Gli scienziati e il cambiamento

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Qui potremmo sostituire qualunque altra professione a quella degli scienziati, ma visto il sito (CS) e visto il periodo (che vede l’alba della TRE) ho ritenuto adeguato il titolo scelto.

I cambiamenti sono i momenti più belli della vita, dove ci si sente davvero scorrere il sangue nelle vene, dove ci si sente forti e un pizzico pazzi perché è sempre difficile avere certezze sul futuro. Soprattutto quando prendiamo sentieri mai presi o da noi stessi mai immaginati. L’innamoramento è cambiamento, un figlio è cambiamento, un lavoro perso o un lavoro inventato: i cambiamenti sono la linfa della nostra vita. Eppure.

Eppure, terminate le endorfine del cambiamento, ecco che arrivano le abitudini, le comodità. E infine chiameremo cambiamento lo status quo, beandoci di una parola svuotata del suo significato.

Proviamo ad esaminare insieme i maggiori ostacoli al cambiamento:

  1. Possono esserci strutture gerarchiche (che io chiamerei geriatriche) che temono di perdere il potere. C’erano il giorno della rivoluzione, magari la personificano. Cambiare potrebbe voler dire perdere privilegi, oppure cambiare un modello potrebbe significare ricominciare a mettersi in gioco, a pensare in modo diverso dagli ultimi venti o trent’anni. Una grande sfida, non sempre accettata.
  2. Non di rado si osservano resistenze da parte di alcuni simpatizzanti al vecchio modello, che però lo conoscono superficialmente e quindi diventerebbero improvvisamente orfani: hanno imparato degli automatismi ma senza capirli. Partire con nuovi modelli significa fare un grande sforzo mnemonico. Sottolineo ‘mnemonico’ perché spesso chi non comprende la regola o le poche regole da cui discendono i corollari, deve imparare a memoria tutte le disposizioni che quel modello sottende. Come dicevo, ovviamente questo vale in tutti i campi. Se capisco il modello posso arrivare alle conseguenze, altrimenti devo impararle a memoria.
  3. Osservare errori formali basandosi sul modello precedente oppure ingigantire imperfezioni oggettive proprie di un modello appena nato.
  4. Tipici delle rivoluzioni del ‘900 erano i proclami retorici. Oggi, quello di ripetere senza fine un motto, è uno strumento del marketing (e non solo commerciale..). Molti di quelli che li ascoltano poi ci credono e chi associa parole rassicuranti come ‘verità’, ‘scientifico’, ‘serio’ solamente al modello presente rischia di vedere nel cambiamento una minaccia a quei concetti assoluti come ‘vero’, ‘scientifico’ e ‘serio’, ad esempio.

Tra le reazioni psicologiche ostative più comuni al cambiamento, aggiungiamo a quella appena citata (cioè osservare il cambiamento come una minaccia), le seguenti: deridere il cambiamento, oppure negarlo o minimizzarlo.

E ora permettetemi un’osservazione in merito alla TRE.

Il vecchio modello riduzionista che ha nutrito il darwinismo e tutte le sue sfaccettature, ha provato – per fare un paragone – a conoscere la temperatura di un pezzo di pongo tentando di raccogliere le energie cinetiche di tutte le particelle della malleabile materia. Il tentativo è velleitario, non si potranno conoscere tutte le energie cinetiche contemporaneamente per poi calcolarne la temperatura. Achille ed Alessandro lo hanno capito e con molta semplicità e concretezza, hanno deciso di trafiggere quel pezzo di pongo con un termometro. Mi hanno ricordato quello che aveva fatto un signore che stanco di parlare di stelle – senza poterle mai toccare o ‘sperimentare’ – decise di usare cose molto semplici come delle pietre e degli spaghi, presenti da quando c’è l’uomo ma mai pensati per indagare la natura. E quell’uomo riportò gli occhi dei cosiddetti scienziati del tempo, dal cielo alla terra (dalle speculazioni e dalle auctoritas all’esperimento), con la stessa velocità con cui si osserva cadere un grave dalla torre di Pisa fino al prato sottostante.

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About Author

Laureato in Biologia tanti anni fa, prima di mettere in piedi una scuola di sopravvivenza va a specializzarsi in terra d'Etiopia per poi tornare e istruire a dovere, insieme a Silvia, 3 piccole amazzoni. Dopo 13 anni in un'azienda di Biotecnologie come Specialist e Line Leader, decide di divertirsi come Direttore Marketing per un noto marchio di gioielli, in attesa di nuove sorprese all'orizzonte.

