La corda sull’abisso (quinta puntata)

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Alex si risvegliò all’apertura automatica della capsula. Il liquido era già stato riassorbito dalla macchina ma Alex si sentiva sporco e ancora assonnato.

Si sollevò lentamente col busto e con delicatezza estrasse gli aghi dalle braccia e si tolse la mascherina. Per un po’ stette lì a godersi una respirazione normale, poi ebbe un momento di panico e cominciò a tastarsi con le dita ogni angolo della faccia: voleva assicurarsi di avere gli stessi connotati di sempre e al tatto sembrava fosse così. Non riuscendosi a sentire sicuro di apparire ancora coma Alessandro Luterani, saltò fuori dalla capsula e si chinò subito sulla sua valigia per tirare fuori un accappatoio, lo indossò e uscì dal laboratorio, controllando se c’era qualcuno che avrebbe potuto vederlo. Si guardò intorno, poi chiuse la porta metallizzata dietro di sé e con passo felpato cercò il bagno più vicino.

Trovato il bagno del piano terra, entrò e chiuse la porta a chiave, così finalmente si fece coraggio e si avvicinò lentamente ad uno specchio alla parete alla sua sinistra. Con le mani che gli tremavano, si tolse il cappuccio del suo accappatoio, si sciacquò la faccia a si guardò allo specchio. Alessandro Luterani aveva ancora il solito volto. Tirato un sospiro di sollievo, si tolse l’accappatoio e si fece una doccia rapida per ripulirsi del liquido amniotico artificiale, contento di essere ancora vivo, contento di non essere diventato un mostro.

Ritornato nel suo laboratorio, senza che nessuno lo incontrasse, si rivestì e si sedette sul divano per chiudere gli occhi e riflettere: “Allora, Alex, sii professionale e fai un esame di autovalutazione”. Ripensò a ciò che era successo negli ultimi due giorni e analizzò i sentimenti che i ricordi gli suscitavano. Non riscontrò niente di nuovo nella sua personalità e nel suo modo di pensare, provava ancora la frustrazione per le maldicenze nei suoi confronti e il senso di superiorità e di noia al ricordo della cena con Alfieri. “Almeno non sembra che abbia avuto danni al cervello”, pensò per consolarsi.

Riaprì gli occhi, incrociò le dita e pensò a quale sarebbe stata la mossa successiva: “Sono stato precipitoso a ritenere che le cose per me si sarebbero ripetute identiche a quelle di Angelo, ma è impossibile che non sia successo niente, dovrò provarle tutte”. Dal momento che il suo carattere non era per niente cambiato, Alex trovò il suo nuovo “1” di quella giornata.

Si alzò, si guardò intorno e vide la statua di Michelangelo, la raggiunse e la strinse con le braccia per provare a spostarla, ma non si mosse di un millimetro: “D’accordo, la mia forza non è cambiata”, pensò.

Decise allora di prendere il suo portafogli, fece scorrere sulla sua mano tutte le monete che aveva, lasciò cadere il portafogli e lanciò in aria tutte le monete. Non appena esse smisero di salire e cominciarono a cadere giù, tentò di acchiapparne qualcuna in aria ma fece cilecca: “Va bene, non ho per niente migliorato i riflessi”.

Si ricordò di avere un coltellino svizzero in valigia, lo ritrovò in una tasca interna ed estrasse una piccola lama di 4cm. Troppo orgoglioso per temere alcun dolore, si procurò un piccolo taglio sull’indice sinistro, aspettò che uscisse almeno una goccia di sangue, poi si fasciò il dito con fazzoletto. Sedutosi sul divano, attese qualche minuto preparando nuove idee, quindi si tolse il fazzoletto: “La velocità di guarigione, e  quindi il metabolismo, non presentano cambiamenti. Comincio a pensare che la I.E.M. mi abbia reso più idiota”.

Raccolse alcuni oggetti in un borsello e uscì dal laboratorio per andare nel garage. Ignorati vari sguardi maligni e battutine, Alex salì in macchina e lasciò villa Giver mentre questa già era nel pieno delle sue attività (aveva passato la notte precedente a riprogrammare la I.E.M. e aveva trascorso sei ore dentro di essa, quindi era circa mezzogiorno).

Alex parcheggiò l’auto presso una spiaggia, controllando che non ci fosse nessuno nei dintorni (non era ancora periodo di vacanze), si spogliò in macchina, indossò un costume e si recò sulla spiaggia.

