La Trimurti europeista e la fine della storia italiana

8

La Trimurti 

Dal blog di Marco Della Luna una lucida quanto pessimistica analisi

.

N.B. L’articolo originale è riportato per intero, le evidenziazioni in grassetto sono state invece aggiunte in questa sede.

 

La Trimurti europeista e la fine della storia italiana

.

Casini è da sempre europeista e vuole da sempre Monti candidato a premier. Bersani è europeista e vuole vincere al voto per aprire subito a Monti. Berlusconi, dopo l’ultima istrionica giravolta, è europeista e invita Monti a prender la guida dei moderati.

Mi ricordano quei re africani che vendevano i loro sudditi ai negrieri europei. E pure i numerosi uomini forti via via messi su dalla CIA e da Wall Street nei paesi poveri ma ricchi di risorse naturali e mano d’opera a buon mercato, per poter prendersi queste e quelle per quattro soldi.

Tutti i tre big vogliono portare i loro servigi al vincitore ormai certo e padrone destinato d’Italia: il capitalismo franco-tedesco che ieri, tredici dicembre, con l’unzione del Washington Consensus (FMI + Casa Bianca), ha incoronato Monti successore di Monti. Pochi hanno la libertà e l’onestà intellettuale di spiegare, come il giorno medesimo ha fatto Giulio Tremonti, che oggi l’Italia fa da bancomat alle banche tedesche e francesi. O di un Paul Krugman o di certa stampa britannica, che rinnova la valutazione tecnica che l’Italia, per tornare a crescere, abbisogna di uscire dal sistema di cambi bloccati e vincoli di bilancio detto Euro.

I tre leaders politici italiani gareggiano tra loro per prendersi l’appalto della consegna-svendita di ciò che resta da rastrellare di questo sventurato Paese e salire sul carro dei nuovi padroni. Maroni, col suo partito rimpicciolito, nel migliore dei casi potrebbe di prendersi la Lombardia, e niente più – ma solo se asseconda Berlusconi, cosa oggi assolutamente discreditante, dopo che l’ex premier ha dapprima sostenuto, poi sfiduciato e il giorno dopo ri-fiduciato Monti. L’azione di Grillo e Casaleggio niente potrà contro il grande blocco europeista traversale. Pertanto, il prossimo voto politico consegnerà conclusivamente il Paese ai suoi nuovi padroni esterni appoggiati dai loro servitori interni, i quali manterranno, servendoli, i loro privilegi di casta. Seguirà un lungo tempo di miseria e sfruttamento senza speranza: la “fine della storia”, per la repubblica italiana. L’Italia verrà “integrata” nel sistema industriale a guida germanica, e in essa si faranno le lavorazione a basso costo di mano d’opera, a basso valore aggiunto, a bassa tecnologia (escluse poche nicchie), ad alto inquinamento. Il margine di profitto sarà trattenuto oltralpe. Gli italiani saranno lasciati nel debito, a lavorare con bassi salari e pensioni da fame e servizi da terzo mondo, per sostenere il generoso sistema pensionistico nordeuropeo, l’enorme debito implicito nordeuropeo, il credito pubblico alle imprese tedesche. Però saranno orgogliosi di essere accettati dai fratelli europei più virtuosi, finalmente, e potranno dirsi “integrati”, e celebrare i padri dell’Integrazione, nelle persone di Monti, Draghi, Napolitano. I quali non meritano alcun biasimo, perché non vi è scelta, nella realtà: l’Italia deve finire così. I sistemi-paese non vitali vengono smantellati e presi a pezzi dai sistemi-paesi più validi, così come le aziende non vitali vengono smembrate e rilevate dalle concorrenti più vitali, che prendono il buono e lasciano i debiti nella Bad Company. La repubblica italiana ora è una Bad Country.

Questo è un destino inevitabile per un paese mai esistito prima, assemblato 150 anni fa da un disegno di quegli stessi poteri stranieri, un paese fatto di culture e popoli diversi, uniti a forza, senza storia comune, senza cultura di autogoverno – tranne la repubblica di Venezia -, senza senso nazionale, senza fiducia sociale e istituzionale, senza capacità di innovazione e adeguamento all’evoluzione del mondo, bloccato e recessivo in tutto da vent’anni, quindi morto, con le migliori risorse di capitali, imprese e cervelli che in massa sono andate e vanno via, all’estero. Impoverito su tutti i piani e in tutti i settori, tranne che nella criminalità organizzata.

