Corsa allo spazio 2.0 – due esplosioni in volo segnano la crisi degli USA

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esplosione razzo

L’esplosione del missile sperimentale ipersonico in Alaska

 

La nuova guerra fredda ha aperto una corsa allo spazio costellata di incidenti.

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La tecnologia dell’Occidente appare in difficoltà.

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Questi ultimi mesi del 2014 sono stati caratterizzati da un’intensa attività in campo aerospaziale, un’attività tanto più significativa quanto più forte è diventato il confronto tra Occidente (NATO) e Russia, un’attività che ha riproposto la situazione che dal 1957 caratterizzò quella che è passata alla storia come “corsa allo spazio” e che come è noto si concluse con la vittoria degli Stati Uniti segnata con lo sbarco sulla Luna nel luglio 1969.

La corsa allo spazio fu indissolubilmente legata alla guerra fredda per via delle implicazioni militari del dominio nella tecnologia aerospaziale, e così ancora oggi, quando il confronto tra il blocco Occidentale e la Russia si ripropone, viene a proporsi nuovamente anche la competizione spaziale. Come già segnalato altre volte su queste pagine la situazione degli USA è caratterizzata dalla perdita della capacità di lanciare in orbita mezzi con equipaggio umano e dalla conseguente dipendenza dalla disponibilità russa di ospitarne gli astronauti sui vettori Soyuz. La situazione avrebbe dovuto essere riequilibrata dal programma della SpaceX collegato allo sviluppo della capsula Dragon e della serie del vettore Falcon, come illustrato di seguito in un documento del 2010:

Ma il programma non potrà procedere secondo la tabella di marcia prefissata in quanto un lancio di prova del vettore Falcon F9R si è concluso con l’esplosione dello stesso, come riferito in un peraltro breve articolo del Corriere della Sera del 25 agosto e documentato in un video:

 

Ma i ‘dispiaceri’ per l’industria aerospaziale USA sono venuti anche da una seconda esplosione in volo, quella del missile militare ipersonico pensato per colpire obiettivi in qualsiasi parte del mondo in poche ore. Ne ha dato notizia lo stesso Corriere della Sera in un articolo del 26 Agosto:

Un missile ipersonico sperimentale delle forze armate Usa è esploso in volo, appena quattro secondi dopo esser stato lanciato per un test da una base in Alaska. Lo hanno reso noto fonti del Pentagono, ricordando che un test analogo è stato compiuto anche alla fine del 2011, alle Hawaii, e tutto era andato secondo quanto previsto.

L’articolo che ha ricordato il riuscito test del 2011 dimentica però di riferire di un successivo esperimento conclusosi con un fallimento nell’agosto dell’anno successivo, il 2012, e di cui CS si occupò in “Londra – New York in un’ora: dobbiamo berle proprio tutte?“. L’arma ipersonica che nelle intenzioni avrebbe dovuto conferire una nuova possibilità di “firs strike” nucleare agli Stati Uniti è quindi lontana dall’essere disponibile, e con le due esplosioni di questi giorni è tutta l’industria aerospaziale statunitense ad entrare in crisi, un’industria aerospaziale che si confronta tra l’altro con il tormentato sviluppo dell’F-35, un’aereo dal costo stratosferico e dai troppi problemi di sviluppo.

Buon esito ha avuto invece il lancio del satellite DigitalGlobe’s WorldView-3 avvenuto il 13 agosto scorso per mezzo di un vettore Atlas V, ma si tratta di un successo a metà, infatti l’Atlas è un razzo spinto da motori RD-180 prodotti in Russia e la cui fornitura è stata bloccata proprio per via delle tensioni tra i due paesi.

Non meglio sembrano andare le cose all’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea che negli stessi giorni delle due esplosioni in volo è incappata in un imbarazzante (oltre che costoso) sbaglio nel lancio di due satelliti per il sistema Galileo, alternativo al GPS. I due satelliti sono infatti finiti su un’orbita errata e non sembra che sarà possibile rimediare all’errore, non è noto di chi sia la responsabilità, se di un malfunzionamento del razzo o in un errore dei tecnici, sta di fatto che anche in questo caso la tecnologia del vettore era russa trattandosi di un Soyuz che viene impiegato in alternativa agli Ariane per soddisfare tutte le necessità del fitto programma Galileo. E anche nel caso dell’ESA esiste dunque una certa dipendenza dalla tecnologia russa.

