Il posto dell’Uomo nella natura: è tempo di cambiare

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Immagine da ” Evidence as to Man’s Place in Nature, 1863″ di Thomas Huxley.

La questione del posto dell’Uomo tra le specie va riproposta per via di una evidente inadeguatezza dell’attuale classificazione.

 

Considerare la specie umana come appartenente ai primati è come continuare a considerare nello stesso dominio archaea e bacteria.

 

 La constatazione di una unicità dell’Uomo rispetto agli altri viventi è stata ribadita più volte in tempi recenti, come ad esempio nel maggio 2013, dall’antropologo Ian Tattersall, del fatto se ne era parlato su CS in “Rivedere la classificazione di Homo sapiens. Ian Tattaersall: “Siamo diversi da tutti gli altri esseri viventi”.” Posizione riproposta e confermata poi dallo stesso Tattersall sia in una conferenza registrata al Museo antropologico Pigorini di Roma il 20 febbraio scorso, che in articolo apparso poco tempo prima sull’Almanacco delle scienze 2014 di Micromega intitolato “La seconda nascita di Homo sapiens” dove afferma che:

Non è un segreto che qualcosa ci renda profondamente diversi da tutti gli altri organismi, compresi quelli che ci sono più vicini nel grande albero della vita.

[…]

Esiste pertanto una netta discontinuità, un profondo abisso qualitativo, tra il modo in cui gli altri organismi gestiscono l’informazione e il modo in cui lo facciamo noi.

[…]

Tuttavia (dopo aver confermato la sua adesione alla spiegazione evolutiva darwiniana ndr) l’emergere della consapevolezza dei moderni esseri umani ci pone di fronte ad un profondo mistero, forse il più grande affrontato dalla scienza . E’ chiaro infatti che il nostro modo di far funzionare la mente non rappresenta semplicemente il prodotto di un miglioramento incrementale di altre forme cognitive esistenti

La differenza è qualitativa e non tanto quantitativa: non abbiamo semplicemente un po’ più della stessa cosa che hanno tutti gli altri esseri viventi.

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Alla luce di queste considerazioni accettate in modo pressoché unanime dalla comunità scientifica (nessuna voce si è levata per contestare le conclusioni di Tattersall sulla differenza qualitativa e non quantitativa tra Uomo e altri animali), si fa sempre più evidente la necessità di rivedere l’attuale classificazione della specie umana.

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L’attuale classificazione si basa prevalentemente sulla cladistica, cioè sulla distanza dall’ultimo progenitore comune, ma anche le differenze qualitative non possono non entrare nei criteri della classificazione.

Un recente caso in cui si è verificata una revisione della classificazione è quello che ha riguardato la creazione di due distinti domini laddove precedentemente ne esisteva uno solo, il riferimento è al caso dei Procarioti. La necessità di creare un nuovo dominio fu segnalata nel  1977 da Carl Woese e George Fox dell’università dell’Illinois che riscontrando differenze nel DNA e nell’RNA ribosomiale proposero la differenziazione dei procarioti in eubacteria e archaebacteria. In seguito venne scelta la denominazione di bacteria e archaea. Contrario a questa suddivisione si dichiarò nel 2002  Thomas Cavalier-Smith che propose su PubMed una ricostruzione filogenetica differente che portava a privilegiare nuovamente l’esistenza di un unico ordine corrispondente a quello originario dei procarioti. Un decisivo contributo a riportare in primo piano la necessità di una nuova classificazione è giunto infine nel 2006 dalla pubblicazione su Nature dell’articolo Time for a change di Norman R. Pace nel quale, in seguito alle risultanze della comparazione dell’RNA e altre comparazioni biochimiche, si sosteneva una maggiore vicinanza degli archaea agli eukarya rispetto ai bacteria. Questo spingeva a sostenere con forza una divisione in tre domini, come evidenziato nella figura di seguito riportata pubblicata nell’articolo su Nature:

three domains

Come ribadito nella parte conclusiva dell’articolo, secondo la nuova e più aggiornata classificazione, continuare ad utilizzare il termine “procariota” non solo sarebbe stato fare uso di un termine obsoleto, ma sarebbe stato un modo scorretto di rappresentare l’evoluzione e, in ultima analisi, avrebbe corrisposto ad insegnare “un’idea sbagliata”:

