sotto, tratta dall’articolo sopra linkato), che sembrano estratti a caso dall’insieme dei numeri reali positivi, sono secondo la fisica quelli necessari per la comparsa della vita. Come si spiega l’uscita al Big bang di tale combinazione “fortunata” di numeri?

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L’intrigante domanda non poteva lasciare indifferenti i seguaci dell’Intelligent Design (ID, “Progetto Intelligente”), quel movimento americano di scienziati e filosofi che crede di poter dimostrare con la scienza naturale l’esistenza di Dio. Ecco allora una delle istituzioni principali dell’ID, il Discovery Institute di Seattle, produrre un libro ed un film sull’argomento, “The Privileged Planet”. Dal fine tuning i due media deducono l’esistenza di un’Agenzia intelligente responsabile della sintonia, commettendo però un errore che non sarebbe sfuggito al Leibniz logico, fisico e metafisico.

Si legge nel libro dell’ID: “Ognuna delle costanti cosmologiche necessarie affinché le stelle producano ossigeno e carbonio in quantità confrontabili può stare solo in uno stretto intervallo. Ma l’intervallo entro cui esse insieme, contemporaneamente, devono stare è molto più stretto, come il cerchio centrale di un bersaglio già per sé piccolo. Aggiungi l’intervallo richiesto per la forza debole e il centro del bersaglio diviene più piccolo, ecc., ecc., per le altre forze e costanti. Aggiungi i requisiti specifici per le forme più semplici di vita (la chimica dell’acqua e del carbonio) e il cerchietto diventa ancora più piccolo, e ancor più si riduce per la vita più avanzata e tecnologica”. Insomma, quando si combinano tutte le piccole probabilità dei valori di ogni parametro per l’esistenza della biosfera terrestre, la probabilità risultante diventa infinitesima. Ergo, la fisica prova l’esistenza d’un Progetto intelligente, che fin dal principio del mondo ha sintonizzato le costanti.

Questo ragionamento dell’ID fondato sull’implausibilità di alcune probabilità fisiche è errato.

Intanto, i parametri potrebbero essere correlati. È possibile ad esempio che le due costanti della forza nucleare forte e debole abbiano un’origine comune, rilevabile da una teoria fisica futura. Allora non sarebbero più indipendenti e la loro probabilità combinata di assumere i valori necessari per un universo abitabile crescerebbe. Altrettanto può accadere, uno alla volta, per gli altri parametri, che potrebbero infine risultare in blocco da una Teoria Ultima della Fisica o ToE (Theory of Everything, così denominata con esagerazione da Stephen Hawking). Con una tal Super-teoria, i 4 campi della fisica – il gravitazionale, l’elettromagnetico, il nucleare forte e il nucleare debole – che con i loro valori precisi sembrano nelle teorie fisiche di oggi congiurare a favore della nostra esistenza (e dell’esistenza di fisici che li scoprano!), sarebbero l’esito necessario d’una singola equazione.

Fine delle coincidenze misteriose? Certamente sarebbe spiegata la sintonia d’una quindicina di variabili (e sarebbero eliminate le inesteticità del Modello standard) …, ma – per chi ha gli occhi puri d’un bambino e non finisce mai di domandare – sorgerebbe una nuova questione: l’origine della ToE, con i suoi assiomi, formule e numeri. Infatti, mentre tutte le leggi della fisica seguirebbero necessariamente dalla ToE, la ToE non sarebbe però necessaria! Perché quel sistema logico-formale e non un altro? E qui viene il bello, che l’ID (e il suo negativo fotografico, lo scientismo) ignora: questo è un problema sul quale la fisica non può dire nulla.