Un mese di agosto disastroso dunque per l’industria aerospaziale statunitense ed europea, sul versante russo invece ai primi di luglio si è registrato il successo del lancio del lanciatore Angara che potrà essere impiegato per la messa in orbita proprio di quei carichi pesanti che caratterizzano le future necessità, il carico utile andrà infatti tra i 2.000 e gli oltre 25.000 Kg. Ma la caratteristica più importante sarà quella di poter effettuare i lanci dal territorio nazionale senza ricorrere alle rampe di lancio di Baikonur nel Kazakistan e con componenti di produzione nazionale rendendo totalmente autonoma la Russia.

 

L’unica ombra sulla tecnologia russa è giunta in questi ultimi mesi dal fallimento del lancio del vettore Proton avvenuto nel maggio scorso per un malfunzionamento occorso negli ultimi secondi del volo.

Un vettore Proton

E trattandosi di una nuova guerra fredda, in questo caso non sono mancate le ipotesi di un sabotaggio del terzo stadio.

Alla fine di questa estate 2014 la situazione sul campo della guerra tecnologica tra USA e Russia si avvia ad essere quella della conferma di un ridimensionamento delle capacità aerospaziali degli Stati Uniti e di un consolidamento di quelle russe. Questa situazione mostrando una relativa debolezza dell’attore che si presentava come dominante e al contrario una relativa forza di quello che appariva indebolito, dovrebbe agire nel senso di una stabilizzazione della situazione.

La corsa allo spazio, o forse sarebbe meglio dire alla tecnologia aerospaziale, con i fallimenti di questi ultimi tempi rimanda l’immagine di un mondo che non è più incentrato intorno al solo blocco della NATO, un mondo che a meno di pericolose avventure geopolitiche richiederà l’accettazione di nuovi equilibri, soprattutto da parte di chi sentendosi vincitore della prima guerra fredda, non era più abituato a pensare in termini di multipolarità.

In questo senso le due esplosioni di agosto possono essere viste come eventi di stabilizzazione e di equilibrio all’interno della guerra fredda 2.0

 

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Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

12 commenti

    • I sistemi di difesa antiaerea e antimissili di cui si parla nell’articolo segnalato sono al centro delle strategie sul campo, in quest’ottica un missile ipersonico diventerebbe un’arma non intercettabile che darebbe un vantaggio a chi ne disponesse.
      Non so se il test degli USA fosse programmato da tempo ma si potrebbe anche interpretare come un tentativo di risposta ad un massiccio test russo di difesa antiaerea condotto il 19 agosto con il lancio di missili S-300 ed S-400 (questi ultimi con raggio di azione di 400 Km) confrontabili come impiego al conosciuto sistema Patriot degli USA “Russian troops put advanced anti-aircraft systems to the test“.
      Adesso, con il fallimento del razzo ipersonico, le capacità di difesa russe restano immutate.

      • Perfettamente d’accordo con la sua analisi prof. Ho scovato anche il progetto cinese di un sottomarino che sarebbe in grado di fare Shangai-San Francisco in 100 minuti. Una risposta al missile ipersonico? Pare proprio che ai contendenti piaccia mostrare i muscoli…

        Ma se al posto di fare la guerra impiegassero queste tecnologie in ambito civile? Non sarebbe meglio per tutta l’umanità?

        Perdonate le domande retoriche.

        • Ho visto anch’io l’annuncio del sottomarino supersonico, finora si era lavorato sui siluri a cavitazione.
          In questi tempi di guerra fredda è davvero difficile separare la propaganda dalla realtà, aspettiamo un prototipo che non vada in pezzi come il missile USA in Alaska.
          Che poi si buttino un sacco di soldi sarà un discorso retorico ma comunque vero.

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