After the ball: bugie, verita’ e strategie della lobby lgbt: parte III

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Parte III: critiche

L’ultima parte del libro è dedicata alle critiche costruttive. Gli autori, cioè, ammettono che l’omofobia ha le sue radici in qualcosa di vero. Lo stile di vita gay (soprattutto quello degli uomini) ha molti aspetti degni di critica, e quindi se gli omosessuali vogliono farsi accettare, dovranno cambiare alcune cose nel loro stile di vita.

  • I gay hanno l’abitudine a mentire in diversi ambiti della vita, e gli autori riportano alcuni esempi. Ad esempio, mentono quando mettono annunci personali sui giornali, descrivendosi in maniera completamente diversa da come sono (ovviamente molto più giovani e attraenti). Mentono sul lavoro che fanno, o che non fanno, dato che spesso preferiscono farsi mantenere da qualche riccone attempato e vivere alle sue spalle, fino a prosciugargli la carta di credito per poi sparire. Molti ovviamente mentono sul fatto di essere omosessuali, preferendo mantenere il segreto anche quando non rischierebbero niente nel fare coming out (e qui appunto gli autori si chiedono come mai queste persone preferiscano non fare coming out). C’è persino chi, morendo di AIDS, lascia detto a parenti e amici di non rivelare la vera causa della morte. Gli autori attribuiscono questa propensione alla menzogna al fatto che i gay sono costretti a mentire fin da giovani, cioè fin da quando scoprono il loro orientamento sessuale.
  • Il rifiuto della moralità. “L’esplicito e totale rigetto della moralità da parte dei gay è reale e pervasivo, e ha effetti funesti sia sulla nostra qualità della vita che sulle nostre relazioni con gli etero” (pag. 290). Molti gay, infatti, nel momento in cui “iniziano a pensare con la loro testa e a formarsi i loro valori, si rendono conto che il pregiudizio giudaico-cristiano contro l’omosessualità è arbitrario, assurdo e malvagio e, rigettandolo, sostituiscono l’odio verso se stessi con l’autostima” (ibidem).  Così facendo, però, molti di loro rigettano la moralità in toto e abbracciano quello che viene definito “situational ethics”, cioè il relativismo. “Rigettare la moralità lascia l’apostata senza nessun ‘dovrei’ o ‘non dovrei’ che possa regolare il suo comportamento e i suoi impulsi. Il relativismo non è desiderabile perché i suoi seguaci lo usano per razionalizzare la loro decisione di fare ciò si sentono di fare. Ciò che i gay, come tutti gli altri, si sentono di fare include mentire, essere egoisti, autoindulgenti, autodistruttivi, crudeli, insultare gli altri e tradire” (pag. 291). Gli autori inoltre notano che molti gay, dopo aver rigettato la religione, continuano a sentire l’impulso religioso, tanto che molti di loro si rivolgono alla New Age. “Ciò che, senza saperlo, molti gay vogliono, è un ritorno al senso del sacro, un codice etico all’interno del quale possano cominciare a fidarsi e a credere l’uno nell’altro” (pag. 294).
  • Narcisismo e istrionismo. La prima conseguenza del rigettare la moralità è il narcisismo. Gli autori infatti notano che molti gay soffrono del disturbo narcisistico della personalità così come viene descritto nel DSM-III. Ovviamente ci tengono subito a precisare che questo non significa che l’omosessualità sia un disturbo mentale, ma solo che un certo numero di omosessuali soffre di tale disturbo mentale. “Pur non volendo andare all’estremo di definire tutti i gay istrionici o narcisistici, questi termini rappresentano gli estremi di uno spettro nel quale noi tutti rientriamo. Ci sembra che più gay che etero rientrino in questo spettro” (pag. 298).
  • Autoindulgenza e autodistruzione. La seconda conseguenza del rigettare la moralità è l’autoindulgenza, che porta all’autodistruzione. L’autoindulgenza, spiegano gli autori, è tipica della comunità gay. Lo stile di vita di molti di essi comprende “… vestire con abiti eccentrici e provocanti, viaggiare per il mondo, fare acquisti molto costosi, frequentare feste fino a tardi in cui fare sesso con quante più persone possibile e in quanti più modi possibile e cercare qualsiasi nuova esperienza sia a portata di mano. Eccetto per la parte sul sesso, questo tipo di comportamento è tipico di un ragazzino di sei anni che volesse conquistare il mondo” (pag. 303). Questo stile di vita, però, nel lungo termine non è sostenibile, anche perché, terminate le esperienze legittime e innocue, i gay cominciano a cercare esperienze meno legittime e meno innocue: droghe e pratiche sessuali perverse (feticismo, coprofilia, ecc.).
