Evoluzione, scienza e ragione in Hilary Putnam

29

Hilary Putnam (1926-2016) è stato un matematico, logico, informatico e filosofo del novecento. Di lui si può certamente dire che è stata una figura polivalente, ma anche controversa, essendo ritornato spesso sui suoi passi e avendo cambiato idea su diverse questioni fondamentali nel corso della sua vita. Di fatto, quindi, è sempre con una certa cautela che bisogna scrivere del pensiero di Putnam.

In questo articolo desidero illustrare un’argomentazione che il nostro autore espone in un celebre libro del 1990, intitolato “Realismo dal volto umano”. In particolare, le citazioni sono tratte dal capitolo dieci.

Consideriamo ciò che comunemente chiamiamo leggi di natura, ossia asserti che riteniamo appartengano intrinsecamente alla struttura dell’universo. Il problema humeano dell’induzione può essere enunciato in modo approssimativo affermando la credenza che il futuro sarà simile al passato sotto certi aspetti, e questi aspetti sono appunto le leggi di natura.

Ora facciamoci una domanda strana: qual è la causa della nostra credenza che il futuro assomiglierà al passato?

È una domanda strana, perché filosoficamente le credenze hanno delle ragioni, non delle cause.

“Ma è una parte essenziale della concezione qui esaminata l’idea che la credenza sia una formazione di tracce cerebrali, o qualcosa del genere, e che abbia una causa, sia cioè causata dalla selezione naturale insieme al condizionamento culturale. Noi siamo indotti [caused]a credere che il futuro assomiglierà al passato – indotti, senza dubbio, dal fatto che quella credenza ha avuto in passato un valore di sopravvivenza.”

Consideriamo ora l’evoluzione dell’Homo Sapiens. Possiamo affermare con una certa sicurezza che esso era presente sulla terra molto tempo fa, diciamo 30.000 anni fa. Secondo gli evoluzionisti, a quei tempi le sue capacità intellettuali erano essenzialmente quelle di oggi. In altre parole, un esemplare di allora, portato ai nostri tempi, potrebbe tranquillamente imparare l’analisi differenziale e la relatività generale.

Dunque, sostiene Putnam, siamo computer programmati da un programmatore sciocco, perché l’evoluzione è cieca. Questo programmatore, d’altra parte, è scaltro per quanto riguarda il maneggiare scuri di pietra o inseguire i cervi. La pressione della selezione ha quindi eliminato i membri incapaci di cacciare i cervi o usare le scuri o fare fuochi.

Tuttavia, non vi era nessuna pressione selettiva riguardo la capacità di elaborare teorie matematiche. Sembra che il programmatore sciocco, mentre ci programmava per cacciare cervi, ci abbia accidentalmente programmati anche per inventare teorie che richiedono un alto grado di astrazione.

Consideriamo ora un modello di teoria dell’evoluzione che tenga conto delle variazioni concomitanti. Poiché non conosciamo i vincoli sotto cui ha agito l’evoluzione, la nascita del pensiero astratto potrebbe semplicemente essere una conseguenza di un altro meccanismo, il cui sviluppo era necessario alla sopravvivenza della specie in un qualche periodo della nostra storia.

Proseguendo la metafora di sopra, possiamo dire di essere computer programmati da un programmatore sciocco, che però opera sotto vincoli imposti da un idiota. Per coincidenza (secondo Putnam, “variazioni concomitanti” è solo un nome altisonante per le coincidenze), l’idiota ha imposto dei vincoli così fortunati, che il solo modo che aveva il programmatore sciocco per programmarci consisteva nel renderci abbastanza intelligenti da poter creare la relatività generale.

La situazione non sembra migliorare, visto che si è solo spostato il problema dal programmatore sciocco all’idiota.

L’obiezione classica è ovvia: ma non è proprio l’intelligenza a renderci capaci di cacciare cervi e inventare utensili?

“La risposta è che l’intelligenza, intesa come la capacità di usare il linguaggio, di manipolare utensili, e via di seguito, non basta a rendere una specie capace di fare scienza. Bisogna che la specie in questione possegga anche il giusto insieme di pregiudizi”.

