Evoluzione: lo strano caso del Proteo

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Qualche giorno fa sulla Bussola Quotidiana è stato pubblicato un articolo dell’amico Marco Respinti che avendo osservato degli esemplari di “Proteo” ha fatto delle interessanti considerazioni evoluzionistiche.


Proteo, un’altra cantonata del darwinismo

di Marco Respinti

Le Grotte di Postumia sono un meraviglioso complesso di caverne a stalattiti e stalagmiti che il fiume Pivka scava per circa 21 chilometri (quelli scoperti sino a oggi da che si cominciò nel 1818) nel sottosuolo dell’omonima cittadina della Slovenia. Fra i tanti spettacoli che offrono al visitatore uno è davvero singolare: il Proteus anguinus, un anfibio caudato classificato nel 1768 dal biologo austriaco di origine italiana Josephus Nicolaus Laurenti (1735-1805). Può raggiungere i 25-30 centimetri di lunghezza, è raro e quindi è iperprotetto. Vive solo nelle acque del sistema carsico delle Alpi Dinariche che costeggia l’Adriatico Orientale dal bacino dell’Isonzo goriziano-triestino alla Slovenia meridionale proseguendo attraverso la catena costiera dell’Istria e della Dalmazia croate fino alle montagne marittime della Bosnia occidentale (di recente è stato registrato anche nella parte occidentale del Montenegro). In America Settentrionale ha dei cugini, le sette specie in cui si suddivide il genere Necturus che appunto con il genere Proteus forma la famiglia dei Proteidae, originaria del periodo Miocene (tra circa 23 milioni e poco più di 5 milioni di anni fa).

Stante la scarsità di cibo (vive d’insetti e di piccolissimi crostacei), può campare senza nutrirsi per periodi enormi: perfino una decina di anni. Non ha occhi, inservibili al buio, sostituiti da organi lievemente fotosensibili coperti da uno spesso strato di pelle. E la sua epidermide senza pigmentazione è trasparente (si scorgono gli organi interni), rosacea solo per riflesso quando lo s’illumina (in Slovenia lo hanno soprannominato “pesce uomo”). E questo perché? Perché il proteo sarebbe la dimostrazione più palese dell’evoluzionismo, l’esito per mutazione genetica del lungo processo con cui un essere in origine diverso dall’animaletto attuale (cioè vedente e pigmentato) avrebbe violentato la propria biologia per sopravvivere in un habitat scomodo. L’ambiente avrebbe cioè costretto il suo genoma a produrre caratteri del tutto nuovi che poi, una volta selezionati solo quelli utili, sarebbero divenuti ereditari evolvendolo. Mai esposto alla luce, il proteo avrebbe progressivamente perso gli occhi e mutato la pelle non più bisognosa di protezione, anzi strategicamente più utile al mimetismo se incolore. Ma c’è più di un intoppo.

Il primo è che l’intero assunto è solo un enunciato ipotetico. Nessuno sa documentare biologicamente come la pressione ambientale possa indurre novità inedite nel DNA. L’abate Gregor Mendel (1822-1884) ha descritto la regola con cui nelle specie si trasmettono i caratteri ereditari dominanti e recessivi già presenti nel corredo genetico, mostrando che la ricombinazione di quello che nel 1953 si sarebbe scoperto essere il DNA non avviene casualmente mediante trasformazione dell’informazione genetica in qualcosa che prima non c’era, bensì attraverso un’alternanza matematica di caratteri già tutti e sempre presenti nel corredo genetico di partenza (che tra l’altro spiega perché i figli sono sempre diversi dai genitori). La pietra tombale sulla questione l’ha posta il biologo e botanico tedesco Friedrich Leopold August Weismann (1834-1914), peraltro evoluzionista, che confutò definitivamente la pretesa ereditarietà di caratteri acquisiti inesistenti nel genoma quando, nel 1883, tagliò le code ad alcune coppie di topi, le incrociò e constatò che la prole nasceva con code regolari e che lo stesso facevano i loro discendenti per diverse generazioni. Così facendo accertò che i responsabili della trasmissione dei caratteri ereditari sono le cellule germinali, ovvero i gameti, le cellule sessuali, e non quelle somatiche. È la cosiddetta “barriera di Weismann”, che impedisce alle variazioni indotte dall’ambiente di andare oltre il singolo vivente che le subisce: le informazioni ereditarie si muovono cioè solo dai geni che le posseggono alle cellule somatiche, mai in senso contrario. Diverso è invece il caso del polimorfismo, quando uno stesso genotipo può dare vita a fenotipi diversi: qui appunto la potenzialità mendeliana di un carattere latente è già tutto insita nel DNA della specie e dell’individuo. Celebre è l’esempio delle falene punteggiate delle betulle.