6 commenti

  1. Post interessante e che solleva alcune interessanti riflessioni, che partono dal presupposto, tutto da dimostrare, che il cambiamento sia sempre e comunque positivo, e che chiunque provi a ostacolarlo o a minimizzarlo sia automaticamente un conservatore attaccato alla propria sedia. Una visione molto progressista, che non necessariamente condivido e che di certo non mi aspettavo di trovare qui su CS. Provo quindi a formulare alcune obiezioni, per contribuire al dibattito:
    1. Proprio perché cambiamento non è sempre sinonimo di miglioramento, la resistenza di certe strutture può essere una forma di difesa e non solo dovuta all’avidità o al desiderio di proteggere uno status quo.
    2. Può accadere, inoltre, che anche chi critica un modello dimostri di conoscerlo superficialmente e quindi ne contesti alcuni aspetti quando in realtà le cose non stanno proprio così.
    3. C’è anche chi, dopo aver usato determinati argomenti per criticare un modello, ne formula uno nuovo al quale però non applica le stesse critiche.
    4. L’abuso di proclami retorici è in effetti un problema serio, nel quale non di rado inciampano anche coloro che dicono di volerli combattere. Per esempio parlando di rivoluzione forse un po’ troppo in anticipo.
    Vorrei a questo punto soffermarmi più a fondo sul punto 1. Credo infatti che la scienza, essendo basata su metodi il più possibile rigorosi, debba essere un po’ resistente ai tentativi di cambiamento. Se così non fosse, qualunque folle teoria che venga proposta rischierebbe di venir riconosciuta come scientifica, e questo sarebbe un problema. Soprattutto in un’epoca come quella attuale, in cui le pseudoteorie sembrano moltiplicarsi come funghi.
    Attenzione però, resistere a un cambiamento non vuol dire negarlo in assoluto.
    Quando nel 1972 Gould ed Eldredge proposero la teoria degli equilibri punteggiati, vennero criticati severamente. E altrettanto severe furono le critiche che lo stesso Gould, insieme a Lewontin, ricevette cinque anni dopo, quando presentarono il loro celebre articolo sui pennacchi di San Marco, in cui attaccavano la visione ultradarwinista ed esclusivamente adattazionista dell’evoluzione, allora dominante. Erano alfieri di un cambiamento importante, la comunità scientifica inizialmente resistette ma ora, 40 anni dopo, possiamo godere dei frutti di quella loro piccola rivoluzione: il dibattito scientifico sull’evoluzione è estremamente vivace e a esso partecipano persone con idee diverse. Idee che non vengono censurate ma che vengono invece pubblicate su riviste scientifiche prestigiose. Nuove prospettive si sono aperte, dall’evodevo alla teoria dell’evoluzione neutrale dei geni, dall’ologenoma all’epigenetica, dai gene regulatory networks ai developmental landascapes. E magari, chissà, anche la TRE potrebbe rientrare in questo dinamico dibattito. Il che dimostra che non ci sono dogmi incrollabili, che non ci sono censure, che non ci sono scienziati che hanno perso il posto perché hanno detto che la selezione e le mutazioni non bastano a spiegare l’evoluzione.
    Quindi ben venga un po’ di resistenza al cambiamento, fintanto che è sufficiente a proteggerci dalla fuffa pseudoscientifica ma non troppo rigida da privarci di novità di questa portata.

    • Giorgio Masiero on

      Sono molto d’accordo con Lei stavolta, Greylines, soprattutto laddove ci ricorda che non tutto ciò che è nuovo è buono.

    • Massimo Ippolito on

      Grazie Greylines.
      Per il punto 2 concordo, il concetto della TRE è necessariamente conosciuto superficialmente da chi non lo ha seguito nella sua genesi, quindi sono d’accordo : è il caso di non contestarlo affrettatamente prima di conoscerlo meglio.
      Per il punto 3 concordo, ecco perché lo sforzo di rimanere nel merito è importante.
      Concordo anche per il punto 4, tutti vi possono inciampare. Dissento invece sulla seconda parte. Nessuno ha detto che si può ottenere la ‘fusione fredda’ (un caso di qualche decennio fa, ricordi). La prima rivoluzione è pensare in modo diverso l’evoluzione, provando a farlo su un sentiero non battuto. Io non so se si spiegherà la TRE fra 50 anni a scuola, ma mi auguro che altri Damasco & Giuliani spuntino qua e là sul Globo e osino pensare l’evoluzione con modelli innovativi per la macro evoluzione, abbastanza innovativi da giustificare il termine ‘rivoluzionario’.