Questi sono tutti dati di fatto, oggettivamente certi. Il resto è chiacchiere e non si è tradotto in fatti, non ha mutato il trend, nonostante le molte promesse e i molti cambiamenti di maggioranze e di leggi elettorali: la riprova che il sistema-paese è finito.

Neanche eliminare fisicamente tutta la casta, quel milione e rotti di politici e alti burocrati, cambierebbe le cose, perché si tratta della mentalità e delle consuetudini della popolazione, del suo rapporto con qualsiasi potere, che è di complicità infedele, opportunismo amorale, particolarismo assoluto. Un paese così, cioè con una popolazione così, fallisce fatalmente come organismo dell’agone globale e può essere solo governato dall’esterno, come del resto tutte le sue componenti, tranne quella suddetta, sono sempre state governate, storicamente, salvi brevi periodi.

Ciò che sta compiendosi oggi era prevedibile già diversi anni fa: i meccanismi erano già all’opera, come descrissi in alcuni saggi, a cominciare dalla prima edizione di Euroschiavi, uscita nel 2005:

“Uscire dal Trattato di Maastricht è, a ben vedere, indispensabile per esercitare una qualche libertà di scelta politica nella gestione del Paese. Infatti, a causa dei vincoli imposti da quel trattato e dalla cessione della sovranità monetaria alla BCE e dal fatto che quasi tutte le entrate se ne vanno in spesa corrente e interessi sul debito pubblico, governo e parlamento non hanno più strumenti di manovra in fatto di politica economica, sociale, ecologica, etc.: non possono emettere la propria moneta ma devono comprarla dalla BCE; non possono agire sul tasso di sconto, perché questo è fissato dalla BCE; non possono svalutare, perché il cambio è gestito dalla BCE e vincolato alle altre euro–valute; non possono spendere a debito per i necessari investimenti produttivi (ricerca, infrastrutture, istruzione), perché sono vincolati a contenere il deficit di bilancio e a ridurre il debito pubblico. D’altra parte, non possono aumentare le tasse, perché hanno già raschiato il fondo (a meno di sacrificare con un’ulteriore grossa imposta patrimoniale qualche categoria sociale come i proprietari immobiliari o gli agricoltori).

Privata della possibilità di scelta sul piano che conta, quello economico, il presupposto di tutte le altre scelte perché senza denaro quasi niente si può fare, la politica si riduce a diatribe su matrimoni omosessuali, pillole del giorno dopo e sotto–lottizzazioni di una torta sempre più magra.

Intanto, la produzione cala, la povertà aumenta, i servizi sociali peggiorano, la domanda e la produzione ristagnano, la competitività va a picco.

L’alternativa è tra continuare la policy avviata nel 1992, mandando in rovina il Paese in modo che i suoi assets importanti vengano comperati tutti dal capitale estero (ossia, da soldi virtuali creati gratis e dal nulla a opera del sistema bancario privato), che poi si metterà al comando; oppure uscire dall’Euro e recuperare la sovranità monetaria – togliendola ai suoi illegittimi detentori, la BCE e la Banca d’Italia, e recuperando le vaste risorse monetarie del signoraggio e bloccando il take–over delle industrie nazionali da parte di competitori esteri. Il suddetto articolo del Times evidenzia come tutti gli studi su modelli econometrici mostrano che l’Italia avrebbe un forte e rapido beneficio dall’uscita dall’Euro.

Nel 2007, nell’introduzione alla seconda edizione di Euroschiavi, scrivevo:

“ la finanza internazionale ha preso atto che:

1) l’Italia, come sistema-paese, ha urgente bisogno di riformarsi e ammodernarsi per sopravvivere;

2) non può farlo dal proprio interno perché in Italia la produzione del consenso politico è basata proprio sulla protezione di privilegi e abusi disfunzionali, sicché qualsiasi maggioranza, per riformare, dovrebbe tagliare il ramo su cui è seduta. Conseguentemente essa, ora, attraverso i suoi uomini posti nella stanza dei bottoni, sta procedendo al trasferimento del potere decisionale per l’Italia dall’interno del paese all’estero, in modo che possa essere riformato dall’estero, prescindendo dal consenso interno, soprattutto di quello della base.”

