L’anima umana e la sua immortalità alla luce del pensiero sistemico

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La lezione di anatomia del dott. Nicolaes Tulp (Rembrandt van Rijn, 1632)

 

L’anima umana e la sua immortalità alla luce del pensiero sistemico

di Giorgio Masiero

Appunti sulla lectio magistralis del cardinale Camillo Ruini, che ha inaugurato il ciclo 2017-18 di studi sistemici alla Cattolica di Milano

 

More is different” – che potremmo tradurre “L’insieme non è la somma delle parti” – è un famoso articolo del Nobel per la fisica Philip Anderson, apparso nel 1972 sulla rivista Science. Suo merito fu di denunciare con argomenti forti i limiti del riduzionismo nelle scienze. “La chimica non è fisica applicata, la biologia non è chimica applicata, la psicologia non è biologia applicata…”, vi spiegava Anderson ai colleghi fisici “arroganti”. Si dà infatti che, all’aumentare del numero di particelle di un sistema fisico, si complica la sua organizzazione, emergono” proprietà nuove che richiedono di organizzare la ricerca scientifica per livelli gerarchici delle discipline, ciascuna delle quali con propri, autonomi principi di base e metodi di avanzamento. “Certamente”, chiudeva l’articolo, “ci sono più livelli gerarchici distinti tra il comportamento umano e il DNA che tra il DNA e l’elettrodinamica quantistica”.

Non che il monito di Anderson abbia sortito effetti immediati in biologia o in medicina: biologi molecolari e genetisti, per la gran parte, hanno persistito in un approccio meramente meccanicistico (qualche lettore si ricorda i periodici annunci sul gene dell’amore, quello della musica…?), che sarà sfibrato infine solo dagli scarsi risultati ottenuti rispetto agli investimenti profusi. Con il semi-fallimento del Progetto Genoma il dogma deterministico della genetica entrerà in crisi e il focus della ricerca si sposterà a cavallo del secolo dai singoli geni alla proteomica, cioè alle reti di relazioni, regolazione ed amplificazione dei processi cellulari.

Insiste invece la pratica medica in una visione iper-specialistica che isola l’organo dall’organismo e questo dalla sua unità con la psiche. Eppure, si sanno i danni derivanti al malato dalla spersonalizzazione, quando in ospedale viene ridotto a numero, per essere solo un “caso” secondo le specificità della sua patologia. La spersonalizzazione inizia subito all’accettazione, con la perdita di dignità conseguente alla perdita di “immunità corporea” (Adrienne von Speyr, “Medico e paziente”, 1983). Il passaggio da una terapia 1-molti ad una 1-1 richiederebbe al medico “una contemplazione del malato ed un coinvolgimento empatico del proprio sé”, ovvero l’esperienza della persona curante con la persona bisognosa di cura e non solo dello specialista con un corpo malato.

L’articolo del ‘72 di Anderson suscitò comunque, prima in forme sotterranee poi con una mole crescente di studi pubblici, un filone scientifico nuovo: quello del pensiero sistemico. Negli anni ‘80 il fisico Murray Gell-Mann, l’economista Kennet Arrow, il medico-biologo Stuart Kauffman, il computer scientist Chris Langton e altri, appartenenti anche a discipline umanistiche, crearono l’Istituto di Santa Fe in New Mexico. Il principale risultato fu la nascita ufficiale della scienza della complessità, con un nuovo statuto epistemologico passante per approcci interdisciplinari. Seguendo le ricerche di Ilya Prigogine, vi si postulò che i sistemi biologici, economici e sociali si trovino in una situazione dinamica al limite tra l’ordine e il caos e lontana dall’equilibrio: al confine si manifesterebbero i fenomeni emergenti, creatori di novità. Anche se è fallito l’obiettivo più ambizioso – la spiegazione del passaggio dall’attività chimica molecolare all’organizzazione super-molecolare della cellula –, l’Istituto aprì una corrente di nuovi studi in biologia, in ambiti specifici ma comunque fertili di applicazioni.

Come ultimo esempio di questi, segnalo una ricerca fatta da Alessandro Giuliani con altri, apparsa in questi giorni su PubMed. Essa mostra che il campo gravitazionale – una forza 100 milioni di volte meno intensa di quella elettromagnetica e che finora si pensava potesse contare solo a livello cosmico – ha un effetto selettivo sulla forma delle cellule. Non importa quanto (piccola o grande) sia la forza gravitazionale, l’importante è che non sia nulla; l’importante è che nello spazio sia presente una direzione privilegiata, emergente dalla gravità. Fenotipi che in assenza di gravità sarebbero equiprobabili e quindi ugualmente presenti in forme diverse, in sua presenza sono selettivamente composti in certe forme piuttosto che in altre. Né mutazioni geniche a monte, né adattamenti di fitness a valle, né evoluzionismo classico: solo l’emersione del fenotipo in potenza già lì, compatibile con l’esistenza di gravità, rispetto ad altri che sono così impediti ad attualizzarsi. Inutile dire delle applicazioni che da tale scoperta potrebbero scaturire, a partire dalla lotta al cancro.

Anche questo studio dimostra che l’emergenza (di una caratteristica, in un sistema biologico e in generale complesso) non è di per sé una spiegazione, ma “piuttosto una domanda di spiegazione” (T. Nagel). Sorprendentemente, c’è invece chi si accontenta del nome. Dice l’uomo di poche pretese: in un sistema fisico, ad un certo livello di complessità, improvvisamente emerge una nuova proprietà, precipita un’organizzazione, compaiono la cellula, la vita, la sensitività, l’autocoscienza, ecc. L’evocazione di una parola è arte di sciamani, una risposta infantile che nasconde in suoni roboanti (“sistema complesso”, “proprietà emergenti”, “autopoiesi”) una persistente ignoranza. Al contrario, per la scienza adulta che non crede ai conigli uscenti dai cappelli senza esservi prima entrati in maniere celate, “spiegare” vuol dire srotolare (“s-piegare”) il tappeto arrotolato, così da palesarne pubblicamente la trama. E ciò si fa riproducendo le condizioni sufficienti alle quali una configurazione in potenza già lì si palesa, o almeno, quando le condizioni sono ardue da replicare, postulandole in un modello consistente.

Nella figura sottostante riporto 4 esempi di fenomeni “emergenti” spiegati dalla fisica: l’impacchettatura esagonale delle arance, la disposizione dei fili dell’alta tensione lungo curve geometriche dette catenarie, la cristallizzazione della pirite in cubi e le leggi di Keplero delle traiettorie dei pianeti intorno al Sole. I primi tre fenomeni sono riproducibili, il quarto è solo modellizzabile. In tutti e 4 i casi, l’organizzazione finale non è apparsa d’improvviso da nulla, ma si è generata con continuità variando le infinite configurazioni possibili, tutte a priori equiprobabili. La configurazione infine emersa si s-piega come quella di minima energia alle date condizioni iniziali e di vincolo, dato dalle simmetrie delle equazioni matematiche dei campi fisici. L’ordine nascosto e il contenuto informativo, che nei cambi di fase emergono a livello macroscopico, erano pre-esistenti nei campi. Alla loro forma matematica la fisica si ferma. Si può dire che tutta la fisica moderna, da un secolo (Teorema di Noether, 1915), spiega l’organizzarsi dei fenomeni (semplici) che le competono assumendo l’esistenza di simmetrie di campo che non hanno altra giustificazione se non nelle predizioni controllate dall’esperimento che fanno. A questo approccio, fondato sull’esistenza di simmetrie (o invarianze di gauge), postulate inizialmente in base a criteri minimalistici ed estetici, si devono le più grandi scoperte della fisica teorica, dall’antimateria di Dirac al neutrino di Pauli al bosone di Higgs, confermate sperimentalmente (anche dopo decenni dalla loro predizione) da un’empiria guidata dalla teoria.

 

Quattro esempi fisici di ordine emerso spontaneamente spiegato: tre riproducibili, uno irriproducibile.

 

Un’altra scuola di pensiero sistemico, di livello internazionale per la rilevanza degli studi e l’identità degli studiosi, è coordinata da Lucia Urbani Ulivi, docente di Filosofia teoretica, Filosofia della mente e Ontologia e Metafisica all’università Cattolica di Milano. La scuola raccoglie un nucleo stabile di filosofi, chimici, fisici, biologi, neurologi, musicologi, logici, architetti…; organizza ogni anno un ciclo di seminari e convegni sulle più recenti ricerche sistemiche in filosofia, nelle scienze e nelle arti; e, oltre alla produzione di articoli per le riviste specializzate, ha pubblicato per i tipi del Mulino tre libri (“Strutture di mondo” I, II e III), che tengo tra i più preziosi della sezione scientifica della mia biblioteca. La scuola, d’impronta realista, s’ispira alle intuizioni del biologo Ludwig von Bertalanffy (1901-1972), autore della “Teoria generale dei sistemi” (1968), che ha fissato nell’interdisciplinarità congiunta alla ricerca di corrispondenze tra strutture (“isomorfismi”) l’approccio combinato per la descrizione dei sistemi complessi.

