Insetti come cibo e manipolazione delle masse

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Federico Cenci, giornalista di Zenit e amico, ha scritto questo articolo che riprende temi trattati su CS.

 

Non più solo pasta, carne, pesce e verdura. In futuro sarà possibile ordinare al ristorante anche cavallette, scarafaggi, scorpioni, formiche.

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Nella Commissione Agricoltura del Senato italiano si sta discutendo la possibilità di togliere i veti attualmente in essere per ristoranti e supermercati. Di recente è stata approvata dal Parlamento europeo una risoluzione che lascia liberi gli Stati membri di istituire elenchi di specie di insetti che possono essere consumate nonché di definire un quadro per l’allevamento e la produzione. Libertà che esistono già oggi in Olanda, Belgio e Francia, dove è lecita la commercializzazione di alcune specie a uso alimentare.

La nostra società si configura sempre più come una sorta di immenso paese dei balocchi in cui i desideri assurgono a diritti e diventano misura inviolabile del legiferare.

Non bisogna mai dimenticare, tuttavia, che sovente i nostri desideri sono volutamente indotti. D’altronde il consumismo si alimenta di sempre nuove frontiere culturali da valicare. Ed allorquando se ne registra il loro termine naturale, se ne debbono creare di nuove artificialmente.

Un secolo fa il noto pubblicitario Edward Bernarys, pioniere della manipolazione delle masse, affermava con cognizione di causa: “Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare”.

Più di recente Joseph Overton, vice-presidente della Mackinac Center for Public Policy, un think-tank che si occupa di libero mercato, ha elaborato un modello di ingegneria sociale che prende il nome di “Finestra di Overton”.

Precisamente si tratta di uno schema che descrive come un’idea o un fatto sociale, attraverso un’abile strategia di comunicazione, possano gradatamente affrancarsi dall’originaria collocazione nell’alveo dell’intollerabile per diventare dati socialmente accettati ed essere dopodiché legalizzati.

Lo schema è composto da sei fasi. Nella prima fase l’idea è considerata appunto assurda, indecente, inammissibile e talvolta vietata da apposite leggi. Nello stadio successivo campagne ad hoc assumono il compito di alleggerire l’opinione pubblica offrendo esempi tali da suggerire che possono esistere delle eccezioni (magari ad altre latitudini rispetto alle nostre o in ambienti di nicchia).

Il persistere di queste campagne porta alla terza fase, nella quale si spinge l’opinione pubblica, benché non sia ancora pronta ad assorbirla e praticarla, a ritenere accettabile una determinata idea. Fondamentale è allora il ruolo svolto nella quarta fase, nella quale si prova ad avvolgere l’idea in una veste razionale imbastendo dibattiti in cui gioca un ruolo necessario la categoria degli esperti. Meglio ancora se ad assisterli intervenga qualche personaggio pubblico, stella del cinema o della musica, capace di far presa in modo immediato.

Penetrato il muro della diffidenza, l’idea diventa socialmente accettabile ed inizia a diffondersi. È questo il momento in cui si può avanzare la richiesta della legalizzazione, il cui diniego da parte della politica costituirebbe un grave impedimento di un diritto civile. E quei pochi che dovessero rimanere immuni a queste campagne mediatiche mantenendo la propria resistenza a tale idea? Per loro si preparano gogne pubbliche, la cui tagliente lama è arrotata da termini degni della neo-lingua orwelliana coniati apposta per definire simili reticenti.

Ebbene, ho l’impressione che l’insetto come prodotto alimentare stia oggi avanzando mediante gli ingranaggi della “finestra di Overton”. Nel 2011 un caro amico, acuto osservatore, mi segnalò che in un paio di documentari aveva notato come si volesse veicolare l’idea per cui in situazioni di necessità – ad esempio durante escursioni in alta montagna ove può essere ingombrante riempirsi di provviste alimentari – mangiare insetti (che sono proteici, saporiti e occupano poco spazio) possa rappresentare un’utile soluzione.

Ritenni quello del mio amico un tipico caso in cui la fantasia supera l’intuizione. Col tempo mi sono però convinto che mi sbagliavo. Lui aveva avuto la capacità di individuare perfettamente il lavoro svolto sottotraccia dai manipolatori delle masse per affrancare un costume ritenuto inaccettabile.

Ne ho avuto prova l’anno scorso, quando ho appreso che alla tanto pubblicizzata Expo di Milano si poteva partecipare alla “prima degustazione italiana di insetti”. Significativo che ad organizzarla sia stata Coop Italia, che evidentemente inizia a persuadere i consumatori in attesa che questa nuova frontiera del mercato riceva l’imprimatur della legalizzazione.

Se ai nostri nonni avessero proposto una simile bizza, sarebbero sobbalzati per il disgusto (e forse avrebbero pure reagito con una scappellotto sulla nuca). Ai loro tempi si era ancora nella fase uno della “finestra di Overton” applicata agli insetti commestibili. Una fase di intolleranza che è rimasta intatta in oltre due millenni di storia della nostra civiltà, ampiamente protetta da una cultura alimentare che è uno straordinario patrimonio.

Oggi ci troviamo invece in uno stadio avanzato di quello schema comunicativo, in cui l’opinione pubblica si trova nella morsa persuasiva di grandi manifestazioni istituzionali, tv e finanche editoria (leggo che ieri è uscito in Italia un libro su come cucinare gli insetti). È sempre più diffuso confrontarsi con persone che appaiono tutt’altro che ostili all’idea che sugli scaffali dei supermercati o nei menù dei ristoranti potremo presto o tardi trovare cavallette, scarafaggi, scorpioni, formiche. Un domani l’indice di costoro verrà puntato verso chi non avrà abbandonato il suo scudo di repulsione, e verrà tacciato magari di entomofobia (éntomos in greco significa insetto).