  • Sesso in luoghi pubblici. Un altro comportamento che gli autori rimproverano ai gay è fare sesso in luoghi pubblici, tipo bagni o parchi. Gli autori riportano alcuni casi di cui hanno conoscenza diretta e sostengono che circa un terzo dei loro amici si è abbandonato a comportamenti simili. Notano anche che, nel momento in cui la polizia interviene, la stampa gay subito etichetta l’intervento come “antigay”, mentre in realtà si tratta di un intervento legittimo.
  • Cattivo comportamento nei bar. “Il bar gay è un’arena di competizione sessuale e fa uscire fuori il peggio della natura umana. Qui, privi della loro facciata di umorismo e simpatia, i gay si rivelano essere predatori sessuali egoisti e a senso unico, che si comportano con un disprezzo e una crudeltà che farebbero sembrare il Conte de Sade un’infermiera della Croce Rossa” (pag. 313). La crudeltà e il disprezzo, spiegano gli autori, sono rivolti soprattutto verso quegli omosessuali che hanno avuto la sfortuna di essere poco attraenti. Infatti, l’unico modo per avere successo negli ambienti gay e sperare di trovare un partner è avere un bel viso, unito alla giovane età. “L’estrema importanza che gli uomini gay assegnano alla giovinezza e il disprezzo che mostrano verso quelli che invecchiano ci fa temere la vecchiaia a livelli che sfiorano la patologia. E qui stiamo parlando della maggior parte dei gay.” E più avanti: “Se la donna etero ha giocato bene le sue carte, invecchiando potrà contare sui figli, se non sul marito. Troppi uomini gay, però, rifiutando gli uomini della loro età nella continua rincorsa alla giovinezza, si ritrovano soli e infelici. È questo uno stile di vita da incoraggiare?” (pag. 318). Gli autori fanno anche l’esempio di giovane gay di New York, sessualmente attivo con altri uomini fin dalla pubertà, che trascorse il giorno del suo sedicesimo compleanno a piangere per la sua perduta gioventù.
  • A questo punto gli autori spiegano come funzionano le relazioni omosessuali, anche a livello di amicizie. “Le relazioni tra uomini gay in genere non durano molto, eppure tutti i gay sentono il bisogno di trovare un amante. In poche parole, tutti cercano ma nessuno trova. Come spiegare questo paradosso?” Tutto ciò sarebbe dovuto al fatto che le relazioni composte da due uomini sono meno stabili di quelle composte da uomo e donna, e questo per due motivi. Prima di tutto, uomini e donne sono diversi, sia dal punto di vista fisiologico che psicologico. Il desiderio sessuale della donna è meno intenso e si basa più sulle sue emozioni che su ciò che vede. Al contrario, l’uomo si eccita più spesso, soprattutto grazie a stimoli visivi. Per questo motivo, la fisiologia femminile funge da stabilizzatore nella relazione etero. Secondo, l’eccitazione sessuale dipende in parte anche dal grado di “mistero” che c’è tra i due partner. Poiché due partner dello stesso sesso sono uguali, fisicamente ed emotivamente, essi si stancano l’uno dell’altro prima di quanto facciano i mariti con le loro mogli. Per quello che riguarda le amicizie, in quest’ambito la situazione non è migliore. “Quasi tutte le relazioni dei maschi omosessuali, siano esse conoscenti, amici o amanti, sono basate su una sorta di test sessuale”. Il gay, cioè, si reca in posti tipo locali notturni, feste o spiagge alla ricerca di uomini attraenti. Se è così fortunato da trovarne uno e l’attrazione è reciproca, se lo porta a letto. Alcuni di questi partner sessuali possono diventare degli amici. Ovviamente vedere tutte le relazioni personali attraverso la lente del sesso genera diversi problemi, non da ultimo quello che i gay poco attraenti non solo non riescono a trovare un compagno, ma nemmeno un semplice amico o conoscente. “Come potete vedere, gli uomini gay hanno il peggio di entrambi i mondi: essi si vedono l’un l’altro come potenziali rivali e al tempo stesso come oggetti sessuali. Le amicizie gay tendono ad essere più superficiali delle amicizie etero, e il fatto che molti gay trovino i loro amici migliori e di più lunga durata