“Effetto Ramanujan”, l’esigenza di un nuovo approccio al problema dell’evoluzione umana

37

Il lavoro  del prof. Giorgio Masiero e del prof. Michele Forastiere sulla teoria dell’evoluzione trova un riconoscimento ufficiale con la pubblicazione sugli Atti della Fondazione Giorgio Ronchi.

 

Gentilmente dalla Fondazione Giorgio Ronchi è stata concessa la pubblicazione su CS.

 

 

“Effetto Ramanujan”,

l’esigenza di un nuovo approccio al problema dell’evoluzione umana

di Michele A. Forastiere e Giorgio Masiero

 

 

Abstract. Come è noto, il paradigma filosofico dominante negli studi sull’evoluzione delle specie – il neodarwinismo – è riconducibile allo schema monodiano, che vede nel gioco esclusivo di caso e necessità le condizioni sufficienti all’insorgenza di organismi sempre più complessi, dalle forme prebiotiche fino all’uomo. Si può dire che il darwinismo identifica il motore dell’evoluzione nella successione graduale di mutazioni genetiche (caso), i cui effetti fenotipici sono poi selezionati col criterio della sopravvivenza del più adatto (necessità). In questa visione, la ricca evidenza paleontologica e genetica dell’evoluzione suggerisce un ruolo smisuratamente prevalente della contingenza. Se l’evoluzione è un fatto, ciò che appare insufficiente è che il caso sia l’unica risorsa per spiegare scientificamente l’origine di specie nuove ad informazione genetica crescente. Qui definiamo come “effetto Ramanujan” la constatazione che l’abilità matematica umana si è costituita fin dall’inizio nelle sue capacità attuali, assolutamente sovradimensionate rispetto alle esigenze di fitness selettiva. In questo lavoro, intendiamo dimostrare come l’evidenza dell’evoluzione e l’effetto Ramanujan tendano a falsificare l’ambizione del neodarwinismo di spiegare scientificamente la comparsa dell’uomo moderno. Suggeriamo, inoltre, che la ricerca di un’appropriata legge biofisica capace di spiegare come ciò potrebbe avvenire, superando la spinta contraria dell’entropia, debba diventare un obiettivo primario per le scienze dell’evoluzione.

Categoria:  Filosofia della scienza

Parole chiave: scientismo, naturalismo, darwinismo, teorie dell’evoluzione, multiverso.

“Ramanujan effect”:

The need for a novel approach to the human speciation problem

by Michele A. Forastiere and Giorgio Masiero

Abstract. As well known, the mainstream philosophical paradigm in evolutionary studies – i.e. Neo-Darwinism – is referable to the Monod framework, where the play of chance and necessity alone is seen as a sufficient condition to the onset of increasingly complex organisms, from prebiotic forms up to man. Simplifying, one could say that Darwinism identifies the biological evolution engine with a gradual sequence of non-directional genetic mutations (chance), whose phenotypic effects are then selected by the “survival of the fittest” criterion (necessity). In this view, copious paleontological and genetic evidence of evolution suggests a hugely overwhelming role for contingency. If evolution is a fact, what appears to be inadequate is that chance should be the only scientific asset capable to explain the origin of new species with an increasing genetic information. Here, we define as “Ramanujan effect” the realization that human mathematical abilities were formed from the outset with their powers, far too large for selective fitness needs. In this work, we intend to demonstrate how evidence for evolution and Ramanujan effect tend to falsify the ambition of Darwinism to scientifically explain the emergence of modern man. Moreover, we suggest that the search for an appropriate biophysical law that could explain how this happens, overthrowing the push of entropy, has to become a prime target for evolutionary science.

Purpose:  Philosophy of science

Keywords: scientism, naturalism, Darwinism, evolution theories, multiverse.

Le scienze naturali si fondano sull’assunzione che la ragione umana sia almeno parzialmente “accordata” con la realtà fisica: come sarebbe altrimenti possibile una qualsiasi conoscenza in termini di adaequatio intellectus et rei? Guardando però alla complessità delle moderne teorie scientifiche e al successo della tecnica, tale accordo sembra andare ben oltre le dimensioni coinvolte nell’esperienza umana diretta. In particolare, è un’evidenza che alcune delle strutture matematiche più astratte concepite dall’uomo si sono rivelate gli unici strumenti per un’accurata descrizione dei meccanismi intimi della Natura. Come, per esempio, codificare la gravitazione universale se non attraverso il linguaggio della geometria differenziale e del calcolo tensoriale?

Invero, occorre subito rilevare due questioni distinte: una è quella che Eugene Wigner ha chiamato “l’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali[i] e l’altra è l’abilità umana in campo matematico. Di per sé, quanto al primo problema, “ci si potrebbe aspettare un mondo caotico del tutto inafferrabile da parte del pensiero[ii] (Albert Einstein) ed invece la realtà, almeno a livello fisico, risulta descrivibile matematicamente. Il tentativo di risolvere questo problema con la teoria del multiverso, anche accantonando la questione tutt’altro che irrilevante della sua controllabilità scientifica, appare destinato al fallimento: se infatti il multiverso può forse teoricamente giustificare la forma matematica delle leggi fisiche ed i valori delle costanti cosmologiche del nostro Universo, riducendone l’antropicità ad una tautologia[iii], tutta la sofisticatissima matematica alla base della congettura – la teoria M con un contorno di altre speculazioni integrative – deve essere comunque assunta a priori. Come dire che si è spostato all’indietro il problema di un passo: come si spiega l’irragionevole efficacia della teoria M nella descrizione del multiverso? In questo articolo, tuttavia, noi intendiamo soffermare l’attenzione sull’altro problema, quello dell’abilità matematica della specie Homo Sapiens Sapiens.

È indubitabile che una buona comprensione intuitiva della propria nicchia ambientale costituisce un vantaggio evolutivo per una specie. La comprensione delle relazioni d’equivalenza e d’ordine, l’esecuzione delle operazioni aritmetiche, l’intuizione dei concetti geometrici elementari, l’idea di velocità, ecc. sono strumenti utili alla vita umana, che in un ambiente di lotta per la sopravvivenza condiviso con altre specie viventi possono aver dato origine ad un’algebra, una geometria ed anche una meccanica primitive. In un paradigma evolutivo, i “circuiti neurali” umani potrebbero essere stati selezionati in corrispondenza ai criteri suddetti, essendo ogni avanzamento avvenuto in modo casuale e contingente, neutro rispetto alla fitness darwiniana. A partire da Newton, però, una matematica sempre più astratta e sempre meno intuitiva si è dimostrata necessaria e sufficiente a descrivere molti meccanismi nascosti della realtà fisica; e con il progresso delle scienze naturali si scopre gradualmente il paradosso che, attraverso strutture matematiche sempre più astratte – lontanissime dall’intuizione diretta – il metodo scientifico è in grado di spiegare il funzionamento del mondo in maniera sempre più profonda e precisa. Per giunta, tali strutture risultano valide in un intervallo di scale spazio-temporali ed energetiche enormemente più ampio della scala di quell’esperienza ordinaria, che in logica darwiniana avrebbe dovuto selezionare reti neurali economicamente sufficienti ad una matematica giusto necessaria alla vita. La natura degli oggetti matematici è un problema aperto in filosofia, è vero. Tuttavia, che si assuma una concezione realistica (platonica) del numero come ente esistente di per sé, o che se ne assuma una formalistica, dove esso è un prodotto della mente, il problema permane: com’è potuto accadere che i nostri circuiti neurali siano stati selezionati nell’evoluzione per comprendere, o per creare, strutture matematiche che hanno superato di gran lunga la soglia oltre la quale esse erano indifferenti nella produzione di vantaggi competitivi per la specie?

