Il riscaldamento globale e le principali questioni del dibattito

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Un chiarimento sui concetti e le problematiche necessario per affrontare in modo scientifico la questione dell’AGW, la teoria del riscaldamento globale antropico.

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“Per poter essere considerata seriamente, ogni altra spiegazione scientifica deve dimostrare, con i dati, di avere una correlazione forte (con le temperature) almeno quanto quella della CO2” – Richard Muller 2012.

… E questo non è ancora accaduto.

Ogniqualvolta si voglia cercare di impostare un dibattito serio nei confronti di un qualsiasi problema di natura scientifica è sempre buona regola prima di tutto riuscire a contestualizzare bene i discorsi e a definire chiaramente i contorni e i confini delle questioni che si intendono affrontare. Quando infatti si vuole interloquire, disquisire, ragionare sul piano scientifico, non si deve mai dimenticare che ci sono sempre delle regole da seguire, come minimo, a partire dall’utilizzo appropriato del lessico e della semantica, per arrivare poi alla logica, alla coerenza, alla formalità del pensiero, alla pertinenza, senza trascurare l’aspetto fondamentale legato allo stato generale di conoscenza-ignoranza nei confronti dei contenuti. Se una qualsiasi valutazione non risponde a questi requisiti, in genere serve a ben poco. Che poi il riscaldamento globale rappresenti allo stesso tempo anche una questione sociale, economica e politica, questo non va a modificare di molto l’etimologia del discorso.

D’altra parte, l’anacronistico e deleterio scadimento culturale scientifico che purtroppo caratterizza ancora la nostra società e la rende vulnerabile, induce molte persone a prendere coscienza e conoscenza di  argomenti di natura scientifica quasi esclusivamente attraverso i media e internet, che sono sicuramente i mezzi più efficaci di comunicazione di massa, ma che allo stesso tempo rappresentano i sistemi decisamente più inclini alla deformazione e all’imprecisione.

Ecco quindi, che l’inevitabile diffusione di stereotipi e luoghi comuni, unita a una generale propensione a ipersemplificare concetti che in realtà sono molto vasti e complicati, genera il dilagare di un dibattito pubblico sui cambiamenti climatici vivace e rumoroso, spesso viziato da equivoci e fraintendimenti. Questo tipo di dibattito, infatti, oltre che a trarre origine generalmente da una insufficiente conoscenza dei fatti, è spesso animato anche da una sorta di schieramento ideologico che coinvolge la personale visione del mondo, dell’uomo e della natura, e che, chiaramente, produce quel fenomeno così diffuso nelle dinamiche sociali che si chiama “bias” o pregiudizio.

Questo tipo di approccio intellettuale, che è poi esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere un atteggiamento scientifico, lo si può peraltro facilmente identificare nelle posizioni granitiche, imperturbabili e inamovibili, che caratterizzano il pensiero di molti. Per difendere le proprie convinzioni, si è disposti persino a negare l’evidenza dei fatti, o a crearsi dei meccanismi mentali per cui si tendono a considerare e a selezionare, spesso maldestramente, soltanto i fatti o i dati che possano in qualche modo avvalorare le proprie tesi, tralasciando magari tutta una moltitudine di altre informazioni che, se valutate obiettivamente e complessivamente, potrebbero invece confutarle facilmente. Un processo cognitivo ubiquitario ben conosciuto con il nome di “cherry picking”.

Ma torniamo ai cambiamenti climatici. Una delle meta-analisi e allo stesso tempo anche una delle interpretazioni senz’altro più convincenti dello stato dell’arte in materia, è fornita dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), organo dell’ONU nato nel 1988 proprio con lo scopo di studiare il riscaldamento globale e ampiamente criticato da alcuni per la sua presunta natura politicizzata. In realtà ciò che è riportato nei vari rapporti, che vengono redatti una volta ogni sei anni circa, corrisponde efficacemente e puntualmente a quanto si può trovare mediamente nella letteratura specialistica o nei siti dei più prestigiosi enti climatologici internazionali come il GISS-NASA, l’NCDC-NOAA e il Met Office, i quali costituiscono delle vere e proprie miniere di dati e informazioni. Dati e informazioni che quindi parlano chiaro anche da soli, senza bisogno di alcuna manipolazione politica.

Nell’ultimo rapporto dell’IPCC, il quinto, pubblicato nel 2013, per esempio, non c’è scritto da nessuna parte che l’attuale riscaldamento globale sia provocato interamente dalle attività umane, così come si sente spesso blaterare dalle sponde più o meno coscientemente scettiche.