In Basta Italia, pubblicato nel marzo 2008, potete leggere: Se facciamo un bilancio consuntivo dell’unificazione d’Italia a circa 140 anni dal suo completamento, dobbiamo portare i libri nel Tribunale della Storia per chiedere la dichiarazione di fallimento.Perché, secondo tutti i parametri, lo Stato “Italia” è un fallimento senza prospettive.

È un fallimento in fatto di funzionalità e competitività internazionali – continua a perdere posizioni, a impoverirsi.

È un fallimento come capacità di innovarsi e ammodernarsi, nonostante ne abbia un bisogno estremo: è il più rigido tra i Paesi occidentali.

È un fallimento come produttività: è ultimo tra i Paesi occidentali.

È un fallimento di fatto di produzione: dal 1992 è divenuto l’ultimo dei Paesi europei, con uno sviluppo di meno di metà della media.

È un fallimento come natalità: è ultimo tra i Paesi occidentali.

È un fallimento come pubblica amministrazione: è ultimo fra i Paesi occidentali come efficacia e primo per costi.

È un fallimento come capacità di attrarre investimenti: è ultimo fra i Paesi occidentali.

È un fallimento come lavoro: ha il tasso più alto di assenteismo, di scioperi, di malattie, e ciò gonfia il costo del lavoro.

È un fallimento come capacità di attirare e trattenere il risparmio: nel primo anno del Governo Prodi bis, 120 euromiliardi si sono rifugiati in Svizzera.

È un fallimento in fatto di sviluppo economico: il suo prodotto interno lordo, e ancora più il suo prodotto interno netto, marciano a tassi frazionali rispetto alle economie forti.

È un fallimento in fatto di finanza pubblica: infatti, l’indebitamento dello Stato è enorme, continua a crescere, e nessun governo lo riduce, mentre esso inghiotte sempre più risorse per il pagamento degli interessi passivi.

È un fallimento in fatto di indipendenza – nel senso che ha sempre più padroni stranieri, come meglio diremo, non tanto a Washington, quanto a Francoforte, Londra, Parigi.

È un fallimento in quanto a capacità di ricerca scientifica e tecnologica: è ultimo d’Europa, dopo la Grecia.

È un fallimento in fatto di pubblica istruzione: le scuole italiane sono le meno efficaci nel preparare al lavoro.

È un fallimento come politica salariale: ha i salari più bassi dell’Unione Europea e vorrebbe abbassarli ulteriormente per competere con Paesi come la Cina nella manifattura a bassa tecnologia.

È un fallimento in quanto a debito pubblico e pressione fiscale – ovviamente – che salgono in parallelo, alimentandosi a vicenda, come qualcuno inizia a capire.

È un fallimento in fatto di integrazione economica, in quanto aumenta il divario tra regioni sviluppate e regioni non sviluppate, regioni che mantengono e regioni che sono mantenute.

È un fallimento in quanto a welfare, perché il governo ha organizzato il fallimento del sistema pensionistico nel giro di pochi anni, così che scoppino disordini sociali, che la sinistra cavalcherà per prendere il potere e saccheggiare gli italiani con una nuova tassa patrimoniale.

È un fallimento in quanto alla giurisdizione, perché il sistema giudiziario italiano è inefficiente e corrotto, alimenta la criminalità e allontana gli investimenti stranieri, e viene costantemente condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

È un fallimento in quanto a infrastrutture, che sono state neglette, anche come manutenzione, per decenni.

È un fallimento in quanto alla sanità: spesa fuori controllo e 6.000 morti l’anno per infezioni contratte in ospedale.

È un fallimento in quanto a ordine pubblico, dato che un terzo circa del territorio resta in mano alla criminalità organizzata, e gli stessi partiti politici riproducono i modelli di potere e consenso della mafia.

~ Basta con questa Italia! ~

È un fallimento in quanto a rappresentatività e democrazia, dato che la classe dirigente palesemente non rappresenta gli interessi della collettività, ma quelli propri e corporativi, così come fanno i capi politici, sindacali e i parlamentari.