tra gli etero non deve stupire. Non crediamo ci sia molto da fare per dei problemi così radicati. L’unica soluzione sarebbe fare in modo che i gay riescano, in qualche modo, a vedersi l’un l’altro come esseri umani. Francamente, non siamo molto ottimisti” (pag. 323). Gli autori poi spiegano che il tipo di relazione che il gay cerca è una relazione che non richieda troppo impegno, in cui il partner sia un “handsome live-in fuck buddy”, cioè un bell’uomo sempre disponibile in casa per una scopata. Proprio per questo nelle relazioni gay la fedeltà è praticamente sconosciuta e quindi molte coppie sono “aperte”. Le poche relazioni che riescono a durare, lo fanno proprio in virtù di accordi simili. Ovviamente, però, spesso capita che a uno dei due partner l’accordo non vada bene e così la relazione finisce.
  • Alcol e droghe. Altri tratti tipici dei gay sono il comportarsi in maniera fredda e malevola con gli altri gay, facendo spesso sfoggio di sarcasmo e acidità, e l’abuso di alcol e droghe, dai quali molti di loro sono dipendenti. Gli autori attribuiscono questi comportamenti alla discriminazione e all’odio dei bigotti verso gli omosessuali, i quali, quindi, sentirebbero il bisogno di anestetizzarsi, in modo da non sentire la sofferenza. Tuttavia, come abbiamo visto nella prima parte, questi comportamenti autodistruttivi sussistono ancora oggi, quindi difficilmente li si può attribuire alla discriminazione.
  • Mancanza di buon senso. Gli autori denunciano poi il fatto che molti gay mancano di buon senso, poiché rifiutano di attenersi sia ai fatti che alla logica, mettendo le loro emozioni prima di questi due elementi. Chi ha letto gli articoli precedenti, però, non può non trovare piuttosto contraddittoria una denuncia del genere, visto il modo in cui l’omosessualità è stata rimossa dal DSM e visto il fatto che gli autori stessi invitano i gay a ignorare i fatti dicendo che loro “nascono così”.
  • Esempi di comportamento controproducente da parte di leader e portavoce gay. Gli autori a questo punto denunciano alcuni comportamenti secondo loro controproducenti adottati dai leader dei movimenti gay.
  • I vari leader e portavoce gay vedono la situazione gay/etero solo in termini di vittima/oppressore, rivelando così un atteggiamento “o con noi o contro di noi” che lascia poco spazio alle legittime differenze di opinione e che conduce inevitabilmente all’antagonismo (ma come abbiamo visto nel secondo articolo, sono stati proprio gli autori a dire che i gay devono essere sempre ritratti come vittime).
  • Questa visione del rapporto gay/etero fa sì che i portavoce siano sempre arrabbiati e belligeranti. Fanno minacce e non disdegnano di usare la forza. Questo atteggiamento passivo-aggressivo e paranoide non fa che intensificare lo scontro con gli etero.
  • Ritengono che tutti i gay che critichino gli eccessi del mondo gay siano “gay che odiano se stessi”.
  • Rigettano ogni critica, sia da parte degli etero che dei gay, e lo fanno mentendo, offendendo, negando il diritto di replica, insultando e stereotipizzando il “nemico”. Utilizzano slogan e frasi fatte e alla fine la diagnosi è sempre la stessa: sei un omofobo!
  • Conducono tutti i gay all’estremo rifiuto della moralità e della struttura famigliare, lasciandoli senza alcun valore e senso di comunità e conducendoli verso l’individualismo e un’amoralità generalizzata. Sanno distruggere, ma non costruire.
  • Rifiutano di dare la parola e di ospitare nelle loro pubblicazioni la maggioranza dei gay che non si sentono rappresentati da tali leader e che per questo vengono definiti ipocriti, falsi e “odiatori di se stessi”.
  • Nei loro articoli ed editoriali applaudono e promuovono atteggiamenti estremi (narcisismo, edonismo, promiscuità), tentando di venderli non solo agli altri gay, ma anche agli etero, come se tali atteggiamenti facessero parte dell’essere omosessuale. Così facendo, essi definiscono lo stile di vita gay solo in termini di sesso, creano una comunità in cui è difficile trovare l’amore e poi si stupiscono e si arrabbiano se gli etero considerano i gay degli animali che pensano solo a scopare.
  • Etichettano come “collaborazionismo” e “vendersi” ogni tentativo di andare d’accordo con gli etero. Preferiscono vivere in un ghetto piuttosto che assimilarsi.

