Intervista a Dario Marino

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Chi conosce la storia del Meridione d’Italia sa bene che il sottosviluppo di questa terra appartiene alla storia dello sviluppo del capitalismo nazionale.

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CS: Dottor Marino, “L’Annessione” potrebbe a prima vista sembrare un libro semplicemente revisionista del tormentato processo che portò all’Unità d’Italia. Sappiamo bene che questo genere di operazioni non sempre nasce da una seria ricerca storiografica, ma bensì risponde spesso ad esigenze politiche contingenti, più o meno lecite. Cosa ne dice, è questo il caso?

 

R.: Credo che le esigenze politiche contingenti siano sempre presenti nelle narrazioni degli eventi del passato. La storia assume un senso sempre in relazione a come la stiamo immaginando nel presente; o per meglio dire, in relazione, più o meno conflittuale, con i valori dominanti del presente. La cosiddetta storia ufficiale ha avuto una chiara esigenza politica: legittimare i dominatori di ieri e soprattutto quelli di oggi, mentre condannava all’oblio la memoria dei vinti. La storia ufficiale del Risorgimento è stata la visione del passato dal punto di vista e negli interessi della classe dominante che ha così creato uno specchio attraverso il quale guardare l’immagine di un “ordine” nel decorso della storia nazionale. Il tentativo di recuperare e salvaguardare la gloria e i fasti di un passato irrimediabilmente trascorso, ha condotto innanzitutto all’eliminazione di un’enorme porzione di storia a favore di pochi fatti, celebrati e abbelliti fino a farne dei monumenti. Nietzsche definirebbe la storia ufficiale del Risorgimento come una storia monumentale che ricostruisce il passato nello splendore di un monogramma essenziale e lo avvicina alla “libera invenzione”. Invece, dei “vinti” della storia spesso non conosciamo i nomi e le facce: un avvicinamento emozionale a essi sarebbe più difficile di quello che avviene fin da bambini nei confronti dei vincitori, dei “grandi” uomini di cui i libri di scuola ci consegnano dettagliatamente gli stati d’animo nei momenti distinti della loro vita. Attraverso questo libro ho cercato di guardare al passato con accortezza e profondità per mettere in luce le ferite e le cicatrici nascoste sotto la superficie apparentemente liscia della storia. La mia esigenza politica contingente è rappresentata dalla convinzione che solo a partire da una visione radicalmente distinta della storia sarà possibile comprendere meglio la società esistente e cambiarla dalle sue radici più profonde. La ricostruzione del fenomeno non segue i canoni logori di chi vuole far prevalere una verità rispetto ad un’altra, ma è il frutto di un’accurata disamina della letteratura sull’argomento e della raccolta di un insieme quanto mai ampio e organico di fonti (archivi di Stato, archivi militari, testimonianze della tradizione popolare) spesso inedite. “L’Annessione” propone una visione articolata delle diverse cause all’origine del complesso fenomeno passato alla storia come “brigantaggio” che sconvolse la vita del Mezzogiorno d’Italia tra il 1860 e il 1870. Il “revisionismo” ha la debolezza intrinseca scaturita dal fatto che revisionando la “storia ufficiale” dipende da quest’ultima, spesso in toni polemici, mentre io tento invece di scrivere una nuova interpretazione della storia e non dipendere da quella ufficiale. Detto questo, è vero che alcune delle opere cosiddette “revisioniste” pubblicate negli ultimi anni presentano i “buoni” e i “cattivi” in opposti schieramenti della storia del brigantaggio, operando eccessive semplificazioni e non trasmettendo quella complessità che appartiene all’interpretazione di ogni vicenda umana. Ci si sofferma spesso sulle notizie a effetto e si accentuano arbitrariamente gli aspetti sensazionali. La coscienza storica del nostro Paese sull’Unità d’Italia è messa in pericolo dai due estremi che attualmente sviliscono il dibattito storiografico sul tema: i “monumenti” eretti dalla storia ufficiale nel corso dei decenni e i racconti deformati del giornalismo di carattere commerciale, degli articoli “sensazionalistici” sui social network, sottoprodotti della storiografia che la moderna società della comunicazione produce incessantemente.