Secondo Putnam, se la specie Homo sapiens avesse avuto un solido pregiudizio contro ciò che non è percepibile sarebbe forse riuscita a sviluppare ugualmente una civiltà. Non si sarebbe affaticata con una religione o una metafisica, e avrebbe potuto inventare un gran repertorio di utensili. Tuttavia, questa specie “non svilupperebbe mai la geometria oltre il livello egizio della misurazione pratica del terreno, perché, per essa, la nozione di linea retta del tutto priva di spessore, o quella di punto assolutamente inesteso, non avrebbero senso. Non speculerebbe mai sugli atomi brulicanti nel vuoto, o sulla vis viva”. In altre parole, da essa non potrebbe mai fiorire una scienza.

Supporre la necessità di un pregiudizio metafisico per la nascita della scienza, tuttavia, sembra generare disagio. Una spiegazione alternativa chiama in causa la nozione di tentativo ed errore. L’uomo potrebbe semplicemente aver passato al vaglio una dopo l’altra le ipotesi scientifiche finché, per tentativi ed errori, non sia arrivato a quella giusta. Ma la storia della scienza non convalida questa concezione.

“Galileo scoprì la legge di inerzia considerando e modificando le idee del XIV secolo che, a loro volta, erano una modificazione di quelle aristoteliche. Fu una precisa linea di pensiero metafisica ad indicare l’ambito generale in cui ricercare la legge di inerzia. Einstein stava lavorando nell’ambito generale fornitogli dalle speculazioni filosofiche sulla relatività del moto, che erano a loro volta di secoli più vecchie delle prove, quando produsse la teoria della relatività ristretta”.

Ciò sembra suggerire che le idee scientifiche non si muovano in un modo preciso, o in una precisa direzione. Al contrario, gli scienziati lavorano su linee di pensiero ragionevoli. Qui si parla di un tipo di ragionamento plausibile, “spesso soggettivo e controverso”, ma che, in qualche modo, trova la verità, o vi si avvicina, molto più spesso di quanto ci si aspetti da un qualsiasi procedimento per tentativi ed errori.

“Non intendo sostenere che la teoria dell’evoluzione sia sbagliata. Non intendo neppure argomentare in maniera velata a favore della dottrina della creazione speciale. Il mio personale punto di vista è che il successo della scienza non possa essere altro che un enigma, fintanto che consideriamo i concetti e gli oggetti come radicalmente indipendenti […]”.

Negli anni successivi, il nostro autore ha sviluppato molto queste idee, fino a specificare una categoria di valori, detti epistemici, che gli scienziati utilizzano comunemente nel loro lavoro.  Probabilmente, l’aver mostrato la vastità e la complessità delle facoltà umane che rendono possibile la pratica scientifica è il suo più grande merito, contro la banalizzazione che vediamo nei salotti televisivi e sulle pagine di divulgazione scientifica.

Concludo con un monito che Putnam rivolge a tutti i suoi lettori, valido sempre.

“Vorrei anche ricordare che il buon senso e l’intelligenza critica devono ancora essere infusi alle idee scientifiche (così come a tutte le altre idee); essi non sono una merce acquistabile dalla «scienza»”.

.

.

.

 

Share.