Ogni meta-teoria per spiegare la ToE sarebbe infatti, a sua volta, un sistema logico-formale non necessario…, e così via di livello logico in meta-livello. Che non possa esistere una teoria coerente e completa fino al punto di spiegare sé, i suoi assiomi, parametri e condizioni di validità, si sa dal 1936: si chiama Teorema di Tarski ed è il teorema fondamentale della logica. Il teorema pone un limite al processo di unificazione, che è la molla dell’avanzamento della fisica teorica. Con questi limiti, da cui non potrà mai uscire una vera “Teoria del Tutto”, la cosiddetta ToE sarebbe comunque un momento di trionfo della scienza naturale, forse il culmine della storia della fisica. Le meta-teorie di secondo livello invece, prodotte dai cosmologi negli ultimi 30 anni per far fronte al fine tuning, non si contano: sono le diverse rappresentazioni di multiverso. Poiché però ogni forma di multiverso è per definizione sperimentalmente incontrollabile, esse non fanno parte della fisica. Sono esercizi di matematica, che possono forse aiutare ad avvicinare il Graal della ToE con una sbrigliata strategia top-down, invece che con una più faticosa bottom-up partente dalle teorie fisiche esistenti parzialmente funzionanti.

Non è una dimostrazione scientifica dell’esistenza del Progetto divino il fatto che la matematica e la scienza naturale abbiano limiti epistemici derivanti dal loro metodo, tra i quali rientra l’origine dei postulati delle teorie. Ricavare da questi limiti l’esistenza d’un Progetto è l’errore uguale e contrario a quello dello scientismo, che dall’elusività sperimentale – nel senso di misurabile – del Progetto deduce la sua inesistenza! Questi limiti auto-rivelano soltanto la finitezza e la fallibilità della scienza naturale.

Se rompo una tazza, troverò che i pezzi si adattano perfettamente per costruirne una nuova. Ma questo tuning apparirà miracoloso solo a chi ignora l’origine dei pezzi. Chi la conosce, dall’osservazione che combaciano non deduce né l’azione del caso, né di un Progetto. Così, l’universo fisico è sintonizzato perché lo postula la sua esistenza organica, comprensiva della presenza di osservatori che hanno usato il metodo riduzionistico di romperlo in pezzi (le particelle fisiche). L’esistenza dell’universo, non il fine tuning, è il Problema; ma non è un problema della fisica, bensì della metafisica. Qui va posta la critica al materialismo. Voglio dire che, se il ragionamento dell’ID è errato al livello epistemologico, al livello metafisico il materialismo è insostenibile. Quei 15 numeri (e domani un’auspicata ToE) non hanno nulla d’improbabile, né di miracoloso solo in presenza d’un universo dato. La grande questione, dove il materialismo inciampa perché la scienza sperimentale si arresta, è un’altra, è la Questione di Leibniz: perché c’è un universo piuttosto che niente? E il ricorso ad un multiverso composto di 100.000…000 [500 zeri] universi paralleli non aiuta la risposta, semmai la complica: è facile ironizzare sui contorsionismi esistenziali di chi, avendo rinunciato a credere al Progetto perché prigioniero del metodo galileiano delle cose osservabili dai sensi o dagli strumenti, è costretto a postulare un’infinità di cose inosservabili fuori della sua caverna.

La Questione di Leibniz riguarda l’essere: per metodo, la scienza sperimentale assume l’esistenza delle cose, non la spiega con un Principio antecedente basato sull’inosservabilità antonomastica del niente; la spiegazione dell’essere appartiene alla filosofia, più propriamente alla metafisica. Come molti pensatori di oggi, anche i teorici dell’ID assumono implicitamente che l’esser-ci è un’altra caratteristica delle cose, un predicato nominale come l’esser-alti, -gialli o -nonni. Ma senza l’essere, una cosa non è niente. Non sta nella realtà, ma nella pura immaginazione di un essere reale pensante.

Appartiene invece alla babele odierna assegnare lo stesso stato di realtà alle idee e alle cose. Finché faceva fisica, Hawking sapeva che un’equazione può solo descrivere come una cosa esistente si trasforma e qui si arrestava sconsolato: “Che cosa ha spirato il fuoco nelle equazioni della fisica e ha dato loro un universo da descrivere?” (Dal Big bang ai buchi neri, 1988). Ora, in pensione, varca imperterrito la soglia galileiana oracolando che l’universo, anzi molti universi, siano stati creati “dalle leggi della gravità e della meccanica quantistica” (Il Grande Disegno, 2010), cioè da una formula matematica di potenza sciamanica.

