Libia, come si saccheggia una nazione (parte seconda)

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La storia non raccontata di una Libia divenuta un pericolo per il processo di globalizzazione e che doveva essere ricondotta all’ordine.

Di Giacomo Gabellini

La reazione da parte degli euro-statunitensi non si è fatta attendere. Nell’arco di pochi giorni, la scintilla della cosiddetta “primavera araba” che era scattata in Tunisia ed Egitto finì per divampare in Libia. Si trattava tuttavia di una rivolta scarsamente omogenea, contrassegnata caratterizzata da un forte carattere tribale e concentrata essenzialmente nella storicamente turbolenta regione della Cirenaica, le cui principali città si erano rivelate vere e proprie fucine di terroristi. Lo rivela uno studio condotto nel dicembre 2007 dagli esperti dell’accademia militare di West Point Joseph Felter e Brian Fishman, i quali,  analizzando gli scontri a fuoco sostenuti fino a quel momento dalle forze statunitensi in Iraq, giunsero alla conclusione che solo l’Arabia Saudita, con circa 30 milioni di abitanti, era in grado di rifornire le brigate islamiste irachene comandate da al-Zarqawi con un numero di jihadisti più elevato rispetto a quello assicurato dall’angusto lembo di terreno l’area compreso dal triangolo Bengasi-Derna-Tobruk. L’insurrezione libica, guidata dalle tribù filo-monarchiche degli Harabi e degli Obeidi, aveva preso origine proprio da quella turbolenta regione geografica dove è sempre stato molto forte il radicamento della Senussiya, una confraternita mistico-missionaria che propugna una versione ultratradizionalista del sunnismo. Nel corso della resistenza ai colonialisti italiani, gli Harabi e gli Obeidi si allearono con i britannici e Londra, in segno di riconoscenza, nominò il capo dell’Ordine dei Senussi – l’Emiro di Cirenaica Idris I – come nuovo monarca libico. Il rovesciamento di Idris ad opera di Gheddafi provocò la revoca dei privilegi di cui avevano goduto queste tribù, che nel corso dei decenni hanno accumulato un odio implacabile, accresciuto da forti componenti razziste, nei confronti degli immigrati di pelle nera provenienti dal Ciad, dal Mali e dal Sudan e dei clan tribali schierati a supporto del colonnello. La tribù Harabi, di cui facevano parte i due principali capi ribelli Abul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil, costituiva a sua volta l’élite del Libyan Islamic Fighting Group (Lifg), che nel 1995/1996 aveva scatenato una sanguinosa rivolta repressa duramente dalle forze governative. Dal Lifg proveniva anche Abu Sufian bin-Qumu, ex veterano dell’Afghanistan originario di Derna che fu internato a Guantanamo prima di essere trasferito in Libia e scarcerato in base a un accordo raggiunto tra gli Usa e alcuni membri del governo libico che si sarebbero poi riciclati come capi della rivolta anti-gheddafiana. L’intesa prevedeva la scarcerazione di molti prigionieri, tra i quali figurava anche Abdulhakim Belhaj, altro mujaheddin libico reduce della guerriglia islamista in Afghanistan che era stato catturato dalla Cia in Malaysia nel 2004, estradato in un carcere di Bangkok, trasferito in Libia e infine liberato. Anch’egli avrebbe svolto un ruolo preminente nella sollevazione del 2011, così come Abu Abdullah al-Libi e Abu Dajana, eliminati tra il 2013 e il 2014 in Siria dove si erano recati per aderire al sedicente “Stato Islamico” e contribuire al rovesciamento di Bashar al-Assad dopo aver affinato le proprie capacità durante la guerra contro le forze della Jamahiriya. Tutti questi personaggi, scarcerati dal governo libico su esplicita richiesta statunitense, furono quindi contattati dai servizi segreti qatarioti ed emiratini affinché organizzassero una rivolta interna. Arruolarono quindi i loro vecchi compagni di lotta assieme a criminali comuni e soldati di ventura provenienti da tutto l’universo sunnita, al fine di creare gruppi armati in grado di sostenere scontri a fuoco con le forze regolari.