Il secondo intoppo è che si fa presto a parlare di mutazioni genetiche, ma esse sono sempre e solo patologiche (sempre degenerazioni d’informazioni genetiche esistenti, mai comparsa di nuove ancorché morbose). Non possono cioè affatto essere il motore dell’evoluzione, come ha documentato il celebre studio L’évolution du vivant: matériaux pour une nouvelle théorie transformiste (Albin Michel, Parigi 1973) di Pierre Paul Grassé (1895-1985), zoologo francese neo-lamarckiano per ciò stesso attentissimo alle variazioni dei viventi e all’impatto ambientale.

Il terzo è però quello più critico. Perché del Proteus anguinus esiste un parente diverso, scoperto nel 1986 nella regione slovena della Carniola Bianca (Bela krajina): un parente dotato di occhi sviluppati e di epidermide pigmentata di nero che per questo nel 1994 i biologi Boris Sket, sloveno, e Jan Willem “Pim” Arntzen, neerlandese, hanno identificato come la sottospecie Proteus anguinus parkelj riclassificando l’altra come la sottospecie Proteus anguinus anguinus. Ora, Sket e Arntzen affermano che il Parkelj vedente e nero presenta differenze genetiche con l’Anguinus cieco e trasparente di Postumia, ma non con l’Anguinus cieco e trasparente delle da lui poco distanti grotte di Sti?na. In questo modo però il proteo di Sti?na dovrebbe essere contemporaneamente sia diverso sia uguale a quello di Postumia: i due biologi non ne fanno infatti né una sottospecie né tantomeno una specie a sé, e per tutti i tassonomi l’Anguinus è e resta l’unica specie del genere Proteus nonché l’unica europea della famiglia Proteidae. Persino piccole differenze genetiche non determinano cioè esemplari in essenza diversi e talora nemmeno varianti. Non a caso qualche studioso sostiene che il proteo vedente e nero sia solo una varietà (esempio di polimorfismo) di quello (unico) cieco e trasparente. Sket e Arntzen comunque non ci stanno e aggiungono che il Parkelj è classificato ora come sottospecie solo per prudenza, in verità forse meritando addirittura lo status di specie nuova.

Sia come sia, tutti i protei delle Alpi Dinariche vivono perennemente al buio e si cibano quando capita. Eppure quello nero e vedente non si è evoluto in quello cieco e trasparente. Se la selezione naturale non ha penalizzato il primo, la presunta evoluzione del secondo è l’adattamento migliorativo di quale animale? Protei in sé simili ma con apparati visivi tanto diversi che convivono nel medesimo ambiente; ennesimi “fossili viventi” identici oggi a com’erano in origine e a come sono stati per milioni di anni; la genetica che dice una cosa e assieme il suo contrario; nessuna trasformazione della specie per selezione: insomma, un’altra cantonata del neodarwinismo.

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  • Bè ma non vale, il Proteo è di parte in quanto dichiaramente un teista: Pro – Teo.
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    Ok vado a nascondermi.