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Vale la pena riprendere le parole di Leibniz, attualissime e chiarissime nel punto di passaggio dalla fisica alla metafisica: “Fino a questo punto noi abbiamo parlato come semplici fisici, adesso è necessario elevarci alla metafisica, servendoci del gran principio comunemente poco usato, il quale sostiene che niente avviene senza una ragione sufficiente; cioè che nulla accade, senza che sia possibile a colui che conosce sufficientemente le cose, di dare una ragione che basti per determinare perché è così e non altrimenti.  Stabilito questo principio, la prima questione che si è in diritto di porre è perché vi è qualcosa piuttosto che niente. In realtà il niente è più semplice e più facile di qualcosa. Inoltre ammesso che alcune cose debbano esistere, occorre che si possa rendere ragione del fatto che queste devono esistere in questo modo e non altrimenti. Ora questa ragion sufficiente dell’esistenza dell’universo non si può trovare nella successione delle cose contingenti, cioè dei corpi e delle loro rappresentazioni nelle anime […] E sebbene il presente movimento, che è nella materia, derivi dal precedente e questo ancora da un altro precedente, non si progredisce molto quando si andrà tanto lontano quanto si vorrà, per il fatto che la questione resta sempre la medesima. Pertanto è necessario che la ragion sufficiente che non abbia bisogno di un’altra ragione, sia fuori di questa successione di cose contingenti, e si trovi in una sostanza che ne sia la causa e che sia un essere necessario che ha in sé la ragione della sua esistenza; altrimenti non si avrebbe ancora una ragion sufficiente dove potersi fermare. Quest’ultima ragione delle cose è detta «Dio»” (Principes de la nature et de la grâce).

Insomma ognuno di noi, fin dai suoi “perché?” balbettati da bambino, si rende conto che tutto quanto lo circonda non ha in sé una ragione sufficiente per la sua esistenza. Aut aut: o c’è un primo Ente (che chiamiamo Dio) che sia una ragione sufficiente per ogni esistenza, o non c’è nessuna ragione per l’esistenza di alcunché. La seconda opzione è una radicale assurdità e la radicale assurdità non è un’alternativa razionale al brivido che ci provoca la prima opzione.

Nel linguaggio universale della Bibbia:

Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?

Cingiti i fianchi come un prode, io t’interrogherò e tu mi istruirai.

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza!

Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura?

Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare,

mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio? […]

Puoi tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione?

Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino o puoi guidare l’Orsa insieme con i suoi figli?

Conosci tu le leggi del cielo o ne applichi le norme sulla terra?” (Giobbe, 38).

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

15 commenti

  1. Bellissimo articolo, Giorgio, mi ha ricordato quanto mi piacque Leibniz tra i filosofi che studiai al quarto anno del liceo!
    Porsi domande che siano costruttive, questo sì che è progresso, il contrario delle domande poste solo per negare la conoscenza (scetticismo) o l’Essere (nichilismo). Poi, ovviamente, ci sono anche i numerosissimi che non si pongo alcuna domanda (edonismo) e talvolta si VANTANO di non porsele per il semplice fatto che le loro funzioni biologiche continuano a funzionare regolarmente senza porsele.
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    Puoi lasciarmi un commento a queste due risposte del fisico teorico Carlo Rovelli a due domande che un po’ toccano il tema del giorno? Grazie!
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    Quando lei vede l’universo vede l’ordine o il caos?
    “Vedo la meraviglia di molto ordine che nasce dalle infinite combinazioni delle cose. E la meraviglia del modo in cui questo ordine si riflette in noi e nel nostro guardarlo.”

    Non potrebbe essere lo stesso ordine che vede un credente?
    “Penso di sì E l’emozione è la stessa. Il credente chiama questa emozione Dio. Io la chiamo emozione”

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, HT.
      Sulla prima risposta di Rovelli, commento che la prima meraviglia, quella che ci ha tutti colpiti da bambini, non è l’ordine delle cose (né il loro disordine, pure esistente), ma l’essere stesso delle cose. Perché questo, perché quello, …? È a questa domanda che Rovelli non risponde.
      Sulla seconda risposta, Rovelli parli per sé ateo, non per i credenti. Io non chiamo Dio le mie emozioni, ma l’Essere necessario che dà un senso alle cose. E come cristiano coincide con Amore.

