Homo sapiens: l’uomo venuto dal nulla #3 (La compagnia dell’anello)

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Le nuove conoscenze dipingono un passato dell’umanità simile alla situazione dei racconti di Tolkien.

 

La situazione è sempre più ingarbugliata e l’evoluzione di tipo neodarwiniano sempre più improbabile.

 

Prima (il 18 Ottobre 2013) è arrivata la notizia che i reperti di Dmanisi unificavano  Homo habilis, Homo erectus e Homo rudolfensis sfrondando l’albero evolutivo tipico della spiegazione darwiniana e riducendo tre rami ad uno solo, di questo si era parlato su CS in Il cranio di Dmanisi: nonostante le smentite è un importante punto a sfavore della teoria neodarwiniana. Poi (il 22 Ottobre su Le Scienze) era giunta quella che nè  Homo heidelbergensis, nè Homo erectus e Homo antecessor potevano essere antenati di Homo sapiens, di questo ne avevamo parlato in Homo sapiens: l’uomo venuto dal nulla #2 (quel che rimane del cespuglio).

Ciononostante in uno studio pubblicato su Nature il 19 novembre 2013 “Mystery humans spiced up ancients’ sex lives” si tornava ad ipotizzare che l’antenato comune di H. neanderthalensis e H. denisova fosse comunque collegato con  H. heidelbergensis e che le popolazioni umane presenti qualche decina di migliaia di anni fa costituissero una specie di mondo da Signore degli anelli:

“What it begins to suggest is that we’re looking at a Lord of the Rings-type world — that there were many hominid populations,” says Mark Thomas, an evolutionary geneticist at University College London who was at the meeting but was not involved in the work.

Le caratteristiche riscontrate hanno dunque fatto ipotizzare che si debba cercare un antenato comune a sua volta collegato a H. heidelbergensis, come dichiarato su Nature:

The meeting was abuzz with conjecture about the identity of this unknown population of humans.

“We don’t have the faintest idea,” says Chris Stringer, a paleoanthropologist at the Natural History Museum in London, who was not involved in the work. He speculates that the population could be related to Homo heidelbergensis, a species that left Africa around half a million years ago and later gave rise to Neanderthals in Europe. “Perhaps it lived on in Asia as well,” says Stringer.

Giunge infine uno studio pubblicato sempre su Nature il 4 dicembre 2013 dal titolo “A mitochondrial genome sequence of a hominin from Sima de los Huesos” e ripreso su Le Scienze nell’articolo “Ha 400.000 anni il più antico DNA umano mai scoperto” in cui si riferisce di uno studio sul più antico DNA mitocondriale ottenuto sinora e derivante dagli scavi del sito Sima de los Huesos in Spagna. Da Le scienze apprendiamo che:

L’analisi genetica ha mostrato che gli abitanti del sito erano evolutivamente più vicini agli uomini di Denisova che ai Neanderthal, nonostante le caratteristiche anatomiche neanderthaliane del cranio. Occorreranno però ulteriori analisi per definire lo scenario più probabile in cui si sono incrociate le linee evolutive dei tre ominidi.

Quest’ultimo studio conferma l’ipotesi dell’antenato comune di circa 400.000 anni fa:

Le analisi dei fossili di Sima de los Huesos avevano infatti riscontrato caratteristiche anatomiche che li hanno fatti classificare come appartenenti alla specie Homo heidelbergensis, ma con tratti tipici dei Neanderthal, in particolare nella morfologia dei denti, della mandibola, della zona sopraorbitale e di quella occipitale. 

 

Ecco dunque un antenato che geneticamente è vicino ai Denisova e morfologicamente ai Neanderthal, e che sempre morfologicamente ha tratti comuni a Heidelbergensis e a Neanderthalensis.

Anche Carl Zimmer sul New York Times ha parlato dell’argomento riportando innanzitutto quale fosse la teoria prima di quest’ultima scoperta:

Based on previously discovered ancient DNA and fossil evidence, scientists generally agreed that humans’ direct ancestors shared a common ancestor with Neanderthals and Denisovans that lived about half a million years ago in Africa.

