1° Mendel Day – intervento di Mario Gargantini

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 Commento e approfondimento di Leonetto sull’intervento di Mario Gargantini al Mendel Day di Verona e registrazione audio.

 

Leonetto

Ha concluso i lavori l’intervento di Mario Gargantini, giornalista scientifico, che ha fatto conoscere a molti il lavoro e la vita di Jérôme Jean Louis Marie Lejeune, terzo  esempio di scienziato e di uomo che ha moltissimo da insegnare e di cui si è scelto di parlare in questo primo Mendel Day. L’intervento parte mostrando un video con lo scopo di introdurre la figura dello scienziato .

Pioniere della moderna genetica  Lejeune è  colui che ha scoperto la prima anomalia genetica, la cosiddetta trisomia 21,cioè l’anomalia genetica che determina la sindrome di Down, altrimenti nota come mongolismo. Sino alla sua scoperta si credeva che il mongolismo fosse una tara razziale, oppure determinato da genitori alcolisti o sifilitici. A partire dal 1958 Lejeune inizia a coltivare tessuti di bambini down per studiarne i cromosomi. Viene utilizzata in particolare una tecnica allora d’avanguardia imparata dalla collega Gautier negli Stati Uniti e scopre la presenza di 47 cromosomi, invece di 46 nelle cellule di questi bambini. Lejeune dimostrò così  che non vi fosse  nulla di disdicevole nei genitori di quei bambini e che nemmeno vi fosse  nessuna degenerazione razziale, nessuna contagiosità. Dimostrò invece era avvenuta la triplicazione di un cromosoma, un eccesso di informazione genetica causando problemi di varia natura fra cui deficit nelle facoltà intellettive, nell’astrazione, sebbene le persone affette conservino integre affettività e memoria.

Ma Lejeune non era solo un ricercatore, un curioso, uno studioso di segmenti di Dna che nel chiuso del suo laboratorio confonde la vita col codice genetico e che nell’entusiasmo delle sue scoperte crede di avere in pugno la totalità del reale. Gargantini sceglie di impostare il suo intervento mostrando l’intento, il pensiero di Lejeune. L’ intento dello scienziato fu sempre quello di guarire i suoi malati, così socievoli, così allegri, così fanciulleschi. «Se si riuscisse a scoprire come poter curare la trisomia 21», scrive la figlia Clara, «allora sì la strada sarebbe aperta per poter curare ogni altra malattia genetica». Scoprire la prima aberrazione cromosomica è, nella mente di Lejeune, il primo passo per compiere l’opera del medico, che è, da sempre, quella di curare. Gargantini ricorda il pensiero di Lejeune per cui occorreva ricercare, indagare, scoprire perché c’erano persone che avevano bisogno di una cura che aspettavano.

Curare il prima possibile, in utero, idea che si vede bene si contrappone alle varie mire eugenetiche che non risolvono né mirano a risolvere il problema ma a reciderlo, nasconderlo. Purtroppo le scoperte di Lejeune proprio in questo senso andranno incontro ad uno snaturamento, proprio in terra natia dello scienziato, in Francia con la legge “Peyret” si iniziò la strada verso l’eliminazione del deficit, una selezione vera e propria, quello è, quindi totalmente in disaccordo con le idee di Lejeune.

E pertanto anche le stesse prospettive lo stesso scopo di trovare cure per quella ma per tutte le malattie genetiche trovò in qualche modo un arresto o comunque un forte rallentamento scegliendo un’altra via, che appare abbastanza evidente è comunque improntata su un’ottica evoluzionista neodarwiniana e segue la scia dei sostenitori dell’eugenetica e delle teorie pseudoscientifiche di Haeckel. Infatti il pensiero di Lejeune a riguardo era chiaro, se si sopprimono coloro che sono affetti da sindrome di Down, si bloccherà la ricerca e non si capirà mai come guarirli, come è possibile fare e anche se vi fossero collegamenti e sviluppi per tutte le altre malattie genetiche. Da cristiano, Lejeune sosteneva che si dovesse, finché non si riuscirà a guarirli, stare vicino ai malati, guardarli come si guarda ad un figlio di Dio, dargli il sostegno della società e non guardare loro come solamente ad un errore genetico, a materia biologica vivente su cui si può intervenire selezionando come si fa con fagioli e pomodori.

Lejeune ricordò un altro grande scienziato di cui si è accennato anche relativamente alla figura di L. Spallanzani, dicendo che in passato, i malati di rabbia venivano spesso uccisi e soffocati tra due materassi finchè poi  Pasteur liberò l’umanità da quella malattia. Cosciente di aver intrapreso una via pericolosa, difficile, gli venne negato il Nobel, sui muri di Francia apparvero scritte con insulti rivolti allo scienziato, gli furono attribuiti epiteti di pessimo gusto (anche ai malati di trisomia 21), l’ avanzamento di carriera gli fu bloccato, subì la radiazione dai congressi scientifici,congelamenti e sospensione di fondi e di finanziamenti per le sue ricerche.