      Sul primo punto: non sono i cambiamenti positivi o negativi. Questo è un modo riduzionista o animista di vedere la realtà. Essendo io umano – come tutti quelli che leggono qui – amplierei il significato di cambiamento e vedrei non tanto il cambiamento (la nascita di qualcuno, la morte di qualcuno, una ferita, una dolcissima emozione) ma l’effetto che quel cambiamento ha sulla persona. Come quel cambiamento mi arricchisce? Cosa quel cambiamento mi suggerisce? In cosa quel cambiamento mi conferma o da cosa mi allontana? Allora vedrò che ogni cambiamento potrà arricchirmi oppure scoraggiarmi, ma questo dipende dagli occhiali che la persona che legge il cambiamento ha indosso. L’articolo l’ha scritto chi vede nel cambiamento qualcosa da imparare, uno spiraglio per capire qualcosa di più. Può essere abbracciato solo in parte, ma ogni cambiamento ha qualcosa che ci può arricchire.

      • “Per il punto 2 concordo, il concetto della TRE è necessariamente conosciuto superficialmente da chi non lo ha seguito nella sua genesi, quindi sono d’accordo : è il caso di non contestarlo affrettatamente prima di conoscerlo meglio.”
        In realtà io mi riferivo a chi – non mi sto riferendo a lei nello specifico – critica l’attuale teoria dell’evoluzione dimostrando però una conoscenza superficiale dello stato dell’arte sull’argomento. Però ci sta anche la sua interpretazione, in effetti tutti noi — inclusi molti entusiasti commentatori ed esclusi ovviamente gli autori — conosciamo superficialmente la TRE, avendo letto soltanto il paper e i due articoli divulgativi che sono usciti finora. Restiamo quindi in attesa di predizioni e validazioni (che non devono per forza essere esperimenti, ma anche osservazioni). Nell’attesa, credo non ci sia nulla di male nel porre domande e sollevare obiezioni, come accade in ogni sana discussione scientifica, tenendo conto che domandare è cosa ben diversa dal contestare.
        Condivido inoltre il suo augurio: anch’io infatti spero che continuino a esserci persone che pensano in maniera diversa l’evoluzione, come hanno fatto e continuano a fare Waddington, Gould, Eldredge, Lewontin, Kimura, Pigliucci, Muller, Kaufmann, Huang, Margulis e tanti altri, critici dell’ultradarwinismo, che già hanno proposto modelli solidi e che, in alcuni casi, non esito a definire rivoluzionari.
        Mi piace anche la sua interpretazione di cambiamento, perché in effetti anch’io sto imparando molto dalle discussioni sulla TRE. La mia osservazione era più limitata e decisamente meno emotiva (e quindi forse meno bella e coinvolgente) della sua. Era un’osservazione di stampo prettamente scientifico, dato che si stava parlando di modelli e teorie e via dicendo. Nell’ambito scientifico ribadisco che un po’ di resistenza fa bene, fintanto che non sconfina nel non ascolto o nella censura. Perché anche da un modello sbagliato — e la storia è piena di esempi in questo senso — possono nascere spunti interessanti.

  2. Fabio Vomiero on

    Articolo interessante, così come molto interessante è anche l’intervento di Greylines. Due, secondo me, gli aspetti da sottolineare, parzialmente in conflitto tra di loro: il carattere naturalmente evolutivo (cambiamento) della scienza, così come del mondo e della vita, che si oppone alla staticità e alla perpetuazione dei “miti” che piacciono sempre tanto, da una parte, e contemporaneamente la tendenza alla resistenza cognitiva da parte dei sistemi sociali al cambiamento stesso dall’altra. Riguardo la TRE, premesso che l’approccio riduzionista genocentrico della biologia è oramai autoridimensionato da tempo, l’iter sarà sempre lo stesso: farà testo soltanto la corrispondenza con i dati e le osservazioni, e il confronto con i lavori di altri ricercatori. In questo senso la singola pubblicazione scientifica non è mai la fine del percorso ma soltanto uno stadio intermedio. Insomma, se son rose fioriranno, indipendentemente dalle sempre possibili (come segnalato da Ippolito), ma in tal caso assolutamente circoscritte e transitorie, resistenze ideologiche.