L’interrogativo che poniamo richiama il dubbio espresso da Alfred Russell Wallace agli albori dell’elaborazione della teoria dell’evoluzione, noto come il “dilemma di Wallace”. Esso riguarda l’origine della creatività umana nei campi dell’arte, della morale e della filosofia, la cui ampiezza non si può far risalire secondo il naturalista britannico alla pressione evolutiva: “Un cervello grande non più della metà di quello di un gorilla […] sarebbe stato più che sufficiente per lo sviluppo mentale di un selvaggio; dobbiamo quindi ammettere che il grande cervello che questi possiede non può essersi sviluppato solo grazie alle leggi dell’evoluzione[iv]. Forse Aristotele non sarebbe d’accordo: “Tutti gli uomini per natura vogliono sapere” (esordio della “Metafisica”). Vogliamo dire che la creatività in campo artistico e filosofico rende la vita più gradevole, più degna di essere vissuta e forgia quindi nell’uomo una combattività maggiore per difenderla: pertanto la creatività (come la disponibilità biologica di sentinelle del dolore) può essere ritenuta un vantaggio competitivo rispetto ad una condizione di assenza di creatività (e di sistema limbico adeguato).

Il problema che qui poniamo è distinto: quale vantaggio competitivo può aver dato ai nostri progenitori la disponibilità d’un cervello fin dall’inizio completamente attrezzato all’elaborazione della teoria delle stringhe? Chiameremo questo problema “effetto Ramanujan”, in onore del matematico indiano Srinivasa Aiyangar Ramanujan (1887–1920) che, giovanissimo e senza istruzione superiore, produsse solitariamente e con l’uso quasi esclusivo dell’intuizione una serie di teoremi che furono qualificati da uno dei maggiori matematici europei dell’epoca, Godfrey Harold Hardy, “tutti appartenenti alle più avanzate indagini matematiche del mondo […] Mi lasciarono stupito; non avevo mai visto niente che gli si avvicinasse prima di allora[v]. Fuori dell’India e ai giorni d’oggi, si deve considerare che esistono ancora gruppi umani cosiddetti primitivi, che non hanno mai prodotto una matematica degna di nota prima di entrare in contatto con il resto del mondo – prosperando, peraltro, per decine di millenni senza avvertirne il bisogno – ma che hanno espresso soggetti in grado, una volta avuto accesso agli ordinari curricula di studi, di dimostrare l’abilità matematica di qualsiasi altro essere umano appartenente al mondo progredito.

Ora in lui, come un sogno, sono state suscitate queste credenze; e, interrogandolo di nuovo più volte e in molti modi su queste stesse cose, sta certo che finirà per sapere con precisione, sulle medesime, non meno esattamente di ogni altro. […] Dunque, egli saprà senza che nessuno gli insegni, ma solo che lo interroghi, traendo egli stesso la scienza da se medesimo, Platone mette in bocca a Socrate nel “Menone”, con riferimento ad uno schiavo ignorante ed analfabeta che, in un esperimento maieutico, arriva ad intuire il teorema di Pitagora.

Perché la mente umana risulta, tramite la matematica, capace di descrivere finemente la realtà fisica in un vastissimo insieme di modalità che vanno ben oltre la sfera della comprensione intuitiva necessaria alla lotta per la sopravvivenza? La mente è persino in grado, proprio grazie agli strumenti matematici e tecnologici da essa sviluppati nell’ultimo secolo, di vedere gli ostacoli che si frappongono ad una (ipotetica) comprensione totale della realtà fisica. Così sappiamo, per esempio, che le attuali metodologie di analisi (matematiche e sperimentali) non permettono una descrizione unitaria e coerente del campo gravitazionale sotto i limiti spazio-temporali planckiani: una teoria che coniughi la relatività generale con la meccanica quantistica è attesa da tempo e la strategia attuale della cosmologia quanto-gravitazionale, che passa attraverso la somma di storie di Feynman, appare di valore euristico. Si deve anche aggiungere che, in conseguenza dei due teoremi d’incompletezza di Gödel, non si è nemmeno sicuri che una tale composizione esista e sia maneggiabile[vi].

Prima di affrontare formalmente il nostro argomento, è necessario dare tre definizioni:

–        Realtà fisica: tutto ciò che si manifesta come trasformazione di materia-energia. Più esplicitamente, tutto ciò che è oggi riducibile ai tre campi fisici gravitazionale, elettrodebole e della cromodinamica quantistica (eventualmente unificabili) nell’arena dello spazio-tempo;

–        Realtà naturale: tutto ciò che appare. La realtà naturale comprende la realtà fisica, ma anche la vita vegetale ed animale, i pensieri, i sentimenti, la volontà e la coscienza. In una concezione fisicalistica non c’è, per definizione, differenza tra realtà fisica e realtà naturale. In una concezione non fisicalistica, la realtà naturale comprende fenomeni che non sono ritenuti riducibili alla fisica, per esempio eventualmente l’autocoscienza umana, o la libera volontà: ciò accade nelle classiche concezioni dualistiche, ma anche in quelle monistiche non fisicalistiche alla John Searle[vii], nel funzionalismo di Jerry Fodor[viii], ecc.;

–        Realtà totale (o realtà tout court): tutto ciò che esiste. In una visione naturalistica N, la realtà totale coincide con la realtà naturale; in una concezione teistica T, invece, esiste necessariamente una realtà soprannaturale da cui la realtà naturale dipende.

Formuliamo ora la congettura

S = “La mente giungerà col tempo ad elaborare una struttura logico-matematica atta a descrivere la realtà naturale in modo completo”.

S si suddivide in due declinazioni alternative:

SN = “La tecno-scienza riuscirà col tempo a comprendere tutta la realtà naturale, senza ricorso alla metafisica” [Naturalismo e ragione umana interamente accordata con la realtà naturale “dimostrati”];

ST =   “La mente riuscirà col tempo a comprendere tutta la realtà naturale, includendo un ricorso fondativo alla metafisica, non valendo per la realtà naturale un principio di chiusura causale” [Spiritualismo e ragione umana interamente accordata con la realtà naturale “dimostrati”].

La negazione di S, X ≡ NOT(S) suona:

X = “La realtà naturale è, nella sua interezza, inconoscibile alla mente”.

X ha due declinazioni alternative:

XN =  “La realtà naturale è fondamentalmente caotica; il parziale accordo oggi registrato con la mente è un fatto contingente e storicamente transitorio”;

XT = “La realtà ha una logica intrinseca che è solo parzialmente comprensibile dalla mente. Al massimo, la tecno-scienza potrà accrescere la sua comprensione della realtà naturale, ma non vi riuscirà mai in modo completo”.

L’incompatibilità delle proposizioni XN  e XT  è equivalente al sistema[ix]

P(XN  | XT ) = 0

P(XT  | XN ) = 0.