  2. Fabio Vomiero on

    Grazie prof.Masiero per i suoi sempre interessantissimi articoli che inducono alla riflessione. Bello anche il passo di Leibniz che ha riportato, sul concetto del divenire delle cose e sul rapporto causale tra di esse. Condivido anche la sua opinione circa la fallacia logica dell’ID e naturalmente (ne ho parlato anch’io) circa i limiti e la fallibilità della scienza sperimentale. Interessante anche il passaggio sulla possibile connessione non ancora ben compresa tra alcuni dei valori delle costanti fisiche cosmologiche. Ora passo ai dubbi. Non sono così convinto che ci sia sempre un confine così netto tra scienza (non solo fisica) e metafisica e che di conseguenza ogni possibile limite teorico o sperimentale della scienza debba essere “classificato” come tale, perché io penso che la natura della ricerca scientifica (altrimenti non si chiamerebbe così) sia anche quella lecita di volersi spingere oltre, anche perché ripeto, la frontiera della scienza è costantemente in movimento, mai fissa. Quante cose, nella storia della scienza si sono s-coperte per caso o meglio per serendipità. L’altro punto che non mi convince molto è che nell’ambito di una prospettiva scientifica delle cose, possa essere corretto parlare di Dio, misconoscendo la natura laica della scienza, in quanto, come già ne ho parlato nel mio articolo “l’intelligente ignoranza della scienza”, personalmente propendo per una necessaria separazione dei piani concettuali. Chiarisco, anche perché non credo sia mai trasparito dai miei scritti, che anch’io sono cattolico e praticante anche se con tutti i miei leciti dubbi di uomo pensante e scienziofilo. Per concludere avrei una domanda: che differenze ci sono, se ci sono, tra concetto di “fine tuning” e principio antropico? La ringrazio.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, dott. Vomiero.
      1. Nella mia epistemologia, io considero scienza anche la storia, la storiografia, la filologia, la sociologia, ecc., la logica, la matematica, la linguistica, ecc. Insomma tutte le scienze umane, oltre alle naturali, del semplice e del complesso. E metto, come Aristotele, la metafisica alla base di tutte le scienze. Però ogni scienza ha il suo metodo d’indagine, come ho spiegato in altro articolo. Cosicché stabilisco un confine non tra la scienza tout court (o la ricerca scientifica) e la metafisica, ma tra la scienza naturale (col suo metodo galileiano: che implica replicabilità e controllo sperimentale delle predizioni) e la metafisica. Se si condivide questa epistemologia – ma il positivismo, per es., non sarebbe d’accordo, e forse nemmeno la Sua concezione, Vomiero, ben descritta nel Suo ultimo articolo – la laicità non ignora il problema dell’Essere, ma lo considera tra gli altri. Poi, il Dio cristiano è un’altra cosa e questo sì è un problema non scientifico, ma religioso.
      2. Sul principio antropico ho scritto un articolo. Ed un altro, qui citato, sul fine tuning. Li troverà facilmente. Del principio antropico ci sono almeno due versioni: una forte, non appartenente alla fisica, e che è consonante con l’interpretazione ID del fine tuning. Per me non ha nessun valore. C’è poi, come potrà leggere nel mio articolo sul principio antropico, una versione debole, che invece appartiene alla fisica, perché fa predizioni controllabili. Ne ha fatte d’importanti e appartengono alla storia della fisica. Sul fine tuning non vorrei tornare: ho qui descritto di cosa si tratta e come non abbia implicazioni filosofiche. Esso è solo una rappresentazione sintetica della parte “brutta” del Modello standard (nella parte “bella” il Modello fornisce un sacco di predizioni corroborate, cosicché la fisica non può farne a meno per il momento).