“Il mare è sempre bello”, pensò Alex, godendosi l’aria fresca e annusando il vento che sapeva di salsedine, prima di proseguire con i suoi esperimenti.

Camminò vero il bagnasciuga e aspettò la prima onda che gli bagnasse i piedi: “Quanto cavolo è fredda!”, disse Alex fregandosene di parlare da solo, “nessuna particolare resistenza al freddo”, disse sconsolato.

Fattosi coraggio, si tuffò e provò a fare qualche bracciata nuotando più velocemente possibile. Fu divertente, liberatorio, ma non si sentiva particolarmente veloce. “Non è mai stato tra i miei sogni di bambino diventare campione olimpionico”, si disse, precisando i suoi interessi.

Essendosi ormai abituato alla bassa temperatura dell’acqua, si rilassò mettendosi pancia all’aria e “facendo il morto”. Non volle calcolare quanto tempo era stato in quella posizione, tornò dritto in acqua solo quando ebbe una nuova idea: “Voglio provare con l’apnea”. Fece un profondo respiro e si spinse giù finché non si assicurò di avere almeno mezzo metro d’acqua sopra di sé. “Sembra di  essere tornato nella I.E.M.”, pensò mentre si lasciava dondolare dalla corrente.

Ci fu dopo un po’ di tempo un momento in cui quasi si convinse che era in grado di stare lì sotto per sempre, ma all’improvviso si sentì mancare il respiro, sbucò fuori come un razzo è inghiottì così tanta aria che per poco non gli si infilava una nuvola in gola. “Un’altra brutta figura da dimenticare”, disse pensando ad alta voce.

Nuotò per tornare a riva, uscì dal mare e stese sulla sabbia l’accappatoio che si era portato con sé. Buttatosi sopra di esso, si riposò godendosi i raggi di sole. Per una decina di minuti non volle pensare a niente, né alla sua presunta evoluzione, né ad Angelo né a sé stesso, solo a niente.

Quando si sentì completamente asciutto, pensò: “E se mi fossi già abbronzato?”, quindi si sedette a cavalcioni sull’accappatoio e guardò con attenzione braccia, gambe e petto: “Nessuna accelerazione nell’incremento di melanina…dopotutto che ci guadagno ad abbronzarmi più velocemente?”

Stufo di sentirsi un cretino, tirò fuori dal suo borsello un mazzo di carte napoletane, le mischiò e pose il mazzo davanti a sé. Liberò la mente per qualche secondo, poi cominciò a scoprire una carta alla volta, si fermò dopo una quindicina di carte, poi ricompose il mazzo come stava prima. Ammirò per un minuto le onde del mare, poi guardò il mazzo di carte, lo indicò coll’indice destro e bisbigliò: “La sequenza dovrebbe essere: cinque di denari, asso di spade, tre di bastoni, nove di spade, poi…poi…mi sembra qualcosa di coppe…che miseria di memoria! Bene, ho appurato che non mi sono evoluto in un giocatore migliore”. Ripescò di nuovo le carte in cima al mazzo: cinque di denari, asso di spade, tre di bastoni, nove di spade e sei di coppe, la quinta carta già era per lui del tutto ignota.

Alex riposò il mazzo di carte nel suo borsello e deluso si appoggiò sui gomiti per dimenticare quel fallimento. Guardò distrattamente la sabbia intorno a sé, finché notò un gruppetto di foglie alla sua destra, una di esse era ancora perfettamente verde. “Deve esserci stato molto vento la settimana scorsa”, pensò Alex, poi prese per curiosità la foglia verde e la osservò con attenzione: era lucida e robusta. “Forse ho acquisito la capacità di digerire nuove sostanze…”, pensò; per cui avvicinò la foglia alla bocca, abbassò lentamente la mandibola ma rimase immobile, quindi accartocciò con entrambe le mani la foglia e gettandola lontano da sé disse: “Sono veramente caduto in basso!”.

Anche se non era forte, il sole stava cominciando ad infastidirlo (“Non sono nemmeno resistente al caldo”, si disse), guardò Capo Miseno alla sua sinistra e gli venne voglia di cercare un po’ d’ombra.

Si alzò e decise di fare una corsetta in quella direzione. Gli piaceva la vista della lunghissima costa, per cui accelerò un po’ il passo. Corse per qualche secondo finché improvvisamente accadde una sorpresa: si ritrovò in un battito di ciglia nel punto della costa che voleva raggiungere!

