“L’Italia ha davvero smesso di essere un paese tollerante?” – Intervista di Enzo Pennetta a Sputnik News

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Si sta diffondendo l’idea che l’Italia sia diventata un paese razzista e a rischio fascismo, in questa intervista smentisco che esista un’emergenza di questo tipo.

Intervista pubblicata su Sputnik News il 27 febbraio 2018


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Marina Tantushyan
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La tentata strage di stampo razzista di Macerata e l’ascesa dei movimenti fascisti in Italia impone una profonda riflessione sulla pericolosa diffusione del fenomeno della xenofobia e del razzismo che, come pare, si alza di nuovo la testa.

Per convincersi basta guardare alcuni numeri. Se nel 2001, Forza Nuova contava non più di 1.500 membri, dopo 17 anni le cose sono molto cambiate e oggi gli iscritti sono 13.000 con 241.000 follower sulla pagina Facebook del partito, 20.000 in più rispetto al Pd.

Inoltre, secondo un recente sondaggio di Swg, il 55% degli italiani pensa che il razzismo possa essere giustificato e il 65% dichiara di avere un atteggiamento di chiusura verso i migranti.

A che cosa è dovuta questa statistica preoccupante? Il razzismo si alza di nuovo la cresta in Italia? Per trovare risposte a queste domande Sputnik Italia si è rivolto al Professore Enzo Pennetta — saggista, studioso di dinamiche socioeconomiche.

— “L’Italia non è un paese per razzisti» — la frase viene ripetuta sempre più spesso dagli esponenti politici e commentatori. Però la cronaca recente nella quale si sono entrati gli episodi delle aggressioni neofasciste restituisce un’immagine diversa del Paese. A Suo avviso, gli avvenimenti a Macerata devono essere considerati un campanello di allarme?

— È vero che gli avvenimenti di Macerata sono un campanello d’allarme fortissimo, ma non nel senso di una presunta rinascita del fascismo o di un presunto problema di razzismo degli italiani, l’allarme riguarda il riproporsi di una strategia della tensione che tende a creare opposti estremismi come è già avvenuto tragicamente negli anni ’70. In quell’occasione l’attenzione dell’opinione pubblica venne focalizzata sul terrorismo di destra e di sinistra impedendo di realizzare un consenso intorno ad una politica di autonomia dai due blocchi dell’epoca, quello a guida USA e quello dell’allora URSS. A proposito della strategia della tensione quest’anno ricorre anche il quarantesimo anniversario del rapimento e dell’uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, l’uomo che aprendo politicamente al Partito Comunista di Enrico Berlinguer avrebbe portato avanti quel progetto.

— Alcuni esperti sostengono l’atmosfera in Italia di oggi pericolosamente più vicina al biennio rosso, al 1919-21 oppure ai tempi delle leggi razziali fasciste che al 2018. Lei cosa ne pensa, l’ombra di Mussolini è ancora presente in Italia?

— Direi che siamo all’esatto contrario, il biennio rosso fu caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine, oggi se c’è un dato che emerge in modo allarmante è invece l’incapacità da parte dei lavoratori di organizzare una qualsiasi forma di protesta, la classe sfruttata da un capitalismo internazionale globalista appare disorientata e subisce passivamente gli attacchi alle conquiste sociali costati decenni di lotte e rivendicazioni. Anche quello con le leggi razziali del 1938 è un paragone errato, semmai oggi si potrebbe parlare di leggi razziali al contrario, l’immigrazione incontrollata senza leggi che la governino in modo soddisfacente danneggia i cittadini italiani in quanto genera una deflazione salariale che colpisce appunto le classi lavoratici. L’ombra di Mussolini in realtà non è più presente dal 1948 quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica, quest’ombra sembra riemergere adesso solo perché è stata evocata da parti politiche che hanno tutto l’interesse a creare un finto nemico per nascondere quelli che sono i nemici reali, quelle realtà che colpiscono l’interesse nazionale impoverendo le classi lavoratrici e il ceto medio con la motivazione di una pretesa ineluttabilità delle leggi del capitalismo che vengono imposte con una visione ordoliberista di una politica che vede spostare lo scopo dello Stato dalla difesa del cittadino alla difesa del capitale e degli interessi della finanza.

— Secondo il rapporto della commissione parlamentare “Jo Cox” sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia, e razzismo in Italia, il 48,7% degli intervistati ritiene che, in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani; il 35% pensa che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani. Come dobbiamo leggere questi dati?