    • Ok, nonostante la gravità del reato hai scontato a sufficienza… puoi tornare a farti vedere! 🙂

  • Non riesco a capire cosa intenda Marco Respinti quando parla di “novità inedite nel DNA”. In un passo dell’articolo parla di “trasformazione dell’informazione genetica in qualcosa che prima non c’era”, ma anche qui non è chiaro cosa ciò significhi dal punto di vista biologico. In un altro passo ancora definisce le mutazioni genetiche “sempre e solo patologiche”, definizione che non ho mai incontrato in anni di studio della biologia. Forse sarebbe stato utile se Respinti (o CS, che ha ricondiviso l’articolo) avesse inserito qualche link a paper che approfondiscano questi punti e che ne dimostrino la fondatezza scientifica.
    Se non ho capito male, secondo Respinti l’informazione del DNA è sempre la stessa fin dall’inizio dei tempi, giusto? Ma allora com’è avvenuta l’evoluzione? Oppure, secondo Respinti, non c’è stata alcuna evoluzione?
    Respinti cita inoltre la barriera di Weismann, che secondo lui “impedisce alle variazioni indotte dall’ambiente di andare oltre il singolo vivente che le subisce”. In realtà, Weismann sosteneva che l’informazione genetica si muovesse dalle cellule germinali a quelle somatiche, e che quindi solo le mutazioni a livello delle cellule germinali fossero ereditabili. Ho quindi l’impressione che Respinti faccia confusione fra variazioni indotte dall’ambiente e ereditarietà di caratteri acquisiti, poiché la teoria di Weismann metteva in discussione questi ultimi, ma non le prime. Se però ho capito male, chiedo a qualcuno di illuminarmi.
    Inoltre, la barriera di Weismann è un concetto molto importante ma che non tiene conto di molte scoperte avvenute nei cento e passa anni successivi alla sua formulazione, come il trasferimento genetico orizzontale o le diverse forme di eredità epigenetica. Gli studi sulla clonazione e sul trasferimento nucleare, per esempio, hanno dimostrato che il soma delle cellule adulte conserva una serie di informazioni in grado di influenzare l’attività genetica.
    Tutt’altro che dettagli, quando si parla di ereditarietà.

    • Greylines, semmai direi che il termine “novità inedite” è ripetitivo e superfluo, ma quel che si intende mi sembra chiaro: nessuno può dimostrare come l’ambiente possa influenzare i caratteri acquisiti.
      Si fa infatti poi riferimento all’esperimento di Weismann.
      Poi è sempre molto chiaro che quando scrive “trasformazione dell’informazione genetica in qualcosa che prima non c’era”, parla ancora del fatto che secondo le leggi di Mendel si trasmette solo quello che già esiste.
      Non le sembrano un po’ pretestuose queste “pulci” Bellone?
      Anche il punto successivo è chiaro, l’autore intende dire che le mutazioni non hanno mai portato aumento d’informazione ma nella microevoluzione (che le ricordo è l’unica verificata con meccanismi darwiniani) sono sempre origine di una perdita di funzione.
      La richiesta di link per spiegare queste banalissime cose è poco più che una boutade perché in caso contrario significa che lei è uno sprovveduto che ha hackerato la mail di Bellone e scrive al posto suo! (so che di questi tempi è un argomento trendy…)
      Il resto delle considerazioni è sulla stessa linea e quindi non ci perdo neanche tempo, faccio solo osservare che manca invece la riposta alla conclusione dell’articolo.
      Vuole che le spieghi anche quella?