CS: Un’eventuale accusa di revisionismo opportunistico apparirebbe dunque infondata. Stabilito ciò, dobbiamo a questo punto riconoscere che il lettore viene messo davanti a una serie di circostanze storiche capaci di incrinare quelle che sono diventate, per la maggior parte di noi, certezze assodate e indubitabili. Per esempio, ne “L’Annessione” il ruolo del brigantaggio nel processo unitario viene radicalmente riconsiderato: esso non è più visto come un fenomeno sostanzialmente criminoso, o tutto al più come una forma di sporadica ribellione oscurantista, ma piuttosto come una vera e propria guerriglia sistematica. Insomma il brigantaggio sarebbe stato, in gran parte, nient’altro che un legittimo partigianesimo in difesa di un territorio occupato (senza una formale dichiarazione di guerra, e per motivi meramente economici) da una nazione straniera, peraltro con il supporto occulto delle superpotenze dell’epoca. Vuole dirci qualcosa al riguardo?

R.: Dicevo che la storiografia risorgimentale si è costruita su una filosofia della storia nazionale, con l’idea che la storia perseguisse il fine supremo dell’unità nazionale e l’esistenza di un senso che guidava gli eventi e che li univa in una trama più generale. I pensatori di destra e della sinistra positivista hanno reso implicita l’amara illusione che il capitalismo e la realizzazione della società borghese nella sua forma di Stato Nazione siano state di per sé una conquista storica per tutta l’Italia e poco importava se si condannava all’oblio la memoria di una regione e di una classe sociale del Paese. Per questo motivo gli storici “unitaristi” hanno operato la riduzione del brigantaggio a mera espressione criminale, frutto delle pessime condizioni culturali e socio-economiche in cui versavano le province dell’ex Regno delle Due Sicilie. Bisogna, invece, analizzare il contesto in cui si svolge la vicenda del brigantaggio, caratterizzato da una molteplicità di conflitti: guerra di classe ma anche lotta legittimista; guerra in difesa delle tradizioni e della Chiesa, in una società intimamente intrisa dalla religiosità, ma anche resistenza contro l’occupazione piemontese. Attraverso la lettura delle fonti storiche emerge una resistenza popolare alla politica di “rapina” realizzata dai piemontesi nei confronti del Regno delle Due Sicilie, che non era quella “negazione di Dio” presentata dalla propaganda risorgimentale e riprodotta dai testi scolastici, ma neanche quell’Eden che vorrebbero diffondere gli scrittori neoborbonici. Allo stesso tempo il brigantaggio fu soprattutto una guerra sociale del povero contro il ricco, dei cafoni contro i galantuomini, che, in maggioranza, divennero i più acquiescenti sostenitori del nuovo regime, con la stessa fedeltà con la quale prima avevano servito i Borbone, nel momento in cui capirono che la destra moderata avrebbe difeso, con ogni mezzo e più tenacemente dei sovrani napoletani, i privilegi di classe. Il governo unitario nel Mezzogiorno delegò alle forze armate il difficile compito di “fare gli italiani”: la politica abdicò al suo ruolo e l’esercito condusse una “guerra sporca” contro i diseredati meridionali con quei mezzi che sembravano adatti a risparmiare energie ed uomini alle forze armate impegnate contro la guerriglia, in un momento in cui la sopravvivenza del nuovo regime era tutt’altro che scontata. Inoltre, mentalità dominante del positivismo del XIX secolo, con riferimento al successo dell’eugenetica e della fisiognomica tra i contemporanei, invece, permette di comprendere il clima culturale di razzismo tra le autorità civili e militari nei confronti dei ceti contadini meridionali, che contribuì a determinare i metodi draconiani (rappresaglie sulla popolazione, arresti arbitrari, fucilazioni sommarie, deportazioni di massa e il sistema del tradimento remunerato dalle autorità) con i quali si diresse la repressione nel Sud e a spiegare l’atteggiamento classista della direzione politica ed amministrativa nelle provincie meridionali.