About Author

Studente magistrale di filosofia

  • Giorgio Masiero

    Grazie, Giorgio P, per questo pregevole articolo su Putnam.
    Che le facoltà matematiche di estrema astrazione si siano sviluppate nella specie umana molte decine di migliaia di anni fa, ben oltre le esigenze contingenti di sopravvivenza della specie, è un mistero che Michele Forastiere ed io abbiamo chiamato “effetto Ramanujan” in un articolo del 2012, pubblicato su una rivista scientifica, e che possiamo considerare parte di quel mistero più
    generale che è il linguaggio umano.
    Non sono d’accordo con Putnam quando, dando per scontato che nel progresso scientifico “le teorie si avvicinano alla verità” considera un enigma come ci si avvicinino e quasi consideri il loro successo una corroborazione di realismo, perché postulante una corrispondenza tra concetto e cosa. La scienza empirica non sa cosa sia la realtà (e quindi non si occupa di “verità”), ma si occupa di fenomeni. Quindi la scelta del realismo appartiene alla filosofia, esclusivamente. Il successo poi della scienza empirica si chiama tecnica, che è potenza di controllo sulla natura (senza tecnica, siamo nel regno delle speculazioni, o della filosofia naturale, o perfino del naturalismo) e la tecnica è il risultato, a mio parere, del metodo galileiano: cumulativo, che procede per tentativi, errori, intuizioni e colpi di fortuna.
    Spero, Giorgio P, di poter leggere ancora molti suoi articoli su CS. C’è bisogno di ragionare a questo mondo, in maniera chiara e pacata come mi pare il Suo stile.

  • Fabio Vomiero

    Grazie Giorgio per queste interessanti riflessioni. Proporrei soltanto una puntualizzazione sulla semantica del termine “credenza”, utilizzato anche dallo stesso Putnam a proposito dell’idea diffusa che il futuro debba andare come il passato, per esempio. Questo termine a mio avviso andrebbe utilizzato specificando bene il suo dominio a-scientifico di pensiero peraltro comune, ma fortemente ancorato a determinati vincoli cognitivi. In realtà la scienza sperimentale oggi si contrappone alle “credenze”, proprio perché si basa invece sulla validità delle prove e delle verifiche controllate continue. Detto questo, lo studio dei sistemi complessi ma anche la stessa meccanica quantistica ci mettono costantemente a confronto con concetti come incertezza, indeterminazione, probabilità, contingenza, irreversibilità, imprevedibilità e che quindi ci restituiscono la possibilità che il futuro possa invece essere anche molto diverso dal passato quasi per definizione, a parte l’evoluzione deterministica (prevedibile nel dettaglio) di qualche sistema semplice. E questo la scienza lo sa bene, nonostante l’universalità di principi (“leggi di natura”) come per esempio l’isotropia e l’omogeneità dello spazio-tempo.

    • Giorgio Masiero

      Mah,… io non credo, Vomiero, che nessuna teoria della scienza sperimentale – a partire dalle teorie fisiche fondamentali della fisica quantistica e della relatività generale – sia “provata”, e nemmeno provabile, ma solo al più corroborata da un insieme di verifiche controllabili, cui corrispondono spesso falsificazioni ed anche incoerenze logiche, che tuttavia ci teniamo per mancanza di meglio. In questa credenza epistemologica sono in buona compagnia, da Tommaso a Duhem, da Popper a Quine.
      La parola credenza è forse inappropriata, meglio parlare d’IPOTESI, in scienza sperimentale; ma che il futuro debba procedere come per il passato (altrimenti detta “omogeneità del tempo”, o legge di conservazione dell’energia), di massima, probabilmente, ecc., con tutte le riserve possibili ed immaginabili, è il fondamento – come ben chiarito da Hume – della possibilità stessa della ricerca scientifica, che si basa sul metodo induttivo, ed è comunque un assunto indimostrabile.

      • Fabio Vomiero

        Infatti, Masiero, sono d’accordo con lei, ho citato l’isotropia dello spazio-tempo proprio per sottolineare che nonostante le leggi fisiche che conosciamo ci permettano di eseguire gli stessi esperimenti sia a New York che a Mosca, e non abbiamo ragione per pensare che tra cent’anni non sia più così, esistono comunque dei limiti di predicibilità intrinseci che emergono dallo studio dei sistemi complessi, che poi sono la maggior parte dei fenomeni naturali (es. biologici) o sociali che costituiscono il mondo reale, tali da farci supporre che se le cose fino a oggi sono andate in un certo modo (passato), non è detto che continueranno a farlo anche domani (futuro), per tutta una serie di ragioni che riguardano proprio la natura stessa dei sistemi complessi. E’ questo che intendevo.