nature three domains

Tornando alla classificazione umana è inevitabile riprenderla in considerazione alla luce di nuove conoscenze che sono anche più rilevanti di quelle che hanno portato alla revisione della classificazione dei procarioti. Non è possibile continuare ad ignorare la differenza sostanziale, e non di grado, tra l’essere umano e gli altri animali. Così come gli eucarioti hanno ad esempio la membrana nucleare e gli archei ne sono del tutto sprovvisti (non ne hanno un po’ meno), così l’Uomo ha l’elaborazione simbolica e gli altri animali no, come emerge ancora da un altro passaggio di Tattersall in nell’articolo “Homo symbolicus” (La Repubblica) del 17 maggio 2013: 

Ma la cosa che veramente ci distingue e ci fa sentire così diversi da tutti gli altri esseri viventi è il modo di elaborare le informazioni nel nostro cervello. Quello che solo noi esseri umani facciamo è disassemblare mentalmente il mondo che ci circonda in un vocabolario sterminato di simboli mentali. Questa capacità unica si palesa in ogni aspetto delle nostre vite.

 E poi ancora:

Per comprendere le caratteristiche di questo nuovo fenomeno è importante ricordarsi che l’Homo sapiens con capacità cognitive moderne non è semplicemente un’estrapolazione di tendenze precedenti. I ritrovamenti archeologici mostrano piuttosto chiaramente che noi non facciamo le stesse cose che facevano i nostri predecessori, solo un po’ meglio: ricreando mentalmente il mondo noi di fatto facciamo, nella nostra testa, qualcosa di completamente nuovo e diverso.

 

Ciò che fa di Homo sapiens qualcosa di completamente differente da qualsiasi altra specie è la capacità di elaborare un vocabolario di simboli. Questa capacità si manifesta come linguaggio parlato e poi anche scritto, arti figurative, capacità matematiche, e possibilità di elaborazione di un pensiero scientifico. Che le cose stiano così era stato già affermato alla fine degli anni ’50 dal linguista e filosofo Noam Chomsky il quale affermava che:

“Il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano delle grammatiche sostanzialmente comparabili, di grande complessità e con notevole rapidità, suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in un modo speciale, con una capacità di natura misteriosa” .

Tale posizione è stata riaffermata nelle conferenze tenute sempre nel gennaio 2014 a Roma da Chomsky il quale è stato presentato dal suo ex allievo Andrea Moro che lo ha introdotto con la frase sopra riportata e che è stata definita una sorta di “spartiacque” nella storia della linguistica e più in generale nella storia dell’uomo.

E che sulla barriera insormontabile che separa l’uomo dagli altri animali siano in linea di massima tutti d’accordo è stato confermato anche in un articolo pubblicato su Pikaia nel novembre 2012 dal titolo Armi dal passato in cui si afferma:

La maggior parte dei biologi evolutivi accetta questo tipo di visione -una differenza abissale tra un prima e un dopo nell’evoluzione umana ndr-  (qui un’intervista a Ian Tattersall); il problema è che spesso l’accelerazione viene vista come un cambio di velocità così repentino da essere quasi assimilabile a un effetto tunnel evolutivo: prima l’uomo era di qua da una barriera culturale-evolutivo-artistica-sociale, nel giro di poco tempo è saltato dall’altra parte e ha cominciato un cammino di arte, spiritualità, cultura che lo ha portato ai giorni nostri. 

Una barriera così insormontabile da far paragonare all’ultradarwinista Pikaia quel passaggio ad un “effetto tunnel evolutivo”, un’idea del tutto condivisibile. Ecco dunque che l’unicità dell’uomo è una questione che si pone con grande evidenza all’interno dello stesso schieramento evoluzionista neo-darwiniano.

Si potrebbe però ancora obiettare che la vicinanza genetica con gli altri primati costituisca un motivo per riaffermare l’appartenenza allo stesso ordine, ma si tratta di un argomento che può essere usato anche in senso opposto, si potrebbe infatti con lo stesso criterio affermare che siamo al 50% banane e per ben il 95% topi.