Their shared ancestors split off from humans’ lineage and left Africa, then split further into the Denisovans and Neanderthals about 300,000 years ago. The evidence suggested that Neanderthals headed west, toward Europe, and that the Denisovans moved east.

Humans’ ancestors, meanwhile, stayed in Africa, giving rise to Homo sapiens about 200,000 years ago.

 

Si riteneva dunque che Denisova e Neanderthal fossero usciti dall’Africa dividendosi intorno a 300.000 anni fa mentre Homo sapiens sarebbe derivato 200.000 anni fa dai progenitori rimasti in Africa. Adesso dobbiamo ritenere che un progenitore di entrambi stesse nell’attuale Spagna già 400.000 anni fa, il che non è esattamente la stessa cosa.

L’aspetto che avrebbero avuto questo antenati lo ipotizza lo stesso Zimmer proponendo un’immagine, seppur artistica, nel suo articolo:

Una  ‘compagnia dell’anello’ di 400.000 anni fa.

 

Carl Zimmer ammette infine che la situazione appare molto complicata dopo questi ultimi sviluppi:

Dr. Meyer is hopeful that he and his colleagues will be able to get more DNA from the Spanish fossil, as well as other fossils from the site, to help solve the puzzle they have now stumbled across. “It’s extremely hard to make sense of,” Dr. Meyer said. “We still are a bit lost here.

 

Il Dr Meyer, l’autore dello studio sul DNA mitocondriale di 400.000 anni fa ha dunque affermato che sarà “estremamente difficile” dare un senso al puzzle che si è delineato, e addirittura che i ricercatori si sentono “un po’ persi”.

Ma mentre i ricercatori si sentono un po’ persi, diventa sempre più esplicativa l’ipotesi che tutti questi individui differenti non fossero in realtà delle specie diverse ma un’unica specie differenziata in varietà per via dell’impoverimento genetico dovuto al distacco di parti di popolazione, lo stesso meccanismo che ha portato alla nascita delle differenti razze canine, come qui già suggerito in precedenza:

Ma questa ipotesi comporterebbe la rinuncia all’idea che l’evoluzione sia avvenuta per mutazioni graduali e successivo distacco di ramificazioni per cedere il posto ad una situazione in cui è presente una specie iniziale estremamente ricca di variabilità genetica dalla quale si sono separate poi le sottospecie. Un’ipotesi però incompatibile proprio con il graduale accumularsi di mutazioni previsto dalla teoria neodarwiniana.

Intanto restiamo ad osservare i ricercatori neodarwinisti “un po’ persi” mentre cercano per questo ‘rompicapo’ una via d’uscita improbabile. 

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Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

22 commenti

  1. Il fatto di sentirsi “un po’ persi” riguarda la costruzione dell’albero e non le generalità della teoria.
    Avrei un’osservazione: le ultime scoperte sembrano dimostrare che addirittura habilis ed erectus fossero interfecondi. Per quanto riguarda ad esempio la capacità cranica, c’è più differenza tra queste due (sotto)specie che tra erectus e l’uomo moderno. Ergo, non si può escludere che ad esempio alcuni erectus fossero potenzialmente interfecondi con gli heidelberg o neanderthal, anche se questi ultimi non lo erano più con gli habilis etc.. Insomma, la definizione di una specie è solo un cerchio che si traccia secondo criteri di classificazione arbitrari o di convenienza in un continuum di ramificazioni nell’albero della vita. Molti antropologi discutono di nomi più che di fatti.

    • Vorrei farLe una domanda, Aldo, e la consideri proveniente da una che non sa nulla di paleoantropologia.
      Se la razza umana scomparisse e tra 2 milioni di anni degli esseri intelligenti alieni trovassero in Africa delle ossa di un boscimano, in Scandinavia quelle di un nordico e in Australia quelle di un autoctono, le farebbero risalire alla stessa specie animale, o direbbero questo è “erectus”, questo è “habilis”, questo è “sapiens”, ecc.?