Gli autori descrivono poi il caso dello scrittore gay Larry Kramer. Nel ’78, Kramer pubblica il libro Faggots (finocchi, froci), nel quale descrive senza pietà i lati più disonesti e scabrosi della vita gay di città. Egli inoltre scrive che gli omosessuali devono cambiare stile di vita, poiché la loro promiscuità sessuale li mette a rischio AIDS. Purtroppo tutta la stampa gay lo prese di mira, etichettandolo come “allarmista” e “negativo” e il suo libro venne bandito dalle librerie gay di Manhattan.

Codice di autocontrollo per gay

A questo punto gli autori stilano una sorta di codice di autocontrollo, diviso in tre sezioni.

Regole per le relazioni con gli etero: non farò sesso in pubblico; non farò avance alle mie conoscenze etero o a sconosciuti che potrebbero non essere gay; se è possibile e ragionevole, farò coming out, ma con dignità; quando sono con degli etero, mi sforzerò di non uniformarmi agli stereotipi gay; in pubblico non parlerò di sesso gay e di altre indecenze; se sono un pedofilo o un sadomasochista lo terrò per me e non parteciperò ai gay pride; se sono un travestito, declinerò gli inviti alle sfilate di lingerie in TV.

Regole per le relazioni con gli altri gay: non mentirò; non tradirò il mio partner, e non andrò col partner di un altro; incoraggerò gli altri gay a fare coming out, ma non li esporrò contro il loro volere; farò sesso sicuro; farò donazioni alla causa gay; non parlerò in maniera crudele o spezzante dell’età di un’altra persona, del suo aspetto, del suo modo di vestire o classe sociale; se devo rifiutare le avance di qualcuno, lo farò in maniera ferma ma gentile; rinuncerò alla ricerca dell’uomo ideale (ma inesistente)  in favore di qualcuno più realistico; non insulterò o offenderò quei gay le cui opinioni non combaciano con le mie.

Regole per le relazioni con se stessi: la smetterò di comportarmi da adolescente, mi comporterò da adulto e non mi punirò per ciò che sono; non berrò più di due bicchieri di alcolici al giorno e non farò uso di droghe; mi troverò un lavoro stabile e produttivo ed entrerò a far parte della comunità al di fuori del ghetto gay; vivrò per qualcosa di significativo al di là di me stesso; di fronte ai problemi reali, darò ascolto al buon senso e non alle emozioni; non condonerò pratiche sessuali che ritengo pericolose per l’individuo e la comunità solo perché sono pratiche omosessuali; inizierò a dare giudizi di valore.

Omosessualità: passato e futuro

Gli autori, quindi, si avviano alla conclusione dicendo che il “caos” chiamato stile di vita gay non funziona, poiché non ottempera alle due funzioni grazie alle quali tutte le strutture sociali evolvono: limitare l’impulso naturale delle persone a comportarsi male e venire incontro ai loro bisogni naturali. Uno dei motivi per cui lo stile di vita gay non funziona è il fatto che, quando gli omosessuali riescono a formare delle relazioni, lo fanno per le ragioni sbagliate, con le persone sbagliate dell’età sbagliata. In pratica la comunità gay è divisa in due parti: da una parte i giovani e attraenti, che si accompagnano solo ai giovani e attraenti, e dall’altra gli anziani e brutti, che non si accompagnano a nessuno. A quanto pare, inoltre, l’età sembra non portare né saggezza, né consapevolezza agli omosessuali più maturi, e quei pochi che riescono a raggiungere un po’ di saggezza e consapevolezza non sanno a chi trasmetterla. Secondo gli autori, questo stato di cose è dovuto al fatto che all’interno della comunità gay non esiste nessuna struttura di tipo famigliare. Poiché la “famiglia nucleare tradizionale” è fonte di molte sofferenze e nevrosi, i gay la rigettano completamente, senza rendersi conto che essa ha anche una sua utilità. Tuttavia (sostengono gli autori), la famiglia nucleare tradizionale non è la principale struttura famigliare del mondo (secondo i loro dati, solo il 15% degli statunitensi vive in famiglie nucleari) e in giro per il mondo i bambini sono cresciuti o solo dalla madre, o solo dal padre, o da tutta la comunità, ecc. Di conseguenza i gay dovrebbero esplorare altre possibilità di famiglia.

