I tre stadi della vita

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Il chiavistello (Jean-Honoré Fragonard, 1776)

I tre stadi della vita

di Giorgio Masiero

L’attualità del pensiero di Kierkegaard, nell’anniversario della nascita di questo grande maestro dell’Ottocento

Se la filosofia è conoscenza, sviluppata con il metodo dialettico, dell’essere nella sua interezza, non c’è pensatore per quanto grande che possa esaurirla in un sistema. L’essere non sazia mai lo stupore, da qualsiasi prospettiva lo si ammiri. Quella quantitativa delle scienze sperimentali è la più netta per l’uso della misura, quindi della matematica, e la sola efficace nel dominio della natura, perché la riproducibilità insita nel metodo analitico sboccia nella tecnica; ma è la più povera epistemicamente, dovendo rinunciare alla descrizione delle qualità, che infine sono il trionfo della vita. La varietà del pensiero filosofico non è una manifestazione della miseria della filosofia, ma della ricchezza dell’essere. Così non c’è alcun uomo che rinunci a filosofare, come non c’è alcun filosofo, nemmeno tra i più lontani dalla nostra personale visione del mondo, dal quale non possiamo trarre intuizioni che ci illuminino su qualche aspetto dell’essere. Un’illuminazione che può resistere anche dopo 2, 5 o 20 secoli: ecco un’altra caratteristica del pensiero filosofico, rispetto alla caducità di mode, teorie e tecnologie.

Quando sono venuto in contatto la prima volta col pensiero di Søren Kierkegaard (1813-1855) l’ho trovato astruso, perfino malato nella sua lucida illogicità. Ero troppo preso dalla scoperta della logica, per assegnare un posto all’irrazionalità fuori dalla poesia. E certamente non avrei riservato all’illogicità un solo angolo della mia fede, se non al prezzo di perderla. Tuttavia non potei fare a meno di ammirare Kierkegaard confusamente, almeno per empatia con le tragedie che lo perseguitarono e con l’angoscia in cui credette di sublimarle. Ed ora che molta acqua è passata nella corrente della mia esistenza, anche la razionalità che continua a guidarmi riconosce di buon grado la profondità del suo pensiero e la perennità delle sue intuizioni originali.

C’è gente che trascorre tutta la vita, dall’infanzia alla morte, schiava dei propri sensi, facendo solo ciò che questi la inducono a fare. Per tali persone il bene coincide con ciò che dà piacere e tutte le loro decisioni sono guidate da questo criterio. È il modo di vivere esemplificato da Don Giovanni, il seduttore che passa da una conquista femminile all’altra al solo scopo di vincere la noia. Ma al piacere effimero subentra il vuoto e, infine, l’angoscia. La parola deriva dal latino angere, che vuol dire stringere, soffocare. La radice tedesca, angst, ha lo stesso significato. L’angoscia è la sensazione dolorosa di stringimento all’epigastrio, accompagnata da difficoltà di respiro e da una profonda tristezza, che preme sul cuore.

Questa è, secondo Kierkegaard, la maniera più diffusa, ed anche meno umana, di vivere la vita: la chiamò “lo stadio estetico”. In questa condizione, il fine dell’agire è uno solo: superare la noia col divertimento…, e quando infine la noia vince su ogni diversivo allora subentra l’angoscia. Kierkegaard considerava l’angoscia uno stato positivo dell’anima, perché può portare alla condizione successiva, “lo stadio etico”, che è un modo più umano di vivere, perché l’esistenza comincia ad acquistare un significato. Ora, la persona sviluppa un suo sistema morale, cui cerca di adattare il modo di vivere. La ragione e il dovere hanno la precedenza sulle emozioni e il piacere. Il bene non coincide più con ciò che è istintivamente attraente, ma con ciò che viene giudicato eticamente corretto anche se richiedente sacrificio, anzi proprio in ragione di esso.