Oltre alla differenza sostanziale, come quella della capacità simbolica, quello che conta secondo la cladistica è la lontananza di un comune antenato, ma anche sotto questo punto di vista non possiamo ormai ritenere che la particolarità umana sia dovuta ad un distacco dagli altri animali in tempi  relativamente vicini. La recente scoperta dell’incrocio tra sapiens e neanderthal e quella dei crani di Dmanisi, mostra infatti una raffigurazione non più a “cespuglio” con un distacco della linea che avrebbe portato all’uomo che si aggira presumibilmente vicino ai due milioni di anni fa:

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Ecco dunque che sia sotto un punto di vista funzionale che cladistico non si deve più considerare l’uomo nello stesso dominio dei primati, sarebbe come considerare nello stesso dominio archaea, bacteria ed eukarya solo perché a grandi linee sono somiglianti morfologicamente e discendono da un lontano antenato comune. Per usare le parole di Noran R. Pace, continuare a classificare gli umani come primati significa non solo fare uso di un termine obsoleto, ma significa adottare un modo scorretto di rappresentare l’evoluzione e, in ultima analisi, insegnare “un’idea sbagliata”.

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“Evidence as to Man’s Place in Nature” questo era il titolo dell’opera con la quale nel 1863 T. H. Huxley poneva le basi dell’inclusione dell’Uomo tra i primati. Ma già in quegli stessi anni c’era chi autorevolmente sosteneva che Homo sapiens avrebbe dovuto avere almeno una sottoclasse a sé stante e conservare con i primati solo l’appartenenza alla classe dei mammiferi, il riferimento è alle dichiarazioni di Alfred Russel Wallace, il coautore della teoria dell’evoluzione insieme a Charles Darwin:

Considerando queste sue eccezionali facoltà non si può negare che perfino color che reclamano per lui un posto indipendente, quale un ordine, una classe o un sottoregno, abbiano qualche ragione.

L’uomo è veramente un essere a sé stante…

Da   riportato in “L’uomo che gettò nel panico Darwin”- Federico Focher Bollati Boringhieri, pag. 170.

E tra “coloro che reclamano un posto indipendente” per la specie umana c’era anche Richard Owen, un grande paleontologo che tra l’altro fu colui che coniò il termine “dinosauro”. Owen entrò in contrasto proprio con Huxley sulla questione della classificazione umana e lo scontro fu molto forte, egli sosteneva su basi anatomiche la differenza irriducibile tra Uomo e ‘scimmie’, mentre Wallace avrebbe puntato l’attenzione maggiormente sulle capacità mentali.

Oggi gli argomenti a favore di una revisione della classificazione umana sono forti, molto più di quanto non fossero all’epoca del confronto Wallace-Owen e Huxley, e non volerli prendere in considerazione significherebbe restare ancorati ad una visione, neanche unanime, ereditata dalla scienza ottocentesca.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2016 ha pubblicato "L'Ultimo uomo" . .

18 commenti

  1. Giorgio Masiero on

    Penso che Jacques Monod sarebbe d’accordo con te, Enzo, già alla luce di quanto scriveva 44 anni fa: “Il nostro destino non era scritto prima della comparsa della specie umana, la sola specie nell’universo capace di utilizzare un sistema logico di comunicazione simbolica. […] Se esso è stato veramente unico, come forse lo è la comparsa della vita stessa, ciò dipende dal fatto che, prima di manifestarsi, le sue possibilità erano quasi nulle. L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo, il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?” (“Il caso e la necessità”, 1970).

    Mettere la straordinarietà della comparsa dell’uomo sullo stesso piano dell’abiogenesi e dire che “prima di manifestarsi, le possibilità [dell’evoluzione umana] erano quasi nulle” mi pare anche più forte di quanto affermato da Tattersall, quasi che Monod dica – evoluzione a parte – che ci sono 2 “super-domini” di classificazione delle specie sulla Terra: l’uomo e quello di tutte le altre specie comprese nei 3 domini (archea, batteri, eucarioti).

    • Grazie Giorgio,
      mi era sfuggita la posizione di Monod che pure conosco bene, si tratta di un’affermazione che va integrata a quanto riportato nell’articolo e che conferisce ancora più forza alla richiesta di un dominio per l’uomo.
      Anche l’idea di un super-domino mi sembra assolutamente sostenibile.
      Mi piacerebbe sapere quali sono le posizioni da parte della SIBE riguardo a questo argomento.