    • Non le sembrano un po’ pretestuose queste “pulci” Bellone?
      Non essendo l’unico ad aver sollevato dubbi sulla chiarezza dell’articolo, francamente no, non mi sembrano “pulci” né tantomeno mi sembrano pretestuose.
      Pulci alle quali comunque lei non ha risposto, limitandosi a ribadire che l’articolo è chiaro e a ripetere le parole di Respinti, senza dare ulteriori spiegazioni.
      Ripropongo quindi il dubbio che mi è venuto leggendo l’articolo, sperando che questa volta sarà disposto a rispondermi: secondo Respinti (e secondo lei, visto che mi sembra concordare con lui), l’informazione del DNA è sempre la stessa fin dall’inizio dei tempi? Ma allora com’è avvenuta l’evoluzione? Oppure, secondo Respinti, non c’è stata alcuna evoluzione?
      Respinti sostiene che le mutazioni sono “sempre e solo patologiche” e anche qui lei mi sembra essere d’accordo; siccome nessun testo scientifico, divulgativo o specialistico che sia, riporta una simile affermazione, mi piacerebbe sapere su quali evidenze scientifiche si basa questa vostra convinzione. Do per scontato che questo sia un dibattito scientifico, nell’ambito del quale fare una domanda del genere è quindi più che normale, non certo una boutade.
      Ho poi espresso un altro dubbio, e cioè che mi sembra si faccia confusione fra variazioni indotte dall’ambiente e caratteri acquisiti. Respinti infatti sostiene che “Nessuno sa documentare biologicamente come la pressione ambientale possa indurre novità inedite nel DNA”, mentre lei ha scritto “nessuno può dimostrare come l’ambiente possa influenzare i caratteri acquisiti”. A parte il fatto che entrambe le frasi sono incorrette, di cosa state parlando? Di variazioni indotte dall’ambiente o di caratteri acquisiti? Può fare chiarezza su questo punto? Credo che sarebbe utile per tutti i lettori evitare confusioni su questi concetti.
      Infine, la barriera di Weismann, che Respinti considera la “pietra tombale” del darwinismo ma che, in realtà, fu un potente argomento contro il lamarckismo, visto che si riferiva ai caratteri acquisiti. Che, lo ribadisco, non vanno confusi con le variazioni indotte dall’ambiente. Inoltre, al giorno d’oggi sappiamo che la barriera di Weismann ha molte eccezioni, che ho citato nel mio commento precedente.
      La conclusione dell’articolo l’ho capita ed è una tesi forte. Proprio per questo, ci vorrebbero evidenze scientifiche a suo sostegno. In assenza del supporto scientifico, quella di Respinti è un’opinione personale, che va rispettata come tale ma che di scientifico ha ben poco.

      • Greylines afferma: Ripropongo quindi il dubbio che mi è venuto leggendo l’articolo, sperando che questa volta sarà disposto a rispondermi: secondo Respinti (e secondo lei, visto che mi sembra concordare con lui), l’informazione del DNA è sempre la stessa fin dall’inizio dei tempi?
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        Non posso rispondere per conto terzi quindi rispondo per me: no ovviamente l’informazione del DNA non è sempre la stessa se no non si parlerebbe tout court di evoluzione. Ma non è nemmeno giustificata dal meccanismo caso e necessità più tutte le varianti della SE.
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        Respinti sostiene che le mutazioni sono “sempre e solo patologiche” e anche qui lei mi sembra essere d’accordo; siccome nessun testo scientifico, divulgativo o specialistico che sia, riporta una simile affermazione, mi piacerebbe sapere su quali evidenze scientifiche si basa questa vostra convinzione. Do per scontato che questo sia un dibattito scientifico, nell’ambito del quale fare una domanda del genere è quindi più che normale, non certo una boutade.
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        Curioso che lei chieda le evidenze scientifiche di un’assenza!
        Converrà che nessuno può portare prova della mancanza di qualcosa ma solo della presenza, siamo al Popper spiegato alle elementari…
        Semmai è lei che avrebbe dovuto rispondere citando dei dati sulla presenza di mutazioni vantaggiose.
        Riguardo l’autore posso solo ipotizzare che si riferisca a quelle che hanno un effetto escludendo quindi quelle neutre e probabilmente a quelle riscontrate nell’Uomo. Sarebbe interessante vedere quante mutazioni vantaggiose conosciamo e soprattutto con INCREMENTO DI INFORMAZIONE (no anemia falciforme e lattosio perché sono una perdita di informazione e un danno rispetto alle precedenti funzioni).
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        Ho poi espresso un altro dubbio, e cioè che mi sembra si faccia confusione fra variazioni indotte dall’ambiente e caratteri acquisiti. Respinti infatti sostiene che “Nessuno sa documentare biologicamente come la pressione ambientale possa indurre novità inedite nel DNA”, mentre lei ha scritto “nessuno può dimostrare come l’ambiente possa influenzare i caratteri acquisiti”. A parte il fatto che entrambe le frasi sono incorrette, di cosa state parlando? Di variazioni indotte dall’ambiente o di caratteri acquisiti? Può fare chiarezza su questo punto? Credo che sarebbe utile per tutti i lettori evitare confusioni su questi concetti.
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        Sembra chiaro che si parla dei caratteri acquisiti indotti dall’ambiente (cioè non si parla di mutazioni di tipo neodarwinista), la confusione mi sembra sia tutta sua.
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        Infine, la barriera di Weismann, che Respinti considera la “pietra tombale” del darwinismo ma che, in realtà, fu un potente argomento contro il lamarckismo, visto che si riferiva ai caratteri acquisiti. Che, lo ribadisco, non vanno confusi con le variazioni indotte dall’ambiente. Inoltre, al giorno d’oggi sappiamo che la barriera di Weismann ha molte eccezioni, che ho citato nel mio commento precedente.