Tuttavia anche lo stadio etico può portare all’assuefazione e alla noia, così da indurre a ricadere nello stadio estetico ed innestare un nuovo ciclo di angoscia. O in alternativa può portare alla terza condizione, la più elevata, che è “lo stadio religioso”. A questo livello, secondo Kierkegaard, s’impara a superare la ragione con la fede, si accetta che la verità assoluta del cristianesimo non sia necessariamente logica. Nella sua declinazione luterana pietistica, Kierkegaard deplorò lo stato della chiesa danese e dei suoi membri e perorò il passaggio dalla conoscenza della fede alla vita di fede, per spostare il baricentro religioso dall’istruzione catechistica all’edificazione dell’uomo interiore. L’idea soggettiva della fede, fuori di ogni appiglio razionale, è il seme che farà di Kierkegaard il padre del moderno esistenzialismo. Egli cercò tutta la vita di vivere in questo modo la sua fede cristiana; altri di concezioni diverse mutueranno da lui questa visione severa della vita, per la quale l’esistenza consiste nello sforzo a perseguire il (proprio, personale) dovere e a preservare la (propria, personale) fede con impegno e serietà.

Come si può diventare cristiani nella cristianità?”, questo fu il problema di Kierkegaard due secoli fa. Come si può essere autentici seguaci di Cristo in una società dove il cristianesimo è una cosa gratuita, un connotato pubblico ineludibile di ogni rispettabile borghese? Nella Danimarca del suo tempo, essere cristiani valeva come vestire alla moda e parlare correttamente. In un mondo così, dove stanno il rischio e il sacrificio della sequela del Crocifisso? come si può vivere la fede in un mondo che l’ha addomesticata e fatta emblema dello status quo?

Adesso mi perdonerai, Lettore, se salto un secolo, venendo ad un pensatore tutto diverso e più affine ai miei gusti. Ma l’accostamento non è forse senza senso. Gilbert K. Chesterton (1874-1936) si porrà nel ‘900 un problema apparentemente opposto a quello di Kierkegaard: come vivere la fede in un mondo post-cristiano, quale già si profilava al suo sguardo profetico la società occidentale prossima ventura, che “crede di aver provato gli ideali cristiani e di averli trovati carenti, mentre li ha solo trovati difficili ed ha rinunciato a provarli” (What’s wrong with the world, 1910).

C’è una forte analogia tra i due contesti della cristianità totalizzante di Kierkegaard e quella minoritaria di Chesterton: è il comune errore del credo nel progresso, che porta gli europei moderni ad identificare la fede religiosa col passato così da sentire il dovere di dismetterla, prima nella sostanza e poi anche nell’apparenza. Per combattere questo errore Chesterton sviluppò la sua apologetica intesa a mostrare che l’ortodossia cristiana non è una reliquia storica, ma una “rivoluzione eterna”, una fonte inesauribile di cambiamento. La fede è per Chesterton la convergenza di tempo ed eternità e il cristiano guarda al passato non in termini nostalgici, ma perché vi scorge l’immagine di ciò che vale davvero, in quanto si conserva nel tempo. Il mito centrale del nostro tempo è invece il cambiamento continuo, un’evoluzione priva di senso, dalla quale l’unico residuo cui si assegna ancora una freccia del tempo è il progresso tecnico-scientifico. Per cultura, arte, politica, economia, etica, estetica, religione, ecc., cioè per le qualità dell’umano, nulla è fissato nel tempo. Tutto è relativo e il nuovo è sempre preferibile al vecchio, a priori. Il cristianesimo è supposto vecchio…, ma il prezzo finale che il relativismo paga è l’instabilità del nulla.

Kierkegaard e Chesterton erano pensatori molto differenti: l’uno un protestante asociale, l’altro un cattolico esuberante; il primo un solitario, il secondo amante della compagnia; ma entrambi avevano colto l’errore dell’Occidente contemporaneo di considerare il cristianesimo la religione dei tempi andati, piuttosto che la divina sorgente di una rivoluzione permanente. La sfida odierna concerne un mondo dove il messaggio di Gesù non appare più rivoluzionario, ma viene considerato – per approvarlo o per disapprovarlo – come simbolo della stabilità passata: c’è chi vuole tornare al passato, chi vuole che il passato non torni, ma tutti, conservatori e progressisti, destra e sinistra, condividono la stessa visione del cristianesimo come della religione dei tempi andati, un simbolo, nel bene e nel male rispettivamente, della storia. Invece per i cristiani la fede punta dritto verso l’eternità.

