Conferenza il 24 maggio a Roma: neoliberismo e migrazioni di massa

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Ilaria Bifarini ha studiato le connessioni tra le politiche neoliberiste e il fenomeno migratorio, ne parleremo giovedì 24 dicendo quello che nessun altro dice.

Neoliberismo e migrazioni di massa: la terzomondizzazione dell’Occidente.

Cosa spinge gli attuali flussi migratori di massa provenienti dall’Africa subsahariana? Cosa lega il futuro dell’Europa a quello del Continente Nero? La crisi perenne e la terzomondizzazione dell’Occidente cui stiamo assistendo sono dei processi irreversibili?

A queste e altre domande risponde Ilaria Bifarini, attraverso un’analisi delle politiche economiche neoliberiste che proprio in Africa hanno trovato il loro laboratorio di sperimentazione.

Verrà ripercorsa la storia economica postcoloniale, passando per la crisi del debito dei paesi del Terzo Mondo e l’applicazione di politiche orientate al libero scambio, alle liberalizzazioni e alle misure di austerity.

Intervengono:
• Dott.ssa Ilaria Bifarini, Economista e scrittrice
• Prof. Enzo Pennetta, Docente di scienze naturali, saggista e blogger

• Ingresso libero fino ad esaurimento posti •

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13 commenti

  1. Secondo me c’é una sola risposta possibile. Se IO fossi nato nell’africa subsahariana cosa farei ?

    • Fossi nato in Uganda, non ho il minimo dubbio, farei l’ugandese; curiosamente, gli ugandesi dell’Uganda preferiscono fare i mongoli…

      • Assolutamente daccordo, non c’é dubbio. Nondimeno valuterei anche che in Africa non pochi paesi hanno il 25 – 40% di popolazione che soffre di malnutrizione e che in queste condizioni non é chiaro cosa possa voler dire “lavorare per il proprio paese”. Perciò, IO in quelle condizioni … non é un problema di “lotta” ma di sopravvivenza fisica.

        • Gentile Luca,
          è un tantino più complessa di così, e allo stesso tempo è semplicissima: l’Africa è da almeno un secolo laboratorio di ingegneria sociale, proprio da parte delle elitès di cui sovente si discute su questo blog, e analoghi. Ci hanno provato anche con l’Asia, ma non hanno previsto la resistenza di Culture, come quelle sino-indiane, a confronto delle quali la rozza ideologia di Mamnona è pappetta, e può contare solo sulla brutalità della finanza e dei cannoni.
          Le carestie sono parte fondante di questo imperialismo, sono programmate e realizzate, come se le vittime fossero insetti. A ciò segue il rinfocolamento e lo sfruttamento di conflitti razziali, a paragone dei quali i razzismi nostrani sono panna montata. Ma tutto ciò è possibile – anche, ovviamente non solo – perchè l’africano vive di parlicolarismi in modo esasperato, e pochissimi, eccezionalissimi, sono i casi di coscienza sociale orientata al bene comune; vedi Sankara, il cui limite, tuttavia, fu l’orizzonte marxista-leninista, la cui dottrina è tutto fuorché “panafricana”, come sognava Sankara, e la cui soluzione ai problemi sociali sono i gulag e i laogai.
          “Lavorare per il proprio Paese” significa innanzitutto smettere di considerare l’Occidente un Modello, comprendere che le tette esplosive della bagnina di Baywatch, per dirne una, sono uno strumento di dominazione psicologica e culturale. Significa fondare – o rifondare – la propria società sui principi che l’hanno mantenuta prima che l’uomo bianco venisse a imporre il proprio orizzonte. L’alternativa, semplicemente, è l’autodistruzione.

          Un africano deve fare l’africano, non il californiano.

          • Enzo Pennetta on

            Intervento pieno di spunti da considerare, assolutamente d’accordo sulla povertà programmata e sulla colonizzazione culturale.