Dal momento in cui Galileo enunciò l’assunzione alla base del programma scientifico moderno secondo la quale l’Universo “è scritto in lingua matematica” (“Il Saggiatore”, 1623), la ragione umana attraverso l’indagine scientifica ha svelato mille misteri della Natura che si sono tradotti in miriadi di applicazioni tecnologiche. Possiamo dunque asserire:

SP =   “La tecno-scienza ha dimostrato, finora, di saper descrivere con un grado di precisione crescente il funzionamento della realtà fisica”.

Da ciò possiamo inferire che esiste una probabilità non nulla che anche tutta la realtà naturale sia governata da una logica intrinseca e che tale logica coincida con forme di astrazioni proprie del pensiero umano. La predizione di un valore anche approssimativo di tale probabilità è strettamente connessa alle concezioni di ognuno e noi non ci azzarderemo a favore di un range. Tuttavia, non negheremo ad una concezione ottimistica dei poteri della ragione il diritto di assumere che la proposizione vera SP (che afferma i successi passati e presenti delle scienze naturali) costituisce un supporto alla congettura S, cioè

P(S | SP) ≈ 1.

In una delle due declinazioni alternative, SN o ST, questa fiducia è una convinzione condivisa da naturalisti e teisti in ugual misura: si pensi, per esempio, alle varie speculazioni fisico-matematiche su una teoria del tutto (TOE)[x] o al Supermondo di Antonino Zichichi[xi].

Ora ci chiediamo: qual è la probabilità dell’effetto Ramanujan assumendo il paradigma darwinista D? In altri termini, qual è la probabilità che l’uomo, evolvendosi per caso e necessità nelle savane africane pleistoceniche, abbia sviluppato, grazie ad una successione di casi fortuiti e contingenti, tutti i circuiti neurali necessari e sufficienti a formulare le strutture matematiche delle diverse categorie (insiemi, semigruppi, gruppi, spazi vettoriali, spazi topologici, varietà differenziali, ecc.) che sarebbero servite centinaia di migliaia di anni dopo a descrivere gli intimi meccanismi di funzionamento della realtà naturale – quando tali circuiti cerebrali non avevano nessun vantaggio immediato in termini di fitness? Considerando che

a)      le citate elevatissime capacità di astrazione matematica non costituivano allora un tratto adattativo, capace di migliorare la fitness evolutiva (perché sono semplicemente neutre dal punto di vista darwiniano, e quindi furono dovute alla sola contingenza) e che

b)      quelle capacità hanno comportato “per necessità” delle leggi fisiche un aumento d’informazione del genoma,

a quanto possiamo stimare la probabilità bayesiana che siano comparse le corrispondenti complesse strutture neurali, dato D? Il calcolo (v. Appendice) dà

P(SP | D) << 1,

dove la condizione D può essere riassunta, per i nostri scopi, nei seguenti termini:

D = “Il ricorso ai meccanismi di caso e necessità è una spiegazione coerente e sufficiente dell’effetto Ramanujan”.

La disequazione sarebbe un confutatore (“defeater”) di SP, se non fosse che SP è vera e quindi a risultare confutata è la premessa D, con un elevato grado di probabilità. Tradotta in linguaggio comune, la disequazione illustra l’improbabilità che le categorie di caso e necessità spieghino l’ordine e la superfluità dell’effetto Ramanujan.

Esaminiamo ora la probabilità P(S| D), in cui non conosciamo il valore di verità di S. Possiamo ragionevolmente supporre:

0 ≈ P(SN | D) = P(S | D) ≤ P(SP | D) << 1.

La prima relazione è un confutatore per SN, a meno che D non sia falsa. Dunque, risulta illogica la credenza in SN (la posizione “scientista”, ovvero di giustificazione scientifica del naturalismo) se si assume il darwinismo! Se, inoltre, si sostiene la credenza P(S | SP) ≈ 1, che pure appartiene allo scientismo, ne consegue di nuovo che D è falsa, con un elevatissimo grado di probabilità. Insomma, a meno di rinunciare al darwinismo, non è ragionevole credere che si possa un giorno corroborare scientificamente il naturalismo.

Alla credenza congiunta (N & D) resta una sola via d’uscita, la proposizione X, specificamente la XN. Infatti la XT contiene un evidente elemento deista: se la realtà naturale ha una logica anche soltanto parzialmente comprensibile dalla mente, essa è un sistema capace di elaborare informazioni – nella fattispecie, lo è in misura infinitamente superiore alla mente, ciò che allude ad un panteismo spinoziano. Vale la pena chiedersi, però, che cosa comporta la congiunzione di XN e D. A nostro parere, una sola cosa: il multiverso. Ma questa credenza, anche prescindendo dalle difficoltà di ordine logico e scientifico cui abbiamo accennato all’inizio, è auto-contraddittoria. Infatti ogni tipologia di multiverso richiede un substrato di meta-leggi logiche e matematiche preesistenti (in caso contrario non sarebbe compatibile con SP) e ciò implica a sua volta una credenza di tipo XT, che è inconciliabile con XN.

Riassumendo:

  1. Se si riconosce l’effetto Ramanujan, allora P(S| D) << 1, che unita alla certezza di SP, implica P(D) ≈ 0.
  2. P(SN| D) ≈ 0 equivale a dire che SN non è logicamente sostenibile se si crede in D.
  3. Se si riconosce che P(S| D) ≈ 0, con P(S | SP) ≈ 1, si deve ammettere ancora che P(D) ≈ 0.
  4. La congettura (del multiverso) P(XN| D) ≈ 1 implica (XN → XT), nonostante sia P(X| XT) = 0: in altri termini si giunge a una contraddizione e si deve ammettere ancora una volta che P(D) ≈ 0.

In conclusione, è estremamente improbabile che il darwinismo possa spiegare l’origine di H. Sapiens Sapiens; e, se si crede che possa farlo, o risulta irrazionale credere che l’uomo potrà un giorno corroborare scientificamente il naturalismo, o si cade in una contraddizione logica.

Ringraziamenti

Gli autori desiderano ringraziare il prof. Enzo Pennetta ed il dr. Alessandro Giuliani per i preziosi spunti di riflessione offerti.

Appendice. Calcolo della probabilità dell’effetto Ramanujan

Qual è la probabilità che in una popolazione si fissi un carattere (allele) mutato, neutro rispetto alla selezione? Cominciamo col chiederci quanta informazione c’è nel genoma. Secondo J. Craig Venter, il genoma umano è composto di 3.200 Mbyte, di cui solo il 37,5% (1.200 Mbyte) è utile, perché codificante o comunque composto di geni e sequenze correlate[xii]. Quale sottostruttura della “quota utile” è dedicata a codificare le funzioni astratte della mente? Lo “Chimpanzee Genome Project” ha tra i suoi scopi la comparazione tra i genomi degli umani e quelli delle scimmie, per comprendere che cosa distingue i primi dalle altre specie. Esso non è stato ancora completato, perché non è ancora stata eseguita la scansione dell’intero DNA dello scimpanzé, ma con riferimento ai campioni che sono stati finora esaminati[xiii] (33,3 megabasi del cromosoma 22 dello scimpanzé), la distanza in termini d’istruzioni emersa tra l’uomo e la scimmia si aggira sull’1,44%. Assumendo che questa percentuale sia omogeneamente distribuita in tutto il genoma e, soprattutto – secondo una delle assunzioni fondamentali del neodarwinismo – che tutte le differenze tra le specie siano riducibili al DNA, se ne deduce che la “caratteristica” genetica umana sta in 17 Mbyte.