È facile sparare contro la specializzazione esasperata ed invocare l’interdisciplinarità, ma se prima di tutto il team non omogeneizza i linguaggi così da convergere sul significato dei termini (usati generalmente in discipline diverse con significati diversi), il dialogo interno non s’instaura: non ci si intende nella formulazione dei problemi, tantomeno nella valutazione delle soluzioni…, col risultato paradossale che la babele delle lingue prevale sulla buona volontà tanto più facilmente quanto più le aree sono vicine. Omogeneizzati i linguaggi, i filosofi precisano le loro descrizioni del mondo, mentre gli scienziati si arricchiscono di riferimenti ontologici più articolati, prima impensabili nei laboratori.

Quest’anno accademico, il ciclo di seminari sistemici alla Cattolica è stato inaugurato dal cardinale Camillo Ruini con una lectio dedicata all’anima umana. La prima parte della lezione si è concentrata sulla dottrina cattolica, che proclama l’immaterialità dell’anima, la sua immortalità individuale e la resurrezione del corpo alla fine del mondo. “In verità ti dico, oggi tu sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43) promette Gesù al ladrone pentito prima di spirare. Ora, ha ricordato Ruini, le Scritture si disinteressano ai dettagli del rapporto tra corpo ed anima e su come una forma puramente spirituale di vita possa sopravvivere alla dissoluzione del corpo con la morte, fino al Giudizio universale allorché le anime dei salvati si ricongiungeranno ai corpi risorti. Le Scritture si fermano alle verità fondamentali. Spetta invece alla teologia speculare sull’antropologia e sui limiti cui la filosofia – che è puro esercizio della razionalità umana, prescindente dalla Rivelazione – possa giungere nel supportare la teologia e la dottrina.

Dopo aver illustrato le principali teorie teologiche dell’anima, da Agostino a Tommaso a quelle moderne, cattoliche e protestanti, nella seconda parte della sua lezione – più prettamente filosofica e scientifica – Ruini ha mostrato che il pensiero teologico dell’Aquinate sull’anima può trovare una corrispondenza nel lessico del pensiero sistemico contemporaneo, con due implicazioni importantissime per la teologia: a riguardo di ciò che sull’anima umana razionalmente può essere affermato e di ciò che non può essere negato.

Assumendo la concezione aristotelica, Tommaso salvaguarda l’unità di anima e corpo nel soggetto umano: la prima (immateriale) è costitutivamente unita al secondo (materiale), essendone la sua forma sostanziale. Tommaso è tanto persuaso dell’unità profonda tra anima e corpo – come ne sono pervase le Scritture, le quali mai entrano in discorsi di struttura – da negare all’anima separata dal corpo la qualifica di “persona”, o “io”: l’anima senza il corpo, pur dotata di volontà e ragione ma priva di sensitività, non è un essere umano completo. L’esistenza dell’anima e la sua immortalità individuale sono irrinunciabili dal cristiano, ma vanno comprese non in maniera dualistica, bensì all’interno di quell’unico essere che è l’uomo.

Passando all’approccio sistemico contemporaneo, si tratta per Ruini prima di omogeneizzare il linguaggio scolastico con quello sistemico e poi di verificare

  1. se l’anima conservi un significato nella teoria dei sistemi e
  2. se vi sia spazio per la sua immortalità, senza dover invocare l’onnipotenza di Dio.

Il cardinale Camillo Ruini

Le due questioni sono distinte e possono quindi avere risposte diverse. A questo punto, Sua Eminenza ha fatto una precisazione sulle teorie dei sistemi in generale, che deve essere risuonata come una melodia negli orecchi attenti dell’uditorio milanese. Il suo approccio allo studio sistemico dell’anima non va alla ricerca d’un modello parziale, solo epistemologico, bensì d’una descrizione della realtà della cosa. “Se i sistemi fossero soltanto nostri punti di vista, non sarebbe possibile verificare empiricamente che qualcosa si comporta come un sistema, il che, invece, di fatto avviene. Per la teologia questa precisazione è necessaria perché è in questione la realtà dell’anima, e non soltanto un’idea di essa”.

La nozione sistemica che per Ruini meglio corrisponde al concetto teologico di anima è quella di organizzazione.Con organizzazione s’intende una rete di relazioni, che collega e subordina a sé le diverse parti di un oggetto, nel nostro caso l’essere umano. L’organizzazione è quindi anzitutto il principio di unità: già in questo vi è una corrispondenza con l’anima. In concreto l’organizzazione rimane costante e insostituibile, mentre le parti variano e vengono sostituite. Ciò implica che tra l’organizzazione e le parti vi sia una distinzione reale, come tra l’anima e il corpo, all’interno dell’unico essere umano”.

Per l’anima, l’isomorfismo tra teologia e sistemica si fa più serrato se consideriamo il corpo – in quanto costituito di parti visibili – come la fenomenizzazione dell’essere umano. Quando Aristotele e Tommaso dicono dell’anima che è atto del corpo fisico, il quale ha la vita in potenza, i linguaggi sono diversi, ma il pensiero è uguale. “Il corpo e le sue parti cadono sotto i nostri sensi, sono empiricamente osservabili e verificabili. L’organizzazione, invece, non è sensibile e non può essere colta nemmeno con strumenti di laboratorio, ma solo con l’intelligenza che, a partire dai dati empirici, coglie o scopre i modi in cui le parti sono collegate, ne afferra i vincoli, l’ordine, l’unità, la regolarità. In questo senso il corpo e le sue parti possono dirsi materiali e l’organizzazione immateriale”.

L’organizzazione è principio di identità oltre che di unità, perché determina il livello al quale si pongono gli oggetti e le proprietà che li caratterizzano. “Il sistema è più della somma delle sue parti, ha proprietà che le sue parti prese singolarmente non hanno e che possono essere attribuite esclusivamente al sistema nella sua unità”. Sono le proprietà misteriosamente emergenti. Nell’uomo possiamo trovare numerose proprietà emergenti, tra le quali spiccano l’autocoscienza e la libertà, che gli sono tipiche rispetto alle altre specie viventi. La corrispondenza tra la realtà dell’anima spirituale in teologia e la realtà dell’organizzazione immateriale in sistemica toglie così ogni velo di magia alle proprietà emergenti.

Al primo interrogativo, se l’anima umana conservi un senso anche per la razionalità moderna, Ruini risponde quindi affermativamente: l’anima sta al corpo nel linguaggio della teologia come la forma sta alla materia nel linguaggio della filosofia aristotelico-tomistica, o come il principio di organizzazione sta al sistema materiale nel linguaggio della sistemica.

Resta la questione dell’immortalità, che a prima vista può apparire disperata alla ragione: “Come potrebbe infatti essere immortale, quindi sopravvivere alla dissoluzione del fenomeno umano nella morte, l’anima che è l’organizzazione del fenomeno stesso?” Eppure a ben riflettere, la distinzione tra le parti del sistema e l’organizzazione è reale, come ricaviamo dall’osservazione che, durante la vita, l’organizzazione persiste mentre le parti cambiano e sono sostituite. Quindi, ragiona Ruini, se è vero che non può esistere un sistema (fisico) organizzato senza un principio (immateriale) di organizzazione – come dire che non può esistere un corpo vivo senza un’anima –, non è altrettanto evidente che non possa esistere “con modalità di esistenza a noi ignote” un principio di organizzazione senza il sistema dove attuarsi. È comunque una mera possibilità, un’assenza di contraddizioni, non una dimostrazione positiva di persistenza dell’organizzazione oltre la sopravvivenza delle parti, come aspirerebbe a dimostrare la teologia.

Anche sul quesito dell’immortalità dell’anima tuttavia, l’approccio sistemico ha “un forte titolo di merito agli occhi del teologo”, perché se non la dimostra nemmeno la esclude.

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it

Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

  • Maurizzio

    Ma se si tiene in considerazione che in questi secoli sia la “squadra dell’Assenza” sia la squadra “della Presenza”(per rassicurare su la mia salute mentale faccio notare che parlo di Anima) diciamo cosi hanno segnato un goal per parte (1-1). Partirei allora (come tutti i buoni “curiosi”) a farmi-fare delle domande(ne ho nella mia faretra almeno una decina) e cioè:Come il Mondo dei Credenti descrive L’Anima ? Diciamo pure il “suo aspetto”.Domanda ingenua o inutile? Ovvero: ” Il concetto filosofico-telogico di anima fa parte di un discorso complesso.Esso occupa,per cosi dire,un posto nevralgico nella filosofia e nella teologia europee,le quali ,nei loro diversi progetti,possono sempre essere rilette alla luce del significato che danno a questo CONCETTO.Qui il discorso dell’anima appare sempre più sorpassato.”…….. Anno 2008.

    • Giorgio Masiero

      Non ho capito la domanda.

