Libia, come si saccheggia una nazione (parte prima)

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La storia non raccontata di una Libia divenuta un pericolo per il processo di globalizzazione e che doveva essere ricondotta all’ordine.

Di Giacomo Gabellini

La Libia è oramai una mera espressione geografica, per usare un’espressione del principe Von Metternich. Dall’intervento occidentale contro Muhammar Gheddafi, il Paese – le regioni del Sahel con cui confina – è infatti sprofondata nel caos, con un nugolo di fazioni autofinanziate mediante quella che si configura in tutta evidenza come una moderna tratta degli schiavi e armate di fucili, lanciarazzi, pistole, ecc. sottratti dagli arsenali della Jamahiriya ormai distrutta che si contendono il territorio. Una situazione da cui le grandi imprese sperano di trarre ottimi profitti, attraverso l’applicazione di disegni egemonici studiati a tavolino quali quello spiegato al «Corriere della Sera» da Paolo Scaroni, l’ex amministratore delegato dell’Eni riciclatosi come vice-presidente della Banca Rothschild (la stessa in cui si è formato Emmanuel Macron). A detta di Scaroni, «occorre finirla con la finzione della Libia, Paese inventato» dal colonialismo italiano. È necessario «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», cosa che spingerebbe inevitabilmente Cirenaica e Fezzan a dotarsi di propri governi regionali con lo scopo di amministrare in autonomia le proprie ricchezze. Si tratta di un piano balcanizzazione mutuato dal colonialismo di stile ottocentesco e riveduto e corretto per essere adattato alle necessità strategiche degli Stati Uniti e dei loro alleati-sottoposti che, nello specifico, vertono sulla disintegrazione di interi Paesi (come la Jugoslavia) per assumere il controllo delle risorse locali e stroncare sul nascere qualsiasi loro possibile riposizionamento geopolitico. Un piano, insomma, che andrebbe a completare ciò che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna iniziarono nel 2011 con l’intervento armato contro la Jamahiriya Libica.

La natura dei rapporti intrattenuti da Stati Uniti ed Europa con il colonnello Gheddafi è sempre stata profondamente intrisa di schizofrenia. Nell’arco degli ultimi decenni, a Gheddafi è stata attribuita la responsabilità dell’azione terroristica del 5 aprile 1986 alla discoteca La Belle di Berlino, il cui obiettivo erano i militari statunitensi che frequentavano abitualmente il locale, dell’attentato del 21 dicembre 1988 al Boeing747 esploso sui cieli di Lockerbie e di quello che il 19 settembre 1989 colpì il Dc-10 francese mentre sorvolava il deserto del Téneré in Niger come forma di rappresaglia per il sostegno francese al governo di N’Djamena durante la guerra tra Ciad e Libia tra il 1978 e il 1987. Tali azioni valsero alla Libia l’embargo commerciale, e a Gheddafi il titolo di grande sponsor del terrorismo internazionale benché quantomeno caso di Lockerbie il quadro fosse ben più complesso di quanto appariva. Secondo l’ex agente della Cia Oswald LeWinter, infatti,

«a bordo dell’aereo Pan-Am caduto a Lockerbie, in Scozia, nel Natale del 1988 (260 morti), c’erano sei agenti Cia in ritorno da una missione in Libano per la liberazione degli americani tenuti in ostaggio laggiù» (cfr. Stefania Limiti, Doppio livello. Come si organizza la destabilizzazione in Italia, Chiarelettere, Milano 2013, p. 230).

Sul volo, come spiega la giornalista investigativa Stefania Limiti, c’era però anche Bernt Carlsson, plenipotenziario dell’Onu per la Namibia ed ex stretto collaboratore del premier svedese Olof Palme (assassinato in circostanze misteriose da ambienti legati alle strutture atlantiche) che portava con sé una valigia contenente una massa di documenti attestanti il coinvolgimento della P-2 nel traffico d’armi noto come Iran-Contras. Stando a quanto rivelato da LeWinter, fu per impedire che il coinvolgimento della loggia massonica diretta da Licio Gelli che alcuni elementi di spicco della stessa organizzarono l’abbattimento dell’aereo. Lo stesso LeWinter ha inoltre parlato di

«un’agghiacciante indagine, svolta da un’agenzia di copertura del Mossad, sull’attentato all’aereo Pan-Am esploso a Lockerbie, in Scozia. Ventisei pagine per una ricostruzione puntuale che parla di Cia, di droga e di resa dei conti all’interno dello stesso traffico. Fonte sospetta, certamente, ma interessante da verificare» (ibidem, p. 230-231).

