Convegno di Modena: contro la distruzione della scuola

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Le riforme della scuola sono atti di un finto miglioramento, in realtà sono volte alla sua dissoluzione.

La necessità di un contrasto con ogni mezzo per salvaguardare le nuove generazioni dalla colonizzazione ideologica in atto.

 

Il 3 maggio 2017 si è svolto a Modena un convegno promosso dal sindacato GILDA, un evento contro corrente e molto contro il “politicamente corretto”.

Nel corso dell’incontro si sono succeduti gli interventi di Alberto Bagnai, Claudio Celani ed Enzo Pennetta.

Viene qui riportato quest’ultimo intervento dove vengono esposte nei tratti essenziali quelle che sono le criticità della scuola contemporanea così come è stata ridisegnata per mezzo di una serie di riforme che stando al senso letterale del termine stanno cambiando profondamente l’essenza stessa della scuola snaturandola e depotenziandola.

La scuola da luogo di formazione della persona sta diventando il luogo della formazione del dipendente, un termine che con grande efficacia mostra quale deve essere la caratteristica distintiva dell’uomo del futuro, egli non deve essere un individuo concepito come fine ultimo di ogni iniziativa ma strumento per un fine identificato con il profitto e le leggi del mercato.

Questa è l’ultima generazione che può portare una visione diversa di cultura e di essere umano, se la ribellione è tipica delle giovani generazioni il terreno su cui si alimenta e affonda le radici la lotta per la libertà e i veri diritti deve essere fornito da quelle precedenti.

Detto senza mezzi termini questo è il momento di ribellarsi ad un progetto contrario al vero sviluppo umano delle nuove generazioni. Questo compito solo la scuola intesa come insegnanti e studenti può portarlo avanti e il tempo per attuarlo non è illimitato.

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NB tutti gli interventi, compresi quelli non inseriti ne presente articolo, sono disponibili sul sito della GILDA degli insegnanti di Modena.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali.
Nel 2016 ha pubblicato “L’Ultimo uomo”

  • Fabio Vomiero

    Lei è sempre molto interessante prof.Pennetta e seguo sempre volentieri e con attenzione le sue conferenze sul web. Concordo soprattutto relativamente al punto scuola-lavoro, una trovata anche a mio avviso evidentemente abbastanza fuori luogo. Tuttavia io tendo a pensare alla scuola soprattutto come ad uno strumento più che all’istituzione principe della formazione della persona, in merito alla quale concorrono invece diversi altri fattori non meno importanti, in particolare il contesto personale, familiare e sociale. Bisogna quindi anche vedere che uso se ne fa e quale sia la nostra predisposizione nei confronti di questo importante strumento che tutti abbiamo a disposizione. Non so lei, che ha a che fare quotidianamente con i ragazzi, cosa pensi al riguardo. Detto questo, vorrei anche approfittare di questo spazio per sottoporre a lei o a qualcun altro la questione del greco e del latino, che molti, compreso me, ritengono oramai obsoleti e da sostituire con qualcosa (ci sarebbe molto da introdurre volendo) di più utile e più efficace. Forse trent’anni fa poteva essere diverso, ma perché oggi queste due materie dovrebbero essere così importanti per la formazione della persona? Esiste una risposta che vada oltre gli stereotipi dell’aprire la mente o dello sviluppare la logica, ruoli peraltro già ben efficacemente rivestiti dalla matematica e dalle scienze? E se la risposta fosse veramente questa, c’è qualcuno che me lo possa in qualche modo dimostrare, legando una volta tanto queste affermazioni a qualcosa di concreto?

    • Enzo Pennetta

      Buonasera Fabio, mi fa piacere che una persona come lei condivida l’analisi su queste importanti questioni riguardo la scuola.
      Per quel che concerne le lingue classiche direi che è innegabile che studiare la costruzione logica del discorso aiuti a ragionare e costruire i propri pensieri con rigore.
      Ma c’è di più, studiare una lingua genera un forte senso di identificazione, anche per questo ogni impero ha sempre imposto la propria, così studiare greco e latino diventa soprattutto per noi un modo per rafforzare la propria identità contrastando la liquefazione della società del globalismo con tutte le sue conseguenze.