      • Maurizzio

        La mia più che una domanda è piuttosto un percorso,un camminare con la mente accanto a Voi(a Lei e a i suoi lettori).Sono un puzzle di cinquantanni di ricerca(altra mia Passione Jung e il suo Libro Rosso,più di 8000 profili-fans su Facebook)appassionata,faticosa ma degna di un Uomo.Sono troppo felice per il Suo Coraggio.Grazie anche al Coraggio del Cardinale Ruini.In un epoca di noiosissimo laicismo della Chiesa trattare Temi Alti è veramente “andare contro corrente”.ps.Stanotte leggo i commenti dei lettori,credo veramente interessanti(spero).

  • Nemesis

    Io ero presente al convegno 🙂 Ruini uomo di straordinaria cultura.

    • Giorgio Masiero

      Che bello! ci saremmo potuti incontrare…

  • Nadia

    Mi sembra importante questo articolo di Masiero. Parla finalmente di un convitato inquietante eppure sempre presente alla festa, che l’ospite politicamente corretto tende a trascurare ai nostri tempi anche se non ne può fare a meno. Nella lezione di Ruini, l’anima riacquista pienamente il suo posto, nel linguaggio moderno della sistemica. Grazie, prof. Masiero.

    • Giorgio Masiero

      Grazie, Nadia.
      Sì, è vero, oggi è impossibile affermare le più elementari verità, da quella che 2+2=4 a quella che l’anima fa la differenza tra un corpo vivo (animato) e un corpo morto (ex-anime).

  • Fabio Vomiero

    Articolo stupendo prof.Masiero. Dalla mia modestissima analisi lo definirei impeccabile nella prima parte, molto interessante, ma discutibile, nella seconda. Direi praticamente perfetta la sua introduzione scientifica a partire dalle citazioni di Anderson, Prigogine e Kauffman per trattare i temi, che come lei ben sa condivido particolarmente, della complessità e dell’emergenza, nonché dell’interdisciplinarietà, menzionando anche il possibile fallimento degli approcci riduzionistici e la dovuta (e a volte necessaria), introduzione di una visione di tipo sistemico quando abbiamo a che fare con un certa tipologia di sistemi caratterizzati per la loro stretta interconnessione strutturale biunivoca con l’ambiente. Molto gradita anche la citazione dell’interessante lavoro di Giuliani, che testimonia, una volta di più, quanto appena detto, nello specifico una variazione di gravità (microgravità) che può concorrere a plasmare forma e funzione dei sistemi viventi. Evidente, a mio avviso, la stretta correlazione con i concetti biologici assodati di adattamento, pressione selettiva e plasticità fenotipica, quantomeno. Riguardo invece la lectio su anima e sulla sua immortalità, come quasi sempre accade quando mi trovo a che fare con analisi di tipo teologico e/o filosofico, rimango abbastanza perplesso, come dire sì, ma anche no, dipende dalla sensibilità cognitiva di ciascuno. Per questo definisco questo tipo di analisi interessanti, ma discutibili, anche se non mi addentro troppo nella discussione per mia dichiarata incompetenza. Certamente, per quanto mi riguarda, quando però presso determinati ambienti sento per esempio parlare di “Verità” come di un concetto assoluto, mi viene già come minimo l’orticaria.

    • Giorgio Masiero

      Grazie, dott. Vomiero.
      Se definiamo la verità come l’uguaglianza del dire alla cosa, a me pare che ci siano verità cui possiamo arrivare definitivamente (verità assolute) e verità cui possiamo solo avvicinarci (verità parziali, relative). Prendiamo pi greca. Una Verità assoluta (io non ho paura di usare l’aggettivo, e neanche la maiuscola per una scoperta così importante) è che pi greca è un numero irrazionale (Lambert, 1770). Ne deriva che non potremo mai conoscere tutte le sue cifre decimali…, però possiamo avvicinarvisi indefinitamente. Così, di recente, facendo lavorare un migliaio di computer contemporaneamente per un mese, si è riusciti a determinare la duequadrilionesima cifre di pi greca!
      Persino nelle scienze – lasciando stare le loro teorie, sempre discutibili – ci sono verità assolute: per esempio, che la distanza Terra-Sole sia compresa tra 149 e 150 milioni di km.
      Nella mia visione, le verità sono tanto più evidenti quanto più il loro oggetto si semplifica: proposizioni protocollari della scienza sperimentale, matematica, logica, metafisica.

  • AndreAX

    Prof. Masiero i suoi articoli sono sempre un grande spunto di riflessione per me. Poichè non mi risparmio niente nel mio pensare, non è infrequente che mi ritrovi peregrino paladino della parte opposta; sicchè da improvvisato riduzionista di ferro le chiedo: Siamo sicuri che sia improprio pensare alla biologia come chimica applicata e alla fisica come chimica applicata?
    Lo iato tra metafisica/morale e mondo fenomenico è chiarissimo e nello stesso tempo è per me chiaro come costituiscano un unicum, come siano un “sinolo di materia e forma”; altrettanto chiaro però non mi riesce di applicare la medesima dialettica nel campo delle discipline scientifiche, là dove credo, proprio in virtù della materialità dell’oggetto, che sia possibile e auspicabile trovare una unica chiave di interpretazione del reale.
    E ciò, all’atto pratico, non sarebbe forse proprio quel cercare un linguaggio comune tra le varie discipline, che diventa poi una metodologia condivisa?
    Con ciò non intendo screditare gli approcci delle altre discipline, anzi se dovessi spiegarlo con un esempio direi così: è come scavare un tunnel. Non bisogna fare il tunnel della fisica e quello della chimica e della medicina etc… bensì bisogna scavare l’uno verso l’altro e avvicinarsi il più possibile. Questo perchè Una è la Verità e se non è Una allora non è Verità.

    • Giorgio Masiero

      Grazie, AndreAX.
      “Siamo sicuri che sia improprio pensare alla biologia come chimica applicata e alla fisica come chimica applicata?”, Lei mi chiede. Per la biologia, può rileggerSi con frutto l’articolo del biologo-chimico-matematico Alessandro Giuliani al seguente link http://www.enzopennetta.it/2012/09/rendere-la-biologia-scientificamente-accettabile/
      Quanto alla chimica, tenga conto che c’è anche una ragione di complessità algoritmica che rende impossibile la sua riduzione alla fisica: in meccanica quantistica, quando sono coinvolte (appena) una decina di particelle, non si può risolvere l’equazione di campo nemmeno approssimativamente con i computer perché la memoria richiesta supera la massa dell’universo.

  • Nando

    Un paio di commenti veloci, purtroppo ho poco tempo in questo periodo.

    Il primo un commento sul lavoro di Giuliani, interessante ma non innovativo; che la gravità avesse un ruolo sul fenotipo di alcune cellule è noto da è noto da 200 anni.
    Le prime ricerche sono di TA Knight e ci ha lavorato successivamente anche Darwin in “The Power of Movement in Plants” del 1880.

    Le piante superiori percepiscono la gravità tramite sedimentazione di amiloplasti contenti amido ad esempio, che produce una cascata di segnali. Giuliani osserva una variazione del fenotipo, ma arriva senza alcuna giustificazione a scrivere una frase come “Although the forces driving morphological evolution certainly include natural selection, the appearance of new phenotypic traits must not be seen as caused by natural selection.”
    La causa di un nuovo fenotipo,come Giuliani nota nella sezione 3 del suo lavoro, si traduce tramite espressione genica. Tale espressione genica, complessa, non è solo prodotto della gravità, che non esprime nulla a livello di fattori di trascrizione, di ribosomi e di trascrizione dell’RNA, ma è prodotto di una serie di segnali che la cellula ha “imparato” a tradurre in reazione. Va da sé che deve aver avuto un buon motivo per farlo (il chè è ovvio, e.g. come orientarsi verso la superficie dell’acqua) e che farlo rappresenta intuitivamente un vantaggio.

    Inoltre giova far notare che il beneficio nello studio del cancro è tanto indicato nell’abstract quanto non discusso altrove e quindi suona più come un “click bait” scientifico che come una realtà. Temo l’idea di mettere a testa in giù i malati o centrifugarli il sangue, come pratiche anti-cancro, la cui connessione con il fenomeno osservato resta viceversa del tutto da giustificare e sarebbe stato opportuno farlo anzichè dedicare tanto sforzo ad altri temi.

    Infatti risulta scarsamente giustificata la conclusione, per cui siccome nel suo esperimento ha osservato sue fenotipi, allora vuole dire che “However, we can argue that the “phenotypic landscape” the system can freely explore does no t include infinite possibilities (configurations). As anticipated by Waddington, only a discrete number of stable attractors – or “forms” in the lexicon of morphology – can be reached.”, che è come dire che siccome la somma dei rami di un albero è molti chilometri, ma le foglie sono tutte nel raggio di 10 metri, allora non ci possono essere alberi più lontani, il che è tutto da dimostrare.

    Questo lavoro mostra in modo abbastanza eloquente come partire da un presupposto ideologico (i.e. innatismo o determinismo) induca una restrizione del campo delle ipotesi che riduce la capacità esplorativa, deprime la pulsione creativa e riduce in ultimo la forza innovatrice. Vedo quindi questo articolo come controcanto di altri eccessivamente neo-darwinisti, in cui la selezione naturale è data come scontato fattore determinante. Resta comunque una interessante review, anche se a mio avviso eccessivamente speculativa e un tantinello troppo ideologizzata.