E’ inevitabile aprire la parentesi riguardo al neodarwinismo.  Inanzitutto  Lejeune era un uomo di scienza, era un cristiano, era un cattolico, era un padre tutto in simbiosi a casa, fra la gente, in laboratorio. Sosteneva che “La genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. Ossia al principio troviamo un’informazione razionale, principio della vita già tutta compresa nella prima cellula umana, continua infatti Lejeune: “tutto questo lo sappiamo con una certezza assoluta che vince ogni dubbio perché se tale informazione non fosse già contenuta in essa, non potrebbe entrarvi mai più; nessuna informazione, infatti, entra in un uovo dopo che sia stato fecondato”  E’ assurdo per lo scienziato immaginare che il caso sia stato in grado di costruire una macchina molto più complicata dei grossi computer, ma gli appare logico e probabile che  ci debba  essere per forza qualcos’altro, esiste un’ informazione. Lejeune precisò anche che  come l’informazione e lo spirito siano entrati nella materia, per diversificarla e dirigerla, lo ignoriamo totalmente.

Appare chiaro quindi che  Lejeune fu un oppositore deciso  del  darwinismo materialista e ideologico di Jacques Monod, che riduce l’uomo ad un figlio del caso e, in nome dei suoi studi di genetica, Lejeune sostenne anche  la credibilità di Adamo ed Eva e, cosa importante anticipò di 10 anni le scoperte di Gould ed Eldrege, contrastando quindi  il gradualismo darwiniano ed alla Dawkins sostenendo che un’evoluzione da quel che si può osservare dovrebbe aver fatto  per forza fare dei salti. Gargantini tende a sottolineare molto, come accennato, che gli aspetti che caratterizzavano la persona di Lejeune (l’essere cristiano, cattolico, scienziato, medico, padre,) non fossero mai caratteristiche che si manifestavano singolarmente ma appaiono sempre mescolate in una simbiosi che determina l’eccezionalità di questo personaggio. Il pensiero alla base, come si è ritrovato anche a proposito di Mendel, di Spallanzani è che lo Spirito  che governa l’Universo si sia  preso il disturbo di modellare il suoi proprio ritratto nell’unica creatura capace di contemplare la creazione.

Che la mente umana sia in grado, anche se in modo imperfetto, di indagare e di comprendere  sulle leggi del mondo è per lo scienziato fonte di meraviglia ed è cosa possibile perché esiste un legame fra l’uomo indagatore e Chi ha fatto quelle leggi, fra creatura e Creatore. C’è l’idea alla base che non ci sia un cieco caso o un inganno ma una razionalità di fondo. Si va così pertanto a scandagliare la natura, il creato cercando, trovando e collegando indizi per scoprire, per capire. Gargantini conclude infatti dicendo che se è davvero così, se esiste uno Spirito che non solo ha scritto le leggi dell’universo, ma  che ha creato l’uomo a sua immagine, allora colui che ha questa fede ha un grosso vantaggio perché affronta la realtà con l’ottimismo, con la fiducia che Dio non ci ha messo davanti alla realtà, a problemi, interrogativi, indizi scientifici per poi non avvicinarci alla verità. Quindi l’essere credente aiuta la scienza, non solo non è di ostacolo, ma lo scienziato cristiano, afferma Gargantini, ha più sprint, nel senso che è più motivato, convinto che ci sia qualcosa di buono in ciò che studia e quindi che vale la pena di cercarlo di capirlo, e che quel Creatore Buono non farà mancare i suoi suggerimenti.  Lo studio della natura con un metodo che presuppone una logica nella realtà sia più proficuo di uno che presuppone il ‘non senso’.

Ed  a sostegno ed esplicazione potrebbe essere utile questo articolo di CS di qualche tempo fa:
http://www.enzopennetta.it/2011/11/craig-venter-dubbi-sui-meccanismi-darwiniani/ .

E se poi uno scienziato non cristiano fosse  sicuro di trovare una logica in quello che studia, forse allora si sta ponendo come uno scienziato cristiano si pone di fronte alla realtà. Se non si aspettasse di trovare una logica in quello che studia non potrebbe nemmeno esserci la scienza. Non appare perciò neanche strano che ,come si ricordò anche su CS, la scienza è figlia del cristianesimo (http://www.enzopennetta.it/2012/10/la-scienza-figlia-del-cristianesimo/ )

E’ così che si chiude il I°Mendel Day,un’iniziativa che ha avuto un discreto successo e che ha permesso in una giornata di scienza di dare un po’ di informazione per contrastare alcuni deleteri clichès che per una causa o l’altra popolano le menti di tantissime persone.

Va un applauso e un ringraziamento all’organizzazione e a tutti gli oratori che sono stati senza dubbio all’altezza dell’evento. 

La registrazione è disponibile al seguente link:

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 https://www.dropbox.com/s/d6l4ps107ryi4vp/Gargantini_I_Mendel_day.mp3

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