          • Gentile Francesco. Un africano dovrebbe fare l’africano non il californiano lei dicwe. Sono assolutamente d’accordo con lei. Anche in tema di colonialismo culturale la penso alla stessa maniera. Aggiungo che la globalizzazione, imponendo i trattati di libero scambio ai paesi cosiddetti in via di sviluppo permette alle
            multinazionali di servirsi delle materie prime a prezzo del LORO mercato, impedendo per questo solo fatto una dinamica economica interna sostenibile. Questo è allora il nuovo volto pulito del nostro colonialismo. E’ chiaro, se IO fossi nato in Africa, pensando la mia situazione con la cultura, le disponibilità economiche e di relazioni che ho qui ed ora (in italia da italiano), certissimamente penserei al mio paese, a rimanerci e lavorarci. Tuttavia se io fossi una delle DECINE DI MILIONI di persone malnutrite e senza istruzione in un paese che non è in grado
            di darmi prospettive, credo proprio che non vedrei altra scelta. Venderei tutto il poco che ho e rischierei la vita in un viaggio lunghissimo ed incerto per venire a chiedere la carità in occidente, alle porte di un supermercato o davanti ad una Chiesa. Le persone che incontro io (prevalentemente senegalesi e nigeriani) vivono sotto i nostri occhi in condizioni per noi inaccettabili (avete mai
            visto una loro cucina, valutato le condizioni igieniche ?). Eppure riescono a mandare soldi a casa e talora persino manifestare come possono la loro amicizia nei nostri confronti. Dovrebbero restare a casa loro dite ? La realtà purtroppo è molto diversa dai sogni, ed è quella che loro vivono. Il colonialismo classico ci ha permesso per secoli di sfruttarli senza venirli a conoscere, la
            globalizzazione ha se non altro il pregio di portare la realtà sotto i nostri occhi, alle nostre porte.

          • Grazie della risposta, Sig. Luca,
            la pietà pelosa che l’essere umano riceve, non può che generare rancore e risentimento. Provi ciascuno di noi ad immaginare cosa proverebbe a stendere la mano – sporco e rattoppato – a chi ci guarda con diffidenza, fastidio, se non disprezzo. Ogni mezzo euro che ci viene dato, brucia nella mano. peggio che scudiscio. Ogni società ha sempre avuto una fascia, per così dire fisiologica, di miseria; temo sia ineluttabile, in qualsiasi assetto e contesto. Ma la creazione scientifica, pianificata,deliberata, di moltitudini di ultimissimi, inesauribile serbatoio di conflitti e rancori, è atto al di sotto dei peggiori bassifondi dell’animo umano: è diabolico.
            Atteso ciò, occorre distinguere tra povertà e miseria: la prima è ancora una condizione umana, la seconda è disumana ed è intollerabile. Voglio dire che ciò che per il nostro standard è nerissima miseria, per un africano non rintronato dalle serie tv americane (o anche nostrane) è ancora una dignitosa povertà. E quindi, bisogna definire esattamente; miseria è la mancanza del minimo indispensabile per la sussistenza in vita, estrema scarsità di cibo, impossibilità di difendersi da eccessi climatici, impossibilità di accesso alla P-R-O-P-R-I-A medicina. Noi, infatti, persi nel nostro incubo auto-referenziale, pensiamo che tutti quanti debbano accettare la nostra medicina riduzionista, e questo è un errore gravissimo, l’ennesima violenza culturale di chi si è auto-eletto il sale della Terra. Questo tema, che qui posso solo accennare, è complesso e praticamente quasi sconosciuto al di fuori dell’ambito etnologico; ma Le assicuro che il danno peggiore che si possa infliggere a etinie non euro-americane è quello di imporre loro la nostra medicina.
            Per finire, anche se fosse possibile, che senso ha curare i sintomi e ignorare la causa, oltretutto se la causa è notoria? Chi ha fatto dell’Africa terra di carestie, di interminabili guerre civili, chi gestisce l’odierno traffico di schiavi?

            E’ Moloch che bisona cercare di abbattere, il mostro mangiatore di carni e di anime.

          • Sono daccordo su moltissimi punti di fondo. Tuttavia … “chi gestisce l’odierno traffico di schiavi” lei si domanda.
            E’ semplice e mi pare la risposta stia nelle sue stesse parole. sul nostro colonialismo. Lo gestiamo noi quando ricopriamo di rame le nostre abitazioni, costruiamo con acciaio, alluminio e tungsteno i nostri macchinari, quando regaliamo diamanti alle nostre donne e via dicendo, quando riempiamo di carburante la macchina … e via dicendo.