Prima di proseguire, non si può non notare come questo tipo di ragionamento sia un po’ semplicistico. Certo, è vero che in giro per il mondo i bambini vengono cresciuti nelle situazioni più disparate, però nessuno può negare che nel corso dei millenni il modello di famiglia che si è imposto è proprio quello composto da madre, padre e bambini. Il fatto che esistano tante famiglie disfunzionali non significa che la disfunzione sia da ricercarsi nella famiglia nucleare in quanto tale. Se, ad esempio, da domani tutte le auto della Volkswagen cominciassero ad avere problemi ai freni, nessuno direbbe: “Le auto non sono un mezzo sicuro! Le auto uccidono! Al mondo esistono tanti altri mezzi di trasporto! Torniamo alla carrozza a cavalli!”. Gli automobilisti chiederebbero alla Volkswagen di ritirare tutte le auto e capire da dove viene il problema. Allo stesso modo, noi dovremmo capire qual è la causa d tante sofferenze e dolori all’interno delle famiglie, invece di smantellare la famiglia in toto. E il fatto che al mondo i figli vengano cresciuti in altri modi alternativi non significa che tali modi siano migliori della famiglia nucleare. Per capirlo, basta parlare con i figli di divorziati, o con gli orfani (o, volendo, con i figli delle coppie gay).

Tornando al libro, quello che gli autori propongono è una sorta di ritorno a Platone, cioè un ritorno al tipo di relazione “omosessuale” che esisteva nell’antica Grecia, tra un adulto (erastès) e un adolescente (eròmenos). Quello che gli autori non dicono è che (come si può leggere qui  https://ontologismi.wordpress.com/2015/06/22/cosa-dicono-i-filosofi-greci-sullomosessualita-con-due-parole-anche-sui-romani/ ) lo stesso Platone condannò questa pratica nelle Leggi, così come anche Socrate e Aristofane. Essi inoltre non spiegano neanche che il moderno concetto di omosessualità non esisteva nell’antichità, tanto che fino al XIX secolo non esisteva nemmeno una parola per definirla. Per un antico greco essere “omosessuale” a vita sarebbe stato inconcepibile, tant’è che gli adulti che si abbandonavano a questa pratica con altri adulti venivano derisi. Come spiega Aristotele, il primo dovere di ogni cittadino era mettere al mondo dei figli per far prosperare la polis. Insomma, l’antica Grecia (così come l’antica Roma) non era esattamente il paradiso dell’omosessualità (sulla sessualità nell’antica Grecia, si veda il libro Eros: The Myth Of Ancient Greek Sexuality, di Bruce S. Thornton).

In ogni caso, gli autori sostengono che sarebbe possibile trasportare ai tempi moderni la relazione tra erastès ed eròmenos, facendo in modo che, ad esempio, un ragazzo di diciotto anni si metta con uno di ventotto. Ovviamente, però, per fare questo occorrerebbe prima di tutto trovare il modo (magari attraverso i media) di rendere attraenti agli occhi degli omosessuali gli uomini di mezza età. Secondo, occorrerebbe far capire ai gay che l’eccitazione sessuale non è una ragione sufficiente per fare sesso con un uomo, ma si dovrebbe essere motivati dal desiderio di condividere, di dare, e non solo di prendere. Attraverso questo ritorno a Platone, inoltre, gli autori sperano di mostrare che anche gli omosessuali sono fatti per la famiglia, non solo gli etero.

Il libro si chiude quindi con una sorta di chiamata alle armi. “Domani inizia la vera rivoluzione gay, per cui vai a casa, cambiati, e trovati alla stazione per le otto”.

Nel prossimo articolo vedremo quali considerazioni si possono trarre da After the Ball.

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About Author

Laureata in Lingue presso l'Università per gli studi di Perugia, lavora come traduttrice dall'inglese e da alcuni anni studia pedagogia.

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