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        Trovo questo ultimo punto veramente una grave scivolata per uno che vorrebbe insegnare l’evoluzione su Pikaia (poi analizzeremo con interesse le lezioni pubblicate ultimamente), ma come si fa a dire che l’ereditarietà dei caratteri acquisiti fosse lamarckismo quando Darwin su questo punto la pensava esattamente allo stesso modo?
        Lo diciamo una volta per tutte che Darwin riteneva che esistesse la trasmissione dei caratteri acquisiti!?!
        Ma basterebbe essere logici: perché mai a fine Ottocento quel pirla di Weissman avrebbe fatto un esperimento per confutare una teoria (quella di Lamarck) che era già stata sotterrata da Cuvier 70 anni prima?
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        L’eredità epigenetica che conosciamo non ha niente a che vedere con la nascita di nuove informazioni, e questo la esclude dal discorso che stiamo facendo.
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        La conclusione dell’articolo l’ho capita ed è una tesi forte. Proprio per questo, ci vorrebbero evidenze scientifiche a suo sostegno. In assenza del supporto scientifico, quella di Respinti è un’opinione personale, che va rispettata come tale ma che di scientifico ha ben poco.
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        Per giungere all’assunto finale dell’articolo nessun bisogno di altre evidenze oltre quelle AMPIAMENTE riportate: la selezione naturale, come tutti gli elementi della teoria neodarwiniana, c’è quando c’è e non c’è quando non c’è.

  • Jaco

    Siccome non ho adeguate conoscenze scientifiche a riguardo, allora mi affido all’unico Libro che resiste al tempo ed agli uomini da più di 2000 anni.
    In mia opinine prima è nata l’informazione genetica, ovvero il DNA (In pricipio era il Verbo) poi la materia biologica (e il Verbo si fece carne,…..e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio).
    A mio modesto parere l’informazione (Dio) è l’origine del tutto.

  • jonioblu1

    Buon giorno … volevo porre una domanda: molti evoluzionisti sostengono che la poliploidia rappresenti una speciazione istantanea. Volevo chiedervi quanto di vero ci sia in questa affermazione e, soprattutto, se è stata osservato un fenomeno del genere.

    • Direi che va sempre tenuta distinta la speciazione dall’evoluzione, ma purtroppo la confusione dei termini è un vantaggio per chi vuole confondere le idee.