Il cuore gli batteva così forte che sembrava che le costole non riuscissero più a contenerlo: “Sono stato un fulmine! Perché diamine non ci ho pensato prima!”. Respirando affannosamente, si voltò per guardare quanto si fosse allontanato: erano circa 500 metri di spiaggia. “Devo rifarlo, devo assolutamente rifarlo!”, disse ad alta voce per l’emozione. Guardò con molta attenzione se c’erano passanti, ma dovevano essere le 13:00 e quindi stavano tutti a tavola.

Il cuore di Alex riprese a battere più forte già quando si stava posizionando al centro del bagnasciuga; Alex fece tre lunghi respiri e poi scattò in avanti: fece una decina di metri di corsa poi si ritrovò in un istante dove aveva steso il suo accappatoio. Si appoggiò sulle ginocchia per prendere fiato e poi gridò senza vergogna: “Usain Bolt, prenditi questo!”.

Guardandosi di nuovo intorno a causa del ritorno del senso di imbarazzo, si chinò sul suo borsello, indossò gli occhiali, pensò a chissà quale per quale motivo avesse dato per scontato che la sua vista non sarebbe migliorata, poi indossò il suo orologio digitale e pensò: “Bene, Alessandro Luterani, ricordati che sei uno degli scienziati più famosi del mondo per cui comportati da tale e fai le cose con rigore scientifico”.

Alex si posizionò dove la sabbia fosse bagnata ma non troppo, tracciò una linea perpendicolare alla riva con la punta del piede e poi si mise con i talloni subito davanti ad essa. “Per semplicità di calcolo, stabiliamo una lunghezza di 100 metri”, disse a sé lo scienziato, quindi fece una camminata lenta e regolare con passi cadenzati e leggermente più lunghi del suo passo usuale, cercando di mantenersi sempre lungo la stessa direzione, contando fino a cento. Fatti i cento passi, tracciò un’altra linea e si voltò per mettersi subito dietro di essa.

Il suo orologio da polso era digitale e poteva essere usato come cronometro. “Non c’è nessuno a sinistra, nessuno davanti, nessuno dietro e alla mia destra c’è solo il mare. Iniziamo l’esperimento.”, disse lo scienziato scimmiottando un tono professionale. Posizionò il piede sinistro subito dietro la linea, quello destro lo stese dietro, portò il polso sinistro con l’orologio davanti al volto e la mano destra intorno al quadrante, con l’indice destro pronto per far scattare il pulsante d’avvio del cronometro. Contò fino a tre, premette il pulsante e scattò in avanti: stavolta fece due metri di corsa e poi subito si ritrovò all’altra linea che aveva tracciato, si fermò di colpo e ripremette il pulsante dell’orologio. Dovette prendere un momento fiato, poi si calmò, assaporò il gusto della suspense per poi leggere il suo tempo: “25 secondi e 32 centesimi. 25 secondi?!” Alex non riusciva a crederci: “Ogni centometrista che si rispetti riesce a raggiungere i 10m/s, cioè 100 metri in circa 10 secondi! Forse ho avviato il cronometro prima del dovuto, ma ero sicuro di essere stato attento…vorrà dire che farò un’altra prova”.

Si riposizionò come prima, si assicurò di non premere i tasti prima del “3” e di nuovo fece il suo scatto da Flash verso l’altra linea, stoppò il cronometro e lesse il risultato: “24 secondi e 88 centesimi. Che diavolo sta succedendo?!”. Provò a far partire il cronometro da fermo, lo fece scorrere per una decina di secondi e poi lo stoppò: non sembrava per niente guasto. Alex si grattò la testa e si guardò intorno come se potesse trovare un aiuto, fu così che si accorse che non era solo sulla spiaggia, ma vide un signore in lontananza che stava seduto sulla sabbia a leggere un libro. “Per la miseria, come ho fatto a non vederlo!”, pensò Alex in preda all’ansia. Decise che non poteva far finta di niente e pian piano si avvicinò a quell’uomo. Era un tipo sulla quarantina, con berretto e baffetti, immerso nella lettura; si accorse di Alex solo quando questi gli fu quasi davanti.

“Buongiorno”, disse lo scienziato.

“Buongiorno”, rispose l’uomo con gentilezza.

“Scusi se la disturbo, è da tanto che è qui?”

“Circa cinque minuti”

“Per caso ha visto quello che facevo?”, chiese Alex cercando di nascondere la sua tensione.

“Sì, ho visto che ha tracciato due linee e che si è esercitato a correre”

“Non ha visto niente di…come le sono sembrato?”, chiese con una finta allegria.