  3. Molto bello! Grazie dott. Vomiero. Ho subito pensato ai teoremi d’incompletezza di Kurt Gödel: se già la matematica in sé è una storia senza fine, figuriamoci che cosa succede quando si pretende di utilizzare le altre scienze empiriche (che io considero derivate e un ben più molli) per cogliere il segreto dell’universo. Qualche giorno fa commentavo un post sul social osservando che la fisica (compresa la sua derivazione “astro” 🙂 ) e la chimica, insieme alla biologia, sono le principali discipline che offrono una visione materialistica del mondo. Queste discipline operano basandosi sull’idea che il mondo sia intelligibile includono il principio che il mondo, in quanto intelligibile, possa essere inteso unitariamente. Esse cercano dunque un senso nelle correlazioni dinamiche tra i vari risultati teoretici, al fine di dar vita ad un unica visione unitaria. Originaria, addirittura. Eppure nessuna di queste discipline ha come oggetto lo studio del senso, del significato teoretico (particolare o complessivo) di ciò che studiano.

    La visione scientifica del mondo non potrà mai svelarci il segreto del mondo.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Benigni.
      La fisica, la chimica e la biologia, Lei dice, “offrono una visione materialistica del mondo”. Non sono d’accordo: queste discipline descrivono l’aspetto materiale del mondo, quello misurabile proposto da Galileo, ed in ciò hanno mostrato un grande successo di applicazioni. Ma non esauriscono la conoscenza del mondo, nemmeno in alcuni aspetti sperimentati, ma non misurabili, come sono i Qualia. Soprattutto la biologia, la scienza della vita, mostra tutti i limiti del suo metodo, che per definizione è costretto entro i limiti della vita vegetativa.
      La visione materialistica del mondo non appartiene alle scienze naturali, ma all’epistemologia di chi le considera l’unica forma di scienza.
      Il senso, ha ragione, non appartiene al dominio delle scienze naturali.

      • Accidenti, mi devo doppiamente scusare. Prima di tutto, gent.mo Dott. MASIERO ho sbagliato a scrivere il suo nome (gli scherzi della memoria a breve termine, in un soggetto cronicamente predisposto alla distrazione, sono come vede grotteschi….) Inoltre mi scuso per non aver chiarito a sufficienza il concetto che volevo esprimere. Sono senz’altro d’accordo co Lei, infatti, sull’impossibilità di una riduzione della conoscenza alla sola conoscenza misurabile. Proprio in questi termini andava il mio intervento, in accordo non soltanto con Lei ma anche con una elenco di filosofi contrari al riduzionismo di altissimo profilo (cito solo Edmund Husserl e Thomas Nagel giusto per fare due nomi famosi, uno un po’ più lontano, l’altro contemporaneo: tra l’altro, adesso che ci penso, proprio quest’ultimo si è espresso in questi termini, in uno dei suoi saggi divulgativi più famosi e ben riusciti: Mente e cosmo, Cortina, ed. 2015, pag. 23, cap. “L’antiriduzionismo e l’ordine della natura”: “[…] La fisica e la chimica hanno perseguito questo scopo (descrivere in modo sistematico un universo materiale, ndr) con trasordinario successo. Tuttavia il maggiore passo in avanti nell’avanzare della concezione materialsitica vrso l’ideale di completezza è rappresentato dalla teoria del’evoluzione, successivamente rafforzata ed arricchita dalla biologia molecolare […]. La moderna teoria evoluzionistica offre un’immagine generale del fatto che l’esistenza e lo sviluppo della vita possono essere solo un’ulteriore conseguenza delle equazioni della fisica delle particelle. […] la prospettiva naturalistica ortodossa – scrive Nagel – è che la biologia sia, in linea di principio, completamente spiegata dalla fisica e dalla chimica “. Considerazioni alle quali segue il commento lapidario di Nagel: “Trovo sconcertante che questo modo di vedere le cose debba essere considerato autoevidente, come ritengo sia comunemente”.

        Seguono poi le motivazioni del Filosofo, per cui l programma riduzionistico non è palusibile né fino in fondo praticabile, che qui non è il caso di riportare. Anche perché credo che – almeno per questa prospettiva – siamo tutti sostanzialmente d’accordo.

        Grazie ancora

  4. belle quelle parole, intense, vanno dritte al limite della nostra comprensione.. e le trovo molto in sintonia col primo capitolo del vangelo secondo giovanni..

