Quella strana cena

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Il Britannia, alcuni osservatori vedono un parallelismo tra quanto avvenne sullo yacht della famiglia reale britannica nel ’92 e la cena a casa Scalfari.

 

Napolitano, Draghi, Boldrini e il Premier Letta a cena a casa del Papa laico Scalfari.

 

Più che una cena un Requiem.

 

 

 Due articoli apparsi rispettivamente sul Giornale a firma di Paolo Guzzanti e sul sito Movisol parlano di una cena dai risvolti preoccupanti avvenuta a casa del fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. I titoli rispettivi sono eloquenti: Ma quante trame a casa Scalfari con Letta, Napolitano e DraghiL’UE trama un altro golpe in Italia per prorogare lo “stato di necessità”.

 

DI PAOLO GUZZANTI
ilgiornale.it

Mancava soltanto Francesco, il Papa. Lo aspettavano per il caffè ma poi ha dato buca. Tutti gli altri erano lì: il signor presidente della Repubblica, il signor presidente del Consiglio dei ministri, il signor presidente della Banca centrale europea.

Quanto all’anfitrione non poteva che essere lui: Eugenio Scalfari, l’uomo di gran lunga più onnipotente di Dio, cui non crede ma da cui ha comunque ottenuto un voucher per l’eternità – just in case – proprio dal commensale assente, il papa argentino. Non conosciamo la disposizione dei commensali (anche se immaginiamo Giorgio Napolitano a capotavola) e ignoriamo tutto del menù. Non ci sembra invece difficile indovinare i temi della conversazione, dato il consesso e lo stato delle cose, ovvero la situazione politica.

Pur giocando a mosca cieca con i dettagli, ci sono un paio di considerazioni che vorremmo fare.

Il presidente della Repubblica è la più alta istituzione di garanzia del Paese. È il garante dei garanti, il super partes fra i super partes, un equilibrista in equilibrio. O, almeno, dovrebbe. E da chi va a cena? Dal venerando Eugenio Scalfari, creatore e signore di ebdomadari e gazzette quotidiane di gran successo, nonché di teorie sulla latente esistenza sia di Dio che del suo Io (cui dedicò con successo un suo libro) ma più che altro il campione incontrastato dell’antiberlusconismo, benché gli sia capitato nella sua lunga vita persino di intrattenersi ad Arcore alternandosi al pianoforte con l’odiato Cavaliere.

Insomma, al di là della scelta dei vini e dei contorni, quel che colpisce di questo simposio (rivelato ieri dal Fatto Quotidiano) è che almeno due figure centrali per il loro ruolo di garanzia – Napolitano e Draghi – piluccavano e sorseggiavano nella magione del principe e decano dell’antiberlusconismo più militante e quasi militare.

Dunque, non era certo in campo neutro che il garante della Costituzione e quello della Banca centrale si sono trovati insieme al presidente del Consiglio, il quale ultimo, pur non essendo un garante istituzionale è tuttavia un garante di fatto visto che concentra in sé la funzione di una alleanza in atto, che sostiene un governo non ancora sfiduciato. Non vorremmo essere nei suoi panni, ma i suoi sono comunque i panni di un garante.

Garante l’uno, garante l’altro e garante l’altro ancora: eccoli lì tutti a cena da Eugenio. Domanda ai lettori: c’è per caso qualcosa che non va, che non suona bene in questa faccenda? Sì, d’accordo, Scalfari si può permettere l’ego smisurato che ha, e si nutre soltanto di ospiti adeguati alla sua dieta. Ma gli altri? Perché il capo dello Stato, garante della Costituzione, era a discutere di politica – e di che cos’altro sennò? – con un giornalista schierato su uno dei due fronti politici? E che cosa ci faceva Mario Draghi? E che cosa Enrico Letta, in partenza per gli Usa? Non ci vuole molta fantasia: Eugenio dirigeva l’orchestra non facendo mancare la sua devozione a Napolitano; Draghi parlava poco e annuiva molto, Letta non poteva frenarsi dall’esprimere la sua esausta frustrazione.

Provando a immaginare la cena, ecco che un’altra immagine ci si è parata davanti: quella del panfilo Britannia a bordo del quale nella primavera del 1992 – annus horribilis di Falcone, Borsellino, Tangentopoli e molto altro ancora – fu avviata la svendita dell’Italia.