I punti centrali del rapporto IPCC, infatti, sono principalmente due e recitano esattamente così: “Il riscaldamento globale attuale è inequivocabile e riguardo alle cause, è estremamente probabile che più della metà dell’aumento della temperatura superficiale media globale osservato nel periodo 1951-2010 sia stato causato dall’aumento delle concentrazioni dei gas serra antropogenici, insieme ad altri forzanti di origine antropica”.

Abbiamo quindi da una parte una chiara evidenza scientifica, il riscaldamento globale, di cui conosciamo esattamente nome e cognome e dall’altra il forte sospetto che una serie di cause in particolare (attività antropiche), tenda a prevalere quantitativamente sulle altre, che contrariamente a quanto si crede e senza alcun mistero, sono costantemente studiate e indagate. Nessuno mette in discussione per esempio l’importanza che hanno sul clima le fluttuazioni naturali del sistema accoppiato atmosfera-oceani e che sono descrivibili mediante i principali indici climatici o l’impatto a breve termine sulle temperature globali che hanno fenomeni come il Nino, la Nina o le eruzioni vulcaniche.

Molti però continuano ancora a dubitare (a volte giustamente) anche dei dati di temperatura, chiamando in causa eventuali errori grossolani derivanti dai fenomeni delle isole di calore urbane o riferendosi ad una rete di misurazione ancora troppo eterogenea.

E’ bene ricordare allora che oltre ai dati strumentali delle temperature, che non sono soltanto quelle superficiali, ma anche quelle satellitari troposferiche e le SST, esistono anche molti altri dati osservativi, perlopiù legati a fenomeni che fungono da indicatori climatici, come per esempio l’aumento del livello medio del mare, lo scioglimento dei ghiacciai montani e continentali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, la diminuzione della copertura nevosa, la significativa riduzione della calotta artica, i quali portano tutti alle stesse conclusioni: il riscaldamento globale esiste ed è ampiamente documentato.

Il clima però, è sempre cambiato anche in assenza della forzante antropogenica. Vero, ma il problema è che nonostante tutti quei bei grafici tematici che poi sono soltanto delle ricostruzioni a grandi linee e che potremmo definire utilizzando l’ossimoro “approssimativamente precisi”, nessuno in realtà ha la più pallida idea dell’esatta collocazione spazio-temporale di questi fenomeni, certamente avvenuti, ma che ancora i precari dati paleoclimatici e storici non riescono purtroppo a definire con precisione. In altre parole nessuno sa se nel passato si sia mai verificato un aumento di temperatura globale di circa 0,7°-0,8°C in soli quarant’anni, come quello attuale, questo perché il grado di definizione dei dati paleoclimatici o storici, non è minimamente confrontabile con quello attuale. In ogni caso, anche se si conoscessero esattamente le cause di questi cambiamenti climatici avvenuti nel passato, ciò non escluderebbe comunque che il riscaldamento attuale possa percorrere effettivamente dinamiche diverse, atipiche o peculiari.

E poi ci sono le mitologie legate a storie di vichinghi e di terre da qualche parte verdi, come oggi del resto, di viticoltura presumibilmente condizionata dal clima anziché dalle vicende legate ai mercati e ai contesti storici, di qualche fiume ghiacciato immortalato in un dipinto a testimoniare piccole ere glaciali proiettate arbitrariamente su scala planetaria. Francamente non si riesce a capire bene come si possa soltanto pensare di mettere sullo stesso piano logico-concettuale i risultati di decine d’anni di ricerca climatologica moderna con labili e soggettivi contesti di questo tipo.

Maggiore attenzione merita sicuramente l’ipotesi alternativa secondo cui la principale causa dell’attuale riscaldamento globale possa essere imputabile alla variabilità solare, se non altro per il fatto che il Sole costituisce effettivamente il motore del clima e della vita su questo pianeta. Il problema fondamentale però è che dai dati ufficiali di cui disponiamo pare non ci sia nessuna correlazione evidente tra la variazione dell’attività solare e le temperature globali, anzi, a fronte di una leggera diminuzione dell’attività solare in corso già da alcuni decenni e precisamente dal picco del ciclo 19 raggiunto intorno all’anno 1960, tutti sappiamo invece come sono variate nel frattempo le temperature. Anche l’evidente, contemporaneo raffreddamento della bassa stratosfera poco si addice all’ipotesi solare. In realtà, considerando una meta-analisi dei lavori scientifici, emerge chiaramente come la variabilità solare possa avere certamente un effetto, soprattutto a livello regionale, ma come questo, nella prospettiva del riscaldamento attuale, appaia abbastanza modesto e comunque non determinante se paragonato ad altre forzanti quali ad esempio l’incremento della concentrazione dei gas serra in atmosfera o la variabilità naturale interna al sistema Terra.