    Il secondo commento è sulla parole del Card. Ruini e di come Giorgio ne parla. Devo dire che vederle qualificate come “melodia negli orecchi attenti dell’uditorio milanese” mentre il progetto genoma qualificato come un “semi-fallimento”, mi ha strappato una schietta risata, senza alcuna mancanza di rispetto per il Cardinale, che concordo è uomo di cultura straordinaria; come sono molti altri.

    Più nel merito, il discorso è comunque molto stimolante in interessante, ma mi pare dello stesso spessore della dimostrazione di Godel dell’esistenza di Dio, ovvero sull'”anima” non dice nulla.
    Per quanto mi è parso di capire, l’idea è che la persona, il corpo è caduco, mentre siccome il corpo, la vita, scaturisce da leggi fisiche (come la piramide di arance), organizzazione, allora questo “sistema” può essere visto come trascendentale.
    E laddove c’è poca chiarezza, come nel passato ove oggi c’è più comprensione, spesso si aggira la religione a “mettere il cappello” dicendo “questo è terreno mio, misterioso, insondabile e su questo ho autorità, posso parlarne meglio di altri”.

    Come nel caso di Giuliani, in cui si assume un ruolo esclusivo della gravità, qui “l’organizzazione, invece, non è sensibile e non può essere colta nemmeno con strumenti di laboratorio” e le proprietà del sistema diventano “misteriosamente emergenti”. Come dire: nulla da ricercare qui, niente scienza grazie, circolare, circolare…

    Un lampante esempio di come un certo approccio ideologico conduca, più o meno deliberatemene, alla depressione e alla repressione del pensiero critico scientifico e alle pulsioni di fare ricerca, di investigare, in merito al quale sto cercando di mettere in guardia i suoi sostenitori.

    • Alessandro

      Mi trovo in dovere di rispondere alle perplessità sollevate da Nando sul nostro articolo sperando di essere esauriente:

      1. La rivista BioEssays ospita articoli di ‘review indirizzata a una posizione teorica’ (da cui il nome Essays) si tratta insomma di raccolte di evidenze trovate da altri ricercatori (e qui si fa ampia menzione delle miriadi di lavori su variazioni fenotipiche indotte dalla gravità, tra cui anche i dati di espressione genica e vari altri..) alla luce di una visione teorica che li unifichi (nel nostro caso termodinamica del non equilibrio supportata da alcuni esperimenti che abbiamo svolto direttamente noi).
      2. La cosa carina della gravità è che viene prima la modifica della forma e solo dopo il cambiamento di espressione genica. A prima vista il fatto può sembrare strano (ma come non è tutto nei geni e la forma un puro epifenomeno ?) Non proprio se ci facciamo due conti e i conti sono legati il primo a una evidenza palese, il secondo ai fondamenti della chimica-fisica. L’evidenza palese è che le uniche diagnosi rilevanti di tumore avvengono al microscopio sotto l’occhio del patologo che giudica della forma molto variata delle cellule laddove le modifiche di espressione genica sono minimali tra cellule normali e cancerose (già sto parlando di cancro come vedi, ma teniamoci il pezzo per dopo),..considera intanto questo ‘effetto trainante della forma’ (vedi http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1044579X11000277).
      La chimica-fisica ci dice da parte sua che già tre urti coordinati in fase diffusiva sono una gran rarità, dodici (come ad esempio nel caso della biosintesi dei lipidi) del tutto impossibili il che significa che per avvenire il metabolismo ha bisogno di una fase condensata che poi vuol dire che gli enzimi coinvolti formano un aggregato stabile e sono ‘messi in linea’ sul citoscheletro. Ed è proprio la topologia del citoscheletro (che passando da cellula a cellula crea una rete unitaria su scala tissutale) che l’assenza di gravità altera, rendendo ‘attuali’ delle combinazioni che non sono raggiungibili con il vincolo gravitazionale. Insomma la gravità opera ‘in assenza’ slatentizzando fenotipi che NON SONO MAI STATI ESPOSTI A SELEZIONE (visto che la selezione naturale è avvenuta in presenza di gravità, sulla terra, non nello spazio). E comunque ‘spazio fenotipico’ già presente da esplorare ce ne è tantissimo visto la risibile quantità di interazioni proteiche possibili rispetto a quelle attualmente esperite: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/pro.747/full. Lo stesso vale per i soli 250 tipi di tessuti su cui si basano tutti i metazoi ognuno caratterizzato da un profilo genetico largamente invariante (su scala genomica globale): (vedi le prime due figure di questo articolo per farti un idea di questa invarianza:http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0167912). Ora torniamo all’articolo, ma queste premesse erano fondamentali.
      3. La ‘novità sperimentale’ che noi introduciamo è l’uso della RPM (Random Position Machine) per andare avanti-e-indietro tra gravità (presenza di vincoli) e assenza di gravità (cellule libere di esplorare). Ora, se noi prendiamo SOLO LE CELLULE DELLA POPOLAZIONE CHE COMPARE IN ASSENZA DI VINCOLI e le schiaffiamo in gravità ‘splaat’ velocemente ritornano nella forma canonica, lo stesso accade nell’altro senso (la forma canonica si divide in due sotto popolazioni se si tolgono i vincoli), questo avanti-e-indietro della forma è seguito (non preceduto) da variazioni di espressione genica che si ‘adeguano’ ai cambiamenti strutturali (ora che sappiamo la storia del citoscheletro ce ne facciamo una idea). Il punto è che esistono dei portati della fisica (strutture vincolate dalle forze fisiche esterne al sistema) che definiscono gran parte dello scenario su cui poi la selezione fa ‘i ritocchi’, questo è molto chiaro qui: http://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev.biophys.36.040306.132808 e da noi citato e commentato nella parte ‘givens of physics’. Ora con questo davanti cerchiamo di essere operativi (altro che circolari) e vedere se si riesce a misurare qualcosa e per misurare qualcosa e capire QUANTO FORTE è l’effetto dei vincoli (e viceversa della loro assenza) non possiamo basarci sulla semplice misura dell’energia. Se lo facessimo l’effetto della gravità sarebbe magia pura: la gravità è una forza debolissima rispetto all’interazione elettromagnetica (quella che regola la chimica e quindi tutta la biologia nota). Allora per passare dalla magia alla scienza introduciamo la termodinamica del non-equilibrio che è la NOVITA’ PRINCIPALE del pezzo.
      4. E’ insomma l’inquadramento teorico del saggio che è scandalosamente identico alla TRE che è poi la proposta di Achille e mia per capire come sia stata possibile l’evoluzione (l’articolo di Achille è citato nel lavoro di BioEssays) e la cosa la riassumiamo così: se due squadre A e B di energumeni di identica forza sono quattro ore che stanno tirando la corda senza che nessuna delle due squadre prevalga basta una causa piccolissima (e.g. uno dei giocatori della squadra A starnutisce) che improvvisamente la squadra B prevale e in pochi secondi tutto finisce. Questo stare sull’edge of chaos tipico delle transizioni è ciò che rende il sistema iper-sensibile ma queste ‘piccole forze’ devono agire su una frequenza già presente nel sistema ..da cui la risonanza….ed ecco il momento di tornare al cancro…
      5- .. per cui non mi preoccuperei (visto che BioEssays lo leggono solo i dotti e non è il Corriere della Sera) di ingenerare false speranze ma piuttosto ragionare sul fatto che il paradigma darwiniano della cellula somatica impazzita che prevale sulle altre in virtù del suo profilo di mutazioni è ormai stato abbandonato anche dai più ferventi seguaci (come l’autore di questo articolo qui): http://pubs.rsna.org/doi/abs/10.1148/radiol.2017171004?journalCode=radiology
      Ma anticipato da moltissimi altri (vedere sotto l’acronimo TOFT e soprattutto l’illuminante: http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1044579X11000320)…ma caspita è proprio il modello della gravità e cosa succede allora alle cellule tumorali poste in microgravità ? Ma guarda un pò. prima il casino nero (si torna all’ndifferenziato), poi si ricomincia da zero e, riportate in gravità, visto che l’attrattore ‘sano’ è più forte di quello ‘malato’ differenziano !! Tornano normali: https://www.nature.com/articles/srep26887?WT.feed_name=subjects_cancer. Capisci ??? E’ una cosa enorme non perchè mandiamo i malati nello spazio per farli tornare embrioni e ricominciare lo sviluppo questo manco a dirlo ovviamente, ma perchè capiamo come organizzare una terapia che modifichi il microambiente (cioè quello che influenza e canalizza lo sviluppo) in senso differenziativo modificando le interazioni stroma-epitelio invece di continuare nella fallimentare terapia di uccidere le cellule tumorali convinti che ‘tutto venga da dentro’ e che i sistemi biologici siano solo marginalmente in relazione con l’ambiente…(una cosa del genere a questo punto si può pensare: http://www.ingentaconnect.com/contentone/ben/cdt/2016/00000017/00000010/art00004) e il lavoro sull’effetto di una forza debole come la gravità e della sensibilità del sistema durante le transizioni di fase (che iniziamo a saper misurare: http://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.2000640) ci da delle indicazioni utili.
      Spero di aver fugato i tuoi dubbi caro Nando relativi alla sostanziale futilità del nostro lavoro….

