Reality spaziale: dalla pseudoscienza alla cialtroneria

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Il video con il quale è stato pubblicizzato Mars-One

Si chiama Mars One, dovrebbe essere un programma per colonizzare Marte ma si tratta solo di un sistema per far soldi.

Una vicenda possibile solo in un mondo che ha perso il senso della realtà, e quello del ridicolo.

 

Mars One promette un viaggio di sola andata su Marte, sì avete letto bene, non è previsto il ritorno. Mars One, come “one – way“, è un viaggio a senso unico. Già questo basterebbe a classificarlo come un’assurdità e voltare pagina senza approfondire. Ma ad aggravare la situazione scopriamo che si tratta di un progetto senza finanziamenti, e allora si è pensato di mettere su un reality show al termine del quale gli spettatori dovranno decidere chi mandare nello spazio, si tratta insomma di una specie di “Isola dei famosi” o “Grande fratello” a sfondo spaziale. Arrivati a questo punto avremmo buttato nel cestino il giornale con la notizia, ma poiché si tratta di un’informazione che raggiunge un gran numero di persone bisogna trattenersi e cercare di fare un po’ di informazione seria.

Andiamo quindi a vedere direttamente sul loro sito chi sono questi di Mars One, scorrendo i loro curricula emerge il fatto che nessuno ha esperienza in campo aerospaziale: nessuno. Quelli che vantano al loro attivo una collaborazione con la NASA sono Arno Wielders che è stato coinvolto nella realizzazione di uno strumento per il monitoraggio dell’ozono (l’OMI), Norbert Kraft, un medico esperto di problemi psicologici e psichiatrici, e Kristian von Bengtson che ha lavorato come un ‘contractor’ della NASA dal 2001 partecipando a progetti di volo umano nello spazio (non realizzati dato che il programma spaziale della NASA non comprende tutt’ora possibilità di voli umani). Per il resto si tratta di esperti di marketing e della comunicazione, un pool messo in piedi per vendere qualcosa, non per andare nello spazio.

Il finanziamento come già detto dovrebbe avvenire con le entrate di un reality gestito dalla ENDEMOL, la società che sta dietro al “Grande Fratello” e con delle donazioni la cui lista è pubblicamente consultabile sul sito della Mars-One, una lista di ben 100 paesi ma ad oggi con una largamente insufficiente raccolta di circa 633 mila Euro che sarebbe interessante sapere come verranno spesi e quali compensi andranno a pagare, perché, diciamoci la verità, il sospetto è che si tratti di un modo per far quattrini alle spalle dei gonzi.

Comunque in fondo secondo le stime più accreditate mancano “solo” 3.499.367.000,00 Euro (tre miliardi, quattrocentonovantanove milioni, trecentosessantassettemila), roba da manovra finanziaria, per raggiungere la cifra necessaria. E se non si raggiunge che fine faranno i soldi fin qui ricevuti? Non potranno certamente essere restituiti, e allora il comitato organizzatore dovrà, ahimè, tenerseli.

E c’è comunque da sperare che la cifra non venga mai raggiunta, oltre che un viaggio di sola andata quello di Mars-One sarebbe un viaggio breve e verso un cimitero sul pianeta rosso mettendo a rischio gli organizzatori che andrebbero incontro ad un processo per omicidio colposo, infatti secondo uno studio del MIT di Boston non si potrebbe sopravvivere sulla superficie di Marte per più di due mesi prima che sopraggiungano seri problemi. Ciononostante i candidati abbondano, sul Corriere della Sera del 25 ottobre leggiamo che ce ne sono ancora 705 in lizza, di cui 11 italiani. E’ ottimista il candidato italiano intervistato nell’articolo e che racconta in cosa è consistita la domanda di partecipazione:

«Ho saputo negli Stati Uniti che cercavano astronauti. Non ho esitato, anche se c’era quella clausola della sola andata». Prima un questionario con una quindicina di domande («Tipo: qual è stata l’esperienza più choccante? Ho risposto: un incidente in macchina, sono vivo per miracolo»). Poi un video di 60 secondi, nel quale convincere tutti di essere il candidato ideale e spergiurare di avere senso dell’umorismo. Richiesta curiosa. «Evidentemente danno importanza alla capacità di essere allegri, non vogliono musoni».

Un test di ammissione da reality appunto, non da viaggio nello spazio. 

Una vicenda che andrebbe tenuta distinta dalla scienza e confinata nel campo dello spettacolo televisivo di basso livello, che non dovrebbe comparire nella sezione “Scienza” del quotidiano ma su quella “Spettacoli”. Sottogruppo “Spettacoli trash”.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

6 commenti

  1. Mi sembra il sito meno adatto per fare le pulci ai curricula altrui.

    Che il progetto sia in larga parte irrealistico e/o basato sui presupposti suicidi dei partecipanti non è affatto una novità, nè che le testate nazionali concedono la sezione scienza a quelle che sono chiacchere da gossip.