“Abbastanza veloce, ma fossi in lei sceglierei un momento in cui il sole è più basso per allenarmi”.

“Se mi avesse visto correre come Flash non mi avrebbe risposto in questo modo”, pensò Alex, quindi gli chiese: “Scusi se la disturbo ancora, ma per caso sa dirmi se ha visto nulla di strano?”

“C’è stato un momento in cui alcune onde del mare erano più alte e schiumose al largo e più basse e deboli a riva, ma il mare è fatto così: non sta un attimo fermo, ma a modo suo è sempre uguale”

“Complimenti, è un poeta!”, disse Alex per apparire più gentile e meno bizzarro.

“Grazie, mi chiamo Giorgio”

“Io mi chiamo Alessandro”. Giorgio cominciò a guardarlo con attenzione, poi disse: “Mi scusi, lei non è per caso Alessandro Luterani?”

“Sì, sono io, deve avermi visto in televisione”, rispose Alex cercando di metterci quanta più umiltà possibile nel suo tono di voce.

“Bene, vorrei farle i complimenti per il suo lavoro, ci ha reso orgogliosi (noi italiani, intendo). Io ho un figlio di 11 anni che ama la Scienza, posso avere un suo autografo?”

“Certamente! Ha una penna?”. Giorgio estrasse una penna da una tasca dei pantaloni e si fece fare un autografo sull’ultima pagina del libro che stava leggendo. I due chiacchierarono un altro po’, poi si salutarono.

Mentre Alex tornava dove aveva lasciato la sua roba, era più confuso che mai: “Quel signore dice di avermi visto correre come una persona normale, ma allora perché a me è parso di essere stato velocissimo?”.

Alex si sedette sull’accappatoio e rifletté a lungo sul suo “esperimento”. Pensò che forse le sue erano amnesie, ma non potevano essere amnesie che si scatenavano solo quando correva. Non gli veniva in mente nessuna spiegazione, per cui si riposò dalle sue elucubrazioni mentali ripensando al suo incontro con quel signore: “È stato un uomo gentile, socievole, mi è piaciuta la sua riflessione sul mare. Ha ragione, il mare è allo stesso tempo molto variabile ma anche molto uguale a sé stesso. Ha un rapporto tutto particolare con il tempo…”. D’improvviso cominciò a formarsi una prima idea nella sua mente, ripeteva tra sé: “Tempo…tempo…”, quindi riguardò l’orologio da polso: “Sono le 13:22. Vediamo cosa succede se resto seduto ma immagino di voler correre a tutta velocità, di voler scattare in avanti solo con la fantasia…”. Alex strinse gli occhi e immaginò di voler fuggire in avanti, poi di correre indietro e di risedersi al suo posto. Mentre immaginava queste cose ci fu un istante in cui si sentì leggero come l’aria. Riaprì gli occhi e guardo l’orologio: erano le 13:45.

Alex tremò. Il suo cuore accelerò e teneva gli occhi spalancati per l’emozione: “Che fine hanno fatto gli ultimi 13 minuti?! Forse non sono veloce, forse è la mia percezione del tempo che è cambiata…”. Dovette aspettare parecchio tempo per far calmare il suo respiro e il suo cuore, quindi riguardò l’orologio: segnava le 14:15. “Bene, lo devo rifare”, pensò. Chiuse gli occhi, poi li strinse forte e simulò l’emozione di correre in avanti per molto tempo, ma stavolta riaprì improvvisamente gli occhi: si ritrovò disteso sull’accappatoio senza ricordarsi di averlo fatto. Guardò l’orologio: erano le 15:00!

Alex aprì le braccia e respirò con violenza, cercando di non perdere lucidità.

“È vero, è tutto vero!”, si ripeteva. Dopo un po’ lo scienziato che era in lui si ridestò e analizzò la situazione, quindi propose un nuovo test: “Devo vedere che succede se immagino di correre indietro”. Si rialzò, aspettò di calmarsi e si risedette, respirò per un minuto e guardò l’orologio che segnava le 15:16, quindi chiuse gli occhi e stavolta li strinse immaginando di correre indietro. Si sforzò di concentrarsi finché non riprovò di nuovo quel senso di leggerezza. Era piacevole e volle sperimentarlo per più tempo, poi un momento di paura lo fece riaprire gli occhi: si ritrovò tutto bagnato sul suo accappatoio, con il sole di nuovo alto e al massimo della suo splendore. L’orologio mostrava le 12:25.