      • Giorgio Masiero

        Il punto 2., se permetti, Alessandro, lo faccio stampare e mettere in bacheca. Titolo: LA FORMA NON È UN EPIFENOMENO. Abstract: i geni non sono la causa dei fenotipi, né effetti del caso, ma il prodotto di vincoli fisici, quasi tutti da scoprire.

        • Nadia

          E io, professore, raccomanderei la lettura attenta del punto 4. a tutti coloro che confondono le oscillazioni della TRE con un “modello” di tanti pendolini.

        • Mi permetto una piccola precisazione: i geni non sono la sola causa dei fenotipi.
          Che non siano effetti del caso ma entità dotate di una struttura fisico-chimica che li vincola non mi sembra una gran novità.

          • Giorgio Masiero

            Nessuno se non un pazzo mette in dubbio, Greylines, che i geni abbiano una struttura “vincolata” alle leggi della fisica. La divisione nasce su come si siano originati. C’è chi parla di “orologiaio cieco” (e tuttora insegna alle masse nella divulgazione e nelle scuole), chi come noi (sulla base di considerazioni matematiche alla Schützenberger) insiste sulla prevalenza preponderante di meccanismi fisici, riproducibili, tutti da scoprire. Il lavoro di Giuliani & C è importante, a mio parere, perché mostra come un campo (gravitazionale anche infinitesimo) produca il fenotipo e questo produca il gene, così rovesciando il dogma fondamentale della genetica e del neodarwinismo, secondo cui sono le modificazioni genetiche (ovviamente rispettose della fisica) a modificare il fenotipo.

          • Nadia

            Perché pensa siano “riproducibili”, prof. Masiero?

          • Giorgio Masiero

            Qui non abbiamo a che fare con Big bang o sistemi solari, dove ci dobbiamo accontentare di “modelli” coerenti, tipo lo Standard model o le leggi di Keplero. Nel caso dei fenomeni biologici, essi si riproducono tutti i giorni, sotto i nostri occhi, naturalmente . Quindi, alla Feynman, io penso che se non riusciamo a imitare la natura riproducendoli artificialmente, vuol dire che non li conosciamo scientificamente.

          • Masiero, come ho già sottolineato più volte in passato, la riproducibilità di cui parla Feynamn non è quella che intende lei. Lui intendeva che un esperimento o un’osservazione deve poter essere ri-producibile, cioè ripetibile più di una volta, per essere considerato scientifico. Lo diceva criticando alcuni studi, se non sbaglio di psicologia, condotti una sola volta e mai ripetuti. Non mi risulta che Feynam abbia mai detto che solo ciò che si può riprodurre in laboratorio è scientifico.

          • Simon de Cyrène

            Stavo per rispondere, Giorgio e mi hai tolto la parola di qualche secondo…

            Immagino che la difficoltà concettuale di Greylines e di chi come lui è stato allevato nell’ideologia darwinista fin dall’infanzia è che non riescono proprio a figurarsi che indeterminazione non è equivalente a casualità e che il mondo fisico descive anche sistemi fisici perfettamente causali ma indeterminati, il che non è il “caso”.: l’esempio dell’azione della gravitazione è in questo caso un ottimo esempio.

          • Fabio Vomiero

            Io non credo Simon che il problema sia che Greylines o per esempio anch’io, o la stragrande maggioranza dei biologi evoluzionisti siamo cresciuti nell’ideologia darwinista. Primo perché il darwinismo e il neodarwinismo non sono un’ideologia, secondo perché ci atteniamo a quello che osserviamo e sembra accadere plausibilmente in biologia, disciplina che ripeto, possiede uno statuto epistemologico un po’ diverso da quello della fisica, la quale non è l’unica scienza e nemmeno l’unica affidabile. Io credo che il problema stia piuttosto nel significato che diamo al concetto di caso e contingenza. Io sinceramente ho provato a fornirne uno e non credo di esserci andato molto lontano http://www.enzopennetta.it/2017/03/una-possibile-linea-definitoria-di-caso-e-contingenza/

          • viaNegativa

            Una curiosità, Vomiero, se ha tempo e voglia di rispondermi, anche velocemente, nonostante l’OT rispetto al tema dell’articolo: perché nell’articolo che ha dedicato a caso e contingenza non ha trattato della distinzione tra caso-come-contingenza e caso-come-randomness?

            Sembrebbe un distinguo davvero imprescindibile da farsi all’interno di un articolo come iil suo, scritto al fine di delineare meglio i contorni di un tema tuttosommato ambiguo come quello del caso e del suo ruolo all’interno della spiegazione scientifica e – in particolar modo – della biologia evolutiva. Tantopiù che, ma mi corregga pure se sbaglio, quando il ND parla di casualità della mutazione genetica, ne parla proprio in termini di randomness, quindi a fortiori avrebbe qui dovuto focalizzare l’attenzione. Dunque, come mai questa sua scelta?

          • Io credo che la sua difficoltà concettuale, Simon, sia di credere con inossidabile convinzione che il mondo si divida in chi è stato allevato nell’ideologia darwinista (e quindi è incapace di vedere come stanno davvero le cose) e chi invece a questo dogma si oppone. Questa inossidabile convinzione la porta a considerare sbagliata qualsiasi cosa che un “darwinista” afferma, a prescindere dalle prove che porta in suo sostegno.

          • Simon de Cyrène

            Non esageriamo: considero sbagliata la sola convinzione, spesso espressa dai “darwinisti”, che l’evoluzione possa essere un processo “random”.

          • L’evoluzione non è un processo random.

          • Giorgio Masiero

            “L’evoluzione non è un processo random”: forse nella Sua versione preferita, Greylines. Non in quella di Tattersall, nella fase più importante, ultima, dell’evoluzione, l’ominizzazione, che lui attribuisce esclusivamente ad un processo random: l’exaptation. Sentiamolo: “La nostra
            caratteristica cognitiva è chiaramente costruita sopra una lunga e complessa serie di acquisizioni durata 400 milioni di anni di evoluzione del cervello dei vertebrati. Non serve ricostruire le modifiche anatomiche intervenute nella faccia, lo scheletro, ecc. delle varie specie di ominidi sotto l’azione della selezione naturale. L’adattamento non c’entra. Anche se taluni scienziati sostengono il contrario, io credo che la facoltà cognitiva fu acquisita in un evento minimo a livello molecolare, improvviso e casuale, causante uno switching del sistema dei geni, che si erano singolarmente venuti costituendo per caso durante gli eoni, indipendentemente da ogni necessità di adattamento selettivo
            ”.

          • 1) Negli studi sull’evoluzione si parla eccome di “meccanismi fisici, riproducibili, tutti da scoprire”. E se ne parla già da tempo. Così come da tempo si è accettata l’idea, anche grazie ai risultati del Progetto Genoma, che il rapporto fra genotipo e fenotipo non è lineare, ma ben più complesso di quanto si immaginava. Per non parlare del dibattito su forma e funzione, uno dei più appassionanti della storia della biologia.
            2) Il lavoro di Giuliani è senz’altro interessante — e lo dico senza alcuna ironia né intenzione di sminuirlo, davvero — ma non ha rovesciato nessun dogma, tanto per cominciare perché non esiste nessun dogma. Se esistesse, gente come Gould, Eldredge, Lewontin, Margulis, Kimura, Huang, Muller, Newmann, Kauffman e molti altri non pubblicherebbe su prestigiose riviste scientifiche né insegnerebbe in importanti università. Invece lo fanno e i loro nomi sono tenuti in grande considerazione nell’ambito degli studi sull’evoluzione, perché tutti riconoscono il grande contributo che hanno dato alla ricerca in quest’ambito.
            3) Il lavoro di Giuliani ha dimostrato che si può ottenere un fenotipo anche senza una modifica genetica (cosa che chi fa ricerca sull’evoluzione sapeva già), ma non ha dimostrato che “i geni non sono la causa dei fenotipi”, come ha scritto lei in un commento precedente. Ci sono un’enormità di casi in cui modifiche genetiche portano a modifiche fenotipiche. E poi ci sono altri casi in cui il fenotipo è prodotto da meccanismi diversi.

