Dialogo tra due papi

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Tra Scalfari e Bergoglio, il più dogmatico appare il primo.

 

La sua religione è il materialismo e lo scientismo.

 

 Su “Lo Spiffero” un articolo che merita di essere letto per gli interessanti spunti su quale sia oggi la vera “religione” dogmatica.

 

Scritto da Diego Fusaro
Pubblicato Lunedì 30 Settembre 2013, ore 7,00
 

 

Si è recentemente svolto, sulle pagine di “La Repubblica”, un dialogo epistolare tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari. Si tratta di un avvenimento importante, su cui occorre soffermare l’attenzione, sia pure da una prospettiva differente rispetto a quella che si è imposta come egemonica negli scorsi giorni.

Ho già affrontato la questione in una lunga intervista apparsa – a cura di Moreno Pasquinelli – sul blog “Sollevazione” e, pertanto, in questa sede non farò altro che riprendere cursoriamente alcuni punti che reputo particolarmente degni d’attenzione e che, in quell’intervista, ho sviluppato più estesamente. In primo luogo, merita di essere analizzata la tragicomica inversione delle parti a cui si è assistito: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il Papa; dogmatico, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari.

 

Prescindendo dalle tesi esposte e dalla notorietà dei due personaggi, a leggerli si sarebbe potuti plausibilmente essere indotti a ritenere che, tra i due, il pontefice non fosse Bergoglio. Il fondatore di “Repubblica” si pone oggi come pontefice di una religione atea e scientista, intollerante verso ogni forma di sapere che non sia quello piegato ai moduli della ratio strumentale, sotto i cui raggi risplende l’odierna barbarie della finanza e dell’austerity, dell’eurocrazia e della religione neoliberale.

Tale religione promuove compulsivamente il disincantamento e il congedo dalle utopie, la riconciliazione con la realtà presentata come inemendabile, la precarietà come stile esistenziale e lavorativo, l’abbandono del pathos antiadattivo e dell’attenzione per la questione sociale, il culto demenziale dell’antiberlusconismo come unica fede politica possibile: essa è la prova di quanto vado sostenendo da tempo, ossia che il capitalismo si riproduce oggi culturalmente a sinistra (è la tesi al centro del mio saggio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo, a cui mi permetto di rimandare per eventuali approfondimenti). Si pensi anche solo alla trasformazione dei costumi – propugnata urbi et orbi dalla sinistra – in vista di una società interamente liberalizzata, postborghese e postproletaria, individualistica e iperedonistica, affrancata dalla morale borghese e dalla religione.

 

Anche in quest’ottica, destra e sinistra si rivelano pienamente interscambiabili: l’anticomunitaria e globalista “Destra del Denaro” detta le regole econonomico-finanziarie tutelanti gli interessi dellaglobal class, mentre la “Sinistra del Costume” – espressione dell’ideale del comunismo in un uomo solo, trasformando quest’ultimo in atomo di volontà di potenza innervata dal capitale  – fissa i modelli e gli stili di vita funzionali alla riproduzione del sistema dell’integralismo economico.

Coerente con questa visione del mondo, Scalfari parla dell’inesistenza di Dio con una sicurezza dogmatica che andrebbe resa oggetto d’attenzione (e che, con buona pace del coro virtuoso dei sedicenti neoilluministi, nulla ha a che vedere con la matrice culturale dell’illuminismo critico). Analogamente, il pontefice di “La Repubblica” rivela una fascinazione quasi commovente – e, a suo modo, teologica – per la scienza innalzata a verità ultima.

 

Se anche è troppo presto, forse, per valutare l’operato del nuovo Papa, certo è possibile individuare in lui, con diritto, un profilo complessivo non affine alla visione dominante della ragione, ossia quella della ratio strumentale su cui – come ricordavo poc’anzi – si fonda l’odierna teologia economica. Questo è già, di per sé, un aspetto ampiamente positivo, da valorizzare massimamente in una prospettiva che individui il nemico principale non nella fede, ma nella ratio strumentale stessa, che tutto riduce a quantità misurabile, calcolabile e trasformabile in profitto. Si veda, a questo proposito, lo splendido discorso pronunciato dal pontefice a Cagliari domenica 23 settembre, tutto centrato sui temi del lavoro e della dignità offesa dalla disoccupazione coessenziale al regime neoliberale.