  2. Enzo , ma questa resistenza generale verso il progresso , non limita il vero potenziale scientifico ?

    • E’ esattamente quel che penso, il voler restare aggrappati ad erronee concezioni ottocentesche ha danneggiato la ricerca in biologia.
      Questo ha impedito che ci fossero delle profonde innovazioni e rivoluzioni come quelle estremamente fertili che ha incontrato la fisica di inizio novecento.

      • Oltretutto, quelle visioni ottocentesche erano funzionali al fenomeno politico-culturale del razzismo che oggi è scomparso (per ora) dalla scena dominante dei potenti.

        Equiparato l’uomo agli animali, non restava altro che inserirlo nella scala evolutiva e fare delle comparazioni tra le razze, arrivando perfino ad affermare la superiorità di alcune razze animali rispetto alle razze inferiori dell’uomo. Addirittura, affermando che l’anima e la psiche sono sostanza materiale, quindi trasmissibile ereditariamente, fino ad arrivare a un patrimonio etnico comune.

        Quindi, a maggior ragione ci si dovrebbe sentire più liberi di abbandonare queste visioni da darwinismo sociale razzistico facilmente. Ma si pone l’altro ostacolo ideologico dell’ateismo…
        A proposito della “neutralità” della scienza!

  3. Caro professore, ieri sera ho avuto la sfortuna di assistere alla prima puntata di “Visionari”, un programma di Corrado Augias. Il tema affrontato era la teoria di Darwin. Per un’ora intera si è sostenuto che l’intero universo e l’uomo stesso sono il frutto del caso; ma la cosa che mi ha fatto imbestialire è che si è sostenuto, a più riprese, che il ruolo del caso E’ DIMOSTRATO SCIENTIFICAMENTE. Le domando: può il caso essere indagato e conosciuto dalla scienza? Non è, il caso, una categoria di natura filosofica?

    Potrebbe aiutarmi a rimettere un po’ di ordine nella mia testa?

    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5fe86bbe-3b8e-4985-8a1f-e5002148cc57.html

    • stò cò frati e zappo l'orto on

      1146ooo spettatori,una minoranza infinitesima in un mare di quasi 60 milioni di abitanti del belpaese.
      Pronti ad ascoltare ogni parola,ogni frase del gransacerdote della religione del NullaEterno del SilenzioEterno.
      E questa Tv,pagata dagli altri abitanti,costretti a subire “l’opinione scientifica” di questo signore.
      La Verità è sul filo del rasoio,per cui tutto è ammesso.Ogni verità è ammessa.

      Nessun spettatore che ponesse dubbi su le dichiarazioni di questi signori avrebbe potuto contestare!Grazie Mamma Democrazia!Sei troppo buona.

    • Giorgio Masiero on

      E quegli imbecilli, Giancarlo, di Pitagora, Platone, Galileo, Einstein, Wigner, ecc. che invece hanno creduto che il libro della natura fosse scritto in lingua matematica!
      Per non parlare di tutti i ricercatori che sparsi nel mondo lavorano per catturarne i segreti!
      Alzi la mano chi può dare il nome di uno scienziato che, con la teoria del caso, ha fatto una, una sola applicazione tecnologica che abbia aumentato la potenza dell’uomo sulla natura.

      I cristiani hanno creato la scienza sperimentale moderna, gli atei fanatici tentano di distruggerla con la loro concezione del non senso di ogni cosa…, fatta naturalmente una doverosa eccezione di ciò che insegnano.

    • Una trasmissione a senso unico con delle interviste made in USA in cui la totale mancanza di preparazione degli intervistati e la malizia degli intervistatori miravano a dimostrare l’assunto comptiano che la religione è uno stato infantile dell’umanità.

      Un gran bella puntata sulla disinformazione.
      Grazie a tutto lo staff di visionari che ha messo insieme lo spettacolo.

    • Il ruolo del ‘caso’ è anche dimostrato scientificamente Giancarlo.
      È chiaro che se quelli parlano di microevoluzione e danno ad intendere altro…

      • Giorgio Masiero on

        Lei scrive, Leonetto: “Il ruolo del ‘caso’ è anche dimostrato scientificamente”. Le chiedo:
        a) che cosa intende per ‘caso’, tra virgolette;
        b) un’evidenza sperimentale del ruolo del ‘caso’.
        Grazie.