Il terreno culturale è stato dunque fertilizzato dal concime mediatico, non resta che attendere che anche la legge si adegui per assecondare questa nuova frontiera del libero mercato globale. Sul cui altare – è bene chiarirlo – si sacrificano tradizioni, identità e anche (parere personale) il buongusto.

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56 commenti

  1. Sarà anche vero ma in realtà alcuni insetti fanno già parte del patrimonio enogastronomico italiano; tre esempi: le lumache (nel sud italia da dove provengo è normale mangiarle); la marmellata di formiche rosse; il casu marzu sardo un formaggio coi vermi.

    • Ciao Andreax ti do buona unao al massimo due su tre, come insetti infatti ci stanno solo le formiche (mai vista o sentita questa marmellata!), le lumache sono molluschi come i calamari e le vongole, i vermi del formaggio bisogna vedere a che specie appartengono.
      A parte questo posso commentare dicendo che si tratta delle classiche eccezioni che data la loro limitatezza confermano la regola.

      • Io invece ne do buona decisamente solo una su tre. La marmellata di formiche (che però non ho mai sentito nominare).
        Le lumache vere e proprie non so. Qui in Sardinialand si mangiano le chiocciole che sono simili per classe, phylum ecc ad altri frutti di mare solo che sono terrestri, ma cmq non sono insetti.
        Del casu marzu ciò che si mangia è il formaggio trasformato dalle larve di una particolare mosca. Lo riducono a una sorta di cremina. Chi ha a cuore la propria salute evita di mangiare le larve perché creano lesioni all’intestino. Io non lo mangio perché mi fa abbastanza schifo l’idea. 🙂
        Vorrei avere qualche info sulla marmellata invece..

  2. enrico lutman on

    La polemica sugli insetti non la capisco.
    Mi pare che i romani mangiassero le larve del cervo volante.
    Se sono buoni li mangerò altrimenti no.

    • Ciò che evidenzio nell’articolo è la strategia mediatica in atto per condizionare i nostri gusti a favore di questa innovazione alimentare. A chi giova persuaderci? Ai consumi, al libero mercato, alla globalizzazione che appiattisce le culture.

      • Grazie Federico e benvenuto!
        Concordo sul fatto che qui si discutono due argomenti, infatti oltre alla cultura “entomofaga” è importante studiare le strategie comunicative che vengono attuate per la sua promozione.

      • Vorrei ribadire con forza ancora una volta che nel secolo XX le due più colossali mostruosità che la mente umana abbia mai partorito sono state rigorosamente contro il libero mercato: comunismo e nazionalsocialismo. Lo ribadisco con forza perchè quando sento parlare del libero mercato in maniera sprezzante sono sempre convinto che non si comprenda bene quale possano essere le alternative. Ergo, ammesso e non concesso che una “strategia mediatica” sia in atto e che qualcuno intenda persuaderci a mangiare insetti, sottolineo che nessuno mi ha per il momento mai imposto di mangiare insetti e questo, sempre riflettendo sulle alternative, fa tutta la differenza del mondo.

        • “….contro il libero mercato”.
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          Sarà proprio il libero mercato a convincere lei (e anche me probabilmente…) a mangiare insetti 🙁 .
          Per il resto concordo relativamente con lei, con la precisazione che il libero mercato purtroppo non é una “possibilità” (il che sarebbe accettabile…) ma é di fatto una “necessità” (e anche questo, forse, può essere accettabile ma solo nella misura in cui l’omologazione sociale, economica e culturale non diventi una imposizione come di fatto é ora…).
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          Per quanto riguarda le alternative… ci sono sempre alternative. Basta poterle coltivare e basta che alcuno lo impedisca.

          • Se mi convincerà, mi convincerà. Ma io accetto che qualcuno desideri convincermi, non accetto che qualcuno desideri impormi..e “gli alternativi” al libero mercato hanno sempre voluto IMPORRE.
            Quindi teniamoci stretti il libero mercato perchè non basta dire che ci sono sempre alternative (cosa tra l’altro non vera), occorre saper dire anche quali. Altrimenti si fa fuffa.

          • Sulle alternative é inutile porsi il problema di trovarle visto che, a quanto pare, dobbiamo partire dall’idea che l’assenza di alternative é dogma.
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            Allo stesso modo circa il fatto che il libero mercato sia o meno una libera scelta o derivi o meno da un processo di convincimento é fuorviante anche solo azzardare approfondimenti.
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            Va bhe.. teniamo questo libero mercato allora 🙂 .

        • Qundi il problema del nazismo ed del comunismo è che erano contro il libero mercato?!?
          Siamo ormai ridotti davvero ad homo oeconomicus?
          Da quello che leggo la società è pronta a madare giù di tutto, in tutti i sensi.

          • Il fatto che comunismo e nazionalsocialismo odiassero visceralmente il capitalismo e avessero come obbiettivo l’abolizione del lasseiz- faire è di grande rilevanza perchè sintomatico di una visione ben più ampia. Nel nazionalsocialismo ad esempio ad una pianificazione economica scientifica nella produzione di beni materiali si intendeva affiancare una pianificazione scientifica nella produzione di uomini. Hitler era il direttore generale di tutte le industrie e il direttore dell’azienda di Stato di riproduzione deputata all’allevamento di uomini superiori. Bisogna comprendere bene che esistono solo due possibilità di organizzazione economica della società: quella liberale e quella socialista. In quella socialista il principio di base è la pianificazione dall’alto della vita dell’individuo, al quale viene imposto cosa deve e non deve produrre, cosa deve e non deve consumare. Quindi ogniqualvolta sento dire che il libero mercato e il capitalismo sono il male, da sinistra e da destra, non posso fare a meno di domandare: cosa volete quindi? Fatemi capire cosa volete concretamente. Sentiamo.