CS: Quale fu e quanto fu importante il ruolo giocato dall’Inghilterra nel periodo immediatamente precedente all’Unità d’Italia?

R.. Io credo che fu fondamentale per diverse ragioni. è nota l’ostilità britannica verso il Regno delle due Sicilie, che mostrava eccessiva autonomia geopolitica, così come è risaputo l’interesse coloniale inglese nella questione dello zolfo in Sicilia e alla costituzione di una nuova nazione amica (e quindi subordinata all’Impero) per consolidare l’egemonia nel Mediterraneo. Più in generale, però, l’Inghilterra era interessata ad assicurare il successo di quel nazionalismo, sviluppato entro la cornice del liberalismo borghese, che avrebbe legittimato l’ordine sociale ed economico funzionale al progresso del capitalismo mondiale. Non bisogna dimenticare che la razionalità occidentale e capitalista nel secolo XIX, attraverso il capitale britannico e l’unione delle oligarchie dei paesi colonizzati, aveva imposto di annientare quegli elementi autonomi dei popoli sottomessi, considerati barbari e retrogradi, che avrebbero ostacolato l’espansione del capitalismo nel secolo XIX. Le società tradizionali con le loro economie “domestiche” ed autonome, con il loro comunitarismo, con le forme pre-capitalistiche delle relazioni sociali, rappresentavano barriere insormontabili alla creazione di nuovi mercati e a quella omologazione culturale che prese il nome di “progresso”. Nell’arco di venti anni avvenimenti come la lotta dei contadini del Sud Italia, le ribellioni delle comunità indigene del Sudamerica, la guerra della triplice alleanza in Paraguay, la guerriglia dei gauchos nell’entroterra di Argentina e Uruguay, la rivolta dei “giovani irlandesi” nel 1848, l’Indian Mutiny del 1857, la rivolta dei Taiping in Cina, benché diversi tra loro, rappresentarono tutti, in maniera più o meno diretta, resistenze armate a difesa di costumi e tradizioni millenarie contro quel processo traumatico di creazione del marcato globale, tentativo di assimilazione e manipolazione del colonialismo britannico di integrare ogni angolo del mondo alla modernità capitalista sotto la bandiera del progresso e della civilizzazione.

CS: Al di là del (presunto) supporto inglese, va detto che la Spedizione dei Mille non avrebbe probabilmente avuto alcun successo se Garibaldi non avesse ricevuto un consistente appoggio logistico da una parte della società meridionale dell’epoca. Di quale parte si trattò, e a quali fini – a Suo parere – questa ritenne opportuno di sostenere l’impresa garibaldina, e più in generale il processo sabaudo di annessione?

