La chiave di lettura del tempo presente

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Samuel Huntington e Francis Fukuyama

Perché occuparsi di geopolitica oltre che di scienza, cosa c’entra lo scontro di civiltà con la selezione naturale?

La risposta è che la realtà per essere compresa deve essere letta nelle sue interrelazioni, e questa è una caratteristica di CS.

Può sembrare strano a prima vista che su un sito che si occupa prevalentemente di scienza ci siano riferimenti anche alla geopolitica, ma quello che intendo dimostrare di seguito è che lo strano sarebbe invece che tali riferimenti non ci fossero.

Il legame tra scienza e potere politico fu teorizzato all’inizio del XVII secolo dal filosofo e uomo di Stato inglese Francis Bacon con il suo libro postumo New Atlantis del 1627, da cui derivò nel 1660 la costituzione della Royal Society, l’istituzione che avrebbe legato la scienza al potere imperiale. Ricordiamo che tra i fondatori della Royal Society troviamo il nome di William Petty (1632-1687), con lui nascevano anche le scienze statistiche e sociologiche. Oggi, ad oltre tre secoli e mezzo nel mondo occidentale si è affermato il modello anglosassone, e per poter leggere gli eventi è necessario usarne la stessa chiave di lettura.

A conferma di questa impostazione riporto quanto scrivevo quattro anni fa sullo “scontro di civiltà”, la teoria di S. Huntington, in un’analisi che i fatti hanno drammaticamente confermato e continuano a confermare.

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Lo scontro di civiltà secondo Huntington

Da Inchiesta sul Darwinismo, Enzo Pennetta ed Cantagalli 2011 pag.201-204:

Sia Fukuyama che il politologo Samuel Huntington (1927-2008) evidenziano come la democrazia liberale sia dovuta passare attraverso un rinnegamento del cristianesimo che fu violento e rapido nel caso della Rivoluzione francese, ma che nel resto dell’Occidente si era insinuato mediante una graduale secolarizzazione dei propri fini. Più specificamente è nel protestantesimo che Fukuyama individua questa secolarizzazione; nei Paesi definiti cattolici la secolarizzazione sembra adesso passare invece attraverso una diffusa laicizzazione della società, che sempre più prescinde dalla visione religiosa, sia nella formazione delle idee dei singoli che nelle decisioni pubbliche.

La selezione a livello globale: lo scontro delle civiltà 

Se il cristianesimo ha preparato il terreno alla propria forma secolarizzata, che va sotto il nome di liberal-democrazia, nei Paesi in cui la religione non ha i medesimi ideali di eguaglianza e non ha subito lo stesso processo di secolarizzazione o di assoggettamento al potere politico, la democrazia liberale non riesce ad affermarsi. Su questo punto Fukuyama ritiene che essendo la storia un processo evolutivo lineare dall’esito inevitabile, il diffondersi ovunque di tali principi sarà solo questione di tempo.

Non sarebbe stato però dello stesso parere il politologo Samuel Huntington, che in risposta al libro di Fukuyama pubblicò, nel 1996, Lo scontro delle civiltà, in cui respingeva la possibilità che civiltà come quella islamica potessero trasformarsi al punto da aderire agli ideali liberali. Huntington affermava che la democrazia in sé è esportabile negli Stati islamici, ma in quel contesto essa non conduce automaticamente all’affermazione del liberalismo. In accordo con la teoria di Hobbes, è solo nei Paesi in cui lo Stato si fonda sulla difesa del singolo dai propri simili che la democrazia produrrà lo Stato liberale, ma dove la visione
antropologica non è fondata sull’homo homini lupus, il riferimento fondante, cioè la fons iuris è, e rimane, la visione antropologica dettata dalla religione del luogo. Per Huntington democrazia non è quindi sinonimo di liberalismo: libere elezioni in società non occidentali «producono spesso governi ostili all’Occidente». I leader occidentali quindi «perdono spesso ogni entusiasmo per la promozione della democrazia in quelle società». Si evince quindi che la democratizzazione è un bene non consiste nell’autodeterminazione dei popoli ma nell’ideologia liberale.
Secondo Huntington il mondo, alla fine del secondo millennio, si divide in due metà: la prima è in grado di accogliere in un modo o nell’altro i principi liberali; la seconda è legata a riferimenti religiosi e resta indisponibile a tale accoglimento. È proprio questa indisponibilità dei due mondi ad accogliere come accettabile diversità il fondamento
dell’altra che è all’origine dello scontro di civiltà. Nel libro di Huntington le due civiltà contendenti, che si riassumono in definitiva in Occidente e Islam, sono anche classificabili rispettivamente come mondo tecnologicamente e culturalmente avanzato e come mondo arretrato. Una classificazione di questo tipo rimanda inevitabilmente all’analoga suddivisione che Malthus individua nella società dividendola in classi ricche e povere e, così come nella visione maltusiana le classi ricche sono demograficamente in declino e quelle povere in crescita geometrica, a parere di Huntington l’Occidente subisce un calo demografico mentre il mondo non-Occidentale è protagonista di un rapido  incremento di popolazione.