          • Giancarlo, confondere la libera iniziativa con il liberismo è all’origine del tuo errore.
            La libera iniziativa svincolata da regole e dalla tutela dei cittadini garantita dallo Stato porta alla “grecizzazione” della società, è quel pericolo che in molti vediamo nel TTIP e nella CETA, è quella morte per fame causata dalla speculazione sui generi alimentari, sono quelle sofferenze e quelle morti che non sono meno importanti di quelle causate da nazismo e comunismo solo perché avvengono in casa di altri (per ora).

          • Tutti siamo contro il libero mercato, almeno fino a quando non dobbiamo andare a fare la spesa…

    • Bè i romani andavano anche a vedere i gladiatori! 😀
      La ricerca di casi limite ed eccezionali, come ho detto sopra, è la conferma che si tratta di qualcosa di estraneo alla nostra cultura.

  3. Che teoria strampalata!

    Prendere in considerazione il fatto che le “tradizioni gastronomiche” di un Paese non sono un qualcosa di statico e immutato da millenni, ma sono in continua evoluzione, influenzate dalle “contaminazioni” tra popoli e culture differenti, no? Troppo banale?

    Il pomodoro, che oggi viene considerato un ingrediente fondamentale della cucina italiana e mediterranea in generale, è stato importato in Europa solo nel XVI secolo dai conquistadores spagnoli, e ci ha messo più di un secolo per affermarsi come cibo popolare, per lungo tempo è stata considerata una pianta ornamentale potenzialmente velenosa(per via della solanina)
    Idem per la Patata, che oggi è uno dei cibi più diffusi al mondo, ma per secoli gli europei l’hanno snobbata e guardata con diffidenza, considerandola un cibo pericoloso per la salute e disgustoso. Soltanto due secoli dopo l’importazione in Europa da parte degli spagnoli, le patate sono state sdoganate come cibo dall’agronomo francese Parmentier, e si sono diffuse ovunque.
    Storie simili accomunano peperoni, peperoncino, zucche e zucchine, mais, fagioli ecc…
    Praticamente senza la scoperta dell’America e senza il commercio con l’Asia non esisterebbero la maggior parte delle ricette dell’odierna “cucina italiana”. Così come pure l’alimentazione dei popoli americani e asiatici sarebbe molto più monotona senza l’importazione di colture e animali di allevamento originari dell’Europa!

    Tutti questi “scambi culinari” e mutamenti del gusto popolare nel corso della storia sono avvenuti in maniera spontanea, senza bisogno di campagne pubblicitarie “calate dall’alto” per chissà quali torbidi interessi .
    E continuano ad avvenire ancora oggi per tanti cibi (vedi la diffusione sempre maggiore di patti della cucina cinese, giapponese, messicana, brasiliana, turca ecc… spesso proposti in versione “italianizzata”) , tra cui anche gli insetti (che fanno parte della tradizione millenaria di molti popoli asiatici, africani e sudamericani) che però finora in Europa sono ancora un fenomeno del tutto marginale, su cui stanno investendo solo alcuni imprenditori un po’eccettrici.

    Oggi certi cambiamenti avvengono più in fretta semplicemente perchè le persone viaggiano di più verso mete esotiche, emigrano più facilmente da un continente all’altro e comunicano molto più velocemente grazie a internet!

    • Tu stai paragonando patate e peperoni con scarafaggi e falene. Non so se ci hai fatto caso -_-‘
      Se in Europa non si mangiavano questi ortaggi è perché non si conoscevano, ma pensò che si conoscono da svariati secoli gli scarrafoni e le formiche e mai a nessun sciroccato è venuto in mente di mangiarseli.

      • Ti sfugge un dettaglio, questi ortaggi(patate, pomodori,ecc..) dai popoli nativi del centro america erano già coltivati e utilizzati come cibo da secoli o millenni, mentre in Europa inizialmente, dopo che sono stati importati dai conquistadores spagnoli, erano considerate piante velenose(in parte avevano ragione per via della solanina, anche se le quantità di veleni naturali nei pomodori verdi sono talmente modeste che possono essere letali solo per alcuni insetti, ma per l’uomo sono pressoché innocui), pericolose per la salute(c’era la superstizione che la patata potesse trasmettere la lebbra), di cattivo sapore, ed erano coltivate solo come piante ornamentali.
        Ci sono voluti circa un paio di secoli perché pomodori e patate fossero considerati cibi popolari anche in Europa!

        Non credo che gli insetti diventeranno mai popolari come pomodori , o addirittura la principale fonte di calorie(come le patate in alcuni luoghi del mondo, la pasta in Italia, il riso in Asia ecc… del resto gli insetti non sono la base dell’alimentazione nemmeno nei luoghi in cui si consumano da tempi antichi) al massimo saranno solo uno sfizio(magari pure costoso) per gli amanti della cucina etnica.

        “si conoscono da svariati secoli gli scarrafoni e le formiche e mai a nessun sciroccato è venuto in mente di mangiarseli”

        Certe specie di insetti commestibili(e gradevoli al palato) non si trovano naturalmente in Europa(ad esempio le formiche al gusto di limone, che ho avuto l’occasione di provare anni fa, si trovano solo nella foresta Amazzonica) , e anche gli insetti commestibili autoctoni suppongo che vanno saputi preparare nel modo giusto per renderli mangiabili e buoni(o almeno non troppo disgustosi)
        Non si tratta di prendere insetti dal terreno e mangiarseli così come sono, prima di “bocciarli” in maniera categorica dalle nostre tavole dobbiamo imparare e cucinarli nel modo giusto dai popoli che hanno una consolidata tradizione di entomofagia, e hanno imparato a degustarli(per sfizio, non per necessità…anche in Asia, Africa, e Sud America nessuno vive di insetti, sono consumati quasi come come una “goloseria” in modiche quantità, un po’ come le lumache, cozze, ostriche e molluschi vari da noi) nel migliore dei modi possibili.