      • jonioblu1

        … ciò vuol dire che la speciazione è possibile ma senza che vi sia una aumento di caratteri e informazioni nel corredo genetico … se ho capito bene. A questo punto come si può risolvere l’equivoco e come argomentare per evitare di confondere le cose?

  • Nikkolo

    Riedizione della storia del Astyanax mexicanus ( genere di pesci d’acqua dolce, appartenente alla famiglia dei Characidae) e del Astyanax jordani, conosciuto comunemente come Caracide cieco delle caverne.
    Il secondo vive nelle grotte privo di vista e con pigmentazione trasparente. Classificati come due sottospecie diverse. In questo caso si parla chiaramente di perdità del gene che si occupa della vista che non è più presente nel loro codice genetico.
    Confrontando il genoma di questi pesci con i loro simili che vivono all’esterno, è stato facile individuare quale è il “codice mancante”. Insomma un caso di informazione persa. Ma anche un informazione persa è evoluzione?
    A me pare di no. Ma forse mi sbaglio
    http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/i-pesci-ciechi-delle-grotte-messicane-possono-aiutarci-guarire-malattie-degli-occhi/
    Al link sopra potete vedere le foto delle due “specie”.

    • Blas

      Mi pare di aver capito, perche l´articolo non é molto chiaro, che tutti é due i Proteus vivono nello stesso ambiente a differenza dei pesci messicani. Allora la domanda é perche in certe caverne é stato selezionato il cieco trasparente ed in altre soppravvive il nero vedente?
      Ma forse sbaglio.

    • La questione è simile, se la selezione naturale è un meccanismo dell’evoluzione dobbiamo constatare che a vole agisce e a volte no.
      Questa è una caratteristica frequente e poco seria del neodarwinismo dove le cose possono andare in un modo o nell’altro tanto la teoria comprende tutto e il suo contrario.
      Il proteo non ha gli occhi? E’ l’evoluzione con le sue leggi bellezza!
      Il proteo ha gli occhi? E’ sempre l’evoluzione!
      Bello vincere facile…

  • Fabio Vomiero

    Anch’io non sono sicuro di aver compreso bene l’articolo, ma mi pare di capire che le due sottospecie di proteo, quello con occhi e pigmentato e quello privo di occhi e depigmentato, vivano in una stessa tipologia di ambiente (grotte carsiche), ma non nello STESSO ambiente. Per cui a mio parere, se le cose stessero in questo modo potrebbe venirci in soccorso il concetto di POPOLAZIONE, si tratterebbe di popolazioni diverse, pur della stessa specie, che sono andate incontro a destini evolutivi e adattativi diversi, dove per popolazione si intende un gruppo di individui della stessa specie che interagiscono spaziotemporalmente tra di loro. Secondo punto, condividendo la perplessità di Greylines, chiederei chiarimenti soprattutto in merito all’affermazione “Il secondo intoppo è che si fa presto a parlare di mutazioni genetiche, ma esse sono sempre e solo patologiche”, perché detta così, mi sembra un non-senso rispetto alle nozioni più elementari di biologia evoluzionistica.

    • Sarebbe a questo punto interessante allegare un breve elenco di mutazioni verificate sperimentalmente e analizzarle così non restiamo nel generico.

      • Mi perdoni Pennetta, ma io prima avevo chiesto dei dati a supporto della tesi di Respinti e lei ha definito la mia richiesta una boutade.
        Ora Vomiero le fa giustamente notare che l’affermazione di Respinti sulle mutazioni “sempre e solo patologiche” non ha senso dal punto di vista biologico, e lei gli chiede dati e verifiche sperimentali?
        L’onere della prova sta innanzitutto a Respinti, che ha fatto una serie di affermazioni forti e dovrebbe quindi supportarle con dati e verifiche sperimentali. Proprio per non restare nel generico.

        • Vedi sopra: siete voi a dover portare esempi.
          Popper insegna che non posso dimostrare l’assenza di cigni neri ma solo la presenza.
          Per favore…!