Ciò suggerisce che alcune frange dell’apparato dirigenziale libico si fossero accordate in anticipo con gli Stati Uniti e i loro alleati europei e mediorientali per predisporre l’abbattimento di Gheddafi. Lo si evince anche dal fatto che, stando a quanto si legge all’interno di un cablogramma pubblicato da «WikiLeaks», il 20 gennaio 2011 l’alto funzionario della Lia Mohamed Layas aveva informato l’ambasciatore statunitense a Tripoli dell’avvenuto trasferimento di 32 miliardi di dollari di fondi sovrani libici in alcuni istituti di credito statunitensi. Crediti che, a nemmeno un mese di distanza, con lo scoppio delle prime rivolte, vennero congelati dagli Usa e affidati in “custodia temporanea” ad alcuni degli istituti verso i quali Gheddafi aveva minacciato di intraprendere un’azione legale. L’Unione Europea fece lo stesso, congelando 45 miliardi di dollari di proprietà della Libiyan Investment Authority. La conclamata incapacità dei ribelli di conseguire i propri obiettivi sul campo di battaglia contando unicamente sulle proprie forze rese rapidamente necessario un intervento militare da parte dei Paesi interessati a rovesciare la Jamahiriya, per preparare il quale fu lanciata una colossale campagna di demonizzazione del colonnello (a cui prese parte l’immancabile Bernard Henry Levy) che raggiunse il culmine con l’accusa a Gheddafi di aver ordinato l’eccidio di circa 10.000 civili. L’accusa era completamente infondata ma si rivelò utilissima ad alimentare il coro interventista intonato, tra gli altri, anche da alcuni degli stessi soggetti che fino a pochi mesi prima conducevano affari e si facevano ritrarre con Gheddafi, non esitando a tributargli gli onori normalmente riservati ai grandi leader.

È interessante notare, a questo proposito, quanto emerso dalle indagini condotte sulla crisi libica da un centro studi statunitense. Gli investigatori del gruppo hanno raccolto la testimonianza del vice-ammiraglio Chuck Kubic, il quale ha rivelato che nel marzo del 2011 aveva organizzato un incontro tra gli emissari di Muhammar Gheddafi e il generale Carter Ham, che allora dirigeva il Comando Africa (Africom). Kubic ha raccontato che al tavolo negoziale il generale Ham richiese ai propri interlocutori una prova utile ad appurare che stessero effettivamente trattando con dei rappresentanti della Jamahiriya. Gli Usa chiesero quindi ai negoziatori libici di ordinare un’evacuazione del personale militare da Bengasi, ottenendo, nel giro di poche ore, il pronto ritiro delle truppe libiche dalla città cirenaica. Comprovata l’identità dei propri interlocutori, il generale Ham ritenne del tutto attendibili le loro informazioni circa la disponibilità di Gheddafi a dimettersi a patto che venissero scongelati i suoi beni sottoposti a sanzione e che una forza militare internazionale si insediasse per impedire la presa del potere dei jihadisti. Acconsentì quindi a sottoscrivere un documento che sanciva una tregua di 72 ore per permettere ai funzionari della Jamahiriya Libica di implementare l’iter burocratico necessario a garantire un’uscita di scena rapida e indolore di Gheddafi. Non appena Ham ebbe finito di trasmettere il contenuto dei colloqui al Dipartimento di Stato, una telefonata del segretario in persona gli ordinò di sconfessare l’accordo che lo stesso Africom si era impegnato a sottoscrivere e ad onorare. Una dettagliata ricostruzione del «Washington Times», basata su telefonate tra ufficiali della Difesa, un congressista del Partito Democratico e Saif Gheddafi (figlio di Muhammar), conferma tutto ciò, evidenziando che l’incontro organizzato da Chuck Kubic era un’iniziativa presa dal Pentagono in maniera indipendente dal Dipartimento di Stato, il quale era apparso molto più oltranzista dei militari riguardo alla questione libica. Le registrazioni dimostrano che fu l’ammiraglio Mike Mullen, allora Capo di Stato Maggiore congiunto, a conferire a Kubic l’incarico di sondare il terreno con esponenti del regime di Gheddafi, dopo aver appurato che i rapporti che la Cia e il Dipartimento di Stato avevano redatto per conto della Casa Bianca erano clamorosamente tendenziosi, esagerati e del tutto inadeguati a riflettere la realtà fattuale libica. La tesi di Mullen era solidamente supportata sia da Human Rights Watch, che per bocca del direttore esecutivo per il Medio Oriente Sarah Leah Whitson aveva dichiarato al giornale statunitense della capitale che le atrocità compiute fino a quel momento erano limitate e «del tutto insufficienti a far pensare ad un genocidio imminente», sia, successivamente, da Amnesty International, che in un report del settembre 2011 avrebbe rivelato che anche i ribelli si erano macchiati di crimini quali torture, esecuzioni sommarie, rapimenti di lavoratori stranieri a fini di riscatto, ecc. L’intelligence del Pentagono, dal canto suo, era stata in grado di dimostrare che Gheddafi aveva impartito alle forze armate l’ordine di evitare di colpire i civili allo scopo specifico di evitare interventi militari internazionali. Da ciò si evince che il Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton cospirò assieme alla Cia, consegnando alla Casa Bianca informative parziali e destituite da qualsiasi fondamento al fine di spingere un recalcitrante presidente Obama a decretare la discesa in campo a fianco di Francia e Gran Bretagna. Contro il parere del Pentagono, che aveva anche acceso i riflettori sulle possibili ripercussioni sulla stabilità areale di un intervento armato contro un regime che, tra le altre cose, era in grado di garantire un’occupazione a circa 2 milioni di lavoratori stranieri.