          • Giorgio Masiero

            @ Greylines
            1) “Negli studi sull’evoluzione…”: e chi ha mai detto il contrario? Lo studio di Giuliani & C è uno studio sull’evoluzione, che s’inserisce su “una scia” aperta da Prigogine, Kauffman, ecc., ho detto nell’articolo. Quanto al Progetto Genoma, Le ho già detto: è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, che dimostra l’insufficienza dell’approccio analitico, pur confermandone l’utilità indiscutibile in scienza.
            2) Lasciando i morti e i ritirati, lo so bene che molti di quelli da Lei citati insegnano e scrivono. Io ho parlato di divulgazione e “scuole” (intendendo le medie inferiori e superiori) dove s’insegna ancora la vecchia vulgata neodarwiniana, col suo dogma fatto di variazioni genetiche casuali e selezione naturale.
            3) Se
            a) ci sono casi in cui modifiche genetiche portano a modifiche fenotipiche, come Lei afferma; e
            b) casi in cui si può ottenere un fenotipo senza modifiche genetiche, come Lei ammette;
            c) se il rapporto tra genotipo e fenotipo non è lineare, come Lei afferma; ALLORA vuol dire che i geni non sono la causa dei fenotipi, come Lei insiste a dire (ripetendo il dogma neodarwiniano), ma piuttosto che fenotipo e genotipo sono correlati. La causa è ciò che accade prima: viene prima l’uovo (il genotipo) o la gallina (il fenotipo)? Evidentemente nessuno dei due, perché c’è un meccanismo fisico a monte, tutto da scoprire.

          • Nadia

            Col che si dimostra che una vera teoria scientifica dell’evoluzione può partire solo dalla soluzione dell’abiogenesi.

          • 1) Cosa intende per “approccio analitico”?
            2) Ok, quindi abbiamo chiarito la differenza fra ricerca sull’evoluzione e insegnamento dell’evoluzione. Possiamo quindi dire, finalmente, che non ci sono dogmi che ostacolano la ricerca?
            3) Fa benissimo lei a dire che genotipo e fenotipo sono correlati. Di nuovo, non è una novità per chiunque faccia ricerca sull’evoluzione. Il rapporto genotipo-fenotipo è lineare nel caso dei tratti mendeliani, dove un gene è responsabile di un tratto (colore dei piselli), ma in molti casi è non-lineare. Il che non significa che i geni non sono la causa dei fenotipi, come afferma lei. Significa, per esempio, che alcuni geni esprimono un certo fenotipo solo in determinate condizioni ambientali, oppure che alcuni fenotipi possono essere il risultato di diversi genotipi.
            Inoltre, il fenotipo è il risultato non solo del genotipo ma anche dei fattori ambientali (come la gravità del lavoro di Giuliani), dell’epigenetica e delle interazioni fra questi elementi. E non dimentichiamoci della plasticità fenotipica, cioè la capacità di un certo fenotipo di variare in seguito a stimoli ambientali anche senza modifiche del genotipo. Un fenotipo prodotto in risposta a una condizione ambientale può inoltre venir assimilato a livello genetico. Ne parlava già Waddington negli anni Quaranta.
            Tutte queste cose le si trova in qualsiasi testo universitario di biologia evolutiva, ma basta anche Wikipedia per una prima infarinatura a riguardo.

          • Giorgio Masiero

            1) approccio analitico = riduzionistico.

  • viaNegativa

    Grazie, Masiero, per questo articolo da cui, tuttavia, non riesco chiaramente ad evincere se il Card. Ruini consideri o meno l’anima umana solo e soltanto come forma di quella sostanza che è la persona.

    Da quanto riportato nell’articolo pare sia così, ma potrei sbagliare. Lei che idea s’è fatto?

    • Giorgio Masiero

      Sul piano meramente filosofico, per Ruini è così, da quanto ho capito. Sul piano dottrinario e teologico, ha presentato invece le varie posizioni, senza sbilanciarsi.

      • viaNegativa

        Capisco, ma se stanno davvero così le cose, allora la posizione del cardinale è problematica, a dir poco.

        In un quadro simile, infatti, l’affermazione
        «non è altrettanto evidente che non possa esistere “con modalità di esistenza a noi ignote” un principio di organizzazione senza il sistema dove attuarsi»
        diviene patentemente falsa: sarebbe invece evidente – eccome! – che tale principio di organizzazione, inteso come puro principio formale mediante il quale l’uomo esiste come persona nella sua unità psicofisica, non ha alcuna possibilità di sussistere senza la materia che informa.

        Ergo non esisterebbe alcuna anima immortale e questo, brevemente, perché ciò che può sussistere per se stesso (come sostanza spirituale) è solo ciò che ha l’essere per se stesso e non per la mera unione con la materia che informa, come appunto accade per le forme degli enti corporei sub-umani, viventi e non, che sono solo e soltanto principi formali attraverso cui essi esistono nella loro unità e specificità. Allora, per giustificare filosoficamente la possiblità della sussistenza dell’anima umana alla morte del corpo è necessario che questa sia un “ciò che esiste” – id quod existit, come avrebbe detto Tommaso – e non un semplice “ciò attraverso cui qualcosa esiste” (id quo aliquid existit), che è ciò che, a quanto pare, ha in mente Ruini. Insomma, se si vuol lasciare aperta la porta al discorso religioso, sul piano teoretico bisogna far vedere che l’anima umana è essa stessa, in un certo modo, sostanza e non solo pura condizione dell’essere dell’ente.

        [A margine: giacché la forma è anche principio dell’esser della cosa e quindi della sua identità, specificità, organizzazione, ne verrà che essa non possa esser additata, perché si può additare solo l’esistente (=il composto materia-forma) e in questo senso la forma “non esiste”. Così mi strappa un sorriso chi ha la pretesa di farne oggetto di studio scientifico come fosse un sensibile, dimostrando al tempo stesso che c’è davvero gran bisogno di omogeneizzare i linguaggi al fine convergere sul significato dei termini usati (generalmente) in modi diversi in discipline diverse. Altrimenti si perde solo tempo.]

        • Giorgio Masiero

          Non ci siamo capiti, temo. Con la risposta positiva al primo quesito, il Ruini ottimista intende proprio ciò che intende Lei, ViaNegativa. È con la sospensione di giudizio (filosofica) sull’immortalità che le posizioni si articolano.

          • viaNegativa

            Se io e Ruini intendiamo la stessa cosa, allora significa che egli – sul piano puramente filosofico – non concepisce l’anima dell’uomo come mera forma sostanziale e nulla più. Quindi la risposta alla domanda che le ho posto più sopra deve essere negativa, diversamente seguirebbe quanto ho scritto.

            Inoltre, si badi che la sospensione del giudizio sulla questione dell’immortalità non può prescindere dalla giustificazione teoretica della possibilità della sussistenza dell’anima separata dal corpo a patto che si abbia a cuore il presentare una fede razionale anche a chi non crede, una fede che non ne offenda l’intelligenza.

          • Giorgio Masiero

            C’è un equivoco di fondo nelle Sue obiezioni, o nella mia comprensione di esse: nella seconda parte, da me riferita, Ruini ha stabilito un parallelo tra il linguaggio filosofico e quello del pensiero sistemico. Ed ha tratto, con riguardo all’anima umana, quell’indipendenza reale del principio di organizzazione dell’insieme (di unità e di identità) dalla sopravvivenza delle parti, che gli è servito proprio a giustificare – anche alla luce del pensiero sistemico – la fede nell’immortalità come una credenza non contraddittoria.
            Certo, il pensiero filosofico è il più adeguato e completo riguardo al tema. Né vi abbiamo nulla da insegnare al cardinale che, nella prima parte del suo discorso, ho ammirato per la citazione a memoria di interi passi della Summa. Ma chi, come la maggioranza delle persone di cultura, nulla sa di metafisica e di teologia, può apprezzare lo sforzo di traduzione transdisciplinare e il risultato raggiunto.

          • viaNegativa

            Non c’è nessun equivoco, Masiero. La questione è limpidissima e ho essenzialmente spiegato il perché nei commenti di cui sopra.

            Sebbene da parte mia non vi sarebbe altro da aggiungere, vorrei tuttavia tentare d’esser compreso meglio e vorrei farlo proprio a partire dal discorso circa l’indipendenza reale del principio di organizzazione rispetto alle parti, argomento noto (direi che rientra nell’ABC dell’ontologia dell’ente mobile) e utilizzato anzitutto per dimostrare la reale distinzione tra sostanza e l’accidente della quantità e quindi per difendere, non dimostrare, l’esistenza di una forma sostanziale realmente distinta dalla materia. Ma dall’esistenza di tale forma immateriale, però, non si può evincere alcunché circa la sua immortalità (ché altrimenti faremmo come Descartes che credeva di aver detto qualcosa sulla natura – immateriale – della coscienza a partire dalla prova della sua esistenza!).

            Certo è che, almeno fin qua, nulla si oppone all’affermazione di una «fede nell’immortalità come una credenza non contraddittoria». Vero, ma come è vero che tale discorso varrebbe anche per le anime/forme degli enti sub-umani: sul puro piano di ragione nulla, al punto in cui ci troviamo, impedisce che la forma che li organizza, una, semplice, indivisibile e che abbiamo visto esistere realmente, sia immortale. Insomma, fin qui il discorso si tiene bene, anche se dice molto poco, quasi nulla, di quello che qui ci interessa. Il problema, non piccolo, nasce nel momento in cui faccio un passo successivo e dico: quest’anima/principio di organizzazione è niente altro che una mera forma sostanziale. Ma se è così allora viene giù tutto e non si scappa, perché non solo non posso più affermare la fede nell’immortalità come una credenza non contraddittoria, ma addirittura sono costretto ad affermare l’impossibilità dell’immortalità dell’anima e il perché l’ho accennato nei commenti precedenti.