        • Quello che continua a sfuggire è che il punto non è se gli insetti siano commestibili o meno ma il fatto che qualcosa che nella nostra cultura è da sempre simbolo di degrado venga promosso senza necessità alcuna a livello di cosa accettabile tanto da assimilarla al nostro corpo, ricordiamo il senso del detto “sei quello che mangi”.
          Non è un’operazione alimentare ma culturale, come giustamente fa notare Cenci siamo all’ennesimo impiego della finestra di Overton per cancellare secoli di tradizione culturale.
          E a quanto pare a molti questo va bene.

          • Son d’accordo che è una questione culturale più che alimentare, quello su cui non concordo affatto con Cenci è la cosiddetta “finestra di Overton”
            Non credo sia un cambiamento deciso a tavolino da eminenze grigie, ma semplicemente incontro e “contaminazione” tra culture diverse.
            In Cina e Giappone iniziano ad aumentare i consumi di latticini e formaggi, in Europa sushi, tofu, involtini primavera ecc… sono diventati cibi comuni…e forse lo diventeranno anche gli insetti…o forse no.

            Per il momento non vedo grandi multinazionali con le “mani in pasta” negli insetti , ma soprattutto piccoli imprenditori appassionati di roba esotica, che hanno fiutato la moda (o perlomeno sperano che gli insetti possano diventare di moda come il sushi) e li allevano su piccolissima scala!

  4. Pingback: La Strage degli innocenti

  5. I crostacei a me fanno un po’ lo stesso effetto degli insetti, diciamo che li ho anche mangiati, ma non li apprezzo molto, con gli insetti finirò per fare lo stesso, anche se non so se li assaggerò mai.
    Quanto alle tradizioni nostrane faceva notare un esperto in materia che se si prende un manuale di cucina italiana di un secolo non c’è traccia della cucina che oggi va per la maggiore, manca ad esempio la pastasciutta, mentre abbondano le zuppe, inutile, ovviamente, cercare pizze o focacce. Credo che anche la diffusione di questi piatti a livello nazionale sia stata opera del marketing dell’industria alimentare, sopratutto a partire dal secondo dopoguerra.

    • Bravo, come ho scritto sopra le tradizioni alimentari non sono fossilizzate e immutabili, alcune pietanze che oggi consideriamo “cucina italiana”, un secolo fa(o anche meno) neanche esistevano!
      Le “tradizioni” e i gusti alimentari sono sempre stati e sono tutt’ora in continuo mutamento, forse oggi che si sono accorciate le distanze(sia fisiche, con i voli a basso costo, che culturali, grazie ad internet) le “contaminazioni” gastronomiche(e non solo) avvengono più in fretta rispetto al passato, ma non è una novità.
      E non c’è un “Deus ex machina” che impone i cambiamenti di gusto a suon di propaganda, ma semplicemente tante persone che per i più svariati motivi viaggiano, si interessano di quello che avviene al di là dei propri confini, e si fanno venire l’idea di riproporre nel loro paese qualcosa di nuovo che hanno scoperto oltreconfine.
      Oppure persone che emigrano, e si portano dietro le proprie tradizioni, cercando poi di integrarle con quelle del nuovo Paese in cui si trovano a vivere…ma forse questi concetti sono troppo complicati per chi ha una forma mentis un po’ paranoica!

      • Non fa una piega. Da una parte c’è la realtà della cultura e la realtà è che la cultura VIVE (e la cosa inevitabilmente destabilizza), dall’altra c’è l’idea che alcuni hanno della cultura ed è l’idea di una cultura cristallizzata che nella realtà non esiste (se ne facciano una ragione). Qualsiasi cosa faccia parte della nostra cultura c’è stato un tempo nel quale non ne faceva parte. Abitudini durano 10 minuti, abitudini durano 100 anni, in entrambi i casi sono soggette al tempo e al mutamento. Eh ma il relativismo…il relativismo BRUTTO. Poi andiamo a leggere la storia e vediamo solo danni del VERITISMO…

        • Se andassimo a leggere la storia dai documenti e magari non dai libri degli storici ideologicizzati che vanno (andavano sino a qualche tempo fa) per la maggiore, magari vedremmo che il “veritismo” è stato spesso reso “brutto” con manipolazioni varie.

        • Attenzione, è appena arrivato l’ esperto della storia che osa spiegarci in un’ impresa ardua tutti i moti di coscienza che hanno portato migliaia di personaggi storici a generare le oltre 370 guerre che ci sono state nella storia.
          Ovviamente vien facile liquidare lo sconfinato dilemma sfuggente persino ai più grandi storici (nonché farsi un baffo di biblioteche intere di libri e documenti scritti nei millenni ) semplificando con un: “la stragrande maggioranza delle volte erano guerre per colpa della religione, tutta colpa del veritismo e infine dei marò!”.

          Certo, ad esempio tanto per farla semplice la Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono infatti state guerre di religione, non di relativismo morale e di ideologie in conflitto tra di loro che si ritenevano depositarie di verità assolute e che di cristiano non avevano un cavolo di niente.
          Il punto è che non serve a niente mascherarsi da “veritisti” (ma poi chi l’ ha mai coniato sto termine? Non esiste in nessuna fonte filosofica!) se poi nella Verità si è dei relativisti che si spacciano per portatori di certezze.
          Il veritismo come lo sta definendo Lei non è che il relativismo stesso che si maschera da qualcos’ altro.