        • a)Per ‘caso’ intendo tutto quanto rientra in quel che si chiama “caos deterministico”,in quelli che sono processi,fenomeni aleatori dove abbiamo un numero più o meno definito di variabili che agiscono e interagiscono in maniera dipendente o interdipendente.
          Dalla climatologia,all’economia,alla biologia etc..si ha costantemente a che fare con fenomeni aleatori.
          Non è un caso se un aspetto ingegneristico molto importamente è proprio lo studio di tali fenomeni onde trovare più soluzioni per ‘gestirli’.Fondamentale esperienza,calcolo propabilistico,ottimizzazione della valutazione delle condizioni iniziali e del loro andamento nel tempo.
          Poi nel merito della fisica si possono fare distinguo per la meccanica quantistica e la m.classica però a livello generale credo il concetto sia chiaro.
          Il termine caso infine può anche talora far riferimento a qualcosa di ancora ignoto ,di cause ignote,cui comunque,fatte le dovute valutazioni,vale comunque grossomodo quanto detto sopra.
          Volendo essere il più generici e sintetici possibili potrei azzardare una definizione da ‘vocabolario'(brutale):”dicesi di dichiarazione semi-quantitativa sulla nostra ignoranza derivata dalla mancanza di una conoscenza precisa delle condizioni iniziali, o dalla mancanza di comprensione di come venga ‘selezionato’ un particolare stato finale.
          Si possono dire diverse cose il punto è che mi sembra chiaro a che concetto si faccia riferimento in ambito scientifico riferendosi al ‘caso’..no?

          b)In campo antropologico-biologico?Beh banalmente anche l’esperimento di Lenski può essere qualcosa in tal senso.
          Il fatto stesso della libertà di scelta umana garantisce possiili riscontri di questo.
          In campo più evoluzionistico nel merito della genetica delle popolazioni e negli studi di genetica si possono fare osservazioni su eventuali colli di bottiglia,inibizioni,ibridazioni etc..insediamenti in ambiente alieno per la specie.La deriva genetica in sé rappresenta un banale esempio del ruolo del caso …
          Un tifone o la formazione/crescita di istmi divide una specie di pesci in due gruppi sui lati est e ovest.

          Se può essere più preciso nel merito di questa richiesta magari posso esserlo anche io,confesso che non so esattamente con che cosa rispondere,appunto perché ci sono molteplici cose anche dall’ “esperimento fatto in casa”.

          Perfino nella storia e nella storia della scienza stessa è riscontrabile il ruolo del caso.
          per esempio con Luigi Galvani,poi in quei casi come disse paseur il caso favorisce solo le menti preparate.Però è comnque un ruolo.

          ma forse non ho capito cosa mi voleva chiedere…

          • Giorgio Masiero on

            Non sono d’accordo, Leonetto, né sul punto 1, né sul punto 2. Per me il caso è solo una parola per nascondere la nostra ignoranza e non ha alcun ruolo nelle scienze naturali. Come detto da Giancarlo, il caso è una categoria filosofica sperimentalmente infalsificabile.
            Il caos deterministico è “deterministico”, appunto, e non ‘caso’: esso segnala un sistema dinamico di cui noi non possiamo prevedere dopo un po’ di tempo la traiettoria perché la sua evoluzione è troppo sensibile alle condizioni iniziali ed al contorno rispetto alle nostre capacità di misura.
            Non esiste, per quanto io sappia, nessuna teoria scientifica che comprenda la parola ‘caso’ nel suo sistema assiomatico; né tantomeno esiste un esperimento che dimostri il caso all’opera.

          • Mah, in vero “chance” ,visto che la lingua di pubblicazione è l’inglese la si ritrova.
            Nello stesso lavoro di Lenski la si ritrovava.E andava anche bene.
            Non ha senso parlare di un caso ‘volgare’,di un caso metafisico.
            Il punto 1 è un fatto.
            Tanto più che se io scrivo:
            “dicesi di dichiarazione semi-quantitativa sulla nostra ignoranza derivata dalla mancanza di una conoscenza precisa delle condizioni iniziali, o dalla mancanza di comprensione di come venga ‘selezionato’ un particolare stato finale.”
            e lei scrive:
            “il caso è solo una parola per nascondere la nostra ignoranza”
            sembra concordare a livelo concettuale.

