CS intervista Giacomo Gabellini

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Giacomo Gabellini è un giovane autore di grandissime capacità, un nome da prendere come riferimento per tutti coloro che vogliono conoscere la verità supportata dalla forza dei fatti riguardo la storia contemporanea e non le narrazioni di propaganda.

Dalla sua penna sono usciti “Eurocrack. Il disastro politico, economico e strategico dell’Europa“, “Caos – Economia, strategia e geopolitica nel Mondo globalizzato” – 2014, “Ucraina. Una guerra per procura” – 2016, “Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza” – 2017.

I suoi libri sono uno straordinario studio documentato sui temi trattati che, riportando fedelmente quello che è accaduto, consente di andare oltre le diverse opinioni, basate sempre su una conoscenza parziale, e di giungere ad una visione integrale.

Leggendo i libri di Gabellini ho trovato un modo professionale di trattare gli eventi del mondo attuale e ho ritenuto di far conoscere ai lettori di CS questo autore emergente a cui auguro di affermarsi sempre più.

Nell’intervista che segue vengono trattati argomenti di stretta attualità e le risposte, non scontate e prevedibili, danno ancora una volta informazioni preziose per chi legge.

 


Gabellini, nei suoi libri lei fa una notevole trattazione di storia contemporanea, si tratta di lavori basati sull’esposizione di fatti e documenti, leggendoli mi ha colpito il constatare che esiste una gran quantità di episodi scomparsi dalla memoria collettiva e che invece sono necessari per capire gli avvenimenti del mondo di oggi.

Condivide questa analisi? E se sì, ritiene che ci sia una intenzionalità in questo o che sia il risultato involontario dell’attuale mondo dei media?

Indubbiamente. La scomparsa di determinati episodi è il frutto di un processo di selezione delle notizie che viene sistematicamente implementato sia dal cosiddetto “circo mediatico” che dalla storiografia contemporanea, il cui compito è quello di offrire una narrazione del tutto conforme ai canoni imposti dal pensiero dominante. Il che spiega perché, ad esempio, la guerra siriana sia letteralmente scomparsa dai notiziari e dai giornali nel momento in cui l’equilibrio strategico ha cominciato a pendere definitivamente a sfavore dei cosiddetti “ribelli”. Spiega anche perché a un conflitto atroce come quello yemenita, rispetto al quale le responsabilità del nostro “alleato” saudita risultano pesantissime, non sia stato dedicato il minimo spazio mediatico.

Di Ucraina si parla poco da un po’ di tempo, qual è la situazione attuale e quali sviluppi a suo parere dovremmo aspettarci nel prossimo futuro?

L’Ucraina rientra indubbiamente anch’essa nel novero dei conflitti dimenticati “ad arte”, per così dire, benché si tratti di una crisi gravissima e terribilmente pericolosa, perché chiama in causa le maggiori potenze nucleari e mette direttamente in questione il rapporto tra Russia ed Europa. La situazione sul campo rimane profondamente instabile, perché gli accordi di Minsk del 2015 vengono sistematicamente violati dal governo di Kiev, il quale non ha mai abbandonato l’ambizione di piegare le regioni russofone del Donbass. Fino a non molto tempo fa era ancora possibile trovare una soluzione di compromesso in grado di far rientrare la crisi senza intaccare l’integrità territoriale ucraina, ma l’inasprirsi questa prospettiva è definitivamente tramontata nel momento in cui il regime al governo, che gli Usa continuano a tenere artificiosamente a galla con rifornimenti militari e imponendo al Fondo Monetario Internazionale di lasciare aperti i rubinetti finanziari (significativamente, alla Grecia è stato seccamente negato un simile privilegio), è passato nuovamente all’offensiva sulla base della convinzione che oltre tre anni di combattimenti avessero fiaccato la capacità di resistenza delle popolazioni del Donbass. La resistenza opposta dai miliziani di Donec’k e Lugans’k, inaspettatamente tenace, ha costretto i vari Porošenko, di Parubyi, ecc. a prendere atto di aver grossolanamente sottovalutato il nemico. Risulta ormai chiaro a qualsiasi osservatore imparziale che per risolvere la crisi non ci sono vie alternative a quella diplomatica, ma, allo stesso tempo, le condizioni per intavolare una trattativa non si materializzeranno finché in Ucraina continueranno a dettar legge movimenti ultra-radicali come Pravyi Sektor e Svoboda e battaglioni paramilitari di ispirazione neonazista come l’Azov e l’Aidar. Quando il sostegno economico degli Usa – i quali non potranno tenere attaccata per sempre la spina dei finanziamenti – verrà meno, il regime crollerà come un castello di carte e allora si potrà ridiscutere il futuro assetto statale dell’Ucraina. Ma se la cosa non dovesse prodursi in tempi brevi, i ribelli avranno il tempo di prendere irreparabilmente le distanze dal vecchio obiettivo di ottenere una larga autonomia da Kiev per abbracciare con incrollabile convinzione la prospettiva di aderire alla Federazione Russa come ha fatto la Crimea, o, quantomeno, di creare uno Stato indipendente che funga da cuscinetto tra Russia ed Ucraina. La Russia, dal canto suo, continua a predicare il rispetto dell’integrità territoriale ucraina e il riconoscimento di una larghissima autonomia alle repubbliche indipendentiste del Donbass, nella convinzione che l’applicazione dei termini degli accordi di Minsk rappresenti la condizione necessaria per la ricostruzione di un rapporto di collaborazione con Kiev e per consentire all’Ucraina di valorizzare al massimo la propria posizione geografica. Il Paese rappresenta infatti un ponte tra Europa e Russia, e la sua prosperità come Stato politicamente ed economicamente efficiente non può prescindere da una relazione proficua con Mosca.