    • Michele Forastiere

      L’alta qualità della formazione che offre (offriva) la scuola come la conosciamo noi – con il latino, la filosofia ecc. – è secondo me testimoniata dalla preparazione a tutto tondo dei tanti laureati italiani che si sono fatti valere all’estero. Io, poi, l’ho vista concretamente nei miei studenti che hanno trascorso un anno negli USA, e che al ritorno hanno testimoniato della debolezza di quel sistema scolastico. Ancora, la vedo concretamente nei nostri ex allievi che tornano a raccontarci dei loro successi universitari.
      Come saprà, dalla precedente riforma al liceo scientifico esistono due indirizzi: ordinario e scienze applicate. Nel secondo, il latino è sostituito dall’informatica. Non credo esistano ancora statistiche significative sui risultati universitari e lavorativi degli studenti usciti dai due diversi percorsi; posso però dire che gli alunni di scienze applicate hanno mediamente maggiori difficoltà di espressione in italiano, e non vanno meglio degli altri in inglese, matematica e fisica…
      Allora, è davvero il latino a migliorare la preparazione delle persone? Apre davvero la mente, sviluppa davvero la logica? Se così fosse, la sua sostituzione con l’informatica non dovrebbe cambiare la situazione, giusto?
      No, non credo che la questione stia in questi termini. Forse, semplicemente, bisogna ammettere che la formazione completa di una persona non è un processo lineare e additivo: non è sicuro che otterrai un buon fisico se imporrai ad uno studente di imparare alla perfezione tutte le teorie, le formule e le procedure del manuale, senza alcuna consapevolezza della storia e della cultura in cui esse sono maturate nel corso dei secoli. Analogamente, non otterrai un bravo scienziato se non gli insegnerai ad esprimersi bene nella sua lingua: e per esprimersi bene una persona deve leggere, informarsi, capire, conoscere la storia… insomma, deve avere una mente aperta, ma soprattutto deve avere l’umiltà di avere sempre qualcosa da imparare.
      Ecco, in questo senso l’apertura mentale può senz’altro venire dal latino e dal greco: perché chi studia queste lingue si pone nell’umile condizione di discente e semplicemente, pian piano, “impara ad imparare”, senza avere alcun tornaconto immediato in termini di competenze lavorative.

      • Fabio Vomiero

        Ringrazio sia Pennetta che Forastiere per le risposte. Sostanzialmente concordo. Avete giustamente citato storia e filosofia, materie che infatti non metto minimamente in discussione e che potrebbero però in qualche modo comprendere benissimo segmenti di greco e latino, per esempio. Gli esempi che mi fa lei Forastiere, come immaginavo, purtroppo sono abbastanza relativi, non credo infatti esistano parametri per poter definire oggettivamente la questione, come non credo che la capacità di scrivere e parlare correttamente l’italiano abbia molto a che fare con lo studio del greco e del latino, secondo me tale capacità deriva invece da un processo cognitivo molto più complesso e articolato. Comunque mio figlio più grande sta frequentando il secondo anno di liceo scientifico delle scienze applicate, la scelta è stata proprio, come diceva Forastiere, dell’informatica invece del latino. Da quel che posso percepire la formazione avviene comunque a 360 gradi, si da molto spazio anche all’italiano, alla grammatica e alla letteratura, ma si forniscono contemporaneamente anche delle competenze e delle attitudini irrinunciabili e spendibili. Non si può nemmeno fare finta di dimenticare che un giorno i nostri figli si troveranno a colloquio con una persona (selezionatore del personale aziendale) o di fronte a un concorso che deciderà il loro futuro (anche economico) e allora, in quell’occasione, serviranno elementi concreti di conoscenza e di ragionamento che avranno molto poco a che fare con la conoscenza della lingua e della letteratura greche e latine.

    • Stefano Longagnani

      Buongiorno signor Vomiero.
      Vorrei portare un piccolo contributo che spero utile a rispondere, almeno in parte, alle sue domande.

      Ci sono studi, recenti ma convincenti, di neuroscienziati che mettono in relazione il bilinguismo e le riflessioni sulla lingua e le traduzioni da una lingua all’altra con la capacità di pensiero astratto e profondo. Per una trattazione coerente e profetica legga “Segmenti e bastoncini”, di Lucio Russo (sul pericolo di smantellare il liceo classico argomentava già 20 anni fa). Sulle competenze di base per favorire lo sviluppo di buoni matematici e ingegneri, legga “Demenza digitale”, di Manfred Spitzer. Scoprirà che le attività più importanti per un cervello ben formato sono il bilinguismo, i lavoretti manuali con tecnologie semplici (la creta, il cucito, la falegnameria creativa, la meccanica semplice, ecc.), le traduzioni (da qui l’importanza del latino e del greco), i giochi teatrali, la musica (produrla e leggerla, altra attività di traduzione), la danza, la scrittura fin dalla più tenera età.