Facciamo ora l’assunzione più ardua allo stato attuale delle conoscenze genetiche: che la mutazione che porta all’effetto Ramanujan sia dovuta all’apparire casuale di una specifica proteina che regola la crescita neuronale e/o la connessione di particolari strutture neurali. Una proteina media ha la lunghezza di 300 amminoacidi ed ogni amminoacido è codificato da 3 basi azotate del DNA: dunque, il gene codificante il nostro “enzima di Ramanujan” richiederebbe una stringa di 900 bit (abbiamo prudentemente dimezzato i 1.800 bit canonici, tenuto conto che il codice genetico è degenerato, molte mutazioni sono “silenti” e molte posizioni lungo la sequenza portano alla stessa struttura 3D). Questo equivarrebbe ad assegnare alle funzioni più astratte della mente un peso di appena lo 0,005% su tutta la caratteristica genetica umana! Una scelta che sembra molto prudenziale. Se è vero l’effetto Ramanujan, vale a dire se si deve “soltanto” al caso senza necessità selettiva la formazione di questa sottostruttura del genoma, a priori il numero di stringhe è 2900 ≈ 10271, che ripartito in centinaia di migliaia di anni tra decine di migliaia di generazioni di una popolazione totale dell’ordine di alcuni miliardi d’individui (~ 1010) fornisce il valore P ~ 10-261 ≈ 0. (Osserviamo che, se anche poniamo l’arco di tempo a partire dall’abiogenesi [~ 3,5 × 109 anni], ammettendo la possibilità che l’enzima di Ramanujan sia potuto apparire per caso da subito e sia rimasto quiescente fino ad oggi in tutti gli organismi derivati dal primo, otteniamo un limite superiore  P < 10-211 ≈ 0, tenuto conto che gli atomi della Terra sono dell’ordine di 1050).

Un’altra stima, del tutto indipendente, si può ottenere dal seguente ragionamento: supponiamo che un “abbozzo” dell’enzima dell’effetto Ramanujan, lungo da cento a duecento amminoacidi, sia stato codificato per caso dall’RNA primordiale – nel cosiddetto “brodo primordiale” – e sia rimasto poi sepolto in sezioni selettivamente “neutrali” del pool genico della biosfera fino alla comparsa del primo H. Sapiens Sapiens. Sotto questa ipotesi, possiamo avvalerci di una procedura messa a punto da E. Koonin[xiv]. Si parte supponendo che l’Universo contenga 1022 stelle, e che una su dieci abbia un pianeta abitabile. Definiamo questo numero Npa. Se ognuno di questi pianeti è grande all’incirca quanto la Terra e ha uno strato abitabile spesso 10 km, il volume di quest’ultimo sarà ~ 5 × 1024 cm3. Koonin considera che la sintesi delle molecole organiche avvenga nell’1% del volume dello strato abitabile; in pratica, un volume VRNA ~ 5 × 1022 cm3 sarebbe disponibile per le reazioni chimiche che portano alla sintesi delle molecole pre-biotiche. Ammettiamo che in ogni centimetro cubo di questo volume avvenga ogni secondo la sintesi di una catena formata da n nucleotidi (che per comodità definiremo “n‑mero”): dunque, il tasso di sintesi di un n‑mero, Rn, sarebbe di 1 molecola/(cm3 × sec). È chiaro che questa è una sovrastima: è facile comprendere che, più lunga è la sequenza, più tempo ci vuole a metterla insieme.

Non rimane, adesso, che considerare il fattore tempo. Per questo prendiamoci pure tutto il tempo del mondo, vale a dire all’incirca quello trascorso dal Big Bang, ~ 4 × 1016 secondi. Adesso, per contare il numero S di catene “provate” mediante il mescolamento casuale in tutti i “brodi primordiali” possibilmente esistiti fin dalla nascita dell’Universo, basterà moltiplicare tutti i parametri definiti:

S = Npa ×  VRNA ×  T × Rn.

Con i valori dati, otteniamo S = 2 × 1061. Avendo a disposizione quattro tipi di nucleotidi, le possibili catene differenti sono: N = 4n  ~ 100,6n. Statisticamente, allora, si può prevedere che il numero di volte che emerge per caso un n‑mero fissato sia dell’ordine di S/N. In altri termini, la probabilità che appaia per caso una data sequenza di nucleotidi si può stimare pari a S/N.

Ora, tenendo conto del fatto che il codice genetico è degenere (un amminoacido è codificato da una tripletta nucleotidica, ma triplette diverse codificano spesso per lo stesso amminoacido)[xv], dovremo infine moltiplicare questo valore per il numero delle differenti sequenze nucleotidiche corrispondenti a una stessa proteina. La molteplicità delle triplette può essere 1, 2, 3, 4 o 6; per il nostro calcolo, prenderemo in considerazione il valore medio D = 2,9. Perciò, assumeremo che il numero di catene di nucleotidi corrispondenti al precursore dell’enzima di Ramanujan sia Dn/3 ~  100,15n. Dunque, potremo stimare che la probabilità P che appaia per caso una data proteina formata da n/3 amminoacidi sia:

P = 2 × 10(61 0,45n).

Infine, ponendo n/3 = 150, otteniamo P = 5 × 10-140.

Per un’ulteriore comparazione, può essere utile il calcolo della probabilità di autocomposizione casuale di un organismo monocellulare, che Fred Hoyle eseguì[xvi], immaginando un modello di batterio astratto con un DNA semplificato, capace di programmare soltanto 400 proteine. Egli trovò ≈ 10‑40.000, che è un valore compatibile con quello da noi calcolato per una sola proteina, anziché 400 proteine.

In conclusione, tutti i valori trovati risultano inferiori alla cosiddetta soglia di impossibilità cosmica di 10-100, introdotta dal matematico francese Georges Salet[xvii].

Detto in altri termini, l’effetto Ramanujan, e più in generale la comparsa di una singola specifica proteina, è da considerarsi un evento impossibile, se inquadrato esclusivamente nell’ambito del neodarwinismo.

Fu lo stesso Francis H. Compton Crick, scopritore insieme a James D. Watson della struttura del DNA (che valse ai due biologi il premio Nobel 1962 per la Medicina), ad ammettere:

Se una particolare sequenza di aminoacidi fu selezionata a caso, quanto raro potrebbe essere un tale evento? […] La gran parte delle sequenze [necessarie al DNA] non potrà mai essere sintetizzata del tutto, in nessun tempo [xviii].

Queste parole sono la traduzione genetica del dilemma di Wallace, dell’effetto Ramanujan e più in generale dell’enigma dell’origine della vita. Allorché Jacques Monod, parlando dell’emergenza della vita, scrisse nel suo celebre “Caso e necessità” che “il nostro numero è uscito per caso alla roulette cosmica”, si espresse con una metafora adatta forse ad un libro di divulgazione, ma non con la precisione che si richiederebbe ad un saggio scientifico.

Per vincere la puntata massima alla roulette, infatti, le probabilità sono 1:37; perché si combini casualmente la più semplice teorica cellula di sole 400 proteine, invece, esse sono 1:1040.000 ≈ 1:3725.507: Monod avrebbe dovuto dunque dire per la precisione che, non tanto “noi” appartenenti alla specie H. Sapiens Sapiens, ma già gli organismi unicellulari a capo della catena biologica hanno vinto la puntata massima alla roulette per almeno 25 mila volte di seguito!