Sempre legata all’attività, questa volta geomagnetica del Sole, che è in grado di modificare ciclicamente la disposizione del campo magnetico terrestre, c’è anche la discussa e controversa teoria dei raggi cosmici, secondo la quale le particelle cariche elettricamente di cui sono formati avrebbero la capacità di contribuire a modulare i processi atmosferici di nucleazione e quindi la formazione delle nubi, intervenendo così sul bilancio radiativo terrestre. Al momento però, anche questa teoria non sembra essere sorretta da basi scientifiche solide, tanto che anche i primi dati in arrivo dal CERN di Ginevra dove è in corso l’esperimento CLOUD (Cosmic Leaving Outdoor Droplets) non hanno ancora fornito in merito risultati concreti e definitivi.

Ma parlando di conferme sperimentali viene anche in mente il problema legato all’accuratezza dei modelli climatici standard che qualcuno definisce “dell’IPCC”, anche se è bene precisare che l’IPCC non fa ricerca, ma si limita soltanto a riassumere quello che già esiste in letteratura. Secondo una certa tipologia di critica, i modelli climatici attuali non sarebbero riusciti a cogliere per esempio il rallentamento della crescita delle temperature osservato per una dozzina d’anni tra il 2002 e il 2013 e questo costituirebbe dunque la prova che tutta la scienza del clima, principalmente basata sui modelli fisico-matematici, non sarebbe affidabile. Non a caso però, qualche tempo fa, parlando di sistemi complessi (il clima è un sistema complesso), sottolineavamo alcuni punti sostanziali, in particolar modo in riferimento all’impossibilità della previsione in dettaglio e alla necessità di un approccio plurimodellistico per tentare di cogliere almeno alcuni degli aspetti legati alla complessità di un sistema.

Certamente quindi se da questi modelli ci si aspetta, erroneamente, una precisione infallibile sul dettaglio anziché sulla sostanza, per esempio pretendendo una previsione accurata della variazione di temperatura all’interno di un decennio, allora sì, si può dire che in questo caso i risultati non sono stati soddisfacenti. Ma non è questa la finalità di questo tipo di modelli, non è loro compito cogliere l’impredicibile variabilità interannuale o di microperiodo del sistema. E se certamente i limiti esistono e sono evidenti, c’è anche da dire che negli ultimi anni, sono stati fatti passi da gigante sia in termini di conoscenza di base, che di disponibilità di dati significativi e grado di completezza dei modelli stessi. Oltre a quelli dinamici standard (Global Climate Models-GCM), infatti, sono stati recentemente sviluppati anche nuovi modelli a reti neurali e introdotte altre metodologie di analisi da utilizzarsi per le prove di “attribution” come per esempio un interessante approccio, importato dall’econometria, che si chiama metodo di causalità di Granger (modelli data-driven). Al momento, lo studio dell’evoluzione del sistema clima, condotto utilizzando diversi sistemi di approccio e diverse metodologie scientifiche di indagine, sta sostanzialmente producendo scenari molto simili tra di loro e che tendono ad attribuire alle forzanti antropogeniche ancora un peso importante e significativo rispetto agli altri fattori, sia in termini di probabilità di un futuro aumento delle temperature medie globali sul lungo periodo, sia come causa principale del riscaldamento globale attuale.

In conclusione quindi, certamente la pluralità dei risultati che emergono dalle proiezioni modellistiche malcela in realtà una evidente debolezza conoscitiva e analitica che indubbiamente ancora sussiste nella comprensione del sistema climatico nel suo complesso, tuttavia questo non dovrebbe comunque costituire ragione per sottovalutare aprioristicamente i ripetuti segnali di allarme che provengono continuamente dalla ricerca climatologica internazionale, anche perché, coerentemente, i dati più recenti, in fondo, sembrano ancora confermare piuttosto che smentire.

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About Author

Nato nel 1969, laureato in Scienze Biologiche all'Università degli Studi di Padova. Vive a Pordenone e lavora come informatore scientifico nel settore della microbiologia. Autore di numerosi articoli su tematiche inerenti al clima pubblicati sul sito "meteolive".