            Un caso con l’accezione di cui invece quì mi sembra parlare, Masiero, non esiste né può esistere nella scienza né esiste neanche per alcun neodarwinista e neanche teorico del multiverso..
            Per ‘caso’ in scienza si intende quello..
            Il rumore gaussiano o no non è casuale?
            Certo si identifica proprio con quella parola.
            Un segnale s(t)si dice processo ‘casuale’ qualora, fissato un qualunque istante di tempo t*,il valore
            x(t*)assunto dal segnale è caratterizzabile solo in senso statistico,è quindi esso una variabile casuale descritta dalla sua densità di probabilità.
            Un sistema dinamico aleatorio non è casuale?
            La deriva genetica non è casuale?

            La contingenza,la casualità riguardano quegli aspetti aleatori,certo che c’è insita un’ignoranza di fondo,fa parte della definizione di caso stesso.

            La lucertola di cui si era parlato tempo fa:
            http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/23/il-mistero-della-lucertola-italiana-in-trent.html
            Non rappresenta un evento casuale?

            Il senso che assume il caso nell’evoluzione è chiaro,e non gli obbietto nulla.
            Come venga presentato tramite divulgazione poi è tutto un altro paio di maniche ,lì spesso e volentieri si presenta un Caso con la “C” maiuscola.
            E magari a molti neodarwinisti sta bene che venga fatto così..

            Per esempio anche:
            http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17348954

            Ripeto è chiara l’ignoranza insita nella definizione di caso ma non vedo come questo né cambi il concetto.

            Indi per cui parlare in merito all’evoluzione che,cito Giancarlo,”che il ruolo del caso E’ DIMOSTRATO SCIENTIFICAMENTE” non si può ritenere sbagliato a prescindere,ma basta comprendere di cosa si stia parlando.

          • Giorgio Masiero on

            Io non nego, Leonetto, che si trovi la parola “chance” nella letteratura scientifica. Ciò che dico è che
            1) essa viene tecnicamente usata non come un agente dinamico, ma solo per intendere la nostra ignoranza qualitativa e/o quantitativa della catena causale completa di un fenomeno,
            2) essa non si trova in nessuna teoria scientifica col significato di agente che svolga un ruolo e
            3) tantomeno esiste un esperimento che possa dimostrare che qualcosa è stato causato dal caso, piuttosto invece che da cause materiali (ancora) ignote.
            Naturalmente, se mi sbaglio in uno dei 3 punti, Le sarò grato di segnalarmelo.

          • “3) tantomeno esiste un esperimento che possa dimostrare che qualcosa è stato causato dal caso, piuttosto invece che da cause materiali (ancora) ignote.”

            Il punto è quì.
            Per me qui c’è contraddizioni di termini.
            Perché il caso non dovrebbe essere costituito di cause materiali?

            ma anche quì:
            “2) essa non si trova in nessuna teoria scientifica col significato di agente che svolga un ruolo”

            probabilmente lei intende con “svolgere un ruolo” qualcosa di particolare.
            Per esempio, riallacciandomi a quanto scritto precedentemente,un tifone causa la separazione di una ‘popolazione’ di pesci.Si osserva nel tempo che avviene un discostamento fra le due a causa dell’adattamento ad ambienti differenti,a una deriva genetica del pool della popolazione etc ..
            Perché il caso non ha svolto un ruolo nella cosa?
            Mi è incomprensibile.
            Ovviamente sempre con caso riferendomi ai fenomeni,processi,variabili precedentemente descritti.

            Probabilità statistica e tutto quanto sta nello studio dei fenomeni aleatori riguarda la casualità.

            Ma soprattutto..in quale universo caso è impiegato in scienza per indicare un agente dinamico?
            Al più l’azione indeterminata di agenti dinamici.

            Non la seguo.

  4. Io direi che è l’umanità a ragionare come un adolescente davanti alla religione , davanti a Dio. Proprio come fa un figlio durante il periodo della pubertà , simbolicamente deve far fuori padre per affermare se stesso.

    • Hai ragione Emanuele, qualcosa del genere l’ammetteva all’inizio del ‘900 George Bernard Shaw, oltre che drammaturgo un grande sostenitore del darwinismo, co fondatore della London School of Economics nonché esponente del fabianesimo.