Tali premesse posero le basi per l’adozione (26 febbraio 2011) della risoluzione 1970, che conteneva l’elenco dei capi d’accusa nei confronti di Gheddafi e del suo governo (violazione estesa e reiterata dei diritti umani, repressione di pacifici dimostranti, incitamento alla violenza contro la popolazione civile) e delle sanzioni contro la Jamahiriya, a partire dall’embargo sulle forniture di armi. Eppure, come rivelato da un’inchiesta del «Daily Mirror», decine di Sas britanniche e forze speciali francesi e qatariote, coadiuvate da alcuni contractor al soldo di diverse agenzie di sicurezza private, erano penetrate in Libia già diversi giorni prima dell’approvazione della risoluzione Onu con l’obiettivo di prendere contatto con i ribelli e localizzare i pezzi di artiglieria dell’esercito regolare libico, in modo da fornire all’aviazione le coordinate necessarie per l’attacco che, a questo punto, non poteva che esser stato deciso da tempo. L’incapacità delle misure contemplate dalla risoluzione 1970 di evitare la diffusione del caos in tutto il Paese spinse il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare (17 marzo 2011) la risoluzione 1973 (proposta da Stati uniti, Francia, Gran Bretagna e Libano), che sanciva l’inasprimento dell’embargo alla Libia, imponeva a Gheddafi di proclamare la tregua immediata, disponeva l’applicazione di una zona di non sorvolo (no-fly zone) sullo spazio aereo libico (che valida sia per i velivoli militari che commerciali) e, soprattutto, autorizzava l’uso di tutti i mezzi necessari a proteggere i civili e le aree popolate da civili, ad esclusione di qualsiasi azione che comportasse la presenza di una “forza occupante”. Il pronunciamento passò grazie anche all’astensione di Russia e Cina, titolari del diritto di veto. È probabile che Mosca – non va dimenticato che all’epoca il presidente era Dmitrij Medvedev, ben più “morbido” del premier Vladimir Putin in materia di politica estera – si sia chiamata fuori per favorire l’estromissione della Libia dal mercato degli idrocarburi, in modo da saldare il vincolo di dipendenza energetica che lega la Russia all’Europa. Meno note sono le ragioni che stanno alla base della presa di posizione cinese. Ad ogni modo, l’approvazione della risoluzione 1973 gettò le basi per l’Operazione Odyssey Dawn, l’aggressione alla Libia che fu lanciata il 19 marzo 2011 dall’aviazione francese, che non esitò a sfruttare il conflitto come vetrina per pubblicizzare i nuovi caccia Rafale, prodotti dalla Dassault Aviation. Gli aggressori, dal canto loro, decisero uno dopo l’altro di riconoscere – la Francia di Sarkozy fu la prima a farlo – il sedicente Consiglio Nazionale di Transizione come legittimo rappresentante del popolo libico, mentre il 31 marzo, dopo una serie di dissidi tra Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, la Nato si assumeva l’onere di dirigere le azioni militari attraverso l’Operazione Unified Protector. Durante in conflitto, i velivoli della Nato hanno compiuto oltre 25.000 incursioni e sganciato sul Paese oltre 40.000 ordigni responsabili di migliaia di morti e della distruzione di numerosissime infrastrutture, tra cui ponti, scuole, fabbriche, raffinerie. Le imbarcazioni dell’Alleanza Atlantica ormeggiate al largo delle coste libiche si occupavano invece di mantenere il blocco dei porti affinché venisse garantito l’embargo contro le forze governative.