Ritratto di Søren Kierkegaard (eseguito dal cugino Niels C. Kierkegaard)

Se l’errore tocca i laici, la tentazione riguarda tutti i cristiani. Alcuni vorrebbero restaurare la forma borghese di cristianità attaccata da Kierkegaard, mescolando la fede (eterna) con le istituzioni (storiche) in un clericalismo che garantisca la coesione sociale. Non sarà il massimo, dicono, ma è sempre meglio del caos in cui ci troviamo! Per altri cristiani, l’ortodossia può anche andar bene, se non fosse per qualche dogma da aggiornare. Gesù fu un grande maestro, da cui abbiamo ancora da imparare, dicono, ma il mondo è andato avanti, la spiritualità evolve come evolve l’umanità, e nessun sistema di pensiero può essere definitivo per tutti i luoghi e i tempi.

Ai due fraintendimenti opposti corrispondono le due principali correnti culturali del nostro tempo, ed anche politiche: la tentazione di usare/sostenere la religione come alleato nella battaglia per tornare al passato, e l’insistenza opposta ad aggiungere ogni giorno un nuovo strappo ai valori della tradizione in nome del futuro. Nessuno dei due atteggiamenti riflette la volontà di Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Personalmente, se non mi restassero che queste due opzioni – di stare con coloro che rispettano tiepidamente la mia fede in nome della tradizione o con coloro che la rifiutano in nome del progresso – non avrei esitazioni sul male minore. Ma Kierkegaard e Chesterton, insieme, ci mostrano che c’è una terza possibilità: si può fare della fede cristiana una forza per promuovere qualcosa di diverso sia dalla restaurazione passatista che dall’iconoclastia nichilista. Come?

L’Occidente è oggi in grado d’immaginare i cambiamenti solo nel linguaggio della tecnica, che è quantitativo, misurabile, lineare e utilitaristico; gli è impossibile pensare ad una continua ed intima riconversione dell’anima di ciascuna persona. Il cambiamento che l’Occidente predica riguarda le “strutture”, la “società”, il “sistema bancario”, “il commercio internazionale”, ecc., insomma l’impersonale; al massimo, gli “altri”, capro espiatorio indefinito. Ma senza cambio dei cuori non cambia niente. In Occidente le persone sono esclusivamente portatrici di “diritti”, che poi sono quelli che ciascuno liberamente si attribuisce. Alla tecno-scienza – il supremo impersonale – il “dovere” di garantirli. I media proclamano: devi trovare il senso della vita in te stesso, crea da te i tuoi fini, la tua morale; definisci tu stesso ciò che ha senso e decidi i principi secondo i cui vuoi vivere. Il cristianesimo predica al contrario la conversione interiore, la responsabilità verso il prossimo e la resilienza al mondo nello scioglimento dell’Io in Dio. Su questo Chesterton aveva visto giusto.

Ma anche Kierkegaard non sbagliava quando diagnosticava la metastasi della mediocrità diffondersi in mezzo ai suoi concittadini. Chi può apprendere la domenica dagli Atti degli Apostoli come i primi cristiani mettevano in comune i beni senza sentirsi la coscienza schiaffeggiata? Teniamo a distanza di sicurezza il messaggio di Gesù (“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, Ap 21,5) per evitare di scottarci.

Se è sbagliato identificare la fede cristiana come rivoluzionaria al fine di cambiare le strutture politiche e sociali mondane, altrettanto è sbagliato identificare la fede con una forza conservatrice e contro-rivoluzionaria. Il cristianesimo è una rivoluzione da dentro: un rinnovamento ed un rovesciamento della coscienza, e conseguentemente dell’intera vita, attraverso la ricerca della comunione con Dio e il prossimo. E certo, quando questa conversione avviene, non resta un fatto privato. Diviene manifesta nell’amore dell’intera creazione che si sacrifica in una relazione vera e sacralizzata, tutt’altra cosa dall’equazione di una TOE, dove E sta ridicolmente per “Everything”, Tutto. Senza questa effusione trasformativa la fede è niente, un mero assemblaggio di precetti ed osservanze, combinate in una dottrina oscura e astratta.