    In ogni caso mi fa solo piacere si parli nuovamente esplorazione spaziale di quando in quando presso i mass media, sia mai che a furia di guardarsi il proprio ombelico ci si scorda che abbiamo ancora molto da realizzare.

      • vor dì che guardare di sfuggita se tizio o caio hanno o meno esperienza aerospaziale da parte di un sito che sbandiera professori che non sanno cosa sia un dottorato, non hanno una cattedra e non hanno pubblicazioni, mi sembra una strada alquanto perniciosa.
        Per quanto ne sappiamo potrebbero avere ben più titoli da mettere in campo di quanto voi ne abbiate per parlare di scienza, semplicemente non sono gli highlights della loro vita professionale.

        Ad esempio conosco Wielders di fama dai suoi lavori all’ESA: il centro di controllo ESA è a Darmstadt dove ho fatto il mio primo postdoc.

        Wielders è uno scienziato serio, che vanta pubblicazioni e presentazioni non solo su OMI della NASA ma anche su altri aspetti di altri progetti, fra cui JUICE dell’ESA e il progetto Mars One è venuto fuori in quel periodo.

        L’idea del progetto, come di molti progetti aerospaziali privati (e oramai non solo privati), non è di fare tutto in casa ma al contrario di tenere lo staff tecnico al minimo e affidarsi a contractor esterni. Nello specifico ci si appoggerebbe a SpaceX (sussidiaria di Tesla, ed è il team che ha realizzato il primo lancio privato attraccando alla ISS) per quanto riguarda il Launcher e a Paragon (sussidiaria di Google che ha appena superato il record di Felix Baumgartner per il lancio dalla stratosfera ma lanciando il Vicepresidente 60enne e non un atleta professionista) per quanto riguarda i sistemi di supporto, e Alenia (che non credo vada specificato chi sia) per quanto riguarda le strutture.

        Mars One è appunto l’interfaccia “social” e di “marketing” di un advisory board interazionale di tutto rispetto ed è così perchè nel 21esimo secolo le cose si fanno in questo modo se si vogliono tirare su i soldi. Il “grande fratello” (il reality) raccoglieva annualmente più soldi di quelli che la NASA riceve in totale per tutti i suoi progetti, è un mondo triste ma così è.
        Quindi avere una compagnia focalizzata sul marketing con uno snello reparto tecnico a cui fare capo con poche figure chiave ma rilevanti (Wielders può sicuramente fare da ponte fra un advisory board composto da gente come Kass e Zubrin) e solo in un secondo momento espandersi, è il modo di fare compagnia nel terzo millennio, non ha nulla a che vedere con la serietà scientifica del progetto.

        Che, beninteso, comunque è criticabile, ma anche lì sta il divertimento: se fosse una cosa così straightforward sarebbe già stata fatta.

        • Andrea, se vuole prendersela con qualcuno parli chiaramente, è manifesto a questo punto da parte sua un astio che la porta a cercare ad ogni costo un pretesto per attacchi ad personam.
          Ciò premesso vado a rispondere ad argumentum a quanto da lei affermato.
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          Per mettere su un progetto in cui si chiedono soldi e si mette a rischio la vita della gente l’esperienza (non i titoli) è importante, e quella gente non ne ha a sufficienza per un simile progetto, non basta neanche quella del suo amico.
          Lei è davvero convinto che la strada dei progetti aerospaziali privati sia quella giusta dopo l’esplosione in volo dello Space X lo scorso Agosto e il disastro fresco di giornata del vettore Antares con la navetta Cygnus.
          Il trasferimento ai privati dell’industria aerospaziale finora è stato un disastro, e lei difende questa politica come se fosse il futuro dell’esplorazione spaziale.
          Porta ad esempio della ricerca avanzata delle esibizioni da guinness dei primati come il lancio di un sessantenne da un pallone aerostatico… se questo come dice lei è il modo in cui si fanno le cose nel XXI secolo ci sarà da aspettarsi delle delusioni.
          Intanto quelli che fanno le cose come nel secolo scorso portano sonde su Marte e lanciano con successo navicelle di rifornimenti all’ISS senza che esplodano alla partenza.
          La penso sempre più come prima, da una parte serie agenzie spaziali dall’altra cialtroni a caccia di soldi o privati senza i mezzi necessari.
          Dove sia poi il ‘divertimento’ nel vedere gente che pensa di andare a morire nello spazio non si capisce.