È un fallimento in quanto a legalità e legittimità, perché la corruzione e la deviazione dei poteri sono ambientali e strutturali e su di esse si poggia il potere costituito anche per produrre il consenso dal basso.

È un fallimento in quanto a difesa idrogeologica, dato che non è in grado di eseguire una prevenzione che costerebbe una frazione di quanto costa rimediare ai disastri idrogeologici dopo che sono avvenuti.

È un fallimento in quanto a capacità difensive militari, siccome non ha forze armate efficienti e non fa i necessari aggiornamenti dei sistemi d’arma.

È un fallimento in quanto a capacità decisionale, in quanto nessun governo riesce ad eseguire riforme strategiche e tutto si blocca.

È un fallimento in quanto a rinnovo della classe dirigente: dalla politica all’università, abbiamo la gente più vecchia del mondo.

È un fallimento in quanto alla capacità di organizzarsi, in quanto la fiducia e il rispetto verso le regole organizzative sono pressoché inesistenti.

È un fallimento senza speranza, perchè non c’è una classe politica all’altezza del ruolo, dotata di competenze che vadano oltre il galleggiare e il saccheggiare. Mancano gli uomini capaci. Non c’è nessuno che possa portare il Paese fuori dalla rovina.

È un fallimento complessivo e definitivo, in quanto tutte queste cose si sanno ma a nessuna di esse si è rimediato o iniziato a rimediare, nemmeno con la “Seconda Repubblica”, nemmeno con l’“alternanza”. Si è peggiorato, invece, in modo pilotato e voluto, per poter preparare l’opinione pubblica alla privatizzazione di tutte le funzioni pubbliche, a vantaggio di monopolisti privati che le rilevano in società con politici, sindacalisti e pubblici amministratori, e le gestiscono in regime monopolistico con sovrapprezzi monopolistici, quindi nessun incentivo all’efficienza e massima possibilità di sfruttare il cittadino. Pensate alle tariffe per i rifiuti, ai pedaggi per le autostrade.

Ricercatori, scienziati, manager, imprenditori, professionisti, se ne sono già andati o se ne stanno andando. Restano i meno capaci, restano i sentimentalisti irrazionali che stupidamente associano l’idea dell’emigrazione alla povertà e al fallimento – e si dimenano o sguazzano in questo sistema, come pesci in una pozzanghera economica che si sta prosciugando al sole della globalizzazione, mentre oltre confine abbonda l’acqua fresca e profonda. Un organismo che non riesce a reagire a processi degenerativi interni, è un organismo morente.

L’Italia non ha capacità di reazione organiche, d’insieme. È come un vasto corpo in fin di vita e ampiamente necrotizzato, in cui bande di larve carnarie riescono ancora a ingrassarsi. Nel senso che alcuni gruppi, alcune cordate di potere, riescono ad assicurarsi fette di potere e sacchi di soldi attraverso la conquista di posizioni di rendita monopolistica e attraverso il saccheggio fiscale dei risparmiatori e dei produttori di ricchezza che ancora non se ne sono andati. In ciò, sostanzialmente, consiste l’attività dei partiti politici italiani. Altroché alternanza!

Questi sono gli elementi, in base ai quali dobbiamo valutare le prospettive dell’Italia, e decidere se sia meglio restare o emigrare. È questo il Paese a cui volete affidare il vostro futuro, il vostro lavoro, i vostri investimenti?

E i vostri figli, li affidate a questo Paese? Se li amate, come potete farlo? E come potete farli, se non ne avete ancora? Farli nascere sotto un debito di 25.000 Euro a testa, in peggioramento? Tenerli qua quando potreste portarli in salvo?”

Poiché non è possibile una maggioranza politica senza il voto delle categorie parassite, non è possibile risolvere il problema della spesa pubblica e dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Quindi l’Italia sarebbe destinata alla rovina.

Invece, l’Italia non è destinata alla rovina, perché il problema della spesa pubblica e dell’inefficienza del sistema-paese si può risolvere – si può risolvere dall’esterno dell’Italia. Ossia, trasferendo i centri di potere monetari, finanziari, economici, quindi politici, a potentati stranieri, che imporranno le antipopolari e antiparassitarie riforme dall’esterno dell’Italia, perciò senza bisogno di basarsi sul consenso elettorale degli italiani.