Contestualmente, le forze speciali di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri Paesi adempivano ai compiti logistici, segnalando agli aerei gli obiettivi da colpire. La partecipazione della Nato alle operazioni militari ha quindi costituito un fattore determinante, in assenza del quale i ribelli non avrebbero mai potuto sopraffare le forze governative, nonostante il corposo flusso di armi che gli Usa e loro alleati facevano pervenire loro tramite appositi canali sotterranei. Lo ha rivelato l’ex agente della Cia Claire Lopez, la quale ha spiegato che

«Hillary Clinton era interessata a rovesciare violentemente Gheddafi, pur sapendo che collocandosi in questa posizione avrebbero dato manforte ai terroristi di al-Qaeda già impegnati nella lotta contro quello stesso regime che aveva collaborato per anni con gli Stati Uniti per tenere sotto controllo le cellule fondamentaliste locali. Da mesi, infatti, Qatar ed Emirati Arabi Uniti stavano finanziando l’acquisto di armamenti pesanti da inviare ai guerriglieri islamisti in Libia sotto la supervisione Usa/Nato».

La stessa Lopez ha inoltre rivelato che alcuni esponenti del governo degli Emirati giunti in Libia durante le prime fasi della guerra civile avevano scoperto che circa metà del carico di armi da un miliardo di dollari che avevano acquistato per conto dei ribelli era stato rivenduto alle forze leali a Gheddafi da Mustafa Abdul Jalil, massimo rappresentante della Fratellanza Musulmana all’interno del Comitato Nazionale di Transizione libico. Per coprire questo traffico, Jalil arrivò successivamente a organizzare l’assassinio del generale Abdel Fattah Younis, l’ex ministro dell’Interno di Gheddafi passato tra le fila dei ribelli che aveva iniziato a raccogliere indizi circa le manovre occulte di Jalil.

L’esecutore materiale dell’omicidio fu Mohamed Abu Khattala, il jihadista a capo del commando che l’11 settembre 2012 avrebbe sferrato il clamoroso assalto alla sede diplomatica statunitense di Bengasi. Secondo il magistrato Andrew Napolitano, il sanguinoso attacco islamista che costò la vita, tra gli altri, all’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, costituisce uno spiacevole “effetto collaterale” del traffico di armi verso le bande islamiste organizzato dalla Clinton con il Qatar.  Il giudice si è infatti dichiarato convinto che le armi che il piccolo Emirato inviava a specifici gruppi ribelli fossero state vendute dagli stessi Usa nell’ambito di un’operazione messa in piedi proprio dall’allora segretario di Stato. Le partite di armi dirette ai ribelli libici erano composte da fucili mitragliatori, missili anti-carro e lanciarazzi di fabbricazione est-europea della cui consegna si occupavano società statunitensi alle dipendenze dela Clinton. Marc Turi, titolare di una delle imprese incaricate del trasferimento delle armi, ha rivelato che «quando il materiale atterrava in Libia, metà rimaneva in loco e metà ripartiva immediatamente per ricomparire tempo dopo in Siria» attraverso la cosiddetta “ratline“, grazie alla quale, come documentato da Seymour Hersh, fu trasferito dai depositi libici alla Siria – e sotto la supervisione del Mit turco – anche il gas sarin impiegato dai jihadisti durante l’attacco di Ghouta dell’agosto 2011. Lo stesso Turi, arrestato per traffico d’armi, ha accusato il presidente Obama di averlo «incriminato per proteggere il ruolo centrale svolto dalla Clinton».