Nella denuncia di un conformismo cristiano, che corre il rischio di essere più testimone contro la verità che a favore di essa, Kierkegaard aveva ragione: i peccati dei credenti sono uno scandalo per il mondo esterno, ma una loro rispettabile mediocrità può essere persino peggio.

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

  • Alèudin

    a proposito di mediocrità:

    Apocalisse 3:15-19

    “Io conosco le tue opere, che tu non sei né freddo né caldo. Oh, fossi
    tu freddo o caldo! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né
    caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca. Poiché tu dici: Io sono
    ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla e non sai invece di
    essere disgraziato, miserabile, povero, cieco e nudo. Ti consiglio di
    comperare da me dell’oro affinato col fuoco per arricchirti, e delle
    vesti bianche per coprirti e non far apparire così la vergogna della tua
    nudità, e di ungerti gli occhi con del collirio, affinché tu veda. Io
    riprendo e castigo tutti quelli che amo; abbi dunque zelo e ravvediti.”

  • gianfranco56

    .grazie Professore per aver inaugurato il nuovo sito con questo brillante articolo su Kierkegaard..
    Aut-Aut è il capolavoro del filosofo Danese che maggiormente ha colpito anche il sottoscritto..
    Attraverso l’altra opera del nostro, ” Timore e tremore ” viene maggiormente rappresentato il salto qualitativo tra fede e ragione, attraverso l’analisi teologica del Sacrificio di Isacco fatto da Abramo….io non sottovaluterei quest’ultima opera dello scrittore per capire meglio il passaggio dalla ragione alla Fede pura e senza sconti…

    A proposito del grande Filosofo, lascio per chi lo desidera, questi suoi pensieri :

    “ Quando il ricco va in carrozza provvisto di fiaccole nella notte scura vede un po’ meglio del povero che procede nell’oscurità – tuttavia egli non vede le stelle – proprio le sue fiaccole glielo impediscono. Allo stesso modo accade con ogni criterio mondano: esso vede bene da vicino ma è privo della visione dell’infinito”
    (Soren Kierkegaard)

    “Si deve aver sofferto molto nel mondo, si deve essere stati molto infelici prima che si possa parlare semplicemente di iniziare ad amare il prossimo.
    Solo nella mortificazione di se stessi dalla felicità, dalla gioia e dalle giornate terrene, solo allora viene ad esistere “il prossimo”.
    Non si può quindi propriamente biasimare l’uomo immediato perchè non ama il suo prossimo, in quanto egli è troppo felice perchè “il prossimo” possa esistere per lui.
    Chiunque si attacchi fortemente alla vita terrena non ama il prossimo,vale a dire per il il prossimo non esiste”
    (Soren Kierkegaard)

    “Aut-aut: chi si apre al mondo si chiude al cielo e chi si chiude al mondo si apre al cielo.Ora tocca a te scegliere”
    (Soren Kierkegaard)

    “ E’ certo, che quando un uomo è diventato veramente infelice,allora trova gusto nel cristianesimo.Per questo la maggioranza ricorre al cristianesimo in punto di morte”
    (Soren Kierkegaard)

    “Si dice che l’esperienza rende l’uomo saggio. Questo è un colossale errore. Se non ci fosse niente al di sopra dell’esperienza,allora essa lo farebbe decisamente impazzire.” ( Søren Kierkegaard )

    • Giorgio Masiero

      Grazie, Gianfranco.

    • Giuseppe1960

      Sono d’accordo con K. Una grande sofferenza personale avvicina al prossimo più di ogni altra cosa, si impara, attraverso quella, ad aver compassione delle altre sofferenze, in una sorta di empatiaamore che porta ad aver comprensione per tutte le debolezze che biasimavamo o ignoravamo. La sofferenza è una scuola di vita.

  • Maurizzio

    Grazie Grazie Professore Lei mi sorprende sempre,sempre positivamente.Da cittadino italiano e anche abitante la Danimarca(sto riflettendo se richiedere la cittadinanza) verifico che mancava un referimento ad un filosofo così complesso e pure affascinante(che lascia a volte perplessi pure i miei concittadini danesi).Cercherò in questi giorni di seguirla.