        • Giorgio Masiero

          Non capisco bene il Suo pensiero, Vomiero. C’è impredicibilità anche nel determinismo, come abbiamo già per la dinamica di 3 corpi, senza andare al caos deterministico di Poincaré o ai sistemi complessi. L’impredicibilità scientifica, voglio dire, è un limite soggettivo delle umane capacità di conoscenza (nella determinazione delle condizioni iniziali e ambientali e delle capacità di calcolo), non una condizione immanente alla natura (per quanto ne sappiamo). O Lei pensa a qualcos’altro? per esempio, che riavvolgendo indietro il nastro del tempo, diciamo a 10 miliardi di anni fa, l’universo fisico non si troverebbe 8 miliardi di anni dopo nelle stesse condizioni in cui si è trovato questo universo 2 miliardi di anni fa?

          • Fabio Vomiero

            Sì Masiero, intendo soprattutto limiti della conoscenza più che limiti di calcolo che rappresenterebbero più che altro un impedimento fisico ad una visione di stampo riduzionistico (es. demone di Laplace). Nell’ambito della non perfetta conoscenza dei sistemi complessi (sto parlando di questi sistemi e non di caos deterministico) includerei anche gli eventi casuali e le contingenze, eventi che accadono (e che hanno una causa) ma che non sono previsti o prevedibili da alcun modello a disposizione e che per questo inducono poi a modificare i modelli stessi, e le emergenze, quando identifichiamo nella modificazione di un sistema, invece, una qualche forma di nuova coerenza. Riguardo la sua ultima domanda, ad oggi io non ho ancora trovato elementi scientifici convincenti che mi possano far pensare che la storia naturale di e su questo pianeta fosse l’unica possibile (necessaria). Così come d’ora in avanti saranno possibili per noi e per il pianeta molti futuri o destini diversi, logicamente impredicibili.

          • Giorgio Masiero

            Gli “elementi scientifici convincenti”, Vomiero, che Le possano far pensare che il passato dell’universo fosse l’unico possibile necessario sono l’assunzione dell’omogeneità del tempo, che in fisica si traduce matematicamente nella conservazione dell’energia! È un principio, un postulato, un’assunzione della scienza sperimentale, anche se non un’osservazione…, come Le dicevo.
            Un principio del quale la scienza si serve a piene mani con successo, se i fisici pretendono di conoscere “i primi 3 minuti dell’universo” (Weinberg) e perfino col bosone di Higgs cosa accadde nel primo decimiliardesimo di secondo. Come sarebbe possibile tracciare la storia del mondo dal Big bang, cioè a partire da 14 miliardi di anni fa, senza “credere” a quell’assunzione?
            Però, secondo le teorie evoluzionistiche che vanno per la maggiore, ciò che vale per la fisica non varrebbe più in biologia. Ciò che vale per l’universo intero (per il suo passato e per il suo futuro) non varrebbe per una cellula. Ok, io rispetto anche questa credenza della maggior parte dei biologi, come rispetto quella opposta di tutti i fisici. Però, si ammetta almeno da quei biologi, che questo è un principio, un’assunzione, un postulato, delle loro teorie evolutive – che così si vietano a priori ogni predicibilità e quindi ogni possibilità di verifica sperimentale -, non un dato, un’osservazione, un’affermazione protocollare!

        • viaNegativa

          «non abbiamo ragione per pensare che tra cent’anni non sia più così». Lei scrive, Vomiero. Ma il punto cruciale della questione è che non si ha nemmeno nessuna ragione per pensare il contrario, almeno se si accetta il quadro che Hume ha dipinto per il moderno e per noi. Questo è il problema dell’induzione, che è un “falso problema” a mio avviso, ma che comunque non ha nulla a che fare con i sistemi complessi per se stessi e che invece concerne, tout court, la giustificazione della necessità del nesso causale nelle scienze naturali: qui va cercato l’assunto scientificamente indimostrabile di cui Le diceva Masiero.

        • Giorgio P.