          Comunque la cosa può sorprenderLa, ma delle oltre 380 guerre che ci sono state in tutta la storia solo una parte ben trascurabile di esse può definirsi di religione, il resto sono state motivate da ideologie di potere, di prevaricazione, di competizione, di arricchimento personale, di calcoli diplomatici ed economici vari che non fanno altro che confermare l’ essenza stessa del relativismo a generatore funzionale delle guerre stesse.
          Laddove io sono giustificato a sopprimere un popolo per favorire il mio allora anche il popolo avversario è legittimato a sopprimere il mio.
          E l’ essenza del relativismo è proprio quello di non porre nessun principio a scala di valori, fuorché l’ utile soggettivo ed individuale.
          La religione il più delle volte non c’ entra o e stata strumentalizzata per favorire altri interessi.

          Comunque la religione VUOLE di per sé la pace, è la strumentalizzazione di essa che viene casomai impugnata per motivare una follia come la guerra.
          Me l’ immagino tutti i soldati che andrebbero molto volentieri a farsi massacrare pur sapendo che lo stanno facendo senza un movente, per “relativismo”.
          Per muovere una guerra è necessario instillare nei soldati una motivazione abbastanza solida da portarli a massacrarsi, e per questo viene a volte strumentalizzata la questione religiosa, ma di per sé è relativismo puro.

          Io non so che diavolo di storia leggiate o se siate mai andati oltre lo studio mnemonico liceale fine a se stesso per poi scopiazzare al massimo qua e là su Wikipedia&company.
          Casomai è il relativismo morale che causa disastri storici, relativismo morale che però spesso e volentieri ha bisogno di mascherarsi da religione per riuscire a muovere una guerra, ad esempio una religione che predica la pace ma razzola guerreggiando.
          Più relativismo di questo.

          • Innanzitutto mi corre l’obbligo di farle notare che è stato lei e non io a porre in essere l’accostamento veritismo-religione, ci troviamo quindi di fronte all’ennesimo caso di excusatio non petita, accusatio manifesta.
            Quando uso il termine “veritismo” intendo riferirmi all’incrollabile convinzione di ogni uomo, gruppo e partito che le proprie idee costituiscano una verità ASSOLUTA, convinzione che porta ipso facto all’oppressione e che, questa sì, è generatrice tanto delle guerre esterne, che di quelle civili, che dei conflitti tra gli individui. Le ideologie di cui lei parla sono per l’appunto nient’altro che espressione del veritismo, possiamo quindi dire che la religione rientra nell’insieme del veritismo ma che di certo è ben lungi dal completarlo.
            Come dice correttamente Guyau “l’intolleranza, prima teorica, poi pratica, deriva dalla fede nell’assoluto sotto tutte le sue diverse forme”.
            Il livore con il quale lei attacca il relativismo (che mi piace chiamare anche scetticismo) conferma in primis quanto appena detto ed in secundis che del suddetto relativismo-scetticismo lei non ha compreso nulla perchè è troppo preoccupato di difendere il “suo” assoluto.
            Solo lo scetticismo e il relativismo, ben compresi, appunto perchè negano che esista la verità assoluta, implicano e generano la tolleranza. Hume rilevava che i “veritisti”, i dogmatici, non possono avere “any indulgence for those who entertain opposite sentiments” e Renouvier chiariva: :”Le doute ou l’indifference religieuse ovrent parfois les yeux de ceux que la justice n’a pu eclairer, et s’il se trouve alors que de fortes croyances revivent et ne s’accordent point, on est étonné de les voir se ranger sous les lois d’une societé qui n’en professe aucune”.
            D’altra parte non si scappa: o verità apoditticamente certa e allora Inquisizione o niente Inquisizione e ciò vuol dire riconoscimento dell’impossibilità di determinare in modo INCONTROVERTIBILE che cosa sia verità e cosa sia errore; quindi scetticismo e relativismo.
            E’ la credenza nella verità assoluta che ha prodotto nell’umanità le tragedie più grandi e sostenere che una qualsiasi guerra sia conseguenza del relativismo è una colossale distorsione della realtà. Fosse stato uno scettico, lei crede che Hitler sarebbe stato Hitler?
            La saluto.

          • L’ excusatio non petita, accusatio manifesta non c’ entra proprio niente, poi aggiunge anche “ennesimo caso”, ma ennesimo in riferimento a cosa?
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            Successivamente Lei scrive: “uso il termine veritismo quando intendo riferirmi all’ incrollabile convinzione di ogni uomo che le proprie idee costituiscano una verità assoluta”

            Sono d’ accordo anche se quando parla di veritismo, termine inesistente in filosofia, ha il dovere di specificare cosa intende di preciso, altrimenti diventa solo ostentata e fumosa retorica. Glielo dico per una questione di onestà intellettuale.
            Il punto è però che quell’ idea di verità non ce l’ hanno, e nella storia mi tocca farle notare di nuovo che più che parlare di veritismo bisogna parlare di interessi geopolitici ed economici e conflitti diplomatici a portare una guerra. Poi essa viene giustificata con un relativismo che si pone come depositaria di certezza assoluta, ma non è il semplice fatto di “credere di avere una verità” a portare le persone ad ammazzarsi, come se invece il “credere di non avere una verità” sia quasi un moto di coscienza di chi non farebbe mai scoppiare una guerra, quando in realtà le guerre scoppiano anche se chi le causa non crede di seguire nessuna verità particolare, ma solo interessi.
            è il suo farne solamente un discorso di “credere in una verità” oppure non crederci che è superficiale.
            Poi la mia non è una distorsione della realtà. Chi non ha una verità in pugno non ce l’ha, poi può dire di averla ma non ce l’ ha, e se razzola diversamente da come predica, allora è un relativista.
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            Poi Lei scrive anche: Come dice correttamente Guyau “l’intolleranza, prima teorica, poi pratica, deriva dalla fede nell’assoluto sotto tutte le sue diverse forme”.
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            Ma la fede nell’ assoluto non implica necessariamente l’ intolleranza, e poi bisogna vedere in che caso specifico viene intesa quella fede e anche quell’ assoluto, nonché quale sia l’ oggetto non tollerato e se davvero tollerarlo possa considerarsi un bene individuale e poi sociale. Ma mica possiamo mettere tutta sta carne al fuoco!
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            Poi Lei scrive: ” Il livore con il quale lei attacca il relativismo (che mi piace chiamare anche scetticismo) conferma in primis quanto appena detto ed in secundis che del suddetto relativismo-scetticismo lei non ha compreso nulla perchè è troppo preoccupato di difendere il “suo” assoluto”.
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            Che c’ entra il livore? Parla così perché lo sente? Quello che sente non implica la verità, quindi non conferma niente.
            Poi non ho capito neanche cosa c’ entra difendere il “mio assoluto”.
            Qua ora stiamo proprio delirando. Mi mette in bocca pure emozioni e intenzioni che non mi riguardano.
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            Poi scrive: “Hume rilevava che i “veritisti”, i dogmatici, non possono avere “any indulgence for those who entertain opposite sentiments” e Renouvier chiariva: :”Le doute ou l’indifference religieuse ovrent parfois les yeux de ceux que la justice n’a pu eclairer, et s’il se trouve alors que de fortes croyances revivent et ne s’accordent point, on est étonné de les voir se ranger sous les lois d’une societé qui n’en professe aucune”.