Alex scoppiò a ridere di gioia e incredulità: “Funziona! La I.E.M. ha funzionato! Se lo venisse a sapere Henry, creperebbe di invidia!”. Siccome rischiava di morire dalle risate, si sforzò di tornare serio: “Bene, Alessandro Luterani, a  quanto pare hai evoluto le capacità di autocoscienza tipiche dell’essere umano acquistando un modo diverso di percepire il tempo. Sembra che tu ora lo viva diversamente, come se il tuo tempo presente si potesse estendere in avanti o indietro…ma questa può essere considerata una violazione delle leggi fisiche?”.

Alex si voltò alla sua destra, raccolse una foglia secca, la poggiò davanti a sé, poi prese il suo cellulare dal borsello e avviò la fotocamera per registrare un video. Piantò il cellulare in posizione verticale sulla sabbia e parlò verso l’obbiettivo: “Mi chiamo Alessandro Luterani, sono le 12:27 e ho una foglia secca davanti a me; tra circa un minuto strapperò questa foglia, poi aspetterò un altro minuto, quindi tornerò indietro nel tempo a prima che la strappassi per lasciarla così com’è ora”. Alex risollevò la testa, si concentrò, attese pazientemente per poi prendere la foglia, portarla vicino l’obbiettivo e strapparla davanti ad esso. Lasciò cadere le briciole sull’accappatoio, si drizzò sulla schiena, si rilassò e dopo un po’ chiuse gli occhi per scatenare di nuovo quella sensazione di leggerezza giusto un istante, per poi riaprire gli occhi. La foglia era integra davanti a sé e vide che il cellulare stava registrando. Attese per un minuto, riprese poi il cellulare e stoppò il video. Quando fece partire la registrazione, riascoltò sé stesso che annunciava la procedura sperimentale, ma vide solo i suoi piedi quasi immobili e la foglia ferma lì, senza che accadesse nient’altro, fino alla fine del video.

“Ottimo, la risposta alla mia domanda è “No”. La mia nuova capacità, benché ponga parecchi problemi di coerenza logica, per un osservatore esterno non viola alcuna legge fisica. Il video non mostra una foglia che magicamente si ricompone, mostra solo la foglia immobile, per cui un osservatore che non sia Alessandro Luterani osserva solo la versione ultima degli eventi, senza notare alcuna stranezza. Ecco spiegate le risposte di Giorgio…Giorgio!”. Alex si ricordò che era tornato a prima che Giorgio scendesse in spiaggia. Si alzò di scatto e attese di vederlo arrivare. Aspettò con ansia di vedere qualcuno con un berretto e un libro in mano e quando finalmente lo vide arrivare, gli si avvicinò lentamente sforzandosi di non farsi prendere dall’emozione. Giunto a due metri da lui, Giorgio si accorse che Alex lo stava guadando e gli chiese: “Salve, deve chiedermi qualcosa?”

“Mi scusi, effettivamente è così. Lei si chiama Giorgio?”

“Sì, ci conosciamo?”

“No, ma mio figlio è amico di suo figlio”

“Davvero, come si chiama?”

“Si chiama Albert Einstein”, disse Alex facendo credere che non stesse scherzando

“Mi scusi, ma mi prende in giro?!”

“Sì, perché lei è un idiota”

“Ma come si permette?! È forse pazzo?”, gridò Giorgio.

Alex aprì le braccia, guardò in cielo, chiuse gli occhi e disse: “Sì, sono pazzo…”

“Sì, ci conosciamo?”, chiese Giorgio quando Alex riaprì gl’occhi.

“No, ma credo di averla vista fuori la villa Giver”, disse Alex. Era sicuro che una brava persona come Giorgio sarà stata almeno una volta tra i volontari della Doppia A.

“Lei è un volontario come me?”

Alex sorrise soddisfatto, poi disse: “No, io sono Alessandro Luterani, lo scienziato che ha dato forma umana ad Angelo”. Giorgio lo riconobbe, si congratulò con lui e con l’associazione, quindi Alex rifece l’autografo per il figlio di Giorgio, trattenendo una risatina, e lo salutò.

Alex raccolse la sua roba, tornò in macchina, si ricambiò e guidò verso la villa. Mentre si apriva il cancello esterno, Alex pensò: “Porto a casa un grande risultato”. Il passaggio della sua macchia in mezzo alla folla, per la seconda volta in due ore, diede fastidio a parecchie persone, ma Alex non se ne curò. Vide dal finestrino un uomo con una gamba sola camminare sulle stampelle, quindi pensò: “Angelo, caro Angelo, hai fatto davvero tanto per queste persone, cerchi di dare sollievo ha chi ha subito un male, ma non puoi superare certi limiti. Potrai procurare stampelle nuove a quel mutilato, ma non potrai fargli ricrescere le gambe. Io invece posso fare in modo che non le abbia mai perse.”