Se non si è disposti ad accontentarsi in campo scientifico d’un ricorso ripetitivo alla roulette, occorre superare lo sbilanciamento sul caso del paradigma neodarwiniano.


[i]  E. Wigner, 1960, “The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences”, Communications on Pure and Applied Mathematics 13(1): 1 – 14.

[ii]  A. Einstein, “Lettres à M. Solovine”, 30.3.1952, Gauthier Villars, Paris 1956, p. 114.

[iii]In un certo senso […] Epicuro è stato il primo a sostenere che l’uomo sia il mero frutto della selezione antropica in un multiverso di livello I (detto in termini moderni). A ben vedere, questo concetto rappresenta di per sé l’apice del paradigma di caso e necessità, visto che spiega l’esistenza del mondo come risultato dell’interazione del massimo assoluto di disordine (l’infinità caotica degli atomi) con il minimo assoluto di ordine (la semplicissima legge fisica della parenklisis)” (Da “Evoluzionismo e cosmologia” di M. A. Forastiere, Ed. Cantagalli, 2011).

[iv]   Cit. da S.J. Gould, ibid.

[v]    R. Kanigel, “The Man Who Knew Infinity: A Life of the Genius Ramanujan”. Charles Scribner’s Sons, NY, 1991.

[vi]  Stephen Hawking, per esempio, che era stato originalmente un propugnatore di una teoria unificatrice di tutta la realtà fisica (“TOE”, Theory Of Everything), in seguito all’approfondimento delle conseguenze dei teoremi d’incompletezza di Gödel, si convinse della sua impossibilità. Vedere in particolare la trascrizione della lezione “Gödel and the end of physics”, tenuta nel 2002 e disponibile su internet all’indirizzo http://www.damtp.cam.ac.uk/events/strings02/dirac/hawking/ (ultimo accesso in data 4 aprile 2012). Più di recente, Hawking sembra essersi riconvertito alla visione ottimistica.

[vii]  V., per esempio, “The Mystery of Consciousness”, New York, New York Review, 1997.

[viii] V., per esempio, “The Modularity of Mind: An Essay on Faculty Psychology”, MIT Press, 1983.

[ix]   Con la scrittura P(A) denotiamo la probabilità che la proposizione A sia vera e con P(A | B) la probabilità che sia vera A, se è vera B. Questa simbologia in campo argomentativo è stata usata in particolare da A. Plantinga nel suo famoso argomento contro il naturalismo (v., per esempio, “Where the conflict really lies”. Oxford University Press, 2011).

[x]    Molteplici sono le teorie candidate allo scopo: per una loro descrizione v. Steven Weinberg, “Dreams of a Final Theory: The Search for the Fundamental Laws of Nature”, Hutchinson Radius, London, 1993; o, a livello più divulgativo, John Barrow, “Theories of Everything”, Oxford University Presse, 1991.

[xi]   V., per es., il capitolo “Rigorous logic in the theory of evolution” di A. Zichichi in Acta 20 – Scientific Insights into the Evolution of the Universe and of Life, Pontificia Academia Scientiarum, Vatican City, 2009.

[xvi] F. Hoyle, “Evolution from space (the Omni lecture) and other papers on the origin of life”,  Hillside, N.J. :   Enslow

Publishers, 1982.

[xvii] G. Salet,  “Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie actuelle”, Èditions scientifiques Saint-Edmé,

2a edizione, Parigi 1972

[xviii] F. H. Compton Crick, “Life itself: its origin and nature”, 1981, pp. 51-52.

 

 

 

Share.

About Author

37 commenti

    • Ciao Francesco, sto verificando la possibilità di inserire il PDF.

      Riguardo al “coccolone” credo proprio che questo articolo pubblicato peer rviewed abbia la potenzialità di causarne più d’uno…

  1. L’ufficializzazione di :
    http://www.enzopennetta.it/2012/04/darwinismo-un-criterio-di-falsificabilita/
    Bene.
    La risposta dei Darwinisti su questo genere di posizioni(certamente questa non è la prima del genere,forse lo è in suolo italico..)è più o meno quella che ho descritto data ,fra i tanti,da Boncinelli:
    http://www.enzopennetta.it/2012/04/darwinismo-un-criterio-di-falsificabilita/#comment-3886
    Risposte che come giustamente fa notare il prof.masiero sono però più di carattere “filosofico” che scientifico.
    Per intenderci sono un po’ quelle “just so stories” quegli adattamenti della serie “potrebbe essere””se fosse” etc etc..doveroso ,lo si è visto in questi giori,comprendere la diversità fra un approccio scientifico rigoroso e un approccio filosofico.

  2. Scusate se vi chiedo un parere… ma in quel dibattito che sto avendo, riguardo a quest’articolo, su UCCR, io e Peppus ci stiamo fraintendendo?! Ho paura che siamo andati entrambi troppo fuori dal discorso.

    • Fra Penultimo e Peppus un ‘bel’ discorso…se uno parla a vanvera cosa vuoi aspettarti Daphnos?
      Non credo si possa comunque andare fuori discorso senza entrarci..
      Peppus dice che la selezione non è casuale-vero(pur con precisazioni)-dice quindi che una componente fondamentale(definita così da Pievani stesso),la selezione, della TdE non è casuale-vero-
      Voleva dire questo.Bene contento lui,gli si può consigliare anche “il sole illumina e riscalda”,”l’acqua bagna” etc etc..
      Non conosce la TdE,non ha capito poco o nulla sulle contestazioni mosse al neodarwinismo e figurarsi se ha capito qualcosa dell’articolo di Masiero e Forastiere.Non sembra neanche interessato a comprendere quanto a sostenere il nulla che secondo lui è qualcosa denso di significato.
      Lascialo fare ,dagli ragione..non si fa così?
      Al limite se vuoi demoralizzarlo puoi dirgli che non ha in verità detto nulla a favore dell’evoluzione più di quanto non abbia fatto in favore del creazionismo o di altro.Tutti infatti riconoscono la selezione naturale che è più di un fato dai secoli dei secoli..

      • Amen, ok.

        Semplicemente, per ogni cosa di cui si parla, spuntano fuori tre argomenti… anche Penultimo, però non è stato chiaro. Io ho pensato che parlasse degli ecosistemi in equilibrio, ma forse si riferiva alla nascita delle varietà (che la selezione riduce)… boh, come ho scritto, meglio andare a vedere le variazioni delle quote on line della Serie A.

        • “Io ho pensato che parlasse degli ecosistemi in equilibrio[..]”
          Mi permetto di dubitare fortemente che chi ha parlato avesse la minima cognizione di tali argomenti o di altri correlati.
          Decisamente meglio soprassedere..

          • Toh, ora è spuntato che gli acidi nucleici sono alcani e alcheni un po’ più complessi… già, meglio soprassedere.

  3. “Nel caso dell’effetto Ramanujan, quella che fallisce è proprio la spiegazione della selezione naturale, che per passi successivi avrebbe tra 200.000 e 100.000 anni fa indotto piccole modifiche nelle reti neurali degli ominidi capaci di accrescere sempre più le loro capacità matematiche, dal calcolo aritmetico a quello differenziale ecc. ecc., a quello astrattissimo dell’algebra moderna! Ma quale sarebbe stata l’utilità per la sopravvivenza di Homo Sapiens di queste micromodifiche consecutive finalizzate a far comparire un Homo Mathematicus nell’ambiente di allora?”