  • Mi spiace dire al dott. Vomiero che l’ articolo non soddisfa la presentazione del titolo, le principali questioni del dibattito non vengono esaminate nemmeno. Quando si parla di GW, e specialmente di GW antropico, le questioni principali sono 3:
    – l’ esistenza di un reale consenso nella comunità scientifica
    – la rappresentatività dell’ IPCC
    – le prove addotte per sostenere la tesi

    Riassumendo brevemente, e per dare lo spunto al dott. Vomiero per una ricerca approfondita, bisogna dire che:
    – la comunità scientifica non mostra nessun consenso sul tema, quando esistono oltre 35.000 scienziati di varie materie relative che discordano dalla visione che viene presentata come consenso
    – dell’ IPCC non si può affermare “corrisponde efficacemente e puntualmente a quanto si può trovare mediamente nella letteratura specialistica o nei siti dei più prestigiosi enti climatologici internazionali come il GISS-NASA, l’NCDC-NOAA e il Met Office” ma piuttosto che i suoi report soo coerenti con la parte di studi selezionati come fonte. Non solo, e qui andiamo al problema della rappresentatività, diversi autori di studi utilizzati come fonte dall’ IPCC hanno testimoniato che il loro lavoro é stato male interpretato o completamente stravolto. Gli enti nominati sono lungi dall’ essere affidabili, ed i loro dati, rianalizzati da altri studiosi, hanno fornito risultati diversi. E qui ci colleghiamo al terzo punto:
    – con i vari scandali e le varie dimostrazioni di frodi nei dati commesse da NOAA e NASA, e con l’ analisi comparata dei grafici hadcrut4 e hadcrut5 si é visto che essi non rispecchiano nè l’ andamento demografico del pianeta nè l’ andamento dello sviluppo industriale/energetico. Non solo, ci sarebbe da chiamare in causa i concetti stessi di ‘temperatura globale’ e ‘concentrazione globale’, ritenuti senza senso da autorevoli matematici (e io, da chimico, rido davanti a simili concetti), ci sarebbe da parlare di prove addotte come lo sbiancamento dei coralli, o l’ acidificazione degli oceani legata al GW, che va contro il principio della variazione di solubilità con la temperatura (un’ acqua più calda libera CO2, non la assorbe, divenendo quindi meno acida), e tante altre presunte ‘prove’.

    Insomma il discorso é lungi dall’ essere concluso, e se vogliamo davvero mantenere una mente scientifica, facciamolo, ma per farlo bisogna avere chiare in testa tutte le problematiche e le condizioni che si verificano.

    • Fabio Vomiero

      Gentile Alessandro, per parlare adeguatamente e approfonditamente di questo argomento avrei dovuto scrivere un libro, non un articolo, quindi è ovvio che ho dovuto fare delle scelte cercando di toccare almeno alcuni punti che personalmente ritengo fondamentali, ma che chiaramente non saranno mai esaustivi. Guardi che sono il primo a sostenere che la questione non è affatto chiusa, non si parla di questo nell’articolo. Per quanto riguarda le sue critiche le posso dire che quella dei 35000 scienziati è una bufala detta così, si è trattato di una petizione nella quale un documento costruito ad arte è stato mandato a 35000 laureati in discipline scientifiche (americani), non a 35000 scienziati del clima e quindi il discorso è un po’ diverso. In realtà all’interno della comunità scientifica specialistica, piaccia o non piaccia, il consenso c’è ed è anche abbastanza schiacciante. Dell’IPCC o degli altri istituti di ricerca citati posso soltanto dire che non sono affatto organizzazioni perfette, come tutte le organizzazioni di queste dimensioni, e quindi esempi di mele marce o di cose poco chiare al loro interno ci possono sempre stare, anche se poi anche il caso “climategate”, se è quello a cui allude, si è risolto alla fine in una bolla di sapone. Poi sul concetto di temperatura globale le posso anche dare ragione, anch’io ho qualche dubbio, ma ciò non significa, e l’ho spiegato bene nell’articolo, che allora ci possano essere dubbi anche sul riscaldamento globale.