          Caro Fabio Vomiero, la ringrazio per i commenti (e anche per gli altri che sono intervenuti a risponderle).
          Riguardo la complicatissima questione del determinismo, Putnam la affronta in un celebre saggio del 1968, intitolato “Is Logic Empirical?”, a cui la rimando. Troverà una interessante trattazione della logica quantistica.
          Riguardo il termine credenza, esso va inteso nel senso di Pierce, il fondatore del pragmatismo. Cerco di sintetizzare al massimo. Secondo Pierce, il metodo scientifico si muove lungo un processo del tipo Credenza-Dubbio-Ricerca-Nuova Credenza. Dunque, la scienza nasce perché ci sono situazioni intrinsecamente indeterminate, dalle quali non si riescono a ricavare regole di condotta, cioè modi di agire. Questo genera un dubbio in una credenza e mette in moto il processo di ricerca. Al termine della ricerca ottengo una nuova credenza che non è qualitativamente diversa dalla precedente, ma basta all’eliminazione del dubbio (cioè arrivo ad una maniera di agire in quella situazione). In una nuova situazione indeterminata, la nuova credenza potrà di nuovo essere messa in dubbio. Sottolineo quindi che esiste omogeneità tra le credenze ottenute con il metodo scientifico e le altre, secondo i pragmatisti (Putnam compreso). Si ricordi la massima pragmatica: il significato di un oggetto, in questo caso una credenza, sta tutto nei possibili modi razionali di agire che seguono dalla sua accettazione. Il modo in cui la credenza è stata ottenuta è indifferente (sempre secondo i pragmatisti).
          Riguardo un possibile stravolgimento delle leggi della fisica, Putnam ne parla proprio nel capitolo 10 di “Realismo dal volto umano”. Questo avvenimento è chiamato tecnicamente “catastrofe globale” (tra i tanti nomi che sono stati usati), ed entra in gioco come possibile soluzione del problema di Hume. In sintesi, alla domanda “le leggi fisiche di oggi saranno le stesse di domani?”, si risponde “non necessariamente, perché può esserci una catastrofe globale”. Tuttavia, Putnam rileva che siamo stati programmati per avere la credenza che il futuro sarà ragionevolmente simile al passato sotto certi aspetti, ossia tendiamo ad escludere una catastrofe globale. Come è evidente dall’articolo, se non avessimo questo solido pregiudizio, non potrebbe fondarsi alcuna scienza.
          Spero di aver chiarito qualche punto.

          • viaNegativa

            Posso chiedere, Giorgio, cosa ne pensa Lei della “possibile soluzione” di Putnam al problema di Hume?

          • Giorgio P.

            Ciao ViaNegativa.
            Non trovo che Putnam, in questo scritto, provi realmente a risolvere il problema di Hume. In altri saggi egli critica il modo in cui Popper lo risolve, ma che io sappia Putnam non dà vere soluzioni. Semplicemente, constata che noi non pensiamo tutto il giorno a catastrofi globali: crediamo, ad esempio, che se una penna (lasciata andare) cade adesso, cadrà anche tra 10 minuti. Viceversa, il pensare a catastrofi globali bloccherebbe qualunque tentativo di ricerca scientifico. La mia conclusione, dunque, è che Putnam, da vero pragmatista, guardi i modi di agire che derivano dall’avere questo pregiudizio, e mi sembra che porti fecondità, in termini di risultati ottenuti dalle scienze.

          • viaNegativa

            Ciao Giorgio, grazie. Diciamo che era evidente che non risolvesse alcunché in quel modo, da lì il mio uso del virgolettato per “possibile soluzione”. Infatti la domanda che ti ho rivolto voleva significare qualcosa come “se ti ‘risolvessero’ il problema di Hume a quel modo, tu, Giorgio P., cosa risponderesti?”

            Da parte mia: Putnam ci dice solo che è meglio se ce la mettiamo da parte, ne gioverà la scienza. Beh, grazie mr. Putnam, ma ciò è proprio quello che l’uomo ha sempre fatto nella storia: mettere tra parentesi i problemi degli scettici e i risultati, come è sotto gli occhi di tutti, non sono mai mancati.