    Credo sia comunque utile riportare qui la sintesi di quanto descritto fatta dal prof.Masiero.
    Come si vede nei cmmenti sopra(link etc..)Boncinelli,Pievani et al.rispondono alla cosa in maniera più filosofica che altro o comunque fortemente ipotetica che altro

    Riporterei in particolare questa frase:
    “Le strutture dell’intelligenza sarebbero, in questo senso, il frutto di una deriva evolutiva singolare, l’esito di una sequenza di eventi contingenti e irreversibili, un’emergenza tardiva e improvvisa innescata da un piccolo cambiamento.
    Se davvero siamo figli di ingegnosi exaptation morfologici, la nostra natura attuale è più dipendente dai mutamenti climatici imprevedibili che hanno deviato il corso delle ramificazioni del nostro cespuglio che non da tendenze evolutive progressive.”

    Analizzando ed incrociando i vari punti espressi da vari neodarwinisti sembrerebbe che in una piccola popolazione mutazioni selezionate in quanto vantaggiose possano aver portato seco una mutazione che solo dopo per altre contingenze varie si rese,e c’entra molto lo sviluppo del linguaggio,vantaggiosa.
    Questo per dirla molto ma molto semplicemente.

    Io credo Enzo che un bell’articolo sulla cosa starebe veramente molto bene.

    • Giorgio Masiero on

      Già, Leonetto! Secondo questa “estensione” del darwinismo, detta anche exaptation, ai due tradizionali agenti (caso e selezione naturale) dovremmo aggiungere un terzo: un gran colpo di c… accaduto nel passato remoto!
      Ma questa congettura del c. remoto è falsificabile?!
      Siamo al ridicolo, mi pare, non solo in termini di scienza, ma anche di filosofia, che merita più rispetto.

      • Come spero immaginerà mi trova facilmente d’accordo.
        Certe affermazioni ricordano poi delle super caz..le di Amici miei..concordo anche sul fatto di essere un po’ nel ridicolo,ovviamente quanto ad affermazioni eh,nulla sulla /e persona/e che le fanno.
        Tutto quanto concerne la “contingenza” nel suo senso più esteso l’abbiamo affrontato in diverse occasioni e forse ci sarà da ridirne anche in dettaglio.
        Vorrei però conoscere le argomentazioni su chi non si trovasse d’accordo.
        http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Exaptation_Il_bricolage_dell_evoluzione.aspx
        Ad ogni modo anche far passare che con il bricolage si raggiungano certi livelli di progettazione,che spesso trapela qua e là, la trovo un’affermazione largamente discutibile.

        • Giorgio Masiero on

          Ho letto al link: fantasia e poesia di basso livello, noiosa. La scienza è altro.

        • Giorgio Masiero on

          Il caso è, per definizione, infalsificabile, Enzo: come si fa ad immaginare un esperimento che mi vieti di pensare che A è accaduto “per caso”?
          Con l’exaptation, il darwinismo si cautela anche contro la falsificazione della selezione naturale: come si fa a mostrare un’evidenza empirica B che falsifichi la selezione naturale (per es., l’effetto Ramanujan), se il darwinista ti risponde: beh, se B è una macromutazione che non serviva “allora”, potrà sempre servire in futuro!
          Con l’exaptation, il darwinismo si chiude a corazza come una tartaruga, diventa infallibile,… ma perde ogni carattere di scientificità. Aveva ragione Boncinelli: Einstein si può criticare, Darwin no. Fine della discussione.

  4. Pingback: L’oltraggio « Calcydros

  5. Giuseppe Cipriani on

    Le rispondo, prof. Masiero,

    ma non sono né un filosofo né uno scienziato e non vedo molto logico (se non per la soddisfazione?! di mettermi in imbarazzo) che lei continui a chiedermi conto di cose che vanno al di là delle mie umili competenze e del mio semplice evidenziare, da uomo della strada, una questione per me stridente. Se poi questo è davvero frutto di confusione intellettuale, spero che, magari anche per merito suo (perché no?), non duri ancora a lungo.

    Entro brevemente nel merito di alcune sue affermazioni perentorie.

    “1. Noi non abbiamo mai criticato gli scienziati ed i filosofi non credenti che credono che l’universo sia nato dal caos, ma soltanto coloro che IN NOME DELLA SCIENZA affermano che l’universo è nato dal caos.”

    A questo riguardo, per coerenza, dovreste conferire al caos la stessa dignità che conferite al non-caos. Invece questo non avviene, in quanto siete insistentissimi nel voler dimostrare (scientificamente?) che il caos è impossibile. Mi sfugge qualcosa?

    “La prego quindi di non annoverarmi tra i creazionisti scientifici.”

    Invero faccio fatica, soprattutto se prendo come oro colato la sua successiva affermazione:

    “2. Io credo a tutti i dogmi della mia fede, nessuno escluso, e nessuno di essi considero in conflitto con la ragione… Se ha qualche dogma che secondo Lei mi dovrebbe mettere in difficoltà, me lo sottoponga e Le risponderò.”

    Le cito solo il più conflittuale. Lei DEVE credere in una coppia (e ribadisco una coppia) di umani che ha dato origine a tutto il genere umano. Lei crede questo? E se sì, come fa a non ritenerlo in contraddizione con la scienza che dimostra chiaramente che ciò non è possibile? Il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: “Finché fosse rimasto nell’intimità divina, l’uomo non avrebbe dovuto né morire, (Gn 2,17; Gn 3,19) né soffrire (Gn 3,16). L’armonia interiore della persona umana, l’armonia tra l’uomo e la donna (Gn 2,25), infine l’armonia tra la PRIMA COPPIA e tutta la creazione costituiva la condizione detta «giustizia originale»” (CCC 376). Come vede, il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di prima coppia. La prima coppia (Adamo ed Eva) non è linguaggio simbolico…

    “Ho sempre posto infatti ai miei colleghi atei, senza mai avere avuto una risposta, il “dubbio” che assalì Darwin negli ultimi anni della sua vita: “Mi sorge sempre l’orrendo dubbio se le convinzioni della mente umana, che si è evoluta da quella di animali inferiori, siano di qualche valore e meritevoli di credito. Chi si fiderebbe delle convinzioni della mente d’una scimmia, ammesso che ne abbia?” (Dalla lettera del 3/7/1881 di Darwin a William Graham). Lei, Cipriani, che risposta mi darebbe?”

    Non si prende in considerazione il Darwin scienziato ma, quando fa comodo, il Darwin filosofo (e pensare che viene etichettato anche come impostore!?)… Da povero ignorante le potrei dire che chi sfodera lo spauracchio del “riduzionismo” ha semplicemente il problema di giustificare l’inserimento del soprannaturale dove non ve n’è alcun bisogno… (non è una frase mia ma rende bene il mio pensiero).

    Cordialità

    • “come fa a non ritenerlo in contraddizione con la scienza che dimostra chiaramente che ciò non è possibile”
      Dimostra chiaramente?? Illustracelo per favore.

      Piuttosto, Giuseppe, è accettato unanimemente anche da scienziati atei che l’avvento dell’uomo sulla Terra rappresenta un evento talmente improbabile, con un salto talmente enorme rispetto a tutti gli altri animali, da rappresentare un vero enigma. Un salto ontologico, appunto. Tanto quanto, se non di più, dalla materia inanimata a quella vivente.
      E tu, a nome della ‘scienza’, vorresti farci credere che questo avvenimento ‘impossibile’ si sia verificato, non una, ma molte volte, in posti differenti, magari in epoche diverse e senza contatti, come nulla fosse!
      Ma chi è che dice di non credere ai miracoli?