      Ma forse l’attività più importante per esercitare il pensiero critico è lo studio della filosofia, e quindi propedeuticamente del trivio e del quadrivio. In questo la scolastica medievale aveva semplicemente capito tutto (a parte l’importanza dell’educazione della mano, sottostimata per via di beceri pregiudizi nei confronti del lavoro manuale).

      Sono un insegnante (dopo diversi anni nel privato come ingegnere) e sono tra i pochi tra i miei colleghi che non ha fatto il liceo. Ho orgogliosamente frequentato un ottimo istituto tecnico, dove al posto del greco, del latino e della filosofia ho studiato al biennio fisica, disegno tecnico e aggiustaggio (uso della lima e delle macchine da officina), e al triennio le materie professionalizzanti dell’indirizzo, cioè informatica, elettronica e MATEMATICA, facendone più che al liceo scientifico.
      Questo mi ha permesso di affrontare ingegneria con una preparazione di base decisamente superiore a quella dei miei compagni provenienti dai vari licei, che spesso erano sprezzanti e pieni di sé nei confronti di noi provenienti dai tecnici.
      Questo il contesto, e per farle capire quanto fossi avverso al liceo (in particolare ai liceali) le racconto della gioia giovanile di aver relegato terzo per due anni di fila il più rinomato liceo modenese nei giochi della gioventù di scacchi a squadre, finiti terzi dopo la mia scuola e l’altro ITI della città.
      Detto questo le devo dire che pur non avendo cambiato idea sui difetti dei licei (in particolare sul fastidioso senso di superiorità di chi lo ha frequentato) sono dell’opinione, supportata da fatti, che lo studio del latino e del greco sia FONDAMENTALI per fornire l’opportunità di sviluppare una identità non troppo inquinata da esotismi vari. E per fornire l’opportunità di formare una mente libera. Certo dipende dagli insegnanti che si incontrano, ma il fatto che nella scuola orientata al lavoro venga espunto il latino e filosofia vuol dire solo una cosa: non si vuole che la forza lavoro abbia la capacità di leggere la realtà, di analizzare i rapporti di forza, di pensare liberamente. Molta matematica non rafforza le competenze di base di un libero pensatore, ma al contrario fornisce strumenti per piegare la realtà alle proprie convinzioni. Si veda questo studio: https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2319992

      • Fabio Vomiero

        Grazie Longagnani per l’esaustiva risposta. Non potrò leggere tutto quello che mi ha proposto, ma qualcosa sicuramente. Sono al corrente di studi neuroscientifici che mostrerebbero un certo miglioramento di alcune capacità cognitive in seguito all’insegnamento per esempio della musica. Non sono ancora del tutto convinto, è ovvio che alla fine tutto serve, ma bisogna anche saper scegliere ed equilibrare (le ore sono sempre quelle), ci sarebbe bisogno di tanto altro nella scuola a mio avviso, vedi per esempio un’adeguata educazione sanitaria ed alimentare o educazione civica. Io sento il bisogno di gente che sappia ragionare scientificamente e non di gente che crede nei miti, negli oroscopi, negli alieni e nei maghi.

        • Stefano Longagnani

          Non possiamo affidare alla scuola ogni cosa. Sono troppe le ore sottratte alle discipline curricolari in cui si vorrebbe fare educazione alla salute, educazione alimentare, educazione stradale, educazione alla legalità, educazione all’affettività, ecc.

          La scelta a mio parere dovrebbe ricadere su discipline che proprio sulla base dei loro contenuti hanno la capacità di formare un essere umano completo ed equilibrato, in grado di autoeducarsi. Per questo la mia preferenza va a metodologie educative come per esempio la Montessori (di provata efficacia) o la Dalton School. Escono persone con un senso critico rafforzato.

          Poi probabilmente l’umanità dovrà acquisire una maggiore sensibilità e avversione verso la propaganda, in tutte le sue forme. Ad esempio la pubblicità funziona e in molti casi fa del male. La si dovrebbe regolare, badando bene al tema spinoso della censura. Il problema è però che chi ha maggiori mezzi (soldi) di diffusione della propria propaganda riesce SEMPRE a orientare il dibattito verso le proprie posizioni. Questo non mi sembra corretto. E non si può affidare alla scuola il far da argine contro questo fenomeno. Semplicemente non può. Siamo di fronte semplicemente agli effetti deleteri della concentrazione della ricchezza.

