Il caso Mattei e il coraggio di tirare le somme

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Ieri sera su RAI 3 è andato in onda il film di Francesco Rosi “Il caso Mattei”, proiettato in contemporanea al Lido per la Mostra del Cinema di Venezia.

 

Solo pochi giorni fa una sentenza aveva confermato il legame con la scomparsa del giornalista De Mauro.

 

C’era già tutto nel film che Francesco Rosi “Il caso Mattei” girato nel 1972 (a dieci anni dalla morte del presidente dell’ENI, Enrico Mattei), una morte voluta da paesi stranieri che vedevano i loro progetti sull’Italia messi in discussione dalle sue iniziative. In un brano del film viene riportata una similitudine che Mattei usò per indicare la situazione dell’Italia:

Una volta vidi entrare un piccolo gattino, così magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò una zampina al bordo del catino. Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta.

Per Mattei l’Italia era considerata dalle potenze vincitrici come il gattino dai cani, il suo progetto era di far sì che quel gattino dalla schiena rotta non fosse più l’immagine del nostro paese, ma che potessimo crescere ed essere alla pari con gli altri. Inutile dire che la bomba che abbatté l’aereo di Mattei uccise anche questo sogno. E che di bomba si trattò ormai non ci sono più dubbi, fu una perizia condotta dalla Procura di Pavia in seguito alla riapertura delle indagini avvenuta nel 1994.

Per meglio documentarsi sulle ultime ore di Mattei in Sicilia il regista Francesco Rosi si rivolse la giornalista Mauro De Mauro (episodio riportato anche nel film), ma nel settembre del 1970 quest’ultimo scomparve e di lui non se ne seppe più nulla. E anche su questa vicenda è giunta finalmente la conclusione della magistratura: De Mauro fu assassinato perché indagava sul caso Mattei. Proprio come si era pensato sin dall’inizio. La notizia è stata riportata da La Repubblica il 9 agosto scorso nell’articolo LA VERITÀ SU DE MAURO 40 ANNI DOPO. Il processo ha inoltre appurato che fu la Mafia ad organizzare l’attentato:

la sentenza ha l’ indubbio merito di avere ricostruito un movente credibile per spiegare la scomparsa del giornalista. Inoltre, ha individuato il mandante del suo omicidio nell’ ex senatore democristiano Graziano Verzotto, che si sarebbe rivolto ai boss mafiosi Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina…

Ma subito dopo viene detto qualcosa che sembrerebbe contraddire la pista mafiosa:

Il presidente dell’ Eni dava fastidio perché con la sua abile e spregiudicata difesa degli interessi nazionali aveva leso quelli petroliferi delle cosiddette «Sette sorelle» e, in particolare, sfidato le ambizioni imperiali inglesi stipulando accordi concorrenziali con i Paesi produttori di greggio a vantaggio dell’ Italia. In più, Mattei era favorevole a sostenere la formazione di un governo neutralista che avrebbe abbandonato il posizionamento atlantico dell’ Italia e modificato gli equilibri della guerra fredda stabiliti a Yalta.

Non stupisce che i dispacci diplomatici inglesi recentemente desecretati definissero Mattei «un uomo pericoloso» e che le compagnie petrolifere britanniche lo considerassero «una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che, per il momento, non può essere asportata)». E sì, perché in quegli anni ruggenti l’ Italia, nonostante avesse perso la guerra, era riuscita a diventare una protagonista della politica mediterranea scalzando dal loro ruolo privilegiato Francia e Inghilterra.

Cosa poteva entrarci la Mafia con gli interessi inglesi e francesi? Evidentemente se il movente dell’omicidio erano gli interessi inglesi e francesi la Mafia agì solo come complice, ma la cosa più importante che emerge dalle considerazioni dell’articolo apparso su La Repubblica, è che i governi inglese e francese dell’epoca furono i mandanti dell’attentato.

 

Questa notizia dovrebbe essere una vera “bomba” politica, sia perché lega l’azione della mafia a quella di governi stranieri, sia perché proprio ad un anno dall’azione di Francia e Inghilterra nella Libia produttrice di petrolio, e interlocutore privilegiato dell’ENI, ripropone la metafora del “gattino”.

Se qualcuno nel ’62 voleva che l’Italia fosse un “gattino”, sembra proprio che a distanza di 50 anni non abbia cambiato idea.

 

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Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

10 commenti

  1. Matteo Dellanoce on

    Ribadisco quanto sostengo da tempo: Berlusconi ha pagato l’amicizia con Gheddafi e con Putin. E lo hanno fatto fuori mettendo al suo posto Petain-Monti!
    Matteo Dellanoce

      • Berlusconi ha pagato soprattutto il nulla che è riuscito a realizzare in 3 anni di governo partendo da una maggioranza in parlamento senza precedenti. Che poi non stesse simpatico a procure, potenze estere ecc. è indubbio, ma ci ha messo molto del suo.

  2. E non vogliamo parlare anche delle stragi di mafia di Falcone e Borsellino, avvenute, guarda caso, subito prima di un grave periodo storico per il nostro paese, quando si riunirono tanti “capoccia” sul pnfilo Britannia per spartirsi i gioielli del nostro paese?
    Siamo sicuri che sia completamente opera della mafia?

    • ..e di qualche omega che è riuscito a diventare alfa,e i vecchi alfa si muovono affinche non metta le mani sui “suoi” beta

  3. Il ruolo dei servizi britannici nell’attentato a Mattei, il loro servirsi della mafia, è ben descritto nel libro di Fasanella e Cereghino: “Il Golpe inglese”; testo scritto sulla base di documenti, ora desecretati, dei “servizi” britannici. http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/il-golpe-inglese.php
    Nel testo si trovano lunghi elenchi di personalità italiane che erano spie o “contatti” britannici. Il libro inizia con la frase pronunciata da Churchill alla fine della II Guerra mondiale, e, purtroppo, molto attuale: “L’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica”

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