Recentemente il New York Times ha parlato delle vendita di motori per razzo prodotti in Ucraina al regime della Corea del Nord, ritiene che il governo di Kiev avrebbe potuto agire di nascosto dagli USA? Che ne pensa in generale di questa vicenda?

Triangolazioni del genere contrassegnano il modus operandi degli Stati Uniti dai tempi dell’Iran-Contras, e l’Ucraina è già stata impiegata dagli Usa come base d’appoggio per un floridissimo traffico illecito di “armi contro petrolio” con il cosiddetto “Stato Islamico”. Non va inoltre dimenticato che già da anni circolano voci piuttosto insistenti circa un ruolo diretto degli Usa rispetto alla messa a pungo dell’arsenale nucleare nordcoreano. La storia risulta piuttosto interessante ed istruttiva, e vale pertanto la pena di ripercorrerla per intero. Tutto ebbe inizio nel febbraio 2003, quando ancora il programma nucleare che la Corea del Nord aveva avviato era ancora alle fasi iniziali, l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciò di aver predisposto la messa in stato di allerta 24 bombardieri strategici «in vista di un possibile spiegamento a distanza di tiro dalla Corea del nord». Scopo della prova muscolare era da un lato quello di indurre Pyongyang a desistere dall’approfittare dell’impegno statunitense in Iraq per imprimere un’accelerata al suo programma nucleare, e dall’altro di «offrire al presidente opzioni militari nel caso in cui diplomazia non dovesse riuscire a bloccare la produzione armi nucleari da parte della Corea del Nord». Il punto è che Donald Rumsfeld, già alto funzionario delle amministrazioni Ford e Reagan, aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della società energetica Asean Brown Boveri (Abb) nel momento in cui (1996) quest’ultima otteneva dal dipartimento dell’Energia (Doe) l’autorizzazione a fornire alla Corea del Nord tecnologie, attrezzature e servizi per la progettazione, la realizzazione, la gestione e il mantenimento di due reattori civili ad acqua leggera. Questi ultimi, come ben sapevano sia l’Abb, che il Doe che lo stesso Rumsfeld, possono essere facilmente convertiti ad uso militare, così come le tecnologie messe a disposizione dagli Stati Uniti potevano essere reimpiegate dagli scienziati nordcoreani per la messa a punto di un efficiente arsenale nucleare. Il che non impedì all’Abb di aggiudicarsi, nel 2000, un appalto supplementare per la costruzione di altri due reattori per conto di Pyongyang. Le dimissioni di Rumsfeld da membro del consiglio d’amministrazione dell’Abb arrivarono soltanto nel febbraio 2001, con il contratto già firmato e con l’amministrazione Bush jr. – di cui Rumsfeld era entrato a far parte in qualità di segretario alla Difesa – già insediata. È interessante notare che Rumsfeld ordinò la messa in stato d’allerta dei bombardieri a lungo raggio statunitensi pochi giorni prima che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica si riunisse per mettere sotto accusa la Corea del Nord in virtù della violazione del Trattato di non proliferazione nucleare. Pyongyang non si fece tuttavia impressionare dalle manifestazioni muscolari di Washington e proseguì lo sviluppo del proprio programma atomico, che avrebbe dato i suoi frutti due anni dopo, quanto Kim Jong-il annunciò l’avvenuta realizzazione di alcune bombe nucleari. Le stesse bombe nucleari che hanno consentito – e continuano a consentire ancora oggi – alla Corea del Nord di incappare nello stesso destino dell’Iraq di Saddam Hussein. È possibile però che i piani operativi originari elaborati da Rumsfeld e dagli altri neocon che manovravano George Bush jr. come una marionetta prevedessero di usare la bomba atomica nordcoreana come pretesto per legittimare un intervento armato finalizzato a chiudere definitivamente i conti con un regime assai renitente ad allinearsi al Washington consensus. L’insorgere di alcuni problemi di natura sia politica che militare potrebbe aver poi indotto il governo ad abbandonare il progetto. Non mi stupirei se le cose fossero andate in questo modo, e la cosa mi porta a ritenere del tutto impossibile che il corrotto e inefficiente regime ucraino abbia agito autonomamente e all’insaputa di Washington in un settore delicatissimo come la fornitura di attrezzature militari a regimi nemici degli Usa.