            Allora, intanto premettiamo che in ambiente accademico non esiste un caso di docente universitario che la pensa come un filosofo perchè solo perchè ha parlato così. Hume ha una sua opinione personale su chi crede in Dio che a nostro parere è opinabile e superficiale.
            Se Hume scrive che i “dogmatici” non hanno nessuna clemenza in chi ha dogmi opposti, non significa che sia sempre così, allora mi spieghi com’ è possibile che possano esistere filosofi che seguono dogmi cattolici?
            Cos’è? Siccome lo ha detto Hume è così, punto e basta e non si può fare filosofia se non si ubbidisce a Hume?!
            Io confesso che da poco sto facendo un percorso spirituale tendente al cattolicesimo, ma mica condanno gli islamici, gli induisti e i buddisti.
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            Ma dove sta scritto che i “dogmatici” entrano necessariamente in conflitto con chi non la pensa come loro?
            Ma poi vorrei far notare, seguire un “dogma” significa essere certi della verità di quel dogma, oppure significa seguirlo per fede?
            Guardi che io glielo consiglio per il suo bene:
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            Si liberi da questa visione così negativa che ha delle persone che decidono di seguire un dogma. La realtà è più complessa ma fortunatamente meno buia di come la vede Lei.
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            Sulla citazione in francese non posso intervenire perchè non conosco la lingua, anche se Renouvier lo conosco bene ma di cui non condivido quasi niente, tranne un po’ la sua idea di Dio, con cui comunque mi trovo abbastanza in conflitto.
            Può tradurmi la frase per favore invece di dare per scontato che io conosca il francese? Certi modi di esprimersi m’ infastidiscono perchè mi sembrano ostentazioni.
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            D’altra parte non si scappa: o verità apoditticamente certa e allora Inquisizione o niente Inquisizione e ciò vuol dire riconoscimento dell’impossibilità di determinare in modo INCONTROVERTIBILE che cosa sia verità e cosa sia errore; quindi scetticismo e relativismo.
            E’ la credenza nella verità assoluta che ha prodotto nell’umanità le tragedie più grandi e sostenere che una qualsiasi guerra sia conseguenza del relativismo è una colossale distorsione della realtà. Fosse stato uno scettico, lei crede che Hitler sarebbe stato Hitler?
            La saluto.

            Questo è l’ ultimo intervento. Verità apoditticamente certa non implica necessariamente l’ inquisizione, altrimenti dovrebbe cominciare a giudicarsi inquisitore Lei stesso per come sta facendo. Che verità ha Lei? Che la credenza nella verità assoluta ha prodotto le tragedie storiche?
            Ma cosa sta dicendo?
            Ma le pare che le tragedie storiche avvengono per credenza di verità assolute e basta?
            Ma le pare che credere in una verità assoluta porti le persone necessariamente ad ammazzarsi, mentre il non credere porta le persone ad essere belle e buone?
            Ed infine di scettici criminali ne è pieno il mondo.
            Cos’è? Ora lo scetticismo porta le persone a diventare belle e buone e senza macchia mentre le persone che credono in Dio sono dei pazzi criminali che fanno ammazzare l’ umanità?
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            Guardi che da come si sta esprimendo è Lei che difende il suo assoluto, cioè il relativismo, che per definizione è indifendibile.

          • La mia opinione l’ho esposta, non ho altro da aggiungere. Io non sono credente ma rispetto il percorso di cattolicesimo che lei sta intraprendendo. Le faccio il mio in bocca al lupo.

          • Le consiglio di confidarsi con un sacerdote se sente di avere qualche problema esistenziale.

        • La nostra cultura ha radici millenarie e si è andata costruendo nella direzione della nobilitazione dell’uomo, altro che cristallizzazione, si è tratato di una evoluzione verso alti ideali.
          Ma vedo che vi va bene tornare a livelli tribali.
          Andate voi che io vi guardo, e francamente me la rido.

          • Ma lasci decidere all’individuo che cosa vuole o non vuole mangiare, lasci decidere all’individuo se cibarsi di insetti vada o meno nella direzione della nobilitazione dell’uomo. Lei ha tutto il diritto di essere schifato e di pensare quello che crede ma qui nessuno pretende che lei si nutra di ciò che non ritiene di suo gradimento. Può stare tranquillo.