    • Giorgio Masiero

      Grazie, Maurizio.

  • GIUSEPPE CACIOPPO

    Kiekegaard ovvero il cristianesimo ridotto ad esteriorità e consuetudine, Chesterton ovvero il cristianesimo ridotto a filosofia.
    Ambedue gli atteggiamenti riflettono un difficoltà di fondo.
    La visione “progressista” del cristianesimo ha difficoltà a concepire una realtà ultraterrena, l’ incontro tra il tempo e l’ eternità. Così finisce per ridurre il cristianesimo ad una filosofia di vita che ha bisogno di “aggiornarsi” “e di “adeguarsi” al progresso del mondo. Da qui la difficoltà ad accettare i dogmi e il tentativo continuo di “interpretare” il Vangelo. Atteggiamento che è sempre stato respinto dal cattolicesimo, S. Francesco diceva di leggere il Vangelo “sine glossa”, in modo letterale!
    L’ altra visione, quella considerata nostalgica, andrebbe divisa in due settori: quello della consuetudine, che relega il cristianesimo ad una verniciatura estetica “da vestito della festa” privo di contenuti e tipico di coloro che hanno una “fede tiepida”. Anche costoro denotano scarsa fede nelle realtà ultraterrene.
    Il secondo settore è quello costituito da coloro che mantengono forte l’ ancoraggio alla lettera del Vangelo e riescono a testimoniarlo con la loro vita. Questi hanno ben presente la transitorietà della vita umana, sanno che il Vangelo è passato, presente e sopratutto futuro dell’umanità. Sanno che il cristianesimo non è “aggiornabile” alle visioni del mondo contemporaneo ma che è lui l’ unico vero motore di progresso del mondo!
    Costoro, che danno con il loro esempio spesso fastidio, vengono additati con gli epiteti spregiativi di : tradizionalisti, fondamentalisti, integralisti ecc. ecc.
    Aveva profondamente ragione Benedetto XVI, che considero la mente più lucida e profonda del nostro tempo, il problema del cristianesimo di oggi è uno solo. ed è un problema di fede!

    • Giuseppe1960

      Io penso che a tirar in ballo la fede vera come misura dello stesso si rischia di intravvedere la fine anticipata del cristianesimo… Del resto, mi pare, lo stesso Cristo profetizzava la possibilità di non trovare più la fede, e correggetemi se sbaglio.

  • muggeridge

    Grazie Prof. Masiero, anche perché Kierkegaard lo ricordavo poco e l’avevo comunque capito poco ai tempi del liceo. “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 16, 25), passo del Vangelo inquietante per i credenti tiepidi di tutti i tempi a cui sicuramente il filosofo danese si rifaceva. Però la speranza di non finire nella Geenna viene dal cattolico Chesterton, perché se non erro era comunque un “bon vivant” (magari sono tratto in inganno dal suo aspetto, ma il fatto che ricercasse la buona compagnia è un indizio forte…). La nostra fortuna resta il cattolicesimo che è religione degli “et…et” e non degli “aut…aut”, possono convivere i due aspetti, ossia apprezzare le gioie della vita e mirare all’eternità e del resto lo stesso Gesù partecipava a feste e conviti era considerato dai farisei “un mangione e un beone” (Mt 11, 19) e chiede al Padre di non bere l’amaro calice. La Rivelazione consiste nel far sapere che c’è un Dio che ci ama, “Abbà”, un buon papà, e questo ci ammonisce anche duramente per non farci perdere (e per non perderci), ma non può volere la sofferenza e il tormento dei propri figli come condizione esclusiva per accoglierci presso la propria casa (che è la cosa che desidera maggiormente).

    • Giorgio Masiero

      Grazie, Muggeridge. Ovviamente, sono d’accordo con Lei. Bella la contrapposizione aut aut vs et et!

    • petrux

      Giustissimo Muggeridge! Mi permetto di aggiungere una piccola chiosa dal punto di vista “sistematico”. “Et-et” da intendersi non in versione “sintetica” ma secondo la prospettiva analogica aristotelico-tomistica dell’unità nella distinzione della relazione/ordinamento.