  • Giorgio Masiero

    Condivido le considerazioni generali e le preoccupazioni manifestate dal dott. Vomiero nella prima parte del suo articolo.
    A proposito dell’ultimo rapporto IPCC l’articolo riporta la seguente conclusione: “È estremamente probabile che più della metà dell’aumento della temperatura superficiale media globale osservato nel periodo 1951-2010 sia stato causato dall’aumento delle concentrazioni dei gas serra antropogenici, insieme ad altri forzanti di origine antropica” (grassetto mio).
    Ora, ritenendo che il dott. Vomiero abbia riportato la sintesi conclusiva fatta di aggettivi ed avverbi (piuttosto drastici) dell’IPCC per comodità dei lettori piuttosto dei numeri contenuti nel rapporto, vorrei chiedere:
    1) a quante “sigma” di probabilità, all’interno del modello usato, l’IPCC ha calcolato quell’estremamente probabile. (Nel caso delle onde gravitazionali recentemente rivelate, la locuzione fu usata dai fisici per 4.6 sigma ad indicare meno di 2 probabilità su un milione di errore);
    2) a quale esatto numero percentuale l’IPCC, sempre nel suo modello, è pervenuta per affermare più della metà.
    Grazie.

    • luigi mojoli

      Giusto chiedere a quanti sigma corrisponderebbe “estremamente improbabile”. Io però chiederei direttamente “cosa significa estremamente improbabile”, mi andrebbe bene 2 su un milione di errore, quindi con probabilità 0.999998. La risposta 4,6 sigma la vorrei dichiarata assieme a distribuzione gaussiana, dove effettivamente corrisponde a 0.9999978875.
      Lo so persino io che un errore somma di tante cause indipendenti tende ad essere gaussiana, ma un briciolo di pignoleria non guasterebbe, se costa una sola parolina in più. Eviterebbe tante incomprensioni o peggio, usi molto sportivi della distribuzione “normale” ovvero gaussiana. Usi a cui i professori indulgono.
      Non mi sto riferendo al prof. Masiero.

      • Giorgio Masiero

        D’accordissimo, Luigi (ma non chiamarmi prof!).

  • Fabio Vomiero

    Gentile prof. Masiero, io mi sono limitato a riportare quanto espresso dall’IPCC, e quindi gli aggettivi che le sembrano così drastici non sono miei. Di mio c’è piuttosto la scelta di considerare l’IPCC come fonte attendibile, nonostante le molte critiche (quali serebbero le alternative?), proprio per il fatto che quanto espresso dall’IPCC a mio avviso corrisponde efficacemente a quanto riportato in letteratura. Io nel mio articolo, come avrà certamente capito, parlo di prospettiva, di concetti, di ragionamento non certo di finezze fisico-matematico che non avrei nemmeno le competenze di approfondire. Per cui direi che questo tipo di critica non dovrebbe essere rivolta non a me, ma semmai all’IPCC o a qualche istituto di ricerca. E comunque, se legge il rapporto, magari soltanto la sintesi, vedrà che sono riportati talmente tanti fatti e dati, che il tutto non si riduce certo soltanto a una questione di statistica puntuale o di modello. Grazie comunque.

    • Giorgio Masiero

      Non mi sono bene spiegato, Vomiero: io non La critico in nulla, al contrario La ringrazio per questo articolo da cui ho appreso molto.
      Le ho chiesto solo se dietro quegli “estremamente probabile” e “più della metà” usati dall’IPCC ci fossero 2 numeri o no. Se non ci fossero, proprio per le considerazioni epistemologiche contenute nella prima metà del Suo articolo, le conclusioni dell’IPCC sarebbero a mio parere da considerarsi scientificamente irrilevanti, fermo restando il rispetto per i dati raccolti.

  • Dalla lettura di questo interessante ed equilibrato articolo di Vomiero esco con la sensazione che la differenza di vedute alla fine si avvicini a quella sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
    Mi spiego, quando ad esempio si afferma che:
    “I punti centrali del rapporto IPCC, infatti, sono principalmente due e recitano esattamente così: “Il riscaldamento globale attuale è inequivocabile e riguardo alle cause, è estremamente probabile che più della metà dell’aumento della temperatura superficiale media globale osservato nel periodo 1951-2010 sia stato causato dall’aumento delle concentrazioni dei gas serra antropogenici, insieme ad altri forzanti di origine antropica”.”
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    Si afferma dunque che c’è una metà di cause non di origine antropica, bene quali sono così le approfondiamo?
    Sulla restante metà di origine antropica si afferma “estremamente probabile”, esiste una spiegazione di cosa significhi “estremamente”?

    • Fabio Vomiero

      Grazie prof.Pennetta, sono perfettamente d’accordo con le sue valutazioni. E infatti uno degli scopi dell’articolo era proprio quello di chiarire che nell’economia del clima non ci sono soltanto cause presumibilmente antropiche.