          • Che mangiare insetti sia degradante non c’era bisogno di spiegarlo fino a solo pochi anni fa.
            Gli insetti sono associati allo sporco e alla miseria: blatte, cimici, pulci, mosche. E anche gli altri non appartengono alla nostra cultura se non come parassiti di vario tipo.
            Ma tranquilli, entomofagi, anche bere urina per altri è una pratica accettabile, alla lista manca solo la merda.
            Ma non disperiamo, magari adesso arriva pure quella e voi direte: embè? Che male c’è a mangiarsi un bel piatto di merda?
            Quel grande di Pasolini quanto ci aveva visto giusto…

          • Che gli insetti siano repellenti in sè è chiaramente falso e risulta confutato dal fatto, ripeto IL FATTO, che vi sia un’ampia fetta della popolazione mondiale che non li trova tali. Trattasi di sensazioni e gusti che, a dispetto del suo sfrenato desiderio di stabilire IL GIUSTO GUSTO e LA GIUSTA REPULSIONE, rientrano nel campo dell’odiato RELATIVO e non c’è niente che lei possa fare per dimostrare il contrario. Nella nostra cultura sicuramente cibarsi di insetti è visto come disgustoso, io stesso lo ritengo tale e di certo non ho intenzione di inserirli nella mia dieta, questo però non mi spinge a pensare che mangiare insetti sia ASSOLUTAMENTE REPELLENTE;
            nè tanto meno mi fa volere che ne venga impedita la commercializzazione affinchè gli individui non possano decidere se cibarsene o meno.

      • Andrea C, resta alquanto discutibile il tuo tentativo di mettere sullo stesso piano questioni differenti.
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        L’iniziale diffidenza degli europei nei riguardi di determinati ortaggi era dovuta al fatto che erano sconosciuti. E’ comprensibile ed anche prudente che l’uomo prima di ingerire un prodotto che vede per la prima volta si assicuri che sia commestibile.
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        Al contrario di patate e pomodori, per l’appunto, gli insetti noi non li stiamo vedendo per la prima volta oggi. Le mosche, i vermi, le formiche, i ragni, gli scorpioni convivono con gli europei da secoli.
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        Ciò nonostante, a parte qualche sporadica eccezione citata in altri commenti a questo articolo, gli insetti non sono mai stati introdotti nell’alimentazione. Anzi, è sempre stata diffusa una forte repulsione nei loro confronti.
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        Personalmente avverto che oggi sta accadendo un processo tutt’altro che spontaneo, non ascrivibile né all’emigrazione dei popoli né ai viaggi. A suon di propaganda (checché tu ritenga questo termine appannaggio soltanto di chi ha una “forma mentis un po’ paranoica”) si sta fiaccando questa intelaiatura di repulsione per introdurre sul mercato alimentare gli insetti. Propaganda che fa leva sul fascino dell’esotico e, soprattutto, sui sensi di colpa (mangiare troppa carne fa male, gli allevamenti intensivi sono un flagello, etc…).
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        Ne giovano – coma ho già scritto – il mercato, i consumi, i fautori della globalizzazione.
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        PS grazie ad Enzo per il benvenuto! 🙂

        • “L’iniziale diffidenza degli europei nei riguardi di determinati ortaggi era dovuta al fatto che erano sconosciuti. E’ comprensibile ed anche prudente che l’uomo prima di ingerire un prodotto che vede per la prima volta si assicuri che sia commestibile.”

          Anche la nostra diffidenza nei confronti degli insetti nel piatto, è dovuta al fatto che non siamo abituati a vederli come cibo(proprio come i conquistadores, che inizialmente consideravano i pomodori solo una pianta ornamentale), non credo ci siano altri motivi razionali.

          Ovviamente non ci sono nemmeno motivi razionali per mettersi a mangiare insetti se non ci piacciono, io considero l’entomofagia soltanto come una “branca” della moda occidentale per il cibo etnico, sono scettico verso chi sostiene che mangiare insetti sarebbe più economico ed eco-sostenibile rispetto ad altre fonti di cibo.
          Nutrirsi di insetti sarebbe economico se vivessimo in un ecosistema incontaminato, e fosse possibile mangiare senza rischi gli insetti che si trovano spontaneamente nei campi.

          Ma siccome per motivi sanitari gli insetti bisogna allevarli appositamente in ambienti controllati, privi di pesticidi e veleni, alla fine non sono per niente economici. Sono solo uno sfizio esotico con cui stupire gli amici a cena!

          • Asserire che non siamo abituati a vederli come cibo è un eufemismo. Gli insetti ci disgustano, è diverso.

            La sfida della propaganda e la dimostrazione della sua colossale forza persuasiva sta proprio nel convincerci a mangiare ciò che riteniamo disgustoso.

        • Scusi ma non ho ben capito: lei ritiene che la forte repulsione nei confronti degli insetti fino ad oggi diffusa nella cultura europea sia giusta e quindi vada mantenuta perchè esiste, secondo lei, da sempre o perchè gli insetti abbiano qualcosa di repellente in sé?

          • Gli insetti sono repellenti istintivamente, e di fatto sono spesso associati allo sporco.
            Ma questo l’ho già detto in un intervento poco sopra.
            Vedrà che la conclusione è interessante.

          • Provo a farle capire: non conta nulla il mio parere a proposito degli insetti ad uso alimentare. Comunque, se proprio le interessa, è quello che apparteneva ad ogni italiano fino a una generazione fa, ossia di disgusto alla sola idea di poter avvicinare alla bocca un cucchiaio di mosche o di scarafaggi.
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            Ciò che provo ad abbozzare nell’articolo è la descrizione di un processo mediatico di propaganda per trasformare questa diffusa repulsione in accettazione e poi anche in abitudine alimentare. Ho inoltre spiegato le ragioni per cui è stato innescato questo meccanismo persuasivo. E il fatto che ci siano persone come lei, pronte a levare gli scudi per difendere il diritto a mangiare ciò che si vuole, dimostra che questo meccanismo sta avendo successo.

        • Ma quale meccanismo che sta avendo successo, l’unico meccanismo che sta avendo successo è quello retoricamente anticapitalista che opera nel suo cervello.