      Tra l’altro chi è obbligato dai suoi preconcetti non è un credente, ma proprio un ateo!
      Infatti, ad esempio, di fronte a fatti inspiegabili come i miracoli -non solo quelli del passato, ma perfino quelli attuali e constatabili-, un credente non esclude nessuna possibilità anche perché non ha nessun bisogno di essi per poter credere, al massimo possono essere una conferma alla sua Fede. Meno che mai la Chiesa impone di crederci, anzi.
      L’ateo invece no. Per lui è assolutamente necessario negare qualsiasi ipotesi di intervento soprannaturale, pena la catastrofe assoluta per la sua vita, l’ammissione cioè che tutte le sue idee erano totalmente sbagliate.
      E spesso si assiste a penosi voli pindarici per negare l’evidenza a favore dei propri pregiudizi.
      E meno male che si dichiara libero pensatore!

      Ma si sa, da Hegel in poi se i fatti non coincidono con le nostre idee, tanto peggio per i fatti!

      • ” non è un credente, ma proprio un ateo!”

        frank,
        come c’è stato modo di osservare anche di recente un ateo è un credente.
        á-theos significa negazione del theós, negazione di Dio.La relazione della negazione prende significato da ciò che si nega.Tecnicamente perfino buddisti ,animisti etc..potrebbero venir considerati atei.
        E poi nell’ambito di ogni fede chiunque ne professi un’altra è ateo per quella fede.Ovvero l’ateismo può essere definito solo in base alla concezione del Dio che viene negato o si intende negare, e modellarsi di conseguenza in modi diversi.
        Certo,è consuetidine considerare credente teisti,deisti,animisti etc etc..quindi è anche chiaro ciò che vuoi dire con ateo.E’ consuetudine.
        Però,in vero,i non credenti sono gli agnostici,gli ignostici,gli indifferenti etc..ma non gli atei.
        La stessa Hack(che è presidente onorario dell’UAAr e referente del CICAP,come ho recentemente riportato ha dichiarato che:
        ““Io non credo, però penso che anche l’ateismo sia una fede. Nel senso che non posso dimostrare né che Dio c’è e neppure che non c’è. L’idea di Dio non mi soddisfa””
        Entrando più nell’argomento di cui sopra fa comodo gettare anche un occhio ad alcuni pensieri di Lewontin e Dawkins.Si è venuto infatti formando il clichèsecondo cui il pensiero scientifico per essere valido debba basarsi sull’ateismo:

        “Noi difendiamo la scienza nonostante l’evidente assurdità di alcune delle sue affermazioni e la tolleranza della comunità scientifica per delle favole immaginarie… perché abbiamo un impegno materialista aprioristico… Non è che i metodi e le istituzioni della scienza ci obbligano ad accettare una spiegazione materialista dei fenomeni, ma al contrario, siamo costretti dalla nostra adesione aprioristica alle cause materiali… Questo materialismo è assoluto, perché non possiamo permettere l’accesso a Dio.”

        -Richard Lewontin-

        Ed il darwinismo divenne un modo per cercare di mascherare una certa ideologia come scienza e cercare di dimostrare come tutto fosse dovuto a meccanismi casuali che solo per coincidenze,casualità,contingenze fortuite ,aleatorie,forzando la visione per cui sarebbe impossibile vedere una qualsiasi finalità.

        “Per quanto l’ateismo possa esser stato logicamente sostenibile prima di Darwin, soltanto Darwin creò la possibilità di adottare un punto di vista ateo con piena soddisfazione intellettuale.”

        -Richard Dawkins-

        La teiera di Russel,il drago nel garage e quant’altro,solitamente proposti come argomento per attribuire certe caratteristiche al credere in Dio e al non crederci in verità sono viziate.
        Infatti, per esempio,si legge:

        “[..]ciò che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, perché Dio lo ha loro manifestato. Infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, essendo evidenti per mezzo delle sue opere fin dalla creazione del mondo, si vedono chiaramente,affinché siano inescusabili.”
        -a’ Romani 1:20-

        Il Dio Creatore Rivelato differisce da tali “rebus logici” quali la teiera ed il drago perchè possiede certe caratteristiche che non sono riconducibili ad un “God of Gaps”.
        Uno può pensare che le leggi che regolano l’universo,la fisica siano apparse in maniera fortuita “casuale”, che anche se non si riesce a determinare come, qualsiasi sistema,organismo,caratteristica complessa possa essere ridotta a quualcosa di semplice che poi in qualche modo si sia evoluto in qualcosa di complesso ,ma senza poterlo dimostrare e non c’è nulla di ciò che osserviamo che vediamo realizzarsi senza un progetto dietro.

        In certe cose chi crede in Dio cercherà il come siano avvenute cose all’interno del suo credo,l’ateo farà la medesima cosa.L’agnostico,l’ignostico,l’indifferente cercheranno anch’essi la stessa cosa senza avere un credo..

        P.S.
        Non trovo traccia di dogmi cristiani nè cattolici per cui uno scienziato si trovi in difficoltà a fare ciò che fà nella ricerca o nel suo lavoro professionale.
        Forse questo è n pensiero che si ha perchè si ignorano aspetti legati a tali fedi ma si ha solo una visione costruita su cliches…

      • Cipriani.
        Sbagliato. Non si può mettere a confronto un’idea caotica di universo con un’idea ordinata di universo. La seconda è scientifica mentre la prima no. Perché lei confonde i piani d’azione, sarebbe stato pertinenti un commento nel quale lei avvalorava l’idea di un Autore di quest’ordine naturale al pari di chi non ce lo vedeva.

    • Giorgio Masiero on

      Le rispondo una questione alla volta, Cipriani, anche perché esse sono collegate.
      Lei dice: “A questo riguardo, per coerenza, dovreste conferire al caos la stessa dignità che conferite al non-caos. Invece questo non avviene, in quanto siete insistentissimi nel voler dimostrare (scientificamente?) che il caos è impossibile. Mi sfugge qualcosa?”.
      Sì, Le continua a sfuggire la differenza tra metodo scientifico (che è fondato sui numeri) e metodo filosofico (che si basa sul linguaggio); le sfugge il fatto che nessuno di noi vuol dimostrare che il caso [non caos: è stato un lapsus calami da parte mia] è impossibile, ma solo sostenere che c’è un caso scientifico (quello predicibile, quantificabile, misurabile), usato dalle scienze naturali con la statistica, la meccanica quantistica, la teoria delle probabilità, ecc., usato anche in economia, dalle assicurazioni, in industria, ecc.. E c’è un caso filosofico, che non è quantificabile, né predicibile, né misurabile, ma solo la rappresentazione verbale di una forza cieca.
      Esempio. Quando si parla di radioattività, la meccanica quantistica non può prevedere quando un singolo isotopo decade, ma può predire con quale probabilità decade in un dato tempo. Come un’assicurazione non può prevedere la vita di un singolo, ma la vita media in una popolazione. Così la MQ può prevedere la “vita media” di un isotopo, cioè dopo quanto tempo una data quantità di materiale radioattivo decade per il 50%. Questo è caso scientifico.
      Quando invece Monod afferma che la vita è nata per caso nell’Universo (o Hawking che l’Universo è nato per caso dal nulla) fa un’affermazione filosofica, perché di fatto il primo afferma solo la nostra ignoranza di come la vita sia sorta, non è in grado di proporre nessun meccanismo, né un possibile esperimento di corroborazione/falsificazione, e quindi la sua affermazione non ha nessuna validità scientifica (nel senso galileiano che ho illustrato nell’articolo “L’uso ideologico della biologia”), altrettanto di quella di un credente che pretendesse di spiegare l’origine della vita affermando che è stata creata da Dio.
      Al contrario di quello che Lei afferma, io assegno “la stessa dignità” (per usare le Sue parole), al caso filosofico come al suo opposto (il Disegno teologico): zero scienza, filosofia pura.
      Questo Le è chiaro? Si è letto, Cipriani, i miei due articoli (I 3 salti dell’essere e L’uso ideologico della biologia) dove parlo estesamente del caso scientifico/caso filosofico, e magari vorrebbe intervenire lì con le sue eventuali domande o contro-osservazioni sul caso?
      Possiamo andare avanti?