      • Domanda interessante. La variabilità genetica della nostra specie è molto elevata, e diventa sempre più elevata man mano che accorpiamo varietà estinte nella nostra specie. La domanda è, fino a quale forma di ominide possiamo farlo? Non esiste una risposta chiara e semplice perché non si può fare un esperimento di interfecondità se una delle due parti non è più in vita. Ipotizziamo che sia corretto fino a 400.000 anni fa. Ora consideriamo questo gruppo di ominidi di 400.000 anni fa e poniamoci la stessa domanda: fino a che antenato ci sarebbe potuta essere ancora interfecondità? E la risposta sarebbe qualcosa che si aggira intorno agli ominidi di 800.000 milioni di anni. E avanti così fino all’homo erectus e agli australopitechi, non c’è nessuna demarcazione netta. Notare che per l’interfecondità non vale assolutamente la proprietà transitiva, o ad esempio i cavalli potrebbero riprodursi con i canarini.

      • Per rispondere più esplicitamente alla Sua domanda, le stesse difficoltà nel classificare reperti che hanno una dislocazione temporale possono esserci anche per quelli tra loro contemporanei ma dislocati in modo spaziale. Vista appunto la nostra elevata variabilità genetica, gli alieni, a giudicare da 3 soli reperti, potrebbero essere tratti in inganno e classificarli come specie diverse. Se avessero invece un quadro completo dell’umanità come è oggi, sarebbe chiaro che si tratta di un’unica specie così gradualmente variabile da non poter neanche definire le razze.

    • “la definizione di una specie è solo un cerchio che si traccia secondo criteri di classificazione arbitrari o di convenienza in un continuum di ramificazioni nell’albero della vita”

      Eppure le specie esistono, e con buona pace dei vari McCarthy è proprio l’interfecondità il criterio più valido.
      Quindi la risposta all’interfecondità e alla somiglianza genetica che va evidenziandosi ogni volta che dalle ipotesi si passa ad analizzare il DNA deve essere coerente.

      Oppure si abbraccia il nominalismo e si ammette solo l’esistenza di individui, ma allora questo deve essere dichiarato con tutte le conseguenze del caso, a cominciare da quanto dichiarato dal prof. Boero nell’articolo 2 + 2 non fa 22.

      • Sì, era sottinteso che l’interfecondità è una condizione necessaria, ma posta questa, vi sono comunque infiniti cerchi tracciabili, anche sovrapponibili. Sovrapponendo cerchi si potrebbero collegare tutte le specie esistenti. I criteri arbitrari sorgono quando si vuole costruire una classificazione senza sovrapposizioni. Spero di essermi spiegato meglio di prima.

        • “Sì, era sottinteso che l’interfecondità è una condizione necessaria”

          No.
          In verità se è presente è lecito parlare di “stessa specie”,se no non si può dire a priori(cioè basandosi solo su quella).

          Su specie:
          http://www.enzopennetta.it/2013/04/sui-luoghi-comuni-riguardo-lestinzione-dei-neanderthal/#comment-12413

          È ovvio che “specie” è un qualcosa che può essere definito in base a certi parametri per essere funzionale al campo in cui si studia questa.Però di fatto in natura,da quanto si può osservare e si conosce si possono identificare tante “specie” dalle quali si formano moltissime varietà(per processi microevolutivi).
          Tutto il resto sono classificazioni,ordinamenti..

          Come dice Enzo l’interfecondità è senza dubbio il criterio più valido.
          Infatti come detto in apertura è la condizione sufficiente affinché due popolazioni di individui possano considerarsi varietà di un’unica specie archetipo.
          Ma non necessaria.

          P.S.

          Ripropongo anche:
          http://www.enzopennetta.it/2013/04/chi-erano-veramente-i-neanderthal/

          • Prima di leggere i post che ha linkato, vorrei che mi fornisse, se l’interfecondità (almeno parziale) non è una condizione necessaria, un controesempio di due gruppi di animali del tutto sterili fra loro ma classificabili come unica specie, e secondo quale criterio ufficiale.