Anche gli occidentali si resero peraltro responsabili di azioni “poco ortodosse” (per usare un eufemismo), visto che, con ogni probabilità, era francese il missile che nel giugno del 1980 colpì il Mig libico durante la guerra aerea combattuta il 27 giugno del 1980 sui cieli italiani che culminò con l’abbattimento del Dc-9 dell’Itavia, precipitato al largo di Ustica dopo esser stato colpito, con ogni probabilità, da un missile Nato. L’obiettivo dell’operazione era quello di eliminare il colonnello, cosa che gli Stati Uniti tentarono di fare anche nell’aprile del 1986, quando, come ritorsione per l’attentato di Berlino, bombardarono il palazzo residenziale di Tripoli provocando la morte della figlia adottiva di Gheddafi. Poco importava, dal momento che sul rais pesavano comunque l’appoggio (ondivago e ambiguo, visti e considerati i continui ammiccamenti del colonnello a Israele, tra i quali rientra probabilmente l’assassinio di Moussa al-Sadr, influentissimo imam sciita e fondatore del partito libanese Amal) alla causa palestinese, i ripetuti abboccamenti con l’Ira nordirlandese e la sfida posta agli interessi petroliferi occidentali, con la nazionalizzazione dei campi della British Petroleum (1971) e degli impianti petroliferi della Oxy (1972).

Per queste ragioni la Libia fu sottoposta ad un sostanziale isolamento internazionale fino al 2003, quando Gheddafi tornò nelle grazie degli euro-statunitensi risarcendo i parenti delle vittime degli attentati degli anni ’80 e aprendo l’economia libica agli investitori stranieri. Nel settembre 2003 il capo del governo spagnolo José Maria Aznar fu il primo a rompere gli indugi recandosi a Tripoli per farsi garante degli interessi degli investitori iberici che si accingono a far affluire capitali in Libia. Il 25 settembre dell’anno seguente fu il turno di Tony Blair, che atterrò all’aeroporto della capitale per sovraintendere alla concessione petrolifera del valore di 200 milioni di dollari che Gheddafi aveva accordato alla Shell. Nell’aprile del 2004 Gheddafi raggiunse quindi Bruxelles per incontrare il presidente della Commissione Europea Romano Prodi, il quale salutò l’evento come il frutto di anni ed anni di fitto lavoro diplomatico. Sei mesi dopo, il premier italiano Silvio Berlusconi presenziò alla cerimonia per l’inaugurazione dell’oleodotto italo-libico, che andava a coronare decenni di affari tra l’Eni e la Jamahiriya tra cui spiccano la concessione del giacimento Western Desert e il potenziamento del gasdotto Greenstream, in grado di garantire l’afflusso annuale di 8 miliardi di m3 di gas dal porto libico di Mellitah ai terminali di Gela. Nell’ottobre dello stesso anno, il cancelliere tedesco Gerhard Schröder si recò alla corte di Gheddafi per partecipare alle trattative propedeutiche all’assegnazione dei diritti di esplorazione di alcune aree del deserto libico alla compagnia tedesca Wintershall.