  5. Stupendo articolo professore: chiaro, preciso e (ferreamente) logico. Grazie!
    Già Aristotele scriveva: “Deve dunque esserci un principio tale che la sua sostanza sia atto. Di conseguenza, questa sostanze devono essere senza materia, perché devono essere eterne, se deve esserci qualcos’altro di eterno: pertanto devono essere atto.” (Aristotele-Metafisica XII, 1071b).
    Sarebbe bello leggere qui alcune osservazioni di chi sostiene metafisiche “alternative”, soprattutto di chi convinto che non sia necessario porsi la domanda “perchè c’è un universo piuttosto che niente?”…

  6. Giorgio Masiero on

    Grazie, Adason.
    Già, atto puro. E questo è Aristotele, cioè scienza, nuda scienza (senza religione). Ma quanti, in questo mondo di tecnici filosofanti, hanno studiato la filosofia?

  7. >la cosiddetta ToE sarebbe comunque un momento di trionfo della scienza naturale,
    >forse il culmine della storia della fisica.
    verso la fine dell’800 si pensava di aver raggiunto la conoscenza completa delle leggi fisiche quindi tutte le cose ancora da scoprire sarebbero rientrate nel Grande Libro della scienza le cui regole erano state trovate. Si sbagliavano.
    ..
    Riguardo i tecnici filosofanti problema simile riguarda i filosofi tecnicitanti.
    La filosofia stessa deve poggiare su un sistema formale: definizioni, regole logiche, assiomi, un linguaggio definito. Essa stessa è un sistema formale, quindi soggetto a tutti i limiti di ogni sistema logico formale basato su regole, concetti, definizioni ecc.
    E’ un assioma che “deve esistere una ragione per tutto” come lo è il: “deve esistere un primo ente”.
    Margherita Hack diceva che l’universo potrebbe esistere da sempre, la materia potrebbe essere increata. Questa “esistenza eterna”, del resto, la dovrebbe avere anche il “primo ente”.
    La filosofia, la metafisica e le religioni alla fine si trovano a dover postulare l’eternità di qualcosa però aggiungendo a questo qualcosa: intenzione, coscienza, intelligenza, volontà.
    Supponendo invece eterna la materia non c’è bisogno di aggiungere altro, l’ipotesi è nettamente più semplice e parimenti plausibile perchè così come si postula increato l’ente-primo parimenti allora si potrà postulare increata (e a maggior ragione perchè meno complessa) la materia stessa.
    Certo verrebbe a mancare la ragione di ogni cosa… ma l’esistenza di ogni cosa ha necessariamente bisogno di una ragione, oppure è solo la nostra mente che la vuole ?

    • Le faccio notare che sulla prima parte del suo commento (ToE) la pensate uguale lei e Giorgio, infatti Masiero parla di “trionfo” e “culmine”, MIA di fine (ormai conosco bene le sue idee).
      .
      “Supponendo invece eterna la materia non c’è bisogno di aggiungere altro”
      MA è sbagliato supporre la materia eterna perché essa è contingente e non può esistere senza forma. Dovrebbe leggere con più attenzione Aristotele, Tommaso d’Aquino e Leibniz per capirlo.
      ANZI, può essere così gentile da dirci cosa sia per lei la “materia”?

      • C’è anche da aggiungere che i cosmologi atei di oggi, da Hawking a Krauss, non parlano di eternità del mondo come pensa Roberto, ma di un universo creato nel Big Bang dalle equazioni della fisica, come cita Masiero.
        Non ho capito se Roberto crede alla fisica di oggi o a quella di Democrito di 3.000 anni fa.

  8. stò cò frati e zappo l'orto on

    Grazie Professore,il suo articolo è un Bignami di una utilità considerevole.Il personaggio poi è
    affascinante senza confini ,in particolar modo a chi è alla irriducibile ricerca del Senso dell’Esistenza.
    Grazie.

  9. Grazie prof. Masiero, per avermi fatto meditare sul fatto che l’ID può essere speculare allo scientismo. La metafisica sarebbe “super partes”, a un livello più elevato. Però una lancia per il “fine tuning” che porta all’ID mi sento di spezzarla perché come credente posso anche credere ai miracoli (ho la libertà di credervi o meno), il senso dei miracoli è quello di ricordaci l’esistenza di Altro, quindi è lecito davanti al “miracolo più grande”, quello della creazione, pensare al Creatore e il “fine tuning” è praticamente una descrizione scientifica del Miracolo.