Così almeno vuole la vulgata, solida e ben fondata. Ventuno anni fa a bordo di quel naviglio c’era anche il giovane Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta (sponsor e mentore di Enrico Letta) e tanti altri banchieri, affaristi, venditori, acquirenti, maneggioni e speculatori d’ogni risma. Dopo quell’allegra crociera il 48 per cento delle aziende italiane passò di mano ad aziende straniere, la lira svalutò e il Paese si avviò in un declino pilotato.

Lungi da noi l’idea che l’abitazione di Scalfari galleggi e bordeggi come un panfilo e non sarà certo qualche elemento di continuità, come la presenza allora e oggi, di Mario Draghi a farci velo e indurci a similitudini forzate. Ma conosciamo i nostri polli a cominciare dal variopinto gallo Scalfari. E possiamo essere sicuri che nel corso del sobrio banchetto (persone d’età, stomaci delicati) si sia parlato più di futuro che di passato e che si siano gettate le basi sul da farsi prossimo venturo. La crostata a casa Letta (Gianni in questo caso) a confronto era una minestra della Caritas.

Ora, uno può invitare a casa sua chi vuole e chiunque è padrone di accettare qualsiasi invito. Ma la densità, la qualità e l’attualità delle persone concentrate davanti alla stessa tovaglia imbandita ci dice che è proprio il fatto in sé ad apparire improprio, criticabile e fuori dalle regole, specie considerando che quei quattro commensali sono persone che fanno del rispetto delle regole una ragione di vita. Ecco quindi che qualsiasi cosa sia accaduta, qualsiasi cosa sia stata detta in quella cena per il solo fatto che si sia svolta nella casa privata di un campione politico, oltre che giornalistico, impone uno stato d’allarme. Il capo dello Stato, il capo del governo e il capo della Bce hanno accettato di riunirsi sotto la tenda del canuto maresciallo di uno dei due eserciti in battaglia per brindare e fare piani. Nessuno dica dunque che non è accaduto nulla: non basterà un digestivo per digerire questo inquietante simposio…

 

 

3 ottobre 2013 (MoviSol) –

Enrico Letta ha superato il voto di sfiducia di mercoledì anche grazie ai meccanismi di “stabilizzazione” politica messi in atto da Bruxelles. Tali meccanismi sono atti ad assicurare che saranno prese decisioni conformi allo “stato di necessità” decretato dall’UE. Ciò significa che le elezioni vanno evitate a tutti i costi e che il golpe avviato con la nomina di Mario Monti deve proseguire, per assicurare che gli italiani si immolino per salvare l’euro.

La strategia è stata messa a punto in una cena privata il 20 settembre a Roma, che ha visto attovagliarsi a casa di Eugenio Scalfari Mario Draghi, Enrico Letta, Giorgio Napolitano e Laura Boldrini, tutti membri della corrente spinelliana del partito britannico.

Due giorni dopo, Scalfari ha impartito gli ordini di marcia in un editoriale su La Repubblica. Dopo aver sentenziato in puro stile fascista illuminato che “la massa non fa progressi”, Scalfari lancia l’allarme: si sta cercando di mettere in discussione “l’esistenza dello stato di necessità” che giustificò il governo UE-diretto di Mario Monti prima, e di Enrico Letta poi, scrive il fondatore del giornale di De Benedetti. C’è il rischio che Letta sia costretto dai ricatti di Berlusconi ad adottare una politica di anti-austerità (anti-euro). Ma, conclude Scalfari, Letta, Napolitano e Draghi “sono i nostri tre punti di forza, che hanno l’Europa come obiettivo preminente per l’avvenire di tutti. Se questa realtà è chiara, occorre operare, ciascuno nell’ambito delle sue competenze, affinché si realizzi”.

Ciò che il partito britannico teme è che il sentimento anti-austerità nella popolazione italiana – che Berlusconi sicuramente sfrutta per salvarsi, ma questo è solo una complicazione per gli smarriti – possa sfociare in un definitivo voto anti-euro in caso di nuove elezioni. Già il fronte anti-euro si sta organizzando su scala pan-europea. Il 23 settembre a Roma si è tenuto il primo incontro degli euroscettici del nord e del sud. Hans-Olaf Henkel dalla Germania e Brigitte Granville (Francia e UK), si sono uniti ai prof. Giuseppe Guarino, Alberto Bagnai, Claudio Borghi e altri accademici in una conferenza pubblica. Il prof. Guarino, relatore principale e presidente del convegno, ha denunciato il fatto che la politica di zero deficit dell’UE non solo è sbagliata, ma è illegale persino sotto la stessa legge dell’UE.