          • Allora intanto ho corretto da condizione sufficiente e necessaria,o necessaria a solo sufficiente,il che significa che la presenza di fertilità è condizione per cui posso parlare senza problemi di medesima “specie” .Se non presente non si può dirlo a priori.
            Infatti è noto che varietà di una stessa specie possono divenire non più fertili fra loro in seguito a vari processi microevolutivi(ibridazioni, speciazioni, formazione di chimere, mutazioni intra-specie (robertsonian fusion, tandem fusion etc..), trasposizioni,simbiosi,deriva genetica etc etc..)
            La perdita completa dell’interfecondità è un fatto,anche il neodarwinismo non la nega,ovviamente.
            È ovvio che se da una popolazione divergono una o più varietà e queste poi divengono fra loro non più fertili è ovvio che non si può parlare di tante specie(in uanto non si è formata nessuna nuova caratteristica)
            La sola speciazione allopratica può portare a diverse varietà(o specie biologiche) non più interfeconde8si può vedere spesso in uccelli e insetti per esempio)
            Già i classici fringuelli delle Galapagòs..

          • A quanto detto da Leonetto va aggiunto il fatto che se non si verifica un isolamento riproduttivo definitivo, quindi la speciazione, non si può neanche avere evoluzione.
            E quindi tutte quelle situazioni in cui si verifica un avvenuto incrocio (vedi Neanderthal Sapiens) costituiscono varianti di una stessa specie e non casi diversi di evoluzione.

        • Aggiungo che se i confini dell’interfecondità possono essere difficili da stabilire, gli studi in questione hanno però affermato che a los Huesos erano più vicini geneticamente a Denisova che a Neanderthal e questo scombina la ricostruzione evolutiva neodarwiniana che vedeva in un un ceppo iniziale diviso poi in Denisova a est e Neanderthal ad ovest la direzione evolutiva.
          Se invece il progenitore di Denisova si trovava in Spagna questa ricostruzione non vale più, sono sempre usciti dall’Africa? Che dire poi dell’Homo sapiens uscito dall’Africa, quanti progenitori ci sono?

          Continuo a pensare che siamo di fronte ad una stessa specie divisa in più varietà ottenute per isolamento geografico e impoverimento genetico, questo spiega meglio le cose anche se rende meno chiaro il punto di origine geografico. Certamente ulteriori dati permetteranno di dare maggiore supporto all’una o all’altra ipotesi.

  2. Uno dei dieci on

    @Leonetto

    “Pardon,sì,ho scritto male(come si evince dal link-uno dei diversi, scelto a caso),quindi padre “maiale” e madre “scimmia”.
    E fu la prima volta che lei disse “sei un porco!”,anzi non lo disse perché ancora non c’era il linguaggio…”

    Prima di dare del becero a un intervento forse infantile e sicuramente evitabile come il mio, analizza la profondità di analisi del tuo qui sopra; e rivedi quelle battutine da osteria che ha innescato… Vabbeh (??? i tuoi neologismi meriterebbero un blog a parte, e ci sarebbe da divertirsi) che, per stessa ammissione di Pennetta, questa è (anche) un’osteria, ma insomma… E poi arriva l’immacolato a dar lezioni!

    • Grazie per la segnalazione Emanuele, questa notizia mi era sfuggita.
      La prima impressione è se il virus è veramente comparso 500 mila anni fa non c’è niente di strano che fosse presente nei Neanderthal, Denisova e in noi che si suppone abbiamo un’ascendenza comune o, meglio ancora come sistengo in questo articolo, siamo la stessa specie.

      In realtà quello che più mi colpisce è che nonostante le recenti scoperte nell’articolo si continui a parlare di DNA spazzatura che, lo dice perfino Wikipedia, deve correttamente essere chiamato DNA non codificante. Brutta caduta di livello per Oggiscienza.

  3. Prego Enzo. Sarebbe interessante, poter vedere un suo articolo in merito alla notizia che le ho linkato, giusto per approfondire la questione. Buona serata .

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