L’ultimo livello

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Stakanovisti (Aleksandr Deyneka, 1937)

 

L’ultimo livello

di Giorgio Masiero

A 160 anni dalla morte di Comte, tutte le sue profezie si stanno avverando. Meno una: il paradiso in terra

Nel 1842, lo stesso anno in cui Ludwig Feuerbach pubblicò L’essenza del Cristianesimo, Auguste Comte completò il suo grandioso Corso di filosofia positiva. I contemporanei commentarono che a Berlino e a Parigi venne proposta all’Europa cristiana l’adorazione di un nuovo dio: l’“Umanità”. Il positivismo comtiano nacque da subito non tanto come una filosofia iconoclasta, e neanche solo critica, ma come un sistema organico, positivo, di evoluzione pacifica e spontanea della storia umana; come una coerenza intellettuale dei tempi moderni, capace di garantire la coesione sociale richiesta dalla nuova rivoluzione industriale.

Vent’anni prima, Comte aveva formulato la sua famosa legge dei tre stadi:

  1. lo stadio teologico, o fittizio;
  2. lo stadio metafisico, o astratto; e
  3. lo stadio scientifico, o positivo.

I tre stadi, teorici e morali allo stesso tempo, pertengono ad altrettante epoche dell’evoluzione dell’umanità; ed anche alle tre età, infantile, adolescenziale e adulta, di ogni singolo individuo. Si può rimproverare un bambino perché crede nelle fate? Appartiene alla sua età, crescerà. Sul piano storico, il primo stadio racchiude tutte le forme religiose, dal feticismo al politeismo al monoteismo e finanche il teismo. Il secondo è una parentesi senza alcuna originalità, che prepara l’avvento del terzo, l’era della “fisica sociale”, o sociologia, altrettanto scientifica quanto la fisica celeste e terrestre. Dal feticismo al positivismo: fine dell’evoluzione umana, passata, presente e futura. Davanti all’incedere maestoso della scienza, la teologia “irrevocabilmente decrepita” si spegnerà. Tutto è ormai pronto – proclamò Comte nel 1851 –, suona l’ora degli scienziati, i depositari del nuovo potere spirituale: “Sono convinto che prima del 1860 io predicherò il positivismo a Notre Dame come la sola religione reale e completa”. Morì prima di realizzare questo progetto.

Il motto della fisica sociologica di Comte è concreto che più non si può: la politique d’abord! Nel nuovo ordine l’umanità si dividerà in due classi, lo ascoltano attente le orecchie dell’alta borghesia: la classe speculativa (il patriarcato), a cui capo staranno due migliaia di banchieri con la prima responsabilità nel governo, e la classe attiva (il proletariato), composta dalla massa dei lavoratori con il solito compito di tirare la carretta. La classe media sparirà, per lasciar posto solo al patriarcato e al proletariato, così come dovranno scomparire gli stati nazionali, frantumati in tante piccole repubbliche non più grandi dell’Olanda o della Sardegna, soggette al governo multinazionale della finanza. Tutti i dissensi sono banditi nel futuro luminoso regime. L’ingiustizia della condizione sociale dei proletari è inevitabile, quel dommage, e se il positivismo deve garantire loro, meglio del comunismo, una qualche felicità e dignità non ha altra strada che favorire i piani di sviluppo degli imprenditori.

Che i forti pensino ai deboli e i deboli venerino i forti! Questo è il principio sociale comtiano in vista della realizzazione della tecnocrazia globale, con la quale la storia culminerà in un paradiso in terra. Ogni rivendicazione di diritti è fonte di anarchia ed ogni individuo resta un’astrazione se non si integra come un organo utile alla crescita dell’organismo totalitario del “Grande Essere”. Non c’è salvezza per l’individuo che nello “spirito del tutto e nel sentimento del dovere”. Questa è in sintesi la “religione dell’Umanità” che la scienza positiva presenta al nostro entusiasmo.