Ma il mondo Occidentale è quello che Fukuyama ha definito mondo dell’ultimo uomo: un mondo caratterizzato dalla perdita dei valori tradizionali; un mondo in cui l’istruzione spinge verso il relativismo che, a sua volta, non genera individui “grandi o forti” ma “mediocri” e in cui secondo Tocqueville ogni individuo è limitato e racchiuso negli affetti più intimi mentre il resto dell’umanità è lontano; ma su tutti veglia un «potere immenso e tutelare, che si incarica di assicurare loro le gratificazioni che desiderano e di vegliare sulla loro
sorte».
L’uomo occidentale prefigurato corrisponde a quel tipo antropologico che le civiltà religiose non possono accettare: un uomo il cui motivo di vita è la difesa dagli altri uomini e che ha delegato la propria sicurezza a un potere “immenso e tutelare” che Hobbes chiamava Leviathan. L’ultimo uomo è inoltre protagonista di un vistoso calo demografico, ma a ben vedere non si tratta di un calo dovuto solamente a un processo naturale: l’Occidente rappresenta le classi elevate e la riduzione della popolazione deve avvenire attraverso la diffusione del “vizio” e mediante lo spostamento in avanti dell’età del matrimonio. Non stupisce che le civiltà che fanno della religione il riferimento fondante della loro etica rifiutino di accogliere l’ideale del liberalismo che si presenta nella sua forma maltusiana. Ma se all’interno delle civiltà occidentali l’obiettivo di limitare l’incremento demografico è stato consentito spingendosi spesso oltre il necessario, costringendo talvolta anche a interventi di segno contrario a favore della natalità, resta il problema della pressione di popolazione nel mondo “non occidentale”. Restando all’interno della teoria malthusiana, il controllo della popolazione delle classi povere – in questo caso il mondo non occidentale – deve avvenire con politiche di birth control analoghe a quelle adottate per le classi elevate dell’Occidente, dove non si incontrano resistenze culturali. Nei Paesi che rendono invece impossibile l’applicazione delle misure che Malthus definiva “preventive”, saranno altre misure ad agire, con il verificarsi di guerre e carestie. Lo scontro di civiltà descritto da Huntington consiste proprio in un tipo di guerra diffusa lungo i punti di contatto tra le due civiltà in contrasto; punti definiti “linee di faglia” adottando un termine che in geologia indica il punto di attrito che è all’origine dei sismi. Le guerre di faglia sono caratterizzate dall’impossibilità di terminare con un accordo: di fatto sono guerre infinite; le uniche possibilità che abbiano termine risiedono nel ricomporsi delle diversità o nello sterminio di una delle due civiltà.

Se però il ricomporsi della diversità viene escluso dall’inconciliabilità del relativismo liberale con la verità immutabile delle religioni, non rimane che una guerra infinita o, con un meccanismo pienamente in linea con la selezione naturale, l’estinzione di una delle due civiltà. Ma il non-Occidente è rappresentato da una popolazione estremamente vasta, e in questo caso non può verificarsi quanto è accaduto per i maori e i pellerossa, a meno che non si ricorra ad armi di distruzione di massa. I due scenari possibili ripropongono, forse non casualmente, le situazioni descritte nei due romanzi “profetici” del XX secolo: 1984 di George Orwell (1903-1950), in cui si ipotizza una guerra infinita fra tre grandi blocchi planetari, e in Il mondo nuovo di A. Huxley, in cui si immagina che la residua parte di popolazione che rifiuta di adottare l’ideologia eugenetica-malthusiana viene definita “selvaggia” e chiusa in riserve recintate, isolate dal mondo “civile”.