            Io come lei, come tutti sono spaventato e addolorato dalla globalizzazione, tuttavia sul tema dell’immigrazione credo unicamente di poter dire che finalmente il RE E’ NUDO: noi siamo nudi, continuiamo ad esibire le nostre pubenda fatte di macchine, case e diamanti ma finalmente gli effetti delle nostre azioni sono sotto i nostri occhi, al portone di casa nostra, e non possiamo più fare finta di niente. Non c’é la cattiveria assoluta di un moloch che pianifica il male, c’é un sistema globale malato che noi (io, lei, Pennetta …) gestiamo quotidianamente dalla parte degli sfruttatori. Dovremmo credo cominciare a renderci conto che non possiamo risolvere il problema della fame con la bacchetta magica, ma ammettendo che il tenore di vita di noi occidentali allo stato attuale non é compatibile con il benessere di tutti. Affermazione forse forte e provocatoria ma che esprime fino in fondo i miei timori reali.

          • Mi perdoni, gentile Luca, non mi è chiaro cosa il Prof. Pennetta, Lei ed io gestiremmo dalla parte degli sfruttatori.
            in attesa di un chiarimento, rilevo tuttavia, che il termine “sfruttamento” è troppo connotato ideologicamente, troppo situato in una precisa cornice politica. Ma, come che sia, qui – nella globalizazione liberista – siamo ben oltre ogni estensione semantica di tale termine, siamo alla fase terminale del più grande genocidio mai pianificato; e non solo di africani. Distruggendo le differenze e le storie, si annichilano le identità, e la ragion sufficiente della dignità umana. Facendo degli uomini dei consumatori-produttori-fruitori, con nessun altro orizzonte se non l’effimero, ne hai decretato la morte. Quanto poi ai responsabili di tutto ciò, sono piuttosto noti; Moloch ha nome cognome e codice fiscale

          • Il genocidio avviene (semplificando) per fame e la fame arriva perché l’economia non si sviluppa. I paesi occidentali sfruttano materie prime che ci arricchiscono (arricchiscono anche me e lei) senza dare niente in cambio. Questo é stato il colonialismo e oggi la globalizzazione con tutti gli effetti perversi descritti dall’articolo e da lei. Ragionamento stringato e sicuramente troppo semplificato ma lo schema a me pare questo.

            La sudditanza ed il mancato sviluppo culturale c’entrano tantissimo ovviamente ma in questo schema a me pare siano una conseguenza, non il motore del processo.

            Tutto questo solo per arrivare a dire che le migrazioni cui assistiamo sono semplicemente la conseguenza di molte nostre azioni distorte. Noi rispeltto all’Africa ne mangiamo i frutti (in termini di benessere) ma ce ne lamentiamo (in termini di immigrazione) quando siamo costretti ad osservare da vicino lo spettacolo osceno della povertà.
            Comunque si voglia leggere ed interpretare il fenomeno quello che io trovo incomprensibile é il tentativo di scaricare la responsabilità del processo sugli africani che farebbero meglio a restare a casa loro.

          • Chi scarica la responsabilità sui migranti clandestini? Arrischio ad assicurarle che nessuno fra i frequentatori di questo blog pensa una cosa talmente assurda. La responsabilità è della finanza politicamente apolide, economicamente liberista, e ideologicamente liberale.
            Vedo che non sono riuscito a spiegare che a nulla vale far sopravvivere un corpo, se la qualità (la chiami come preferisce) che lo rende umano è stata distrutta.
            In ogni caso, da una dozzina di anni a questa parte, il PIL di tutta l’Africa sub-sahariana cresce almeno il doppio (in certi casi il triplo) dei Paesi dell’euro zona. Laggiù si muore di vecchiaia o di guerra, più che di fame, e le guerre sono preparate, fomentate, rese ineluttabili, proprio dai sinistri soggetti cui ho più volte fatto riferimento.
            Lei seguita a parlare di “nostre” azioni distorte; ma scusi, “nostre” di chi?
            Si tratta di “loro” azioni, “loro” pianificazione, “loro” strategie di imperio e sottomissione, di “contenimento” malthusiano. Il Prof. Pennetta ci ha scritto un pregevolissimo saggio, mi permetto di suggerile di darci un’occhiata.
            Il Potere reale nel mondo – fatta salva l’area russa, asiatica, e parzialmente medio orientale – sta nelle mani di pochissime persone; entrebbero in un paio di autobus.

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