Gheddafi era conscio del fatto che acconsentire a qualche apertura nei confronti degli occidentali rappresentava una tappa necessaria per vedersi riconoscere come interlocutore credibile in grado di attirare quegli investimenti di cui la Libia aveva fortemente bisogno per modernizzare la propria economia. Non a caso, gli fu sufficiente annunciare lo smantellamento dell’arsenale biologico di cui disponeva e la rinuncia allo sviluppo dell’energia nucleare per ottenere l’archiviazione generale delle colpe che gli erano state attribuite in passato. Gli stessi Stati Uniti si gettarono alle spalle le vecchie ruggini favorendo una distensione dei rapporti culminata con una lettera in cui il presidente George W. Bush auspicava una «normalizzazione dei legami politici, economici, commerciali e culturali» con Gheddafi. La revoca dell’embargo e l’assoluzione dai “peccati” del passato permise alla Libia di intraprendere un processo di crescita assolutamente straordinario. Il Paese, collocandosi al primo posto tra i produttori dell’Africa, deteneva all’epoca riserve di petrolio – di ottima qualità e facilmente estraibile – stimate in 46 miliardi di barili e riserve di gas naturale che ammontavano a circa 1.500 miliardi di m3. I fondi sovrani depositati nei forzieri della Libyan Investment Authority (Lia) ammontavano nel settembre 2010 a circa 70 miliardi di dollari, ma arrivavano ad oltre 150 se nel conteggio totale fossero stati inclusi gli investimenti esteri della Banca Centrale e di altri organismi statali. Una volta depennata dalla lista degli “Stati canaglia” da Washington, la Libia implementò il sistema di contrattazione Epsa-4, attraverso il quale venivano concesse alle grandi società straniere operanti all’interno del Paese licenze di sfruttamento tali da assicurare alla compagnia statale libica la percentuale più alta del petrolio estratto che, data la forte competizione, arrivava a circa il 90%. «I contratti Epsa-4 erano quelli che, su scala mondiale, stabilivano i termini più duri per le compagnie petrolifere» , ha successivamente riconosciuto l’ex presidente della ConocoPhillips in Libia Bob Fryklund. I lauti profitti garantiti da questo metodo consentivano a Gheddafi, che aveva aperto le porte della Libia anche a compagnie cinesi e russe, di intraprendere una politica estera finalizzata alla valorizzazione dei fondi sovrani attraverso una serie di investimenti  particolarmente vantaggiosi in Africa, Europa ed Asia.

Nell’arco di pochi mesi la bilancia commerciale del Paese accumulò un avanzo pari a circa 30 miliardi di dollari che vennero poi reinvestiti, soprattutto in Italia. L’Italia, i cui interessi in Libia risalgono al 1911, ha sempre intrattenuto uno stretto legame con il regime di Muhammar Gheddafi. Non va dimenticato che erano libici i fondi che nel 1976 vennero riversati nelle casse di una Fiat regolarmente bisognosa di liquidità per mantenersi attiva sul mercato italiano e internazionale. I dati risalenti al marzo del 2011 rivelano invece che la Libia si collocava al quinto posto nella classifica dei principali Paesi fornitori dell’Italia, coprendo il 4,5% delle importazioni totali, mentre il mercato libico costituiva a sua volta lo sbocco per circa il 17% delle esportazioni italiane. Nel 2010, l’interscambio complessivo ammontava a circa 12 miliardi di euro. La Libia si attestava inoltre al primo posto nella classifica dei fornitori di greggio e al terzo in quella dei fornitori di gas per l’Italia, così come quest’ultima rappresentava il terzo Paese investitore nell’economia libica tra quelli europei (petrolio escluso) e il quinto a livello mondiale. L’importanza che il mercato libico rivestiva per il nostro Paese è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di un numero esorbitante di aziende italiane. Fin dai tempi di Enrico Mattei l’Eni costituiva una delle principali compagnie estrattive di petrolio e gas operanti in Libia, ed era successivamente riuscita ad ottenere da Gheddafi i diritti di sfruttamento dei giacimenti fino al 2045. La Libyan Investment Authority possedeva il 2% circa di Finmeccanica, con la quale era stata lanciata una cooperazione paritetica altamente strategica inerente il settore dei trasporti, dell’aerospazio e dell’energia. Ansaldo Sts, AgustaWestland e Selex, società controllate da Finmeccanica, erano riuscita ad aggiudicarsi contratti, per un giro di affari che superava il miliardo di euro, rivolti al potenziamento del sistema ferroviario e allo sviluppo dell’elicotteristica. Impregilo, dal canto suo, aveva vinto i bandi per la costruzione di tre poli universitari e la realizzazione di numerose opere infrastrutturali sia a Tripoli che a Misurata. La Lia e la Central Bank of Libya acquisirono inoltre quote del colosso finanziario Unicredit sufficienti per collocare la autorità libiche al primo posto tra gli azionisti. Aziende come Alitalia, Telecom, Anas ed Edison ottennero anch’esse ricchi contratti in Libia. L’Italia, in particolare quando la corrente morotea della Democrazia Cristiana riuscì a far valere il proprio peso, non esitò ad offrire a Gheddafi vantaggi di varia natura, in particolare per quanto riguarda la collaborazione nei settori dell’intelligence (i servizi italiani salvarono più volte la pelle al colonnello, avvertendolo degli attentati che gli “alleati” statunitensi e francesi avevano organizzato per eliminarlo) e le forniture militari. Come è noto, tuttavia, non era solo il governo di Roma a mantenere fruttuosi rapporti diplomatici e commerciali con Tripoli, perché già allora si registrava un frenetico attivismo da parte di numerosi Paesi collocati in ogni parte del mondo. Il risultato fu che,