Con ciò Comte portò lo scientismo, la cui essenza abbiamo descritto nello scorso articolo, al suo ultimo livello. Mentre i pensatori materialisti precedenti, da Democrito a Locke, si limitarono alle fondazioni filosofiche, questo pensatore francese di metà ‘800 elevò lo scientismo a programma educativo statale. In questo senso, Comte può essere considerato il fondatore della sociologia e della psicologia moderne e anche il primo filosofo della scienza. La sociologia comtiana applicata oggi si chiama behaviorismo. È quella scienza che tenta di capire il comportamento umano (dei bambini come degli studenti, degli elettori come dei consumatori, di ogni uomo in ogni più intima espressione) con l’osservazione e la quantificazione di micro-eventi comportamentali, senza alcun riferimento ai fini che danno significato al comportamento. Il behaviorista si aspetta che i dati, composti in una teoria, gli forniscano matematicamente ogni spiegazione esauriente dell’agire umano. Ma ciò non accade mai, perché questo scienziato non sa cosa sta cercando e non lo sa perché si è votato ad una concezione che gli preclude a priori l’unico strumento (non fisico) per sapere che cosa la creatura oggetto del suo studio intende fare: interrogandone la natura!

Ritratto di Comte (1798-1857) e un motto del filosofo nella bandiera del Brasile

Se la scienza matematizzata è l’unica fonte di conoscenza, tutte le altre discipline (in particolare la teologia e la metafisica, ma anche storia e scienze umane) sono opinioni, quando non semplici assurdità e nonsensi. Questo programma educativo sta avendo successo ai nostri giorni perché non è esplicitato agli educandi e neanche agli educatori, essendo chiaro soltanto all’establishment che lo persegue. Così, dopo generazioni d’indottrinamento, gli educati sono cresciuti a loro volta in inconsci educatori, l’opinione pubblica si è fatta massa politicamente corretta e il positivismo è divenuto la visione normale dell’impresa scientifica. Oggi in ogni scuola i ragazzi sono istruiti a giudicare sé, la società e il mondo secondo la visione scientista per cui soltanto il numero – a cominciare dal “voto” – caratterizza la conoscenza e dà valore (un “prezzo”) alle cose. È una coincidenza che l’Introduzione alla filosofia positiva (1842) sia stata pubblicata negli stessi anni in cui le scuole europee adottarono il sistema dei voti per “misurare” le conoscenze degli studenti?

Il problema non sta nell’uso del metodo sperimentale e della matematica: non c’è nulla di errato nel raccogliere ed analizzare dati. Il problema è la sua generalizzazione da uno strumento d’indagine tra tanti a modo esclusivo…, con l’esito finale che tutto è quantità, “materia”, un tanto al chilo. Questa metafisica controfattuale sta procurando tanti danni alle scienze umane quanti alle tecno-scienze. Una visione errata della natura umana – peggio: la sua negazione – sterilizza l’indagine storica, sociale, politica ed economica. Una caratteristica essenziale della natura umana è la libertà di perseguire fini, una facoltà noumenica che lo scientismo non può ammettere. Ecco perché esso è infine fatale alle scienze umane. Ma lo è anche allo sviluppo delle scienze naturali, come risulta quando queste – in primis, la fisica, ma poi giù per li rami tutte le altre, quanto più sono legate al controllo ideologico del “proletariato” – si trasformano in collezioni di teorie sperimentalmente incontrollabili (le stringhe, il multiverso, ETI, Matrix, l’AI forte, la Singolarità transumanista, il transgender, ecc.), in cui l’unico punto fermo è il postulato materialistico.

Intervistato nei giorni scorsi sulla cosa più importante imparata all’ultimo congresso di fisica, Richard Muller, professore all’università di Berkeley in California, ha dichiarato: “È stato il fatto che molti fisici teorici, forse la maggioranza, rifiutano oggi gli standard di Einstein, Feynman, Dyson e Gell-Mann e di tutti i grandi fisici teorici antecedenti l’era delle stringhe. A questo congresso mi sono parsi credere che non c’è più alcun bisogno di testare le teorie”. Altri suonano l’allarme sulla deriva della scienza che preferisce i talk show ai laboratori: da Lee Smolin, fisico all’università di Waterloo nell’Ontario, secondo il quale “la maggior parte delle speculazioni pubblicate nelle riviste peer-review di fisica non meritano il nome di fisica”, a Peter Woit, matematico all’università Columbia di New York, secondo il quale “non meritano [neanche]il nome di matematica”, non avendo gli standard di rigore propri della scienza di Pitagora. “Non sono nemmeno false!”, le ha bollate Woit in un suo famoso libro (Not Even Wrong: The Failure of String Theory & the Continuing Challenge to Unify the Laws of Physics, 2006), utilizzando una frase usata da Pauli per denominare le speculazioni inutili, prodotte con spreco di denaro pubblico. Muller ha concluso l’intervista proponendo agli editori la creazione di una rivista specializzata, che ospiti degnamente i lavori di tali creativi e che potrebbe chiamarsi “Physics/Math Fantasy Magazine”.