            Ecco perché nel mio primo intervento ho chiesto lumi su cosa potesse intendere di preciso Ruini, ché se davvero intendesse ciò che anche lei, Masiero, mi ha confermato, hai voglia poi a fare paralleli tra sistemica e linguaggio filosofico e a difendere l’incontradditorietà di certe credenze. A quel punto, purtroppo, si starebbe semplicemente difendendo l’indifendibile.

          • Simon de Cyrène

            Sospensione del giudizio sulla questione dell’immortalità, nel senso che in quella sede particolare sarebbe stato un ott-topic parlarne, secondo me faceva senso nel contesto nel quale Ruini si è espresso.

            Ma la questione dell’immortalità dell’anima umana è qualcosa che l’intelligenza razionale capisce e deduce senza alcun bisogno di nessuna fede.

            Solo gli enti composti da più di un elemento possono scomporsi in sottolementi e quindi “morire”: la distruzione è tipica della complessità il che non è il caso della forma umana, ma solo del sinolo di tale forma con la materia, cioè il corpo.

            Quale siano le modalità della vita dell’anima indestruttibile una volta rotta la sua relazione con la materia al di là dell’ovvio fatto che tutte le funzioni necessitanti un corpo in atto non gli saranno più accessibili, questo sì che rileva della fede e della teologia dell’anima ed è un altro discorso.

          • viaNegativa

            Da quel che è riportato nell’articolo pare piuttosto che la sospensione del giudizio sia dovuta al limite che la ragione, prescindendo da dato rivelato, non può oltrepassare.

            La mia posizione, comunque, dovrebbe esser chiara: la giustificazione filosofica della possiblità dell’immortalità dell’anima è fattibile.

          • Giorgio Masiero

            “Giustificazione della possibilità dell’immortalità” non è dimostrazione d’immortalità, ma sospensione legittima di giudizio, in senso positivo o negativo. O no?

          • Simon de Cyrène

            Si può dimostrare che l’anima umana è un principio unico e semplice quindi indivisibile e dunque “atomica” nel senso etimologico del termine, cioè insecabile.
            Si può anche dimostrare che è spirituale e non materiale, proprio in quanto l’effetto del proprio agire ne è la causa, come il pensar pensare o il voler volere che noi tutti sperimentiamo in prima persona e che è impossibile da compiere per qualunque sistema materiale dove l’effetto segue logicamente la causa.
            Quindi la natura stessa dell’anima umana è l’immortalità, visto che non è né distruttibile né sottomessa ad una causalità materiale come lo sono le forme sostanziali delle piante o degli animali.
            Però l’anima umana non è la causa esistenziale di se stessa e quindi, potrebbe cessare di esistere: essa è un essere contingente e nulla impedisce alla Causa che la pone di esistenza di liberamente cessare di farlo, ad esempio al momento della fine del sinolo con la materia.
            La risposta qui è della sola possibilità nei due sensi: la soluzione si trova solo in quel che Dio/Causa prima ci vuol ben dire al soggetto e siamo certamente in un campo meta-filosofico.

          • viaNegativa

            Certo, ma infatti nei commenti precedenti non ho mai sostenuto che sia possibile formulare un argomento che concluda con la necessità della sopravvivenza dell’anima alla dissoluzione del corpo, a mo di via tomistica per intenderci. Ma del resto l’oggetto della – eventuale – critica non sarebbe certo la sospensione del giudizio in quanto tale [e comunque attenzione perché altro è affermare la «fede nell’immortalità come una credenza non contraddittoria» altro è la giustificazione filosofica della possibilità dell’immortalità dell’anima: la prima è soltanto una precondizione di tale giustificazione, in assenza della quale non potrei giustificare alcunché].

            Il problema, come dicevo, è il considerare – sul piano filosofico – l’anima umana come mera forma sostanziale e niente altro: se partissi da qua, non solo non potrei giustificare nulla, ma addirittura non potrei nemmeno dire non contraddittoria la fede nella sua immortalità, anzi, dovrei positivamente affermarne la non immortalità.

          • Giorgio Masiero

            Riassumo l’intervento di Ruini, ancora una volta. Se non sono stato chiaro nell’articolo, o nelle repliche, imputi la cosa a me, ViaNegativa, non a Ruini.
            Sul piano puramente filosofico-teologico, sviluppato nella prima parte del suo intervento alla Cattolica e sulla quale ho sorvolato, Ruini è apparso un aristotelico-tomista, per cui l’anima umana è una sostanza spirituale (anche se la persona umana non è “completa” secondo Tommaso senza il corpo).
            Sul piano della teoria dei sistemi, avendo eseguito nella seconda parte del suo intervento il parallelismo tra anima e principio di organizzazione di un sistema, dall’indipendenza nella teoria dei sistemi del principio di organizzazione dalle parti S.E. ha tratto la non contraddittorietà della sopravvivenza del principio immateriale di organizzazione dalle parti materiali.
            Spero di aver soddisfatto la Sua necessità di precisione.
            PS. E poi, ViaNegativa, c’è chi disprezza la metafisica! Io penso che anche questo disprezzo sia un risultato dell’ignoranza grammaticale, sintattica e semantica imperante in un’epoca barbara.

          • viaNegativa

            Non c’è nulla da imputare, Masiero, solo un dubbio da fugare. Dubbio che al momento presente permane, ma poco male. Magari in futuro mi imbatterò in qualche scritto/intervento del Ruini stesso che me lo risolverà, in positivo o i negativo. Grazie comunque.

  • Simon de Cyrène

    Grazie Giorgio per questo tuo articolo: importante in quanto mette in luce il punto di congiunzione tra discorso scientifico nell’elaborazione del proprio mito e il discorso filosofico che svela il logos del mondo reale.

    Vorrei giusto fare un’osservazione per aiutare a chiarificare un punto che mi è sembrato poco chiaro e mi scuso con tutti se questo era loro già chiaro. È un abuso di linguaggio che l’uomo (o qualunque ente) sia la congiunzione di un’anima e di un corpo: in realtà per l’aristotelico, è il corpo stesso che è congiunzione (sinolo) tra la sua forma (anima) e la materia.

    Al momento della morte la forma si separa dalla materia e non c’è più corpo, ma un cadavere, materia.

    È anche un altro abuso di linguaggio assumere che la “sostanza” sia materiale: in realtà la forma è la sostanza. Se questi concetti non sono rispiegati al fine di usare di un linguaggio appropriato non è più possible dialogare serenamente e seriamente.

    La forma/sostanza è quel che realizza il princpio di unità di un ente: il discorso sistemico, le nozioni di emergenza, sono tutte già descritte da Aristotele e Sant Tommaso, in un altro vocabolario: ad esempio la nozione di emergenza è simile alla nozione di entelechia.

    La cultura attuale è impoverita dall’assenza di un nesso esplicito tra un discorso realista di tipo aristotelico e il discorso mitico dei professionisti della scienza: o piuttosto è peccato che questi ultimi, troppo spesso, siano culturalmente incapaci di andare oltre il saper fare.

    • Giorgio Masiero

      Grazie, Simon, del tuo contributo. Il focus di Ruini è stato, a Milano, non il linguaggio filosofico, ma il parallelismo con la sistemica.

  • Grazie Masiero per questo articolo, molto interessante la riflessione sul pensiero sistemico, anche se trovo eccessivo definire “mezzo fallimento” il Progetto Genoma. Anzi, è anche grazie a esso se biologi molecolari e genetisti hanno iniziato a realizzare che il DNA non è tutto. Le infelici formule del “gene dell’amore/musica/paura/omosessualità/fede/ecc…”, che lei giustamente condanna, sono ancora presenti ma soprattutto nella pratica giornalistica, più che in quella scientifica. Condivido anche le sue parole sull’importanza di un approccio interdisciplinare, che consentirebbe anche di complementare le ovvie differenze epistemologiche che esistono fra discipline scientifiche diverse. Un modo per superare anche il riduzionismo epistemologico, che a volte ho l’impressione sia il più duro a morire. Giusto anche ricordare che “l’organizzazione finale non è apparsa d’improvviso da nulla”, cosa di cui tutti gli scienziati seri, fisici, biologi, chimici che siano, sanno bene.
    Sulla questione dell’anima ho poco da dire e mi limito ad apprezzare il parallelismo linguistico e filosofico che lei traccia fra pensiero sistemico e anima (che in un certo senso mi ricorda quello tracciato tempo fa da Fritjof Capra fra fisica e taoismo). È senz’altro vero che la scienza non può dimostrarne l’esistenza ma neanche escluderla, ma questo vale anche per la reincarnazione, per i kami giapponesi e per tutte le altre entità spirituali — e non solo — di cui non si hanno prove materiali. È grazie alla fede, immagino, che un credente sa trovare la propria risposta. O almeno la strada per provare a raggiungerla.
    Ma questa è la riflessione di un non credente, che quindi spero non risulti troppo banale.