            I problemi teoretici tuttavia rimangono e se qualcuno li volesse cestinare come inutili sottigliezze verbali in nome di un presunto primato della prassi sulla pura speculazione, allora bisognerebbe far presente a costui che in realtà egli afferma ciò perché ha già pensato che, ad es., una certa riflessione è superflua, o che qualcuno-qualcosa gioverà dall’evitarla (nel caso qui in oggetto, ne giova l’attività scientifica) o che altro ne so io. Ora, questi sono pensieri dappoco, ma sono sempre pensieri: dal primato del pensiero (che è pensiero e quindi ricerca della verità) non si scappa.

            Detto questo, mi si conceda un’ultima nota di carattere storico e una stilettata ai moderni, visto che ci siamo: il problema dell’induzione di Hume è conosciuto dai tempi dell’ellenismo, infatti altro non è che una variante, un “reprise” in età moderna vorrei dire, della critica megarico-stoica alla validità della sillogistica aristotelica nelle scienze naturali. Problema che San Tommaso conosceva e che – wait for it – ha risolto. Lui per davvero però, altro che Putnam!

            Bene, scusa per questo parziale OT rispetto all’articolo e grazie per lo scambio. Alla prossima.

          • Fabio Vomiero

            Sì, grazie Giorgio P., è stato chiarissimo. I miei dubbi continuano però a riguardare il termine “credenza”, che a questo punto sarebbe più opportuno trasformare in “ipotesi” come anche proposto anche da Masiero.

  • Giorgio Masiero

    (Provo a reinserire il commento che ho fatto stamane e che, misteriosamente!, è scomparso)
    Grazie, Giorgio P, per questo pregevole articolo su Putnam.
    Che le facoltà matematiche di estrema astrazione si siano sviluppate nella specie umana molte decine di migliaia di anni fa, e lo abbiano fatto ben oltre le esigenze contingenti di sopravvivenza della specie, è un mistero che Michele Forastiere ed io abbiamo chiamato “effetto Ramanujan” in un articolo del 2012 (pubblicato su rivista peer per view) e che possiamo considerare parte di quel mistero più generale che è ancora il linguaggio (simbolico) umano.
    Non sono d’accordo con Putnam quando, dando per scontato che nel progresso scientifico “le teorie si avvicinano alla verità” considera un “enigma” come vi si avvicinino e quasi consideri il loro successo un indizio del realismo, perché richiedente la corrispondenza tra concetto e scienza. È piuttosto il realismo di Putnam (insieme ad altre assunzioni) che gli fa derivare questa sua credenza sull’avvicinamento alla verità del progresso scientifico! La scienza empirica non sa cosa sia la realtà, quindi non aspira alla verità, ma si occupa di fenomeni esterni all’Io e riproducibili e di spiegarli con ipotesi materiali matematizzabili (le “teorie”). La scelta del realismo appartiene alla filosofia, esclusivamente. Il successo poi della scienza empirica si chiama tecnica, che è potenza di controllo sulla natura e la tecnica è il risultato, a mio parere, del metodo galileiano: cumulativo, progrediente per tentativi ed errori, intuizioni ed anche colpi di fortuna. Senza tecnica, restiamo nel regno legittimo delle congetture incorroborate, della filosofia naturale, o del naturalismo puro – che è una filosofia particolare.
    Spero, Giorgio P, di poter leggere ancora molti Suoi articoli su CS. C’è bisogno di ragionare, in maniera chiara e pacata com’è il Suo stile.

    • Giorgio P.