R.: L’Unità d’Italia è l’evento storico che sancisce il consolidamento del potere politico dei “galantuomini” meridionali e il loro desiderio di entrare nell’orbita del progresso storico. Cerco di spiegarmi meglio. I “galantuomini” meridionali, al pari della borghesia mercantilista e improduttiva e della borghesia terriera delle colonie del XIX secolo del Sud America, strinsero una sorta di patto neocoloniale con l’Impero che condannò alla miseria la moltitudine dei loro connazionali. In Italia, a questo patto neocoloniale si aggregano le leggi del colonialismo interno ai danni del Mezzogiorno. L’era del libero scambio cominciò a imporsi in Italia come nel resto d’Europa a partire dagli anni sessanta e settanta dell’Ottocento. Dopo l’Unità d’Italia fu estesa al resto del paese la tariffa sarda del 1851, voluta da Cavour. Essendo la tariffa più liberista fra quelle degli antichi Stati, essa provocò la crisi delle industrie meridionali, cresciute al riparo di una protezione essenziale per la loro crescita. Il protezionismo di Stato era l’unico modo per difendere l’economia nazionale, per fabbricare autonomamente quei prodotti che il mercato interno avrebbe richiesto. Il liberismo economico della Destra storica nel quindicennio seguente l’unità d’Italia distrusse l’economia meridionale di carattere domestico, consentendo, sia all’industria settentrionale, che ai prodotti dell’industria europea di invadere e conquistare il mercato meridionale. Ma cosa ebbe in cambio l’oligarchia meridionale da queste politiche coloniali? Fu l’avarizia nella conquista di terra e degli incarichi pubblici a determinare la miopia a lungo termine della borghesia meridionale che divenne responsabile, al pari del governo unitario, della nascita della cosiddetta “questione meridionale”. I galantuomini volevano risolvere a proprio vantaggio le questioni, quali le usurpazioni del demanio e gli usi civici negati, che da decenni, attraversati da guerre e disordini politici, li videro contrapposti ai contadini del Mezzogiorno d’Italia. La nuova legislazione italiana di fatto legalizzava le usurpazioni delle terre demaniali con una sorta di prescrizione per non inimicarsi i galantuomini “usurpatori”, che, nelle provincie napoletane, costituirono la classe dominante sostenitrice del nuovo regime. Il famoso meridionalista Guido Dorso, a tal proposito, scrisse: “[…] tutti i vecchi amministratori feudali, tutti gli arricchiti delle professioni liberali, tutti i massari imborghesiti, non ebbero di mira che impadronirsi delle terre feudali, demaniali, e anche di quelle allodiali, non per riattivarne il processo di produzione delle ricchezze e sviluppare i traffici, ma solo per dominare più agevolmente le plebi rurali ed impedirne la soddisfazione della loro tradizionale fame di terre”.

CS: Un’ultima domanda. Lei vive e lavora nel basso Cilento, a Sapri. Il nome di questa cittadina, come tutti sanno, è legato indissolubilmente a quello di Carlo Pisacane, l’artefice della sfortunata spedizione del 1857, tanto liricamente quanto imprecisamente narrata da Luigi Mercantini nella famosa poesia “La Spigolatrice di Sapri”. Alla luce di quanto descritto nel Suo libro, sarebbe storicamente necessario rileggere l’impresa di Pisacane in maniera diversa da quanto viene raccontato a scuola?

R.: La vita e le gesta di Carlo Pisacane sono note ai più perché la classe dirigente, nata all’indomani del processo di unificazione, chiuse Pisacane nel vasto pantheon apologetico e agiografico della storiografia risorgimentale. La mitizzazione dell’eroe risorgimentale, o meglio la rappresentazione idealizzata della sua esistenza, hanno finito però per oscurarne il pensiero, ciò che vi era di più prezioso nella sua eredità politica. La celebre poesia di Mercantini contribuì ad immortalarne il nome e celare le idee che avevano ispirato la sua rivoluzione politica e sociale. Pisacane era un patriota – sui generis, eterodosso, simbolo di un Risorgimento che non c’è stato – che aveva evidenziato i limiti del movimento d’indipendenza nazionale, mostrando con convinzione e senza successo immediato la via del socialismo libertario e antiautoritario. Se il pensiero politico di Pisacane fosse divenuto egemone tra i contemporanei avremmo forse avuto modo di raccontare un Paese più democratico e giusto, senza rammarico per quella crisi di struttura dell’Italia come Stato moderno. Ma la rivoluzione auspicata dal Pisacane in Italia è rimasta ancora da compiere. Quindi, invito tutti ad approfondire il suo pensiero politico, soprattutto per la sua attualità.

CS: Grazie, Dottor Marino. Ci auguriamo che il Suo libro possa contribuire a gettare un’ulteriore luce su un periodo storico, la nascita dello Stato unitario italiano, nel quale hanno indubitabilmente le loro radici molti dei problemi che ancora lo affliggono.

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About Author

MICHELE FORASTIERE – michele.forastiere@gmail.com –
Dopo la laurea in fisica, ha svolto per alcuni anni attività di ricerca nel campo dell’ottica integrata prima di intraprendere la carriera di insegnante. Attualmente è docente di matematica e fisica in un liceo scientifico.
Ha pubblicato “Evoluzionismo e cosmologia. Ovvero: Cosa c’entra Darwin con la vita, l’Universo e tutto quanto?” (Cantagalli 2011).