Certo, faranno riforme nell’interesse loro proprio, non degli italiani.

Quindi l’Italia non è destinata alla rovina, ma al colonialismo.

Allo sfruttamento coloniale. Dall’assassinio di Enrico Mattei, passando per quello dell’avv. Ambrosoli, i politicanti italiani si sono mossi, col sostegno finanziario e – credo – anche sotto minaccia dei potentati stranieri, in questa direzione: svendere banche, industrie, mercati etc. a potentati stranieri.

Bettino Craxi cercò di opporsi, a modo suo – appoggiandosi a meccanismi clientelari nazionali. Il suo tentativo di opposizione fu liquidato attraverso una gigantesca operazione giudiziaria, nota come Mani Pulite, che eliminò tutti i partiti popolari italiani (DC e PSI in testa), aprendo la via a una dilagante campagna di colonizzazione dell’Italia da parte della finanza straniera e sovranazionale, soprattutto con Dini, Ciampi, Prodi – campagna culminata con Maastricht, la BCE, l’Euro, lo smantellamento dell’industria chimica, dell’industria cantieristica, dell’industria elettronica nazionali in favore di quelle estere, la scellerata svendita alla concorrenza straniera della Nuova Pignone – azienda leader mondiale e in forte attivo: un misfatto economico senza precedenti.

Con la cessione della sovranità monetaria alla BCE. E della proprietà della Banca d’Italia ai finanzieri privati, anche stranieri. E dei principali mercati, come la grande distribuzione e l’automobile, a concorrenti stranieri. In sostanza, con la cessione di ogni autonomia e la totale sottoposizione alla dipendenza da centri di poteri privati stranieri.

I soggetti che stanno attuando tale programma, per attuarlo più agevolmente e per meglio mimetizzare i propri scopi effettivi, hanno assunto i colori politici della sinistra e si sono dati una vernice di socialità o socialismo. In Italia non vi è una vera sinistra, se non di frangia, né un vero centrosinistra. Vi sono operatori politico-economici che si fingono di sinistra, che hanno assunto simboli e ideologie della sinistra, che compiono isolati atti politici che paiono di sinistra in quanto colpiscono i ceti medi. Ma non sono affatto di sinistra. L’abito non fa il monaco. La loro vera natura è palesata dai frutti della loro politica – declino, privatizzazione e colonizzazione – e da chi li raccoglie – finanzieri e grandi capitalisti, soprattutto stranieri.

~ Basta con questa Italia! ~

.

.

Share.

About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

8 commenti

  1. Il colonoialismo ha già la zampa dentro la porta ed incombe minaccioso,il Paese è ingovernato da tempo e manca completamente un’idea chiara di quanto dovrebbe fare l’Italia per tornare alla sua prosperità e ricchezza così come manca all’orizzonte un politico,uno statista,un partito,un movimento un qualcosa del genere in grado di portare avanti un piano di salvezza nazionale.
    E come detto,di male in peggio,ci si ritrova immersi nell’applicazione della dialettica Hegeliana di tesi antitesi e sintesi descritta qua:
    http://www.enzopennetta.it/2012/11/radio-globe-one-recensione-1011-conferenza-sul-malthusianesimo-e-santificazione-di-darwin/
    ben aiutata e favorita anche da quanto denuncia Fratus qua:
    http://iltalebano.com/2012/11/14/il-vero-ostacolo-e-lindividualismo-borghese/
    e da tante altre cose.
    Il fatto che la situazione,come già detto,venga presentata come una “crisi”(nazionale,continentale o mondiale che sia) fa si che la popolazione si ponga di fronte ad essa come ad una crisi,ma è fondamentalmente qualcosa di concettualmente e praticamente diverso e molto più pericolosa,brutta,di impatto socio-economico.
    Comprendo che probabilmente non è per l’esser creduloni,ignoranti,indottrianti o altro che alcuni attribuiscano qualcosa di apocalittico al 21-12-2012 quanto invece l’ancorarsi alla speranza della fine di tutto quasto..
    Staremo a vedere per il momento si,l’orizzonte è nerissimo,il mare minaccioso e non si vede terra.