      Innanzitutto, grazie del commento, Giorgio Masiero. Ha sollevato molte questioni. interessanti.
      Riguardo il realismo di Putnam, le dico subito che nel corso della sua vita è passato da un realismo “duro” ad uno come quello dell’articolo, in cui sostiene che i nostri concetti in qualche modo “plasmano” la realtà che affrontiamo, ad altre versioni ancora differenti.
      Riguardo la nozione di verità, Putnam si limita a criticare coloro che la riducono ad un qualche tipo di coerenza logica, perché i criteri di coerenza possibili sono molti e ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti.
      Riguardo la cumulatività, Putnam sarebbe d’accordo se la si intende nel senso di una continuità nel pensiero metafisico che fa da sfondo all’attività di ricerca. Tuttavia un processo come il “tentativo ed errore” (trial & error, t&e) ha per lui un senso solo all’interno della tradizione metafisica. Mi spiego: Putnam sostiene che il t&e sarebbe un procedimento troppo costoso in rapporto ai risultati che dà, e da solo non porterebbe praticamente a nessuna nuova scoperta rilevante. D’altra parte, una tradizione metafisica ha già dei problemi ben definiti da risolvere, con un numero limitato di possibili soluzioni da vagliare: all’interno di tale tradizione trova posto un procedimento t&e.
      Riguardo la tecnica, il discorso è complesso. Tradizionalmente i pragmatisti (in particolare Dewey) non distinguono scienze pure e scienze applicate. Tuttavia, Putnam, in un libro del 1994 (Words and Life) si concentra sulla nozione di “conoscenza pura”, cercando quindi di estraniare la tecnica dalle scienze empiriche. Non so come questo si possa conciliare con il pragmatismo.
      Spero di aver chiarito qualcosa su Putnam, ma i dubbi rimangono sempre molti, essendo un autore complesso.

      • marco donadi

        «Nell’ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad un completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo;l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimessoal gioco del caso.»
        W.Heisenberg,Indeterminazione e realtà

        • marco donadi

          Questo Masiero probabilmente non ha mai sentito parlare di non commutativita’….ah ah ah…:) non si puo’ “riavvolgere il nastro”,il mondo e’ un po’ piu’ complesso di una parabola di gesu’ bambino,caro mio….

          • Giorgio Masiero

            Il principio d’indeterminazione, di cui Lei, Donadi, appare confondere l’operatività con le interpretazioni filosofiche, non ha impedito ai fisici di “riavvolgere il nastro” fino a 14 miliardi di anni fa, tracciando la storia dell’universo fisico a partire da frazioni di miliardesimo di secondo dal Big bang.
            Indeterminazione è una cosa, indeterminismo un’altra, impredicibilità un’altra ancora. La rinvio al mio articolo “Il principio d’indeterminazione, tra operazioni e interpretazioni”.
            PS. In futuro, se vorrà ancora interloquire con me, La invito al rispetto e alla buona educazione. Altrimenti, per quanto mi riguarda, il dialogo con Lei si chiude qui.

          • marco donadi

            Guardi,se crede preferisco leggere i testi di qualche premio Nobel piuttosto che articoli su “domini di coerenza” dell’ acqua e altre assurdita’,o confusi pateracchi come quello di cui sopra,con rispetto parlando. E forse dovrebbe farlo anche lei,altro che “interpretazioni filosofiche”….
            Quanto al “big bang”,si tratta di una teoria che rende conto dell’osservazione di un universo in espansione,e non ha niente a che fare con la meccanica quantistica e con i suoi aspetti non deterministici. La scienza non puo’ certificare la presenza di un principio di causalita’ operante a livello subatomico e quantistico,e tanto basta. Se poi questo contraddice la sua teologia “tomistica” da quattro soldi, e si rivela antiintuitivo e incomprensibile nel quadro delle sue metafore da non addetto ai lavori (“riavvolgere il nastro” ?!?),affar suo.
            E quanto all’educazione,temo di non aver bisogno di impararla da lei.

          • marco donadi

            È noto che
            il principio di indeterminazione, scoperto dallo stesso Heisenberg, mette in
            crisi soprattutto il concetto di causa, di cui in questa lettura lo
            scienziato-filosofo esamina criticamente l’interpretazione “piú forte”.