  • jonioblu1

    La truffa dell’Unità d’Italia: dal ladro Garibaldi ai Rothschild

    Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

    Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi ora a cavallo…ora in piedi che impugna alta la sua spada, alcune volte indossa la celebre camicia rossa…altre volte si regge su un paio di stampelle come un martire. Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

    È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

    La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

    Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

    La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, avrebbero prevalso su un esercito di settanta mila soldati ben addestrati e ben equipaggiati quale era l’esercito borbonico. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì solo grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo. Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

    A 150 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.

    Solo che un tempo gli oppressi erano chiamati briganti…oggi invece sono i cattivi terroristi.
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    https://iltalebano.com/2012/03/09/la-truffa-dellunita-ditalia-dal-ladro-garibaldi-ai-rothschild/

    • Jonioblu, quando ho sentito dire nelle recenti commemorazioni di Ciampi che è stato l’uomo che ha rilanciato i “valori del Risorgimento” ho avuto chiaro quanto questo fosse vero.
      La grande finanza e stati esteri che saccheggiano l’Italia, questi i veri valori del Risorgimento e certamente Ciampi & Co li hanno rilanciati.

  • stò cò frati e zappo l’orto

    Caro jonioblu1,sono un attempato curioso,con la mania della lettura(montagne di articoli in particolar maniera)e le posso dire(conosco molto bene il talebano comunque) che nella mia adolescenza o gioventù articoli del genere non si trovavono in giro.Solo adesso che l’Italia è il paese dei balocchi ci fanno conoscere come sono riusciti(molto facilmente)a fregarci.
    Ma una federazione di stati,con un esercito somma degli altri eserciti(Stati della Penisola ) non poteva essere soluzione migliore? Avremmo evitato ai popoli europei una seconda guerra che rimarra anche nella nostra coscienza di “popolo,”per sempre.

    • Certo che l’idea federale era meglio, ed erano abbastanza disposti a parlarne, ma sarebbe stata un’Italia Libera e sovrana, questo non poteva essere permesso.

      • stò cò frati e zappo l’orto

        Il popolo a quel tempo non contava niente,anzi per meglio dire non voleva contare niente ,per cui molto molto meglio se “chi aveva studiato”decideva anche per loro.
        Adesso possiamo solo piangere su questi errori oppure continuare con altri ugualmente gravi.Più che degli storici andrebbero consultati degli psicologi(ma bravi)per capire il perchè l’italiano sia cosi propenso all’autolesionismo in forma acuta.

        • L’autolesionismo è una constatazione, credo però che sia nato dopo decenni di fallimenti indotti ad arte, e alla fine abbiamo creduto che fosse davvero tutta colpa nostra.
          E’ copione del sud borbonico arretrato e bisognoso di liberazione, quanti sono convinti che sia stato davvero così? Ancora una volta il problema nasce sui banchi di scuola, per quelli che ancora studiano, gli altri sono già carne da pascolo.

          • stò cò frati e zappo l’orto

            Ma più che i libri scolastici potrebbero molto,per la conoscenza della Verità,strumenti modernissimi come internet ,anche se scorrendo siti(eccezione,tanto per lodare…Cs)che dovrebbero interessarsi alla storia,e non soltanto quella dei vincitori, c’è il rischio di incontrare più la banalizzazione della notizia storica (o scientifica per l’altro versante culturale) o l’esorbitante voler colpire più l’immaginazione con l’intento di coprire verità quasi sempre scomode.Di nessuno è più possibile fidarsi se non della propia Coscienza.

  • Ringrazio Dario Marino e Michele Forastiere per questa intervista molto bella.
    In particolare voglio sottolineare un passaggio che sottoscrivo e che personalmente sono già impegnato ad attuare:
    “Il “revisionismo” ha la debolezza intrinseca scaturita dal fatto che revisionando la “storia ufficiale” dipende da quest’ultima, spesso in toni polemici, mentre io tento invece di scrivere una nuova interpretazione della storia e non dipendere da quella ufficiale.”