 

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali.

12 commenti

  1. Alessandro Giuliani on

    Terza possibilità: agli abitanti dell’Occidente viene a nausea la mediocrità e il terrore continuo esorcizzato da droghe e sesso ridotto a ginnastica e, riscoprendo la spiritualità, sconvolgono tutto insieme ai loro fratelli ‘dell’altro mondo’ che depurano la loro religiosità dai violenti…
    Segni di questa terza possibilità sono disseminati un pò ovinque…

  2. Reputo che Fukuyama, parlando di fine della storia, cada nel ridicolo; peraltro storia è da historìa, ricostruito astrattamente nella forma *widtor, liberamente traducibile con “visione”, che equivale a “conoscenza” nell’ideologia indoeuropea (cfr. Veda). Fukurama declama, forse anche con un certo entusiasmo, la fine della conoscenza, uh…
    …ma anche Huntington non è da meno nel tipo di contrapposizione “malthusiana” che opera fra Mondo Occidentale e Mondo Islamico. Inoltre, non capisco molto il senso di un Mondo Ortodosso (la Russia di oggi, forse, non sarà pienamente riconducibile all’Unione Sovietica; men che mai direi, tuttavia, alla Slavolandia Ortodossa…).
    Mi piace molto, infine, l’opzione del professor Giuliani, ma la reputo utopistica.

    • Che dire Alio, è vero che che è un’opzione un po’ utopistica, ma dato che per esperienza accade sempre qualcosa che non ci si aspetta, magari si realizza proprio quella…

  3. Penso che sarà la tecnologia la chiave di caratterizzazione dell’andamento delle civiltà, ed i relativi “scontri”, nei prossimi decenni: la tecnologia che porta ad una aumento esponenziale del rumore e del frastuono che domina la mente (arrivo di informazioni talmente frequenti e dense da lasciare sempre meno tempo per il ragionamento e sempre più tempo per l’automatismo decisionale o l’induzione non controllabile); la tecnologia che porta allo scambio di informazioni istantaneo, diretto, non contestualizzato e non derivato (col conseguente prevalere delle informazioni non legate alla media ma piuttosto quelle border line, tale per cui la media del campione sarà sempre più sostituita dalla media degli estremi del campione); la tecnologia che stempera ed edulcora i fenomeni legati al sentimento e alla sensibilità umana (tale per cui l’individuo viene ad accettare come paradigma del bene e del male quello derivato e non quello sperimentato o ricercato). Rimarrà importante in questa dinamica la sensibilità religiosa (sia per i pochi che la cercano sia per i molti che non si sono mai posti il problema di approfondirla) anche perché per quanto sia ridotto lo spazio dell’uomo odierno per la trascendenza la trascendenza ha l’indubbio vantaggio che a comandarne l’influenza non é la quantità ma la qualità del provato o sentito.
    Da un punto di vista meramente “sperimentale” nei prossimi anni prevarranno le civiltà destinate a “portare” più figli perché chi non entrerà in questa prospettiva difficilmente eludibile sarà costretto a chiudersi sempre più in un recinto di relazioni che porta ad una strada senza ritorno, quella dell’estinzione per esaurimento o assorbimento culturale.

    • Concordo sul fatto che la tecnologia svolgerà un ruolo da protagonista, penso che sarà un amplificatore di situazioni i cui effetti saranno sempre più difficilmente prevedibili e questo in un sistema complesso significa che da piccole cause deriveranno grandi conseguenze.
      Ma proprio per l’effetto amplificatore della tecnologia temo che possano verificarsi su grande scala situazioni potenzialmente molto negative.
      La sensibilità religiosa potrebbe avere un’inaspettato recupero e attrarre un numero crescente di persone, ma al tempo stesso potrebbe trovare una resistenza più forte.
      Anche qui ci sono grandi punti interrogativi.

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