          • Il “divertimento” è vedere come gente prova a risolvere vecchi problemi in modo nuovo, molto più cost effective e, a lungo termine, perfino sicuro.
            E questa gente è anche esperta, come ho detto nel Panel di Mars One ci sono i giganti del campo. Poi magari il caso specifico di Mars One è una “frode”, non lo so, ma pensare di valutare con disdegno un’operazione simile dalla pagina internet senza sapere nulla dell’ambiente è una cosa che poteva venire in mente solo qua.

            Gli incidenti in campo spaziale sono sempre avvenuti, puntare il dito su casi specifici specialmente in un momento così giovane e di transizione generazionale non serve davvero a nulla.
            Quello che è indubbio è che il settore spaziale viveva ancora negli anni ’70 (per l’ESA fine ’80, siamo buoni), e ora sta, anche bruscamente, passando ad una nuova generazione.
            Il problema delle agenzie statali è che, dato che il business è ad alto rischio e altamente delicato, continuano a fare sempre alla vecchia maniera. Non che questo non sia utile, in molti casi di missioni a lungo termine è al contrario indispensabile, ma il rischio oramai verificato è che questo si estenda all’associazione tutta.

            Per dire, al CC ESA si utilizza ancora il Fortran 77. Bellissimo linguaggio, efficientissimo, oramai testato e conosciuto a menadito ma chi abbia mai provato a programmare in F77 sa quanto è difficile scalare ad applicazioni complesse, comparato con linguaggi più moderni.
            Questo ha un senso in missioni specifiche, come Rosetta, a lungo termine, con un periodo di sleep dedicato e va bene. Ma quando si usa per fare tutto, dal calcolo delle orbite al gestionale per il personale, significa che c’è un problema di base di obsolescenza che ha enormi conseguenze sull’efficienza generale dell’organizzazione.

            Che poi le agenzie statali abbiano ancora frecce al loro arco è indubbio e ci mancherebbe altro, ma sbolognare così un modo di fare le cose che sta portando e guardando molto lontano lo trovo abominevole.

          • Lei si diverte a vedere come si risolvono i problemi in modo ‘cost effective’, ma il trend su un timing di lungo termine è tutt’altro che safety.
            E poi mi va in OT per non ammettere che il programma Mars One è proprio ‘cialtron friendly’.
            E allora riporto un articolo del Corriere della Sera dove quelli dello Space X esploso ad agosto prendono per i fondelli quelli dell’Orbital Sciences esploso ieri, contenti loro…
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            “«Quel missile sembra uno scherzo: funziona con motori russi degli Anni 60. Intendo costruiti negli Anni 60». Così due anni fa Elon Musk aveva ridicolizzato i vettori spaziali di Orbital Sciences, come quello esploso ieri notte in Virginia subito dopo il decollo. Certo, Musk aveva il suo interesse a parlare così: la sua SpaceX è l’altro fornitore di «traghetti» spaziali privati.

            Più responsabilità ai contractor e costi più bassi: questa la strategia della Nasa da quando, nel 2011, gli shuttle sono finiti nei musei. Agli astronauti Usa rimaneva un solo mezzo per raggiungere la stazione orbitante: le Soyuz russe.

            Un mese fa, visto anche il gelo nei rapporti con Mosca, la Nasa ha affidato a SpaceX e Boeing la realizzazione di due diverse astronavi che fra 3 anni dovrebbero sottrarre l’agenzia a possibili ricatti. Ma la stazione orbitante ha bisogno anche di attrezzature e rifornimenti: e a occuparsene sono «traghetti» privati, senza equipaggio e dai costi infinitamente ridotti.

            Mentre SpaceX usa tecnologie moderne, Orbital Sciences, società basata in Virginia, ha comprato, revisionato e montato sui suoi missili motori russi NK-33, costruiti dall’Urss per inviare suoi astronauti sulla Luna: un progetto cancellato quando ad arrivarci per primi furono gli americani. Non solo: il primo stadio del missile è costruito da un’azienda ucraina, la Yuzhnoe. È presto per accusare del disastro (niente vittime, ma perdite per centinaia di milioni di dollari, e la Orbital Sciences ha perso il 17% in Borsa) i pezzi costruiti nell’Est europeo.

            Ma lo stesso Frank Culbertson, vicepresidente della società, ha ammesso che a disintegrarsi sarebbe stato proprio il primo stadio del missile. Culbertson ha difeso le scelte della sua azienda: non ci sono molte tecnologie alternative, ha detto. Ma SpaceX e Boeing usano altri propulsori. E al Congresso erano sorte polemiche per il valore del contratto di Orbital Sciences: 1,9 miliardi di dollari. “
            Oltre la cialtroneria dei reality il futuro dell’industria aerospaziale USA è davvero cupo, solo lei lo vede promettente.
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            Vede Andrea, di abominevole qui ci sono solo i cialtroni di Mars One e chi li difende contro ogni evidenza.