  • Per alleggerire un po’ mi permetto questa vignetta per invitare a riflettere sulla cautela riguardo alle correlazioni:

    • Emanuela

      Mi accorgo solo ora che sono rimasta ferma agli anni ’80! 😀

      • Cosa vuoi dire con questo, che il clima non si è riscaldato?!? 😯
        Negazionista! 😀

        • luigi mojoli

          1) Fra poco avrete mutande di stato, taglia unica.
          2) Nel frattempo qualche anima buona ed informata potrebbe farmi avere il file dati corrispondente alla figura? NO, non quella delle mutande, quella del CO2 (ppm) vs anni passati.
          3) Ho una curiosità malsana.Tutte le curiosità matematiche e fisiche sono malsane.

  • Fabio Vomiero

    Sono d’accordo. Immagino che dei numeri ci siano, ma credo anche che in questo caso una pseudo-precisione numerica sarebbe comunque poco utile, nel senso che a mio avviso non cambia molto ai fini del concetto, sapere se da una parte abbiamo un 51% oppure un 55% o 60%. Il ragionamento che sta dietro a una mia valutazione di questo tipo, quando abbiamo a che fare con problemi di natura probabilistica e non deterministica, è un pò quello che ho già espresso nell’articolo sui sistemi complessi e che vado a riportare: “Per esempio, non possiamo sapere con precisione se il nostro cervello sia costituito da 79 oppure da 81 miliardi di neuroni, se una medicina possa funzionare sul 70% o il 72% dei pazienti, se uno stile di vita adeguato influisca sulla prevenzione del rischio cardiovascolare ed oncologico per una quota pari al 40% o al 50% rispetto alla componente genetica o se un attacco febbrile nel caso di un’influenza durerà tre o cinque giorni e se ci sarà o meno una complicanza. Il punto importante però, è che questa incertezza, di solito, non è così determinante da precludere il progredire della conoscenza del sistema nel suo complesso, allo stesso modo per cui il fatto di non conoscere l’esatto valore del “Pi greco”, non costituisce un limite alla comprensione della geometria”.

    • luigi mojoli

      Non è così importante a quali fini?! Volendo litigare il 59 o il 61 % sono numeri sufficienti per farlo. E poi, via, siamo in democrazia. 49.999 % perdi – 50.001% vinci. Importante è avere una idea, vincere, imporre a tutti quella idea. Così almeno il nostro ego ne uscirà bene. E pazienza se la barca affonda. Visto che alla fine dobbiamo morire tutti, perché non morire felici?

    • Giorgio Masiero

      Che il clima sia un sistema complesso, non c’è dubbio, dott. Vomiero. Si sa da sempre, tanto che il clima è diventato l’esempio per antonomasia dei sistemi deterministici caotici. Però l’IPCC che fa?
      Si butta, alla faccia dell’oggetto complesso, a concludere – cioè a “chiudere” la discussione alla luce dei dati raccolti – affermando che è “estremamente probabile” (99%?, 99,999%? che cos’altro?) la prevalenza del fattore antropico sul cambiamento di clima. In assenza di statistica, questo sarebbe esattamente ciò che Lei ha chiamato bias da parte di un ente che, nato per aiutare le scelte dei decisori politici (la maggior parte dei quali non conosce la statistica), si sostituisce loro manipolandoli.
      Questo tema del peso antropico sul clima è politicamente rilevantissimo, come ho imparato qui da Pennetta: ne va infatti dello sviluppo industriale dei paesi più poveri (l’Africa e gran parte del Sud America devono ancora arrivare!), quando i paesi più ricchi si sono già da due secoli accomodati a tavola. Per questo, né l’IPCC né nessun’altra agenzia, possono giocare con la scienza.

  • Fabio Vomiero

    Per chi non l’avesse ancora fatto consiglio di leggere il quinto rapporto IPCC, la sintesi per i decisori politici è già a mio avviso abbastanza indicativa. Lì sono elencati tutta una serie di fenomeni osservati e di misure, per ognuna delle quali si troverà il grado di confidenza o la stima di probabilità. Per “estremamente probabile” si intende una probabilità del 95-100%. Comunque ripeto, io mi sono limitato a riportare quanto espresso dall’IPCC e a verificare semmai che quanto scritto corrispondesse mediamente a quanto riportato in letteratura e a fare delle considerazioni di massima. Poi per carità, anche la scienza del clima può essere contestabile come tutti gli altri campi di applicazione delle scienze, quello su cui però non sono d’accordo è nel non riconoscere alle scienze del clima la stessa natura epistemologica delle altre discipline.