«anche se inferiori a quelli dell’Arabia Saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si caratterizzarono per la loro rapida crescita. Quando la Libyan Investment Authority fu costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre».

I progetti escogitati e promossi da Gheddafi non riguardavano tuttavia soltanto gli investimenti all’estero e l’assegnazione delle commesse alle compagnie europee, ma vertevano anche e soprattutto sul riscatto dell’Africa. Attraverso la Libyan Investment Authority, Tripoli si era posta nelle condizioni di erogare ragguardevoli somme di denaro con l’obiettivo di potenziare l’intero apparato infrastrutturale del continente africano, in specie per quanto riguarda i settori minerario, manifatturiero e delle telecomunicazioni. I fondi sovrani libici si rivelarono infatti fondamentali per la realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Regional African Satellite Communications Organization (Rascom), entrato in orbita nell’estate del 2010 permettendo ai Paesi africani di alleggerire la propria dipendenza dalle reti satellitari statunitensi ed europee con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari. Ma non è tutto. Come ha rivelato l’ex direttore della Lia Mohammed Siala in un’interessantissima intervista, gli investimenti libici avevano permesso la costruzione del

«canale di 4.000 km che trasporta l’acqua prelevata dal gigantesco bacino naturale sotterraneo scoperto anni fa, con una portata pari alle acque del Nilo per 50 anni, e rifornisce fra l’altro Bengasi e Tripoli […]. C’è inoltre una ferrovia che attraversa tutto il Nord Africa ad eccezione della Libia. Vogliamo portare a termine l’integrazione nell’economia regionale e spingerla oltre. I cinesi costruivano il tratto tra la Tunisia e Sirte. I russi avevano il compito di collegare Sirte a Bengasi. C’era una trattativa con l’Italia per la sezione Bengasi-Egitto, così come per la fornitura di alcune locomotive. Abbiamo anche iniziato la costruzione di una linea transcontinentale nord-sud, con il tratto Libia-N’Djamena. Sono investimenti di interesse internazionale per realizzare i quali i Paesi del G-8 avevano promesso di aiutarci, ma non abbiamo mai visto il becco di un quattrino […]. Costruiamo anche strade. Per esempio dalla Libia al Niger. Abbiamo già collegato Sudan e Eritrea, sconvolgendo l’economia regionale e aprendo prospettive di sviluppo. Ora è possibile spostare merci su strada e mare […]. Abbiamo 50 milioni dollari di fondi per la costruzione, da parte delle imprese cinesi, di un canale di 32 km in Mali, per l’irrigazione delle aree agricole […]. Sono investimenti di interesse internazionale per realizzare i quali i Paesi del G-8 avevano promesso di aiutarci, ma non abbiamo mai visto il becco di un quattrino».

Allo stesso tempo, Gheddafi contava di impiegare quote considerevoli proprio