Temo che questo concetto – di per sé chiaro come il sole – non passerà facilmente presso l’armata Brancaleone dei cosiddetti “laicisti”. Illudendosi che il gesto più emancipativo che possa darsi sia la ridicolizzazione del Dio cristiano (o, alternativamente, la soppressione del crocifisso dalle scuole), essi non cessano di contrastare tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il monoteismo idolatrico del mercato: il laicismo integralista, in ogni sua gradazione, si pone come il completamento ideologico ideale del fanatismo del mercato e del “cretinismo economico” (secondo la stupenda espressione di Gramsci), in cui “The Economist” diventa “L’Osservatore Romano” della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale.

 

Capirà mai l’armata Brancaleone dei laicisti che la lotta contro il Dio tradizionale è, essa stessa, uno dei capisaldi dell’odierna mondializzazione capitalistica, la quale si regge appunto sulla neutralizzazione di ogni divinità non coincidente con il monoteismo mercatistico?

Riusciranno mai costoro, inguaribili lavoratori per il re di Prussia, a comprendere che ciò di cui più si avverte il bisogno, oggi, è un nuovo illuminismo che contesti incondizionatamente l’Assoluto capitalistico e l’esistenza di presunte leggi economiche oggettive della produzione, sottoponendo a critica l’onnipervasivo integralismo della finanza? Quando capiranno che l’ateismo, oggi, ha come matrice principale non certo l’aumento della conoscenza scientifica (con buona pace di Odifreddi!), ma il processo di individualizzazione anomica che disgiunge l’individuo da ogni sostanza comunitaria? E, ancora, che la “morte di Dio” da loro salutata con entusiasmo corrisponde al momento tragico della perdita di ogni valore in grado di contrastare il dilagante nichilismo della forma merce?

 

 

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4 commenti

  1. Uno dei dieci on

    Io qui noto il solito difetto di fondo: che ateismo sia il male assoluto, come se l’essere atei presupponesse solo un certo modo di pensare, sempre,comunque, contro l’Uomo. Quando per me, che la vedo dalla sponda opposta, potrebbe essere l’esatto contrario, ma per non contraddire l’assunto, dico piuttosto che ci sono atei “spirituali” e credenti “materialisti”. Non fosse altro perché certo capitalismo e certa globalizzazione spinta nascono proprio là dove il cristianesimo impera o ha imperato.

    • Non mi sembra che l’articolo sia riassumibile in questi termini.
      Non è l’ateismo in sé l’oggetto del discorso ma il suo impiego come arma tesa a demolire qualsiasi autorità che ponga questioni oltre il materialismo.

      Alla fine dell’articolo leggiamo infatti:
      “Capirà mai l’armata Brancaleone dei laicisti che la lotta contro il Dio tradizionale è, essa stessa, uno dei capisaldi dell’odierna mondializzazione capitalistica, la quale si regge appunto sulla neutralizzazione di ogni divinità non coincidente con il monoteismo mercatistico?”

      I laicisti sarebbero dunque strumentalizzati per usarli a favore di un mercatismo assoluto libero da ogni ingerenza etica.
      E ancora:

      “Quando capiranno che l’ateismo, oggi, ha come matrice principale non certo l’aumento della conoscenza scientifica (con buona pace di Odifreddi!), ma il processo di individualizzazione anomica che disgiunge l’individuo da ogni sostanza comunitaria? E, ancora, che la “morte di Dio” da loro salutata con entusiasmo corrisponde al momento tragico della perdita di ogni valore in grado di contrastare il dilagante nichilismo della forma merce?”

      Come vede non è la posizione filosofica atea in sé ad essere al centro delle critiche dell’articolo ma la miopia dei suoi sostenitori che non si accorgono a quale fine venga impiegata.

  2. In rilevanti aree di globalizzazione spinta non mi risulta che il cristianesimo imperi
    o abbia imperato, ad esempio: Cina , Corea, Giappone, Singapore, ed India.

    • Giusta osservazione, a cui aggiungiamo che invece quelle zone sono state oggetto di una sistematica eliminazione delle tradizioni spirituali precedenti.
      Eccezion fatta per l’India che nella sua religiosità vede nella povertà un karma da espiare che la legittima.
      Non a caso è il paese dove è nato e si perpetua il sistema delle caste.