    • Giorgio Masiero

      95-100%, bene, abbiamo un numero. Grazie, Vomiero. A questo punto, ai critici dell’IPCC non resta che contestare il metodo o il modello di come quel numero è stato ricavato. Una questione puramente scientifica.
      Sono d’accordo con Lei, le scienze del clima sono “scienze” come le altre, solo più difficili per la complessità dei fenomeni studiati, e più politicamente importanti per la rilevanza del loro oggetto sulla vita umana.

  • Emanuela
    • Ciao Emanuela, che brutto segnale… una verità che deve essere imposta per legge è inaccettabile, su qualsiasi argomento.

  • Ferme restando le considerazioni di Vomiero, da parte mia sono dell’idea che qualsiasi teoria debba alla fine confrontarsi con delle previsioni, in caso contrario perde il requisito di scientificità.
    E la teoria dell’AGW le previsioni le ha fatte e sono state trovate errate.
    La prima è quella sull’andamento delle temperature, che ho più volte proposto:
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    La seconda e meno nota è chimata congettura dell’Agw e prevede che l’aumento di temperatura della troposfera equatoriale a circa 12 km dalla superficie terrestre sia quasi il triplo dell’aumento della temperatura dell’atmosfera alla superficie terrestre. Questa circostanza fu chiamata “impronta digitale dell’Agw”. Senonché le misure satellitari della temperatura dell’atmosfera registrano lassù, nella troposfera equatoriale, non un riscaldamento aumentato rispetto a quello a terra, men che meno triplo, ma addirittura un raffreddamento. L’impronta digitale della congettura dell’Agw è così diventata l’impronta digitale della falsità di quella congettura.
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    • Fabio Vomiero

      Sicuramente si tratta di due obiezioni importanti di cui è doveroso tenere conto. Riguardo la prima ne ho un po’ parlato anche nell’ultima parte dell’articolo quando ho trattato brevemente il tema della modellistica climatica non nascondendone i limiti comunque evidenti, ma che secondo me, devono essere sempre inquadrati nell’ottica, ripeto, dell’impossibilità intrinseca di prevedere in dettaglio l’evoluzione di un sistema complesso. Dobbiamo cominciare ad abituarci anche a ragionare con questo tipo di logica, secondo me, che del resto è abbastanza normale per un biologo o un sociologo o uno studioso di scienze cognitive, per esempio. Il limite poi di questi grafici è sempre quello di non essere mai aggiornati. Provo a fornire qualche dato recente. Record delle temperature globali (da quando si fanno misurazioni strumentali) registrato nel 2014 e subito stracciato dal 2015 con +0,87°C rispetto alle medie 1951-1980. Questa prima metà del 2016 ha fatto registrare valori impressionanti con record a febbraio di ben +1,35°C, è estremamente probabile che il 2016 farà stabilire un nuovo record. Ghiacci marini artici al nuovo minimo storico invernale di estensione, inverno 2015-2016 più caldo in assoluto. Certo, dietro a questi numeri c’è sicuramente anche lo zampino del Nino, ma ciò non è comunque sufficiente a spiegare completamente questi valori e c’è un modo per rendersene conto andando a confrontare questa situazione (2015-2016) con gli effetti prodotti invece dall’evento molto simile, per intensità e durata, del Nino del 1997-1998.

      • Riguardo i “record” degli anni più caldi avevo espresso tutti i dubbi in questo articolo:
        http://www.enzopennetta.it/2015/01/il-reality-del-global-warming-perche-il-2014-deve-essere-stato-lanno-piu-caldo/

        • Fabio Vomiero

          Condivido in pieno quanto riportato nel suo articolo prof.Pennetta. Tempo fa infatti scrissi in un articolo: “Ma allora, a questo punto, può essere di maggiore utilità riuscire a cogliere l’essenza di un trend in atto a diverse scale temporali, tenendo conto dell’errore di misura, o discutere se l’anno 2014 è risultato più caldo del 2010 per due centesimi di grado o viceversa? ” Io non ho dubbi di optare per il trend. Ricordo anche però che ora i centesimi di differenza del 2015 sul 2014 sono ben 13.