 

Alla luce delle “alleanze” istituite dalla Clinton, nono stupisce pertanto che, durante le fasi calde della rivolta, Washington abbia appoggiato la “candidatura” dell’islamista Belhaj (il terroristi che negli anni precedenti avevano internato e torturato a Bangkok) alla presidenza del consiglio militare di Tripoli incaricato di gestire la regolare transizione democratica in Libia (!), mentre la Francia “arruolava” Nouri Mesmari, il potente braccio destro di Gheddafi che non esitò a far leva sui buoni rapporti che aveva instaurato con alcune frange dell’esercito per favorire gli ammutinamenti contro il governo di Tripoli.  Sul versante economico, va segnalato che il nuovo Consiglio Nazionale di Transizione libico nominò Ministro delle Finanze e del Petrolio Ali Tharouni, professore di economia presso la Washington University di Seattle dotato di solidi agganci presso il Fondo Monetario Internazionale. La sua prima mossa fu quella di creare la Libyan Oil Company, una nuova compagnia con sede a Bengasi (epicentro della rivolta) che andava così a sostituire la vecchia National Oil Company (basata a Tripoli) facendo decadere i contratti che quest’ultima aveva revocato alle società statunitensi, francesi e britanniche e accordato ad Eni, Wintershall e alle compagnie russe e cinesi nel momento in cui le minacce di attacco alla Libia si erano fatte più pressanti. L’altra manovra cruciale di Tharouni fu quella di creare una Banca Centrale alternativa, anch’essa con sede a Bengasi. Ciò ha suscitato forte sorpresa anche in un navigato esperto di settore come il finanziere Robert Wenzel, il quale ha osservato che

«il fatto che in piena belligeranza il Consiglio Nazionale di Transizione libico abbia pensato di dar vita a una Banca Centrale alternativa a quella creata da Gheddafi indica che i ribelli non sono dei semplici poveracci, ma agiscono dietro peculiari e sofisticate influenze esterne. Mai avevo visto una Banca Centrale essere formata in pochi giorni nel bel mezzo di un’insurrezione».

Sulla stessa linea si espresse anche una “insospettabile” fonte mainstream come la «Cnbc», secondo cui «è la prima volta che un gruppo rivoluzionario si preoccupa di dar vita a una Banca Centrale mentre sta ancora combattendo per prendere il potere». Segno, come riporta «The New American», che «quei ribelli erano molto più che una semplice banda di esagitati e che c’erano delle forti influenze esterne». Tali prese di posizioni  sono state avvalorate da una strana vicenda verificatasi nel 2014. A narrarla è il vice-presidente della Banca Centrale “ribelle” Abdalgader Albagrmi, il quale spiegò al quotidiano «The Namibian» che nella filiale della Central Bank of Libya di Bengasi «c’erano due camere blindate sotterranee incassate in doppi muri e protette da una pesante porta blindata per aprire la quale servivano tre chiavi. Due erano a Bengasi, mentre la terza era a Tripoli, ancora sotto il controllo di Gheddafi. Ci vollero tre giorni per riuscire a penetrare all’interno. Nella prima camera furono trovati dinari e contante in valuta estera; di dinari ce n’erano “tra i 500 milioni e un miliardo”, mentre la quantità di valuta estera “non era rilevante”. Nella seconda camera c’era invece una grande pila di barre d’oro che alcuni hanno valutato in 1 miliardo  di dollari». Cifre che con ogni probabilità furono deliberatamente sottostimate da Albagrmi, il quale giurò anche che i ribelli non avevano sottratto un singolo lingotto dal deposito. Ammesso e non concesso che ciò risponda al vero, resta da domandarsi che fine abbiano fatto le consistenti riserve auree di cui la Libia disponeva alla vigilia delle rivolte. Alcuni dietrologi hanno ipotizzato che se ne siano impossessati i britannici, che in quei giorni caldi si trovavano fortemente sotto pressione per effetto della richiesta di rimpatrio dell’oro venezuelano depositato in leasing presso la Bank of England avanzata da di Hugo Chavez. L’ipotesi è che Londra non disponesse più di quell’oro, e per provvedere alla consegna avrebbe dovuto prima riacquistarlo sul mercato a prezzi proibitivi – visto anche che la mossa di Chavez aveva fatto schizzare il prezzo del metallo a 1.881 dollari l’oncia. La notizia non trova conferme ufficiali, ma resta il fatto che il caos che continua a devastare la Libia ha finora permesso a Stati Uniti ed Unione Europea di rimandare continuamente la restituzione al popolo libico dei 72 miliardi di dollari di fondi sovrani che erano stati congelati e “tenuti in deposito per il futuro della Libia” non appena scoppiarono i primi scontri tra ribelli e forze governative.