Ultimamente si è sentito parlare sempre più spesso di ONG, le organizzazioni promotrici delle cosiddette Rivoluzioni Colorate, la vera novità degli ultimi decenni, qual è il loro effettivo peso nel determinare gli eventi e chi esse effettivamente rappresentano?

Le Ong rappresentano, per richiamarmi a un libro fondamentale scritto da due ufficiali cinesi sul finire degli anni ’90, uno degli strumenti principali di guerra asimmetrica che gli Stati Uniti portano avanti da molti anni a questa parte. Si tratta di organizzazioni senza scopo di lucro, gran parte delle quali si sostengono completamente o in larga parte con i fondi messi a disposizione per vie più o meno traverse – spesso tramite fondazioni come la Freedom House o l’International Republican Institute, o agenzie governative come l’Usaid – dal Dipartimento di Stato. Vi sono naturalmente anche Ong, come ad esempio la Open Society di George Soros, che non essendo finanziate da organi riconducibili direttamente al governo, offrono a Washington il vantaggio di potersi chiamare fuori di fronte ad eventuali accuse di ingerenza negli affari interni di Paesi stranieri. Il compito delle Ong è quello di creare le condizioni favorevoli al rovesciamento dei regimi politici non allineati al “Washington consensus”, attraverso il reclutamento di miglia di giovani che vengono debitamente addestrati per diventare “manifestanti professionisti” secondo le modalità dettagliatamente descritte in un libro tradotto gratuitamente in cinese, russo, cingalese, ecc. (anche in italiano) dal teorico di Harvard Gene Sharp, in collaborazione con l’ex veterano dell’Us Army Robert Helvey. Tra i più rilevanti “consigli” che Sharp fornisce ai manifestanti intenzionati a provocare un cambio di regime figurano l’impiego sistematico della corruzione del governo come fondamentale argomento di contestazione e l’utilizzo di un simbolo o di un colore per rendere immediatamente identificabile la “rivoluzione” agli occhi della popolazione. Coloro che sono soliti attribuire alle “rivoluzioni colorate” un carattere non-violento farebbero inoltre bene a riflettere sul fatto che ogni sommossa semi o pseudo-pacifica guidata dalle Ong statunitensi non culminata con l’auspicato cambio di regime ha visto entrare sistematicamente in funzione misteriosi tiratori scelti che, aprendo il fuoco sia sui manifestanti che sulle forze di polizia, hanno invelenito il clima e destabilizzato irrimediabilmente la situazione. Basti pensare che cecchini mai identificati hanno operato attivamente nelle fasi cruciali dei disordini verificatisi in Romania nel 1989, in Russia nel 1993, in Venezuela nel 2002, in Thailandia e Kirghizistan nel 2010, in Tunisia, Egitto, Libia e Siria nel 2011 e in Ucraina nel 2014. Ultimamente, diversi governi “a rischio” – come quello russo – hanno cominciato ad elaborare misure atte a prevenire lo scoppio delle “rivoluzioni colorate”, mettendo al bando le Ong finanziate da Stati stranieri o da personaggi “non graditi” come Soros.

Come emerge nel suo libro sullo Stato di Israele l’Italia dal secondo dopo guerra si è trovata a giocare nel Mediterraneo in una posizione, geopoliticamente parlando, molto critica. Personaggi di grande spessore intellettuale e politico come Mattei, Moro, Andreotti, Craxi ecc…  hanno dovuto impiegare tutte le loro capacità per muoversi in quell’ambito. Qual è secondo lei adesso la condizione del nostro Paese nell’attuale scenario?