      • Giuseppe Cipriani on

        Intanto grazie, prof. Giorgio Masiero, sia per il tono conciliante che per la estrema chiarezza dell’esposizione. Può andare avanti, e se alla fine proverò a dire ancora la mia (sperando di smussare alcune asperità che ci dividono, probabilmente per mie lacune), in ogni caso sarà sempre nell’ottica di cercare di capire.

        Grazie di nuovo e un caro saluto

        Giuseppe

        • Giorgio Masiero on

          No. Cipriani, non posso andare avanti, se prima non concordiamo sul significato dei termini; in particolare sul significato di “verità scientifica”, sui metodi ed i limiti della scienza naturale, e sulla loro differenza da quelli della “logica”, della “matematica” e della “filosofia”. Come potrei altrimenti contestarLe l’attributo che Lei tende ad attribuirmi (e che io aborro) di “creazionista scientifico”? come potrei dimostrarLe che non c’è alcun contrasto tra i dogmi della mia fede e la “scienza”, se non siamo d’accordo sul significato di scienza?
          La invito a leggere attentamente la definizione di scienza che dà Galileo (nel mio articolo sull’Uso ideologico della biologia) e solo dopo, se siamo d’accordo, procederò. Se Lei invece non è d’accordo con Galileo e Newton e Bayres (o con la mia interpretazione di essi), apra un dibattito in quella sede.

          • Giuseppe Cipriani on

            Va bene, professore; anche se, a rigor di logica, l’eventuale sua “dimostrazione” potrebbe essere fatta a prescindere da quel che penso io… Ma va bene, leggerò e le dirò se concordiamo sulle premesse.
            Intanto direi che accettare da parte sua di assegnare “la stessa dignità” al caso filosofico come al suo opposto (il Disegno teologico) è una buona partenza, che anche taluni utenti di CS dovrebbero tenere ben presente.

          • Giorgio Masiero on

            Se dobbiamo fare un certo tratto di strada insieme, Cipriani, La prego di non uscire dal contesto e di non fare estrapolazioni. “Stessa dignità” è un’espressione da Lei usata, che io ho condiviso nel significato preciso che 1) entrambe le assunzioni non sono scientifiche e 2) entrambe le assunzioni sono puramente filosofiche. Solo in questo recinto, epistemologicamente neutro, io posso associarmi al Suo invito agli altri utenti di CS.

          • “Intanto direi che accettare da parte sua di assegnare “la stessa dignità” al caso filosofico come al suo opposto (il Disegno teologico) è una buona partenza, che anche taluni utenti di CS dovrebbero tenere ben presente.”
            G.C.
            “entrambe le assunzioni sono puramente filosofiche. Solo in questo recinto, epistemologicamente neutro, io posso associarmi al Suo invito agli altri utenti di CS.”
            G.M

            Una cosa,non posso parlare a nome di tutti gli utenti di CS,ma posso dire sicuramente della linea che tiene il blog,che poi è un principio valido in linea generale ed oggettivo.
            In ognuna delle volte in cui si è presentata occasione sono stati messi sullo stesso piano,ossia extra-scientifico.Anzi si è anche specificato come anche l’ateismo fosse una fede.
            E’ ovvio,direi banale,che uno crede che il suo credo sia vero.Lo crede l’ateo,il cristiano,l’ebreo,il cattolico..sa,o dovrebbe sapere,che sono tutti sullo stesso piano ma per suoi motivi crede al suo,motivi che eventualmente,se ci fosse motivo di esplicitare,espliciterà..
            Oppure uno non crede ed allora sarà agnostico,ignostico,indifferente,scettico etc..
            Non mi sembra siano stati posti su piani differenti nè da articoli,nè da utenti.

  6. E’ fin troppo educato il prof. Masiero… perché purtroppo il “povero” docente universitario deve sempre rispondere alle stesse provocazioni velate. Almeno fossero qualcosa di nuovo, avessero consistenza. Sono tecnicamente ca**ate.
    Eppure vengono proposte metodologicamente dopo vari ricicli per disturbare gli articoli dalle verità che essi ci evidenziano.
    Insomma in soldoni, Cipriani avete stancato.

      • Giorgio Masiero on

        “Se ho stancato ‘vi’ mando a quel paese”: Lei non mi ha stancato, Cipriani, e quindi suppongo di non rientrare tra coloro che Lei manda a quel paese!

      • Giuseppe Cipriani on

        In effetti, sento di essere un pesce fuori dell’acqua qui… Preciso a me stesso, per precisare ai bene educati…

        L’idea di un essere necessario è assurda, e per questa ragione è inconcepibile che ci possano essere o si creda che esistano esseri contingenti. Sono analisi prive di significato. E al pari è assurdo porsi il quesito della causa del mondo… Amen.

        E adios

        • stò cò frati e zappo l'orto on

          Cipriani scusami ma secondo me non sai “sfruttare”le occasioni.Hai l’occasione di porre delle domande interessanti al Prof.Masiero e invece continui a litigare inutilmente con (quasi)tutti.
          Preparati almeno 3 super domande,studiale bene.
          L’importante che siano attinenti alla Professione di Masiero.Se le hai già formulate,ripresentale con cura e dai modo anche a noi pubblico di seguirvi.Hasta luego.

          • Giuseppe Cipriani on

            Ciao stò, lo sai che ti voglio bene. La tua saggezza è superiore alla mia. Le domande, magari impropriamente, le ho poste, alcune risposte le ho avute, le altre le immagino, non ci vuol molto. Per me è difficile rimanere in un ambiente “ostile” (e spero che questo termine virgolettato sia letto nel modo corretto). Ci avrò messo del mio, indubbiamente. Ma non si può sempre essere perfetti. Spero che ci sarà qualcun altro a porre domande, non voglio credere che il pubblico di CS sia tutto qui.

            Adios

          • Ma se te ne dovevi andare: vattene. Inutile giocarsi il jolly della “cacciata” non ci crede più nessuno! Poi uno che scrive “vi mando gentilmente…” si attiene allo stile che merita… tutto questo modo di fare senza cognizione di causa, oltre misura è ridicolo.

          • stò cò frati e zappo l'orto on

            Rileggi quando vuoi il mio commento delle 20:58.

            Ti risparmio altre parole inutili.

            E ti saluto con affetto immutato.

            Hasta Luego.