    • Dario Marino

      Ringrazio Lei e Michele Forestiere per lo spazio che mi avete concesso. Lo studio attento e appassionato della storia è un utile strumento per uscire dal conformismo del nostro tempo. Buone letture

  • Giorgio Masiero

    Ben tornato a scrivere su CS, Michele, ti si legge sempre con grande arricchimento dello spirito!
    La Agnello Hornby, che ho avuto modo d’incontrare di recente, la pensa sulla “liberazione” risorgimentale delle Due Sicilie in modo uguale a Marino. Si veda l’ultimo ‘Caffè amaro’.
    Mi ha colpito molto il passaggio dove ella dimostra come l’esproprio in Sicilia dei beni ecclesiastici ad opera del nuovo governo italiano sia stato solo uno strumento di arricchimento della borghesia liberale e di impoverimento delle classi meno abbienti. Le rendite ecclesiastiche garantivano infatti nel Sud un minimo di stato sociale (ospedali, scuole professionali, assistenza, ecc.), che non fu in alcun modo ripristinato da un welfare pubblico da parte del nuovo stato italiano.
    Lo stesso era accaduto 50 anni prima nel Nordest, con l’assalto di Napoleone alla Serenissima e l’esproprio dei beni ecclesiastici e la cancellazione delle Scholae ad opera dei Francesi venuti a portare la liberazione, la fratellanza, l’uguaglianza, ecc. Sappiamo com’è andata a finire. In tutta Europa, Napoleone fu subito smascherato dagli intellettuali delusi, ma non da noi che continuiamo a considerarlo un grand’uomo, invece di quel Attila al cubo che fu. Evidentemente, come per i Borboni al Sud anche per la Serenissima al Nord, si doveva alterare la verità per inventare gli italiani educandoli alla nuova ideologia risorgimentale…

    • Michele Forastiere

      Sei come sempre troppo buono nei miei confronti, Giorgio.
      Un grazie certamente va agli studiosi controcorrente come Dario Marino, che cominciano a gettare un po’ di luce su eventi storici che credevamo di conoscere – ma che invece nascondono moltissimi inquietanti retroscena.
      Credo che anche libri come quello della Agnello Hornby, sebbene apparentemente leggeri, possano contribuire a far riflettere su certi meccanismi di conquista.
      Riguardo alla caduta della Serenissima Repubblica, si tratta probabilmente di una porzione di storia ancora più misconosciuta di quella del Regno delle Due Sicilie. Un altro immane, imperdonabile peccato da ascrivere a quel vento di tempesta che cominciò a flagellare l’Europa a partire dalla fine del Settecento…

    • domics

      Ma guarda un pò proprio Meridione e Nord Est.
      Si veda come sono cambiati gli indici di industralizzazione tra il 1871 e il 1911 (e a favore di chi) proprio in queste regioni in questo studio di Fenoaltea a pag. 1071 http://tinyurl.com/njuk9s5

  • muggeridge

    Come appassionato di apologetica cattolica, non posso che ritrovarmi con il revisionismo pro-borbonico, almeno con quello più pacato e moderato cui mi pare si possa dire appartenga Marino. Ho imparato a diffidare invece delle interpretazioni estremistiche, perché alla fine si rivelano solo l’altra faccia della medaglia della “storia scritta dai vincitori”, ossia ugualmente adulterata e quindi lontana dalla verità storica e troppo volonterosa di persistere nel dividere i “buoni” dai “cattivi”, ribaltando i ruoli rispetto alla storiografia ufficiale.
    Ritengo peraltro ancora valido l’insegnamento del mio professore di Storia moderna alla Cattolica che davanti alla nostra delusione per il ruolo dell’Italia unita nel mondo ci diceva che i confronti vanno fatti con realtà appartenenti alle stesse latitudini delle aree geografiche, pertanto se ci si confronta con la penisola iberica e con quella balcanica, la nostra è una storia di grande successo di cui andare fieri. Ancora oggi non riesco a dargli torto, ma lo ringrazio sopratutto per avermi iniettato allora, senza che me ne accorgessi al momento, gli anticorpi contro gli estremismi e le distorsioni caricaturali e faziose della Storia.