Il 20 ottobre 2011, il convoglio che stava trasportando Muhammar Gheddafi venne localizzato a Sirte e colpito da un’incursione congiunta francese e statunitense. I ribelli, giunti immediatamente sul posto, lo torturarono a lungo prima di ucciderlo con un colpo di pistola alla testa. Una volta confermata la notizia, Hillary Clinton, vestendo (senza pudore) i panni di un Giulio Cesare redivivo, colse subito l’occasione per presentarsi dinnanzi alle telecamere e pronunciare con evidente soddisfazione l’ormai famigerato «we came, we saw, he died». Poco importava che l’attacco alla Libia, fortemente voluto da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e petro-monarchie del Golfo Persico, stesse sventrando un Paese che, come evidenziato in un appello al presidente russo Medvedev sottoscritto da una squadra di medici russi, ucraini e bielorussi che avevano lavorato in Libia, offriva ai suoi cittadini il

«diritto alla cura gratuita ed equipaggiamenti ospedalieri di ottimo livello. L’istruzione è libera, e ai giovani capaci viene garantita l’opportunità di studiare all’estero a spese dello Stato. Quando si sposano, le giovani coppie ricevono 60.000 dinari libici (corrispondenti a circa 50.000 dollari Usa) di assistenza finanziaria  sotto forma di prestito senza interesse. Grazie ai sussidi governativi, il prezzo delle auto è molto più basso che in Europa, cosa che permette ad ogni famiglia di acquistarne una. Benzina e pane costano un centesimo, e sono esentasse per coloro che sono impegnati nel settore agricolo».

Gheddafi era pienamente consapevole che la guerra che la guerra mossa dalla Nato contro la Jamahiriya rappresentava un mossa dagli esiti catastrofici per tutti, come puntualmente sottolineato in un’intervista rilasciata il 6 marzo 2011 alla rivista «Le Journal de Dimanche»: « l’Occidente deve scegliere tra me o il caos del terrorismo […]. Se non aiutate la Libia, vi ritroverete al-Qaeda a 50 km dai confini dell’Europa […]. Ci sarà una Jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. Sarà una crisi mondiale, un cataclisma che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa». E probabile che un esito simile fosse stato preventivato anche dal senatore repubblicano dell’Arizona John McCain, il quale, in uno dei suoi soliti slanci di obiettività, arrivò a dichiarare che «crediamo irriducibilmente che il popolo libico stia ispirando i popoli di Teheran, Damasco e forse anche di Pechino e Mosca», aggiungendo che i libici «continueranno a ispirare il mondo e insegnando che anche i peggiori dittatori possono essere detronizzati e rimpiazzati con libertà e democrazia». L’esternazione andava di fatto a preannunciare la strategia di strumentalizzazione delle cosiddette “primavere arabe” che gli Stati Uniti si apprestavano a mettere in atto con l’obiettivo di destabilizzate il cosiddetto “arco di crisi” islamico da un lato per minare la sicurezza dei confini meridionali della Russia e allentare la presa geopolitica di Mosca sull’Asia centrale, e dall’altro per sabotare il colossale progetto infrastrutturale cinese meglio noto come Nuova Via della Seta.