  • beppino

    Questa prima metà del 2016 ha fatto registrare valori impressionanti con record a febbraio di ben +1,35°C, è estremamente probabile che il 2016 farà stabilire un nuovo record
    .
    Mah… riprenderemo il discorso nella primavera del 2017…

  • Andrea Mondinelli

    Qualcuno di voi è in grado di dirmi l’affidabilità del documentario The Great Global Warming Swindle?
    https://youtu.be/1YxmOpRAT4g
    Grazie

  • Giovanni Maduli

    Buona sera.
    Dalla lettura dell’articolo e dei commenti, sembra di capire che il riscaldamento globale sia un dato certo e inconfutabile. Si discute semmai sulle cause.
    Eppure moltissimi eminenti scienziati non sono di questo parere.
    Il Prof. Carlo Rubbia, ad esempio, ascoltato di recente dalla Commissione del Senato Italiano sui cambiamenti climatici, ha smentito senza mezze misure che ci sia un cambiamento in atto.
    Qui il link al video
    https://www.youtube.com/watch?v=2G-7xykTO14

    Secondo altri scienziati le temperature sarebbero stabili da almeno 14 anni e si starebbe andando, invece, verso una nuova mini glaciazione:
    http://www.losai.eu/il-riscaldamento-globale-causato-dalluomo-e-una-bufala-ce-lo-spiega-uno-scienziato/

    La NASA, in un recente video, ha dichiarato che l’Antartide è in crescita:
    https://www.youtube.com/watch?v=uuGGgKqvWfA

    come pare siano in crescita anche i ghiacciai dell’Argentina:
    http://www.attivitasolare.com/piu-grande-ghiacciaio-dellargentina-sta-avanzando/

    crescita di ghiacciai rilevata anche in Groenlandia:
    http://www.attivitasolare.com/la-crescita-del-ghiaccio-in-groenlandia-spazza-via-tutti-i-record-precedenti/

    Qui, invece, una conferma che questo periodo sarebbe indirizzato verso una mini glaciazione:
    http://www.attivitasolare.com/la-fine-del-mondo-lavori-corso/

    Qui, infine, un altro articolo sull’argomento, fra i tanti reperibili in rete.
    http://sapereeundovere.com/il-watergate-climatico-la-farsa-del-riscaldamento/

    Considerando che non penso che uno scienziato del calibro del prof. Rubbia, o altri di cui ai link indicati, o la stessa NASA, metterebbero tanto facilmente a rischio il loro buon nome e reputazione chiederei, se possibile, un commento agli articoli e video indicati.
    Infine una considerazione personale: non darei illimitato credito ad agenzie gestite e finanziate dall’ONU. Questo ente è cosa ben diversa da ciò che la maggioranza, in buona fede, ritiene.
    Grazie per l’attenzione.

    • Gondrano

      Per curiosità di profano ho voluto dare un’occhiata ai link… Soprattutto in attivitasolare.com ho visto grafici improbabili e letto affermazioni poco scientifiche. Chiedo se ho visto e letto bene.

    • Fabio Vomiero

      Gentile Giovanni, provo a rispondere ai suoi quesiti.
      -Il contributo di Rubbia, purtroppo è banale e condito di errori, non è vero che le temperature sono diminuite negli ultimi 14 anni, come non è vero che gli Stati Uniti siano stati gli unici a ridurre le emissioni CO2 in quanto anche l’Italia per esempio ha ridotto le sue emissioni negli ultimi anni. L’UE ha addirittura ridotto le emissioni di CO2 del 23% dal 1990 al 2014. Purtroppo non basta essere eminenti scienziati, che peraltro nella vita di tutti i giorni si occupano di tutt’altro, e in questo Rubbia è in buona compagnia, vedi Battaglia o Zichichi per esempio.
      -Per quanto riguarda l’Antartide, è in crescita soltanto il ghiaccio marino che la circonda. Riguardo a questo fenomeno ci sarebbero comunque delle spiegazioni plausibili e che hanno a che fare con una variazione dei modelli di circolazione locale dei venti. Il bilancio di massa del ghiaccio continentale sembra essere invece in negativo, almeno per quanto riguarda l’Antartide occidentale. Tenga anche presente che poi il caso dell’Antartide è un po’ un caso a sé, perché essendo un continente geograficamente e climaticamente isolato, può rispondere con dinamiche geoclimatiche peculiari.
      -Francamente non credo che alcuni siti che si trovano in rete facciano della buona informazione scientifica.
      -Tutte le previsioni di piccole ere glaciali, alcune avrebbero dovuto già iniziare, vedi Abdussamatov (doveva iniziare nel 2104) si sono rivelate finora farlocche.
      Per una informazione scientifica adeguata, le potrei consigliare di frequentare i siti degli enti che ho citato nell’articolo o, per restare in Italia, quelli autorevoli dell’ISAC-CNR, o del CMCC (Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici) o consultare gli interessanti bollettini annuali dell’ISPRA.