Il disastro libico dà la misura del grado di irrilevanza raggiunto dall’Italia a partire dal crollo della Prima Repubblica. La Jamahiriya gheddafiana era uno Stato floridissimo per gli standard africani, che intratteneva con Roma un rapporto strategico in base al quale Tripoli esportava verso l’Italia petrolio e investimenti, e affidava ad aziende italiane (Eni, Salini-impregilo, Finmeccanica, Bonatti, ecc.) una fetta assai appetitosa degli appalti per l’attivazione dei giacimenti e la costruzione di strade, ferrovie, porti e infrastrutture di vario genere. In cambio, l’Italia offriva una stretta collaborazione a livello di intelligence (fu il governo italiano a salvare la vita a Gheddafi) e vendeva alla Libia considerevoli partite di armamenti. Con la guerra del 2011 (dettata dalla volontà anglo-franco-statnitense di stroncare gli ambiziosi progetti economici e monetari che Gheddafi aveva messo in cantiere), l’Italia ha voltato le spalle non solo ad un alleato violando clamorosamente l’accordo che era stato raggiunto tra Gheddafi e Berlusconi solo pochi anni prima, ma anche ai propri interessi energetici in particolare ed economici in generale, questi ultimi ben rappresentati dalla miriade di imprese italiane che operavano in Libia prima che la Nato intervenisse a supporto delle milizie islamiste di Bengasi. Si può concludere che il nostro Paese non solo non ha più una politica estera autonoma, ma ha perso la propria sovranità anche rispetto ai temi caldi della politica interna, in specie quelli attinenti alla sfera dell’economia. Il dibattito politico si riduce ormai ai matrimoni gay, allo ius soli e a tutta una serie di questioni talvolta anche rilevanti, ma mai in grado di mettere in discussione lo status quo che vede l’Italia saldamente ancorata all’architettura economica e di difesa euro-atlantica.

Per poter consentire ad un numero sempre maggiore di persone di poter leggere in modo chiaro la storia contemporanea come si dovrebbe a suo parere insegnare Storia nelle scuole?

Che la storia la scrivano i vincitori è un’ovvietà – si pensi a come viene esaltato un fenomeno quantomeno problematico come il Risorgimento, che secondo alcuni non sarebbe esagerato definire un processo di colonizzazione del sud ad opera dei piemontesi – che però, a mio parere, un buon insegnante dovrebbe sempre ricordare agli allievi così da porli nelle condizioni di operare una lettura critica delle narrazioni imposte da chi è riuscito ad aggiudicarsi il verdetto del campo di battaglia. Occorrerebbe inoltre piantarla una volta per tutte con questa mania di dividere manicheamente il mondo tra buoni e cattivi che una parte ragguardevole (se non preponderante) dei manuali scolastici ha mutuato dalla filmografia hollywoodiana, e mettere anzitutto in chiaro chiarito che ciascuna forza politica è sempre portatrice di determinati interessi più o meno palesi, e modella la propria linea operativa in funzione di tali interessi e a seconda della situazione contingente. Un sistema metodologico fondato su tali presupposti risulta sufficiente, ad esempio, per coprire di ridicolo la grottesca tesi che tende ad attribuire l’entrata in guerra degli Stati Uniti all’idealismo di Wilson che vedeva il militarismo prussiano come fumo negli occhi, sorvolando invece con grande disinvoltura sulla gigantesca esposizione finanziaria che gli Usa avevano maturato nei confronti delle potenze dell’Intesa. Una montagna di crediti che sarebbe risultata inesigibile nel caso in cui la Germania avesse avuto la meglio su Francia e Gran Bretagna, condannando gli Stati Uniti a un vero e proprio cataclisma economico. A questo proposito, sarebbe inoltre proficuo che un insegnante analizzi assieme agli studenti le tecniche di propaganda a cui i governo hanno sempre fatto ampio ricorso per legittimare il proprio operato agli occhi dell’opinione pubblica. Lavori di grande spessore come La fabbrica del consenso di Noam Chomsky e L’opinione pubblica, scritto da quell’abilissimo spin doctor che era Walter Lippmann, fornirebbero ai ragazzi strumenti utili a districarsi efficacemente nel diluvio di menzogne e “mezze verità” (o verità distorte”) che il cosiddetto “circo mediatico” riversa quotidianamente per influenzare la società.

Ha in programma altre pubblicazioni? E in caso affermativo, su quale argomento?

Sto scrivendo un libro sulla storia degli Stati Uniti, con particolare attenzione alle modalità attraverso le quali si è formata la loro potenza economica. Sono a metà abbondante del lavoro e credo di completare la scrittura entro qualche mese. Per il futuro credo sia opportuno scrivere qualcosa sulla Russia di Putin, vista l’influenza sempre più avvertibile che Mosca sta esercitando sullo scacchiere internazionale.

 

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Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

5 commenti

  1. I migliori libri sugli Stati Uniti sono quelli di John Kleeves (Stefano Anelli): “Un peaese pericoloso”, “Vecchi trucchi”. Sarà difficile eguagliarli.

  2. Pingback: Tutta un’altra storia

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