Per giustificare l’illegalità, l’UE ha costantemente usato l’argomentazione dello “stato di necessità”, che secondo Karl Schmitt autorizza a sospendere la costituzione. Lo stato di necessità è dettato dall’imperativo di salvare il sistema oligarchico. Nell’estate del 2011, l’UE ha creato uno stato di necessità per l’Italia manipolando il valore dei suoi titoli di stato. La BCE ha prima lasciato cadere i titoli, ed è intervenuta successivamente ad acquistarli per sostenere il governo Monti. Si ripeterà il giochetto con Letta? È questo che Draghi ha discusso nella cena delle trame? Il suo annuncio al Parlamento Europeo che la BCE è pronta ad un’altra mega-iniezione di liquidità per le banche (LTRO) ha a che fare con questo? Che ha chiesto Draghi in cambio ai suoi commensali?

Il Financial Stability Assessment del FMI per l’Italia, rilasciato il 27 settembre, raccomanda l’applicazione del bail-in (prelievo forzoso) per soccorrere le banche italiane. È quanto ha chiesto Draghi? O si è limitato a sollecitare le privatizzazioni, in consueto “stile Britannia”?

 

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

4 commenti

  1. in effetti l’Italia (e l’Europa tutta) si trova innegabilmente in uno stato di necessità, nello stato di necessità di liberarsi da questi personaggi.

    In teoria, delle persone intelligenti, dopo aver provocato tali disastri cercherebbero una via di uscita “dolce” e cercherebbero di mantenere un profilo basso e farsi dimenticare, ma quando l’orgogli, la sovrastima di sè stessi e la protervia che ne deriva sovrasta come una montagna l’intelligenza (per quanto grande, o piccola essa sia) ecco che coloro vengono presi dalla “Sindrome di Ceausescu”, d’altra parte “quos Deus vult perdere, dementat prius” per cui sia come sia se non si autorimuoveranno astutamente sarà comunque la storia a rimuoverli violentemente.

    • “in effetti l’Italia (e l’Europa tutta) si trova innegabilmente in uno stato di necessità, nello stato di necessità di liberarsi da questi personaggi.”

      Da incorniciare…

      Per il resto caro valentino d’accordo su tutto, come sempre.
      Che sia il voto o la storia a rimuoverli, spero solo che facciano presto.

  2. Mi trovo completamente d’accordo sulla necessità di liberarsi di questi personaggi. Hanno fatto tanti danni ed ancora perseverano! Li comprendo: hanno i loro interessi e sono legati da forti fratellanze. Dubito che se vadano presto, al momento ci sono più probabilità che la maggioranza degli italiani, nel giro di pochi anni, sia costretta a coltivare qualche ortaggio per sfamarsi.
    La democrazia parlamentare è stata completamente calpestata: siamo finiti in una via di mezzo tra una Repubblica presidenziale ed una Monarchia.
    Infine una domandina facile, facile: se quella cena, anziché a casa di Scalfari, si fosse tenuta presso quella di Vittorio Feltri, cosa sarebbe successo?

    P.S.: non completamente d’accordo su Ceausescu, prima vittima di una rivoluzione
    mediatica, “colorata”,basata su bufale. Voluta da Gorbaciov per mettere al potere persone di sua fiducia.Ad esempio, la strage di Timisoara, mai avvenuta. Presero cadaveri dai cimiteri e dagli obitori, li sventrarono, li mostrano alle telecamere delle tv occidentali e fecero finta che erano vittime del regime. Lo schema fu perfezionato ed usato in seguito, con le opportune variazioni, in molti altri casi.

    • Magari fossimo tra una Repubblica presidenziale e una Monarchia, direi che siamo in un’oligarchia mascherata da democrazia.
      Un esperimento nuovo nella storia, e noi purtroppo ne facciamo parte.
      La cena a casa Scalfari è ancor più scandalosa per la normalità con cui la cosa è passata o, peggio ancora, per il modo in cui non se n’è parlato. Il paragone con un’ipotetica cena a casa Feltri rende una chiara idea della situazione.