Alex ascoltò alcuni insulti nei suoi confronti quando stava rientrando nel garage: “Voi mi insultate ma io vi perdono, vi perdono perché ora sono qualitativamente superiore a voi, che siete solo esseri umani. Io ora sono speciale, letteralmente speciale, non speciale in quella maniera ipocrita per cui si dice che “siamo tutti speciali”. Io lo sono per davvero”.

Alex scese dalla macchina ma volle entrare dalla porta principale, lasciando che continuassero a guardarlo male. Mentre si avvicinava con tutta calma al portone, Alex penso: “Ora mi guardate male perché mi considerate l’opposto di un santo. Angelo è un santo e giustamente lo ammirate, ma la maggioranza delle persone sogna un supereroe. Sono i supereroi quelli di cui si raccontano le gesta al cinema, non i santi.”

Alex entrò nella villa, si lasciò il caos alle spalle e osservò la scalinata davanti a sé, ripensando ad Henry: “Ormai sono io quello che guarderà l’altro dall’alto in basso…molto dall’alto”. Salì le scale, poi fece un’altra rampa per raggiungere la terrazza, pensando: “Io ora sono l’Oltreuomo, sono l’Übermensch. Nietzsche riteneva che l’Uomo fosse una corda tesa sull’abisso tra la scimmia e l’Oltreuomo. Io sono l’unico che ha superato l’abisso e che ora si trova dall’altra parte”.

Alex salì in terrazza, si fece strada tra i panni e giunse su una balconata da dove poté osservare la moltitudine sotto di sé, quindi parlò facendo finta che potessero sentirlo: “Voi mi avete conosciuto come il Nuovo Darwin, ora da che ero scienziato sono passato ad essere il più straordinario fenomeno che potrete mai osservare. Non sarò avaro dei miei poteri, perché così fanno gli esseri superiori. Non  proverò mai più per voi disprezzo e riluttanza, ma solo compassione. Ho da offrirvi cose che nessuno in tutto il mondo potrà mai darvi, nemmeno Angelo. Porterò speranza su tutta la Terra e sarete entusiasti di essere qui oggi davanti a me in questo giorno storico, paragonabile solo alla nascita di Cristo.”

Alex aprì le braccia e gridò: “Questa è l’alba di una nuova era!” [CONTINUA]

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"htagliato", Fisico della Materia. Vive a Napoli.

7 commenti

  1. MenteLibera65 on

    Poter correre su e giù per il tempo…che potere magnifico 🙂
    Ipotizzo, in finale, come verrà utilizzato…ma non lo scrivo per non svelare (eventualmente) l’arcano!

    • Bene, confidando nella sua onestà, per il momento tenga per sé la sua idea sui sviluppi futuri della storia e in seguito vedremo se aveva intuito bene.

  2. Bella questa svolta sulla fisica dopo l’inizio sulla biologia. Io non immagino niente, aspetto il finale.
    Leggendo questa puntata temevo giá un risvolto negativo, mi dicevo che il protagonista avrebbe dovuto ingegnarsi da sempre per rendere il processo reversibile, nel caso finisse inguaiato. Adesso che tutto è andato per il meglio, almeno apparentemente e sin qui, mi chiedo se non debba proseguire col le sedute di I.E.M. per superare il Superuomo….:-)

    • Bene, Muggeridge, allora non perda domattina la sesta puntata!
      P.S.: “Non chiamatelo Superuomo ma Oltreuomo, altrimenti pensate ad uno tipo Superman!” diceva sempre la mia professoressa di filosofia! Quando qualcuno le chiese di farci degli esempi di persone che secondo lei potevano essere considerati Oltreuomini, lei rispose “Leopardi, Che Guevara, Pasolini…”.
      Era una professoressa che si autodefiniva “Nietzschiana-freudiana-marxiana”

      • Caspita, nietzschiana-freudiana-marxiana … mi sa ch’era meglio non mettercisi contro, con costei…
        La mia cara professoressa di lettere della scuola media era, invece, solo freudiana a marxiana…
        Un saluto.

        • Era una brava professoressa, DI PARTE, ma la migliore che abbia avuto.
          Un saluto anche a lei.