  6. Cavallette, scarafaggi, scorpioni, formiche, ecc., mettiamoci il cuore in pace….
    E’ solo questione di “pagnotta” (come per il 99% dei nuovi “ingressi” nei comportamenti antropologici).
    Infatti, a parità di calorie, costano meno nella produzione, nel trattamento e nel confezionamento (e c’é meno sfrido nel cucinarli…). Insomma… il massimo per le multinazionali del cibo.
    Ci vorrà molto, comunque, a eliminare la mia “insettofobia” 🙂 ; in questo caso “vera” fobia!

  7. Fabio Vomiero on

    Interessante il tema di oggi. Al di là del problema reale relativo ai meccanismi socio-psicologici di manipolazione delle masse su cui si potrebbe anche naturalmente discutere, io cerco sempre di vedere le cose da un punto di vista il più possibile oggettivo, scientifico e quindi in questo caso dal punto di vista ecologico. Nel 2050 probabilmente avremo a che fare con un mondo popolato da oltre 9 miliardi di persone, in cui alcuni problemi ecologici relativi a carenza di risorse, inquinamento delle acque e dei terreni, insostenibilità degli allevamenti zootecnici intensivi e riassetti ecosistemici dovuti anche ai cambiamenti climatici, si faranno sempre più pressanti. Ecco che allora, inserita in questo quadro ecologico, la possibile introduzione del consumo di alcuni tipi di insetti (grande biomassa disponibile) nella dieta anche dei paesi occidentali, oltre due miliardi di persone nel mondo lo fanno già, potrebbe essere una possibile risposta, sia dal punto di vista nutrizionale (fonte proteica) che da quello dell’impatto ambientale. Naturalmente poi si tratterà anche di riuscire a valutarne approfonditamente la sicurezza dal punto di vista igienico-sanitario. Da un punto di vista teorico quindi al momento non ci vedo nulla di male, poi capisco che a livello sociale, culturale e antropologico la cosa possa anche apparire pregiudizialmente bizzarra.

  8. Paolo da Genova on

    Finché si tratta di mangiare insetti, non ci vedo nulla di male. Sarebbe una cosa immorale se si parlasse di mangiare carne umana, ma non è questo il caso (almeno per ora, magari ci arriveremo). Potrei essere persino uno dei primi italiani a comprare una confezione di insetti al supermercato (solo però se il prezzo fosse modico), perché sono sempre interessato a scoprire cibi nuovi. E’ una questione di commercio e di gusti, non di morale o di sanità pubblica, quindi per me se mai è sbagliato il divieto attuale di vendere insetti per l’alimentazione umana.

  9. gianfranco56 on

    @PAOLO DA GENOVA perché gli insetti si e la carne umana no? Ci arriveremo, appunto. E’ solo questione di tempo. Dove non c’è un’etica, tutto è relativo.Potrei citare ( ma è solo per il ragionamento) il caso di coloro che fanno sesso con animali. Per il momento è solo di “nicchia”. Però ci sono state alcune sentenze che hanno assolto chi faceva queste pratiche purché ” …non si faccia del male all’animale”. Ogni tanto appare qualche articolo. Per il momento la cosa penso, rimanga disgustosa ma tempo al tempo, come diceva bene chi ha scritto l’articolo, le cose possono cambiare. Questione culturale, come dice, io penso giustamente, chi mi ha preceduto. La nostra società è avviata – non da ora – verso il relativismo dei valori. Tutto ciò che l’ordinamento giuridico positivo approverà, sarà buono.

  10. Claude Liszt on

    Mah… credo che l’intento di Pennetta fosse quello soprattutto di far ragionare sui meccanismi che portano a certe decisioni, come i processi mediante la “finestra di Overton”.
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    Quanto poi sulla questione degli insetti come cibo, cerchiamo di non essere ingenui: c’è un’operazione di mercato indiscutibile, che si sta “imponendo”.
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    Permettetemi poi un pensiero peregrino. Chissà che polverone si sarebbe alzato nel nostro mainstream massmediatico se all’Expo di Milano la Coop Italia invece della “prima degustazione italiana di insetti” avesse organizzato la “prima degustazione italiana di cani” o la “prima degustazione italiana di gatti” (che secondo il sottobosco è già attiva presso alcuni ristoranti). Tutti sicuramente sulle barricate a difendere i simili dei nostri Fuffi e Fido.

  11. MenteLibera65 on

    Concordo con gli utenti Andrea C , FABIO VOMIERO, Giancarlo e tutti quelli che ritengono che si tratti di una polemica artefatta.
    Sopratutto non concordo con l’accenno continuo a complottismi e finestre di overton, che ormai sembra essere l’unico modo di descrivere i fenomeni sociali, e mi dispiace vedere un sito di approfondimento scientifico farvi spesso riferimento quando avviene qualcosa con cui non si è d’accordo.
    La nostra alimentazione nei secoli si è trasformata continuamente, e come italiani abbiamo contribuito non poco a invadere le tradizioni degli altri paesi con i nostri prodotti, magari a base di latte cagliato, batteri e muffe.
    Per non parlare della tradizione di mangiare le interiora (a Roma la pajata per esempio) o parti poco nobili degli animali, testicoli davanti a tutto.
    Nessuno obbliga ad assaggiare queste cose, e bene ha fatto chi ha ricordato come pomodoro e patata fossero sconosciuti e oggi fanno parte fondamentale della dieta mediterranea.
    Più in generale una certa quota di globalizzazione è di fatto inarrestabile, facilitata dalla comunicazione e dalla velocizzazione dei trasporti, prima ancora che da strategie superiori che non avrebbero senso se non fossero poggiate su tecnologie oggi disponibili e ieri impensabili.
    Pensare di fermarla è come provare a rimettere il dentifricio nel tubetto.