    • Giorgio Masiero

      La ringrazio, Greylines, per l’intervento, intenso nella sostanza quanto rispettoso nel tono, come è nel Suo stile.
      Parlare di semi-fallimento (semi-, non intero!) del Progetto Genoma è come parlare del bicchiere semi-vuoto: può essere visto in un modo positivo o in un modo negativo. A me è servito qui a dimostrare l’insufficienza dell’approccio riduzionistico in biologia (ma persino in fisica, se pensiamo ai campi, all’entanglement, ecc.), non certo a negare l’utilità del complementare approccio analitico. Biochimica e genetica comprese.
      Quanto all’anima, Le concedo che la sua immortalità sia un fatto di fede. Ma proprio non riesco a capire come se ne possa razionalmente negare l’esistenza negli esseri “animati”. Io non La conosco che via questo blog, ma sono sicuro che Lei esiste, è vivo, ragiona, soffre e gioisce come ogni altro essere umano. Sono sicuro che Lei non si riduce all’insieme delle particelle del Suo corpo…, e questo plus io chiamo anima. Io non posso “osservare” l’anima altrui – è vero -, ma ciò costituisce un limite del metodo scientifico, non la prova d’inesistenza di ciò che non è possibile “negare”, perché negandola cartesianamente la si riaffermerebbe!

      • Su questi temi non sono sicuro di nulla, perché so quanto le mie percezioni — vista, udito, ma anche propriocezione e consapevolezza di me — possano essere ingannevoli.
        Ritengo che le mie sensazioni e le mie riflessioni siano spiegabili come proprietà emergenti di quella complessa struttura che è il mio corpo. Non solo il cervello, perché la mia identità non si limita ai neuroni ma include i miei muscoli, i miei organi, le mie ossa. E include anche i miei simbionti, quei miliardi di microrganismi senza i quali io sarei diverso, anche a livello cerebrale.
        Penso che la mia persona possa essere spiegata dall’insieme delle particelle del mio corpo, non in senso riduzionista (la somma delle singole parti) ma sistemico (ciò che emerge dall’interazione fra le parti). E tutto ciò le assicuro che mi riempie di grande meraviglia, mi affascina e mi induce a studiare per saperne di più.

        • Simon de Cyrène

          “Ritengo che le mie sensazioni e le mie riflessioni siano spiegabili come proprietà emergenti di quella complessa struttura che è il mio corpo.” : bella frase che tradotta in linguaggio filosofico si enuncerebbe così: “Ritengo che tutte le mie potenze cognitive siano ordinate dalla mia entelechia che informa la materia seconda di cui sono composto”

          Il bello è che il filosofo non lo “ritiene” ma ne è sicuro….

          Come osservato da Ruini e illustrato da Giorgio qui sopra, tra aristotelico-tomisti e “sistemici” la differenza è essenzialmente linguistica

          • Come fa il filosofo a esserne sicuro?

          • Simon de Cyrène

            Studiando molto e sviluppando e esercitando le quattro virtù cardinali nella sua via personale ed intellettuale.

          • Gentile Simon, lei mi ha appena spiegato come fa il filosofo (così come lo scienziato) a cercare la conoscenza. Non mi ha spiegato come arriva a essere sicuro che le cose stanno così.

          • Simon de Cyrène

            La sicurezza è una conseguenza della constatazione che un’affermazione è vera: ed è vera se e solo se c’è perfetta adeguazione tra il pensato ed il reale, il che è un giudizio che solo l’uomo virtuoso può stabilire.

          • Come si dimostra la “perfetta adeguazione tra il pensato ed il reale”? Basta il giudizio di un uomo virtuoso? E cosa definisce un uomo come virtuoso?

          • Simon de Cyrène

            Un uomo virtuoso è un uomo prudente, coraggioso, temperante e giusto.
            La perfetta constatazione non si dimostra, si constata.
            Più l’uomo è virtuoso, più la sua constatazione è certa: un intemperante, ad esempio, sottomesso alle proprie passioni sensibili, avrà più difficoltà che una persona temperante ad ammettere come vera l’affermazione “in medio virtus” e quind provarne certezza.

          • ADASON

            Stupendo Simon: “La perfetta constatazione non si dimostra, si constata”! Le virtù sono infatti uno strumento indispensabile per il pieno utilizzo delle facoltà intellettuali individuali, oltre che propedeutiche a migliori relazione umane.

          • Mettiamo che l’individuo A, che si ritiene virtuoso, constati un qualcosa, e che l’individuo B, anch’egli certo di essere virtuoso, non sia d’accordo con la constatazione di A. Come si risolve la questione? Si valuta chi, fra A e B, è più virtuoso? Se sì, come?

          • Simon de Cyrène

            Non capisco proprio il problema che poni.
            Una constatazione è una presa d’atto: A nell’esercizio delle sue virtù fa una presa d’atto della verità di una proposizione (cioè della sua adeguazione alla eralà alla quale si riferisce) , B non la fa. Il problema inizia e finisce li.
            Ma, forse, quel che cerchi di dire un po’ goffamente, è sapere chi ha fatto una “vera ” constatazione: ma per rispondere a quest’altra domanda, che è un tutt’altro problema, devi fare appello alla nuova constatazione di un terzo sul fatto di sapere quale delle due constatazioni di A o di B è quella “vera”. Ma anche qui avrai solo una risposta che dipende dalle virtù di questo terzo.
            Oppure, forse, quel che cerchi di dire è che ci deve essere una relazione oggettiva tra la proposizione enunciata e la realtà alla quale si riferisce: orbene la verità non esiste aldifuori di un’intelletto che la pensa e la consta.
            La verità è sempre e solo adequazione tra la cosa pensata e l’intelletto che la pensa: non esiste di per sé.
            La realtà non pensata non è né vera né falsa; l’intelletto che non pensa la realtà non è né nel vero né nel falso: solo l’incontro dei due è generatrice della verità e ne permette la constatazione dallo spirito che l’esercita.
            La constatazione procede dalla volontà e non dall’intelletto: quest’ultimo propone e presenta alla volontà la proposizione e la realtà alla quale si riferisce. La volontà l’accetta oppure no: da dove l’importanza di una volontà ben formata, cioè virtuosa.
            Puoi fare tutte le dimostrazioni, presentare tutti i fatti che vuoi ad una persona viziosa, essa non li accetterà mai, perché la sua volontà non è atta, in quanto non esercitata, a riconoscere la verità.

  • Fabio Vomiero

    Avrei una domanda per il prof Masiero. Negli ultimi decenni, in campo scientifico, soprattutto nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia cognitiva, sono emersi chiaramente elementi di analogia e omologia biologica tra uomini e animali, come per esempio tra il cervello umano e quello dei suoi parenti più stretti, principalmente scimmie antropomorfe, in particolare nel caso dell’asimmetria e la lateralizzazione cerebrale. Caratteristiche peraltro diffuse anche in molti altri vertebrati e che fino a poco tempo fa erano ritenute esclusivamente umane e implicate per esempio nelle abilità cognitive superiori della nostra specie, in particolare del linguaggio. Tutto questo e molto altro, dal punto di vista biologico ci riconduce quindi a pensare al rapporto uomo-animali come improntato chiaramente più alle similitudini che alle differenze. Ebbene, allora le chiedo, a livello di “anima”, o almeno nella definizione di anima, eventualmente immortale, che sembra scaturire sul piano filosofico e/o teologico, come si gestisce questo importante aspetto? A tal proposito ricordo che per esempio la grande apertura mentale di Papa Francesco nei confronti delle logiche scientifiche, ha colto a suo modo l’evidente dimensione della similitudine tra uomo e animali parlando per esempio di “animali che vanno in paradiso”, da cui si dedurrebbe allora che debbano anche avere un’anima.

    • Giorgio Masiero

      Che gli animali abbiano un’anima sensitiva non ho dubbi, dott. Vomiero.
      Che tra l’anima animale, anche delle scimmie antropomorfe, e quella umana ci sia un “salto” nelle facoltà superiori a partire dal linguaggio simbolico, una discontinuità indipendentemente dalle analogie/omologie esistenti a livello di cervello, mi pare altrettanto evidente ed è ammesso anche dai maggiori scienziati, anche non credenti, come si evince dal famoso articolo “The mistery of language evolution” di Lewontin, Chomsky, Tattersall ecc. del 2014.
      Semmai non trovo razionale che si possa negare l’esistenza di un’anima negli animali e nell’uomo, come ho risposto a Greylines.
      Sull’immortalità dell’anima degli animali, ragionando alla luce del pensiero sistemico come ha fatto Ruini, se ne deve trarre che non è a priori negabile.
      Sul piano della fede, mentre ci sono le Scritture dell’Antico Testamento e del Nuovo che affermano l’immortalità dell’anima umana, quanto all’anima degli animali io non conosco affermazioni rivelate. Quindi, salvo prova contraria di qualcuno che mi porti un passo delle Scritture che io ignoro, io come credente sospendo il giudizio.