  • Fabio Vomiero

    Sono sicuro che un biologo molecolare che lavori sul campo (non certo io) non abbia nessuna difficoltà a riportare qualche esempio specifico, purtroppo come lei ben sa la scienza di oggi è molto iperspecializzata (nel bene e nel male) e quindi ad ognuno il suo. A me vengono in mente i casi di acquisizione di resistenza agli antibiotici da parte dei batteri, o le modifiche capsidiche o pericapsidiche dei virus che ne modificano le loro proprietà patogenetiche, le numerose varietà di vegetali che si ottengono per mezzo di bombardamenti a raggi X, o nei vertebrati la comparsa di particolari enzimi deputati a specifiche funzioni metaboliche, produzione di veleno, digestione di particolari sostanze, maggiore efficienza del sistema immunitario ecc. La mia è più una critica (e non c’è niente di male nelle critiche costruttive) in generale. La frase di Respinti, presa letteralmente, semplicemente cozza con qualsiasi definizione rintracciabile in qualsiasi testo di biologia, scritto da specialisti, in cui si dice che le mutazioni genetiche (e quindi tutti i tipi e non soltanto puntiformi), possono essere silenti o neutrali se non comportano alcun effetto nel fenotipo, oppure non neutrali se hanno un qualche effetto sul fenotipo che porti a vantaggio o svantaggio (vedi le patologiche) sulla fitness dell’individuo, ossia in termini di sopravvivenza e riproduzione. Quindi il punto fondamentale è che le mutazioni spontanee producono variabilità genetica e possono avere tanto effetti negativi quanto positivi.

  • valentino

    Mi sembra che si pongano molte questioni irrisolte su questi animaletti, abbastanza schifosetti a mio avviso o almeno questa è stata la mia reazione quando li ho visti a Postumia, sono la stessa specie? Sono specie diverse? Sono due diverse soluzioni evolutive di un antenato comune?
    Mi sembra che non ci siano risposte.
    La mia considerazione è che se il proteo pigmentato e vedente fosse “derivato” da quello non pigmentato e cieco potremmo anche avere la dimostrazione di un processo evolutivo se invece è il contrario (perdita di caratteri) mi sembra difficile chiamarla un’evoluzione.
    Ovviamente potrei benissimo aver detto na stupidaggine, ma le mie conoscenze della biologia sono talmente minime che non mi azzardo a fare alcuna ipotesi, però questi sono i miei dubbi e li ho esposti.

    • Caro Valentino, certo che belli non si possono definire, poi come sappiamo ogni scarrafone è bello a mamma soie… 🙂
      Sulla questione della perdita di caratteri e/o funzioni siamo pienamente d’accordo, non lo sono però sul versante darwinista.

  • Alio Alij

    Buonasera.
    Ho avuto la bella occasione di andare a Postumia nell’agosto del 2012. Trovai in cuor mio molto pii e quieti questi animaletti, per la qual cagione mi furono simpatici.
    Ho sempre avuto molto interesse negli articoli di biologia del sito. Purtroppo con il tempo, partecipando alle varie discussioni, mi son sempre più reso conto di quanto la biologia sia una scienza per nulla scontata, e di come io ne fossi alquanto deficiente in conoscenza.
    Trovo sempre interessanti anche gli interventi, pur contrapposti, del prof. Bellone, nonché anche le considerazioni del prof. Vomiero. È però vero che tutti questi punti di vista non facciano che accrescere la mia confusione.
    I fenomeni presi in esame dalla biologia sono di una complessità tale da essere difficilmente circoscrivibili e matematizzabili, con buona pace dell’epistemologia fisico-centrica (ricordo interessanti scambi al riguardo tra i prof. Vomiero e Masiero).
    Ahimè, verrà forse il giorno in cui riuscirò a dedicarmi intensamente alla biologia.

  • Eugen von Böhm-Bawerk

    Quindi secondo l’autore di questo articolo la ricombinazione genetica della meiosi non esisterebbe?

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