            W. Heisenberg, Ueber
            den anschaulichen Inhalt der quantentheoretischen Kinematik und Mechanik, [Sul
            contenuto evidente della cinematica e meccanica quantistica, 1927],
            ora in Gesammelte Werke, Berlin, 1984, pag. 503, trad. G. Gembillo

            Tuttavia nella
            formulazione piú forte del principio di causalità: “se noi conosciamo il
            presente esattamente possiamo predire il futuro”, è falsa non la conseguenza,
            ma la premessa. Noi non possiamo in linea di principio conoscere il presente in
            ogni elemento di determinazione. Perciò ogni osservazione è una selezione da
            una quantità di possibilità e una limitazione delle possibilità future. Poiché
            ora il carattere statistico della teoria quantistica è cosí intimamente
            associato alla inesattezza di tutte le percezioni, si potrebbe essere condotti
            alla supposizione che al di là del mondo percepito statisticamente si celi
            ancora un mondo “reale”, nel quale il principio di causalità è valido. Ma tali
            speculazioni ci sembrano, per dirlo esplicitamente, infruttuose e insensate. La
            fisica deve descrivere soltanto la connessione formale delle percezioni.
            Piuttosto si può caratterizzare molto meglio il vero stato della cosa in questo
            modo: poiché tutti gli esperimenti sono soggetti alle leggi della meccanica
            quantistica, e dunque all’equazione, da ciò segue che attraverso la meccanica
            quantistica viene stabilita definitivamente la nullità (Ungültigkeit)
            del principio di causalità.

            Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati, Milano, 1991,
            vol. IV, pagg. 803-804

            e con questo,saluti,e alla prossima,che si tratti di vaccini,di gender o di memoria dell’acqua.

          • marco donadi
          • ADASON

            Mi sembra che “I primi 3 minuti” l’abbia proprio scritto il Nobel Steven Weinberg, o sbaglio, Donadi?
            P.s.: attendo ancora di comprendere il Suo lato “spiritoso” delle parabole di “Gesù bambino”…

          • Nadia

            Se ti piacciono tanto i Nobel, marco donadi, allora leggiti il premio Nobel Luc Montagnier sui domini di coerenza dell’acqua. Quanto al modello standard cui ha accennato il prof. Masiero (non alla teoria del Big bang, ma ai primi istanti dell’universo “a partire dal Big bang”) e al campo di Higgs, questa è proprio fisica quantistica, carissimo Marco! Ma tu non sei laureato in fisica, vero?
            Studiati, prima di parlare maleducatamente con chi ne sa forse più di te, il Nobel Weinberg sui “primi tre minuti”, e poi vedi il valore che ha tuttora il principio di causalità in fisica quantistica e il ruolo dei suoi operatori unitari!

          • ADASON

            Non mi risulta, Donadi, che Gesà da bambino abbia pronunciato parabole, ma solo in età adulta. Se si tratta invece (come immagino) di una battuta, può gentilmente spiegarmi in cosa cosa il lato spiritoso, che non riesco ad afferrare, della Sua affermazione?… La ringrazio anticipatamente.

          • Nadia

            Gente come marco donadi, Adason, non solo non sa la fisica, ma la vuole anche insegnare ai fisici! Non ragiona in proprio, ma fa solo cherry picking per citazioni di comodo, cui si possono contrapporre altrettante citazioni contrarie, ovviamente di premi Nobel, e lo fa per giunta offendendo. E infine non solo nega di offendere, ma anche si propone come campione di educazione! O tempora o mores!!

          • ADASON

            Eh sì, Nadia, hai ragione: perchè Donadi non affronta direttamente e precisamente Masiero quando scrive gli articoli sull’acqua? Perchè non affronta direttamente e precisamente Masiero quando scrive sull’epistemologia di S. Tommaso? Come si chiamano normalmente le persone che, prive di alcuna preparazione sugli argomenti, attaccano alle spalle e otp con battutiine e offese gratuite?…
            @Donadi: sto ancora aspettando che Lei mi citi le parabole pronunciate da Gesù quand’era bambino.

          • ADASON

            OT (non OTP)

  • Enzo Pennetta

    Saluto Giorgio P e lo ringrazio per questo suo articolo unendomi all’auspicio di Giorgio Masiero di vederne presto altri.

  • Enzo Pennetta

    Marco Donadi, chi ha degli argomenti usi quelli, la denigrazione non è tollerata su CS.