— Spostare l’attenzione sul comportamento dei datori di lavoro è una manovra assolutamente fuorviante attuata dalla Commissione Jo Cox, non spetta infatti ai datori di lavoro attuare le politiche oggetto della domanda, queste sono uno dei doveri di uno Stato e cioè quello di tutelare i propri cittadini. Posta quindi la domanda nel modo giusto non vedo come possa essere definito xenofobo l’atteggiamento di chi chiede allo Stato di fare il proprio dovere. Semmai l’infondatezza dell’accusa di xenofobia tradisce il fatto che si vuole criminalizzare il dissenso e far passare come un dato indiscutibile e inevitabile la deflazione salariale e la perdita dei diritti acquisiti con le lotte operaie.

Anche la seconda questione, quella sulla sottrazione del lavoro agli italiani, è posta in modo capzioso e tale da ottenere una risposta preconfezionata, questo è uno dei trucchi della manipolazione del consenso. Non è corretto dire che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani, il vero problema è che si tratta dell’immissione sul mercato di quello che Marx definiva un ‘esercito industriale di riserva’ il cui scopo è quello di spingere al ribasso i salari. Quindi formulando la domanda nel modo corretto anche quella della diminuzione dell’offerta di lavoro è una denuncia pienamente legittima, tra l’altro va sottolineato che con la creazione di questo esercito industriale di riserva sono danneggiati tutti, anche gli stessi immigrati.

— Nonostante le preoccupazioni di Carla Nespolo, presidente dell’Anpi, non è bloccata la partecipazione di partiti di chiara ispirazione fascista alle elezioni politiche 2018, e Simone Di Stefano, leader di CasaPound, è un candidato premier. Perché le istituzioni italiane non hanno fatto nulla per bloccare la sua candidatura?

— Come dicevo le prese di posizione sul fascismo in assenza di un reale fascismo nella società italiana sono solo l’espediente usato per nascondere la mancanza di intervento della sinistra contro il capitalismo in presenza di capitalismo. Fenomeni come Casa Pound sono l’effetto di politiche orientate ai mercati e di disinteressate verso i problemi dei lavoratori, la destra sociale che è per sua natura anticapitalista ha solo occupato lo spazio lasciato vuoto da una sinistra che strizza l’occhio alle banche e alla finanza e che è diventata salottiera dimenticando la classe operaia, se la sinistra voleva evitare la rinascita di una destra sociale aveva un modo semplicissimo per farlo: continuare ad essere una vera sinistra. Trovo abbastanza ipocrita prendersela con Di Stefano e Casa Pound quando si è lasciata a loro l’assistenza dei ceti poveri delle periferie romane preferendo la frequentazione dei salotti delle ONG di Soros, di quelli degli hedge fund nonché delle varie multinazionali.

— Molto spesso il razzismo viene definito come una è una malattia insidiosa, dà sintomi vaghi, talvolta deboli o indecifrabili. A Suo avviso, quale potrebbe essere il rimedio più efficace per combattere questo “virus” che in un modo o un altro colpisce la società italiana?

— Il modo migliore per combattere il razzismo è quello di tutelare le classi sociali deboli che sono le prime ad essere esposte alle conseguenze dell’immissione dell’esercito industriale di riserva. Sono del tutto inutili le campagne di ‘educazione’ alla tolleranza e all’accettazione dell’altro, questi non sono mai stati problemi della stragrande maggioranza degli italiani, garantire una presenza forte dello Stato a difesa dei diritti dei cittadini è l’unica vera soluzione, ma ancora una volta chi non vuole attuare politiche volte a tutelare l’interesse nazionale preferisce far passare gli italiani per razzisti.

— In centinaia hanno partecipato domenica scorsa alla manifestazione antirazzista e antifascista voluta dal sindaco di Macerata Romano Carancini in segno di solidarietà nei confronti di Pamela Mastropietro e delle vittime dell’agguato di Luca Traini. Il 24 febbraio, a Roma, l’Italia democratica ha sceso in piazza contro fascismo, razzismo e xenofobia. Questo tipo di mobilizzazione indica, a Suo parere, che nulla è ancora perduto?

Le proteste anti-razziste a Macerata, il 10 febbraio del 2018.
© AFP 2018/ TIZIANA FABI
Le proteste anti-razziste a Macerata, il 10 febbraio del 2018.

— La mobilitazione nazionale dimostra che esistono forze che si possono attivare se opportunamente sollecitate, possiamo dire che nulla è perduto solo se le stesse masse si vedranno mobilitate anche a difesa dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, immigrati inclusi. Se questo non avverrà si sarà trattato solo di mobilitazioni a favore di una narrazione strumentale alla creazione di un clima di contrapposizione, proprio come quello che venne instaurato con strategia della tensione che caratterizzò gli anni ’70. Una strategia che sfociò negli anni di piombo del terrorismo, salvo poi scoprire che chi finanziava tale terrorismo erano spesso governi stranieri teoricamente alleati dell’Italia ma nemici proprio dell’interesse nazionale italiano.


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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2016 ha pubblicato "L'Ultimo uomo" . .

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