          • Fabio Vomiero

            Non sono molto d’accordo con questa sua visione di una funzione iper-educativa riservata alla scuola. Secondo il mio parere, ripeto, è il contesto familiare che deve educare in primis e formare la persona, sono i genitori che hanno il compito di educare adeguatamente i propri figli e anche a predisporli a fare buon uso dello strumento scuola. In questo senso non vedo la convenienza nemmeno del metodo Montessori o similari, anzi a dir la verità li guardo con molto scetticismo. Ci sono bravi ragazzi, educati per bene e seguiti dai genitori, che ottengono buoni-ottimi risultati a scuola (qualunque essa sia) acquisendo competenze a tutto tondo, e ci sono ragazzi invece che, a seguito di un’educazione fallimentare, non hanno voglia di fare niente, si sentono chissà chi e magari sfogano le proprie inquietudini nel bullismo. Genitori che peraltro sono usciti da una scuola di trent’anni fa, per chi incappasse oggi nel bias del pessimismo nostalgico. Possiamo discutere finchè vogliamo della matematica o del greco, ma il problema principale purtroppo è sempre lì, il modello educativo familiare. Genetica, epigenetica, ambiente.

      • Emanuela

        Per quello che riguarda il bilinguismo, in realtà alcuni sostengono che il bilinguismo fin dalla nascita potrebbe portare a problemi di lateralità o a dislessia, disgrafia, ecc. Per quello che riguarda le attività manuali, la musica, il teatro, ecc ci sono già molte scuole nel mondo in cui tutte queste attività fanno parte del curriculum.

        • Stefano Longagnani

          Il bilinguismo in media pospone di 5 anni l’insorgenza dell’Alzheimer negli anziani. È cioè più efficace di qualsiasi farmaco a tutt’oggi conosciuto.
          I problemi di lateralità sono spesso connessi a problemi scolastici precoci. Si sviluppano più frequentemente​ in mancanza di una adeguata educazione sensoriale in tenera età. Ritorna uno dei motivi per cui Montessori o qualcosa di simile dovrebbe essere diffuso a tutte le scuole.

          Le attività di cui sopra sono diffuse in molte scuole per merito di Montessori, Dewey, Agazzi, e più recentemente di Frenet e Mario Lodi. Funzionano. E le stanno smantellando (sempre più laboratori di informatica al posto della creta e delle altre attività manuali). I soldi vanno in LIM e non ci sono i soldi per i materiali da bricolage.

  • Michele Forastiere

    D’accordo in tutto con l’analisi di Enzo. Aggiungo che l’Alternanza Scuola Lavoro (ASL) rischia di introdurre forme di discriminazione che sembravano dimenticate: esistono già enti che offrono pacchetti di ASL “di qualità” a pagamento (workshop in campus para-aziendali)…

    • Enzo Pennetta

      Ci contavo Michele che saresti stato d’accordo, grazie per la considerazione che condivido e che aggiunge elementi di valutazione sulla questione ASL.

  • Blas

    Professor Pennetta sono d´accordo con la sua esposizione, sebbene io veda che il problema non é, o almeno non é solamente nella scuola ma anche nella famiglia. Qui in Argentina ai genitori importa che la scuola dia a loro una carta per trovare un buon lavoro e per caritá con il minimo sforzo.
    Mi ha lasciato peró un sapore amaro la sua squalifica tonda delle valutazioni dell´insegnamento. Intendo che si riferiva alle prove PISA dell´OCSE. So che hanno un valore relativo, ma mi pare esagerato che siano un orientamento alla produzione di operai/consumatori. Almeno qui valutano matematica (matemática basica non ingenierile) e capacitá di capire un testo e scrivere correttemente la propia lingua. Se si pagano tasse per avere una scuola pubbica mi pare un dovere di sapere come si spendono i nostri soldi.

  • Stefano Longagnani

    Della Montessori non si fermi al sentito dire, legga le fonti e visiti una buona scuola Montessori. Se vuole qualche ricerca da spulciare guardi nei link di questo post:
    http://longagnani.blogspot.it/2015/06/valutazione-scientifica-del-metodo.html