Quel che gli Stati Uniti non si aspettavano è non solo che la resistenza siriana coadiuvata da Russia ed Iran riuscisse a impedire l’instaurazione di un “santuario salafita” (per citare un’espressione usata da Hillary Clinton in una delle sue ormai famigerate e-mail) scompaginando così i piani Usa rivolti a mettere a ferro e fuoco Medio Oriente ed Asia centrale e sud-orientale, ma anche che, benché

«il sogno Gheddafi di un sistema monetario arabo e africano basato sull’oro e indipendente dal dollaro sia morto assieme a lui […], un nuovo gruppo di nazioni sta alleandosi per realizzare un paradigma valutario simile. Questo blocco è guidato da Russia e Cina […] e si propone di sostituire il proprio modello eurasiatico basato sull’oro a quello attuale, dominato dagli Stati Uniti».

La Russia (terzo produttore d’oro al mondo) detiene attualmente 1.715 tonnellate di riserve auree (a fronte delle 386 del 2005), mentre la Cina ne dichiara ufficialmente 1.842. Sono tuttavia in molti a ritenere che i depositi reali siano di gran lunga superiori (alcuni parlano di 12.000 tonnellate, altri di più di 20.000), in ragione del fatto che, come dichiarato nel 2014 dal governatore della People’s Bank of China:

«il mercato dell’oro è parte importante e integrale del mercato finanziario cinese. Oggi siamo il più grande produttore, importatore e consumatore nel mondo. La Banca Centrale della Cina continuerà a sostenerne il mercato».

Il che concorre a spiegare perché Mosca e Pechino abbiano elaborato un progetto finalizzato alla creazione di un circuito finanziario da estendere a tutti i Brics – che il vice-governatore della Bank of Russia Sergeij Shvetsov ha definito «grandi economie con grandi riserve auree ed imponenti volumi di produzione e acquisto di questo metallo prezioso» – in cui l’oro rimpiazzi definitivamente il biglietto verde. Non va inoltre sottovalutato l’impatto della decisione della Industrial and Commercial Bank of China (Icbc, il cui maggior azionista è lo Stato) di aprire una propria filiale a Mosca per svolgere il ruolo di «banca di compensazione dello yuan in Russia e accreditarsi quindi come grande centro finanziario di riferimento dei Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica», visto che l’interscambio commerciale tra Cina e Russia è aumentato del 34% nell’arco di pochi mesi. Per imprimere un’ulteriore accelerata al processo di “de-dollarizzazione”, Mosca ha fornito copertura politica ad Etheruem, una criptovaluta basata sulla tecnologia blockchain che sta rapidamente diffondendosi in tutto il mondo fino a insidiare il primato di Bitcoin. Grazie ad essa, Putin conta di favorire l’entrata degli istituti finanziari russi nel mondo della moneta virtuale indipendente dal sistema delle Banche Centrali e del dollaro. Anche Pechino ha offerto il suo contributo alla limitazione dello strapotere della moneta Usa, lanciando contratti future per la compravendita del petrolio denominati in yuan e convertibili in oro presso le piazze finanziarie di Shangai ed Hong Kong. Il messaggio è stato immediatamente recepito da Nicolas Maduro, che, per reagire all’assedio economico e politico statunitense nei confronti del Venezuela, ha emesso un comunicato in cui si rendeva noto che «il prezzo del petrolio venezuelano verrà espresso in yuan cinesi». Come rileva «Il Sole 24 Ore»:

«se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana».

 

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About Author

Giacomo Gabellini, scrittore e ricercatore di questioni storiche, economiche e geopolitiche. Ha pubblicato: “Eurocrack. Il disastro politico, economico e strategico dell’Europa“, “Caos – Economia, strategia e geopolitica nel Mondo globalizzato” – 2014, “Ucraina. Una guerra per procura” – 2016, “Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza” – 2017.

  • valentino

    Molto interessato e ben documentato. Grazie

    • Enzo Pennetta

      Già, Gabellini è così documentato che diventa difficile anche commentare.