Secondo la retorica del nostro tempo, siamo fortunati a vivere finalmente in un’età della ragione dopo tanti secoli bui. Ma non è forse questo il caso, perché il sogno di Comte si è realizzato per metà. Il nuovo dio, la scienza positiva che avrebbe dovuto garantire la felicità all’“Umanità”, si è vieppiù rivelata ciò che la scienza – quella vera, non quella fantasy! – è: uno strumento sempre più potente di dominio sulla natura, ma ambivalente secondo l’uso buono o cattivo che l’uomo nella sua libertà ne fa. Negare poi la natura specifica, extra-scientifica dell’uomo, ci ha piuttosto allontanato dalla ragione – un’altra caratteristica umana –, portandoci in un’età di desideri disordinati e di razionalità soppressa, che rigetta ogni giudizio su ciò che è bene o male, su bellezza, felicità e saggezza. Solo a questi fini libertini e liberatori i filosofi liberali, da Hobbes a Comte, avevano progettato per noi “quell’isola … dove garantire la possibilità di una filosofia della scienza, che non ci costringa a credere in un’anima o in una mente irriducibile a materia in movimento” (T. Hobbes, “De cive”, 1642). Quest’isola è work in progress sotto i nostri occhi, con sembianze sempre più inumane, ed io come uomo sento il dovere di sfatarla.

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

  • AndreAX

    Non riesco a capire l’accostamento in chiosa tra pensatori liberali e Comte e Hobbes, dato che qualsiasi positivismo culturale è il preludio del totalitarismo sociale; e ciò è quanto di più lontano vi sia o dovrebbe esserci per un liberale.

    • Nadia

      Perché ti sfugge l’eterogenesi dei fini occorso al liberalismo “buono”, avvenuto per necessità avendo le stesse basi metafisiche di quello “cattivo”.

      • AndreAX

        Non penso di perdermi l’eterogenesi penso di avere un sistema di riferimento differente , che deriva forse dalla mia posizione filosofico-economica. Ad esempio: Hobbes mai stato liberale manco per scherzo! Mentre Locke e il liberalismo inglese postulavano una legge di natura in cui esistevano diritto e proprietà privata (quindi se non bucolica almeno salvabile; non poi troppo distante da come ne aprla la Chiesa una umanità sì caduta ma non perduta), Hobbes invece pone (per partito preso!!!) una visione dell’uomo naturale ferale e irragionevole; stabilito ciò è ovvio che un uomo simile necessiti l’addomesticamento di stato, e sia già prono a farsi governare.

      • viaNegativa

        Nadia ha ben colto il punto. Infatti, per dirne solo una riguardo quanto
        accennato circa i due autori di cui sopra, la posizione di Hobbes sulla
        miserrima condizione umana da una parte e dall’altra il modo in cui
        Locke è costretto a fondare (non riuscendoci) il suo giusnaturalismo
        (che per inciso, nella sostanza è tutt’altra cosa rispetto alle
        posizioni della Chiesa), sono risultati che discendono dalla
        condivisione di certi assunti metafisici. Erronei, aggiungerei.

        Poi certo, tra i due – che pure condividono alcune premesse fondamentali nei rispettivi paradigmi politici, ossia l’origine contrattuale dello Stato e la base empirica dell’indagine politica – si apre uno spartiacque invalicabile. Eppure, tra Locke e Hobbes, il più coerente, rispetto agli “assiomi di partenza”, a mio giudizio è proprio Hobbes.

  • Enzo Pennetta

    Fa impressione confrontare le previsioni di Comte con la loro effettiva realizzazione.
    Un successo per l’ideologia e un fallimento per l’essere umano.
    E noi qui a cercare di contrastare gli effetti del pensiero di questo signore dell’Ottocento…

    • Nadia

      Ha impressionato anche me: governo sovranazionale di duemila banchieri, fine della classe media, fine degli stati nazionali con tanti piccoli staterelli a decidere su niente, la scienza come nuova religione…
      Grazie, prof. Masiero del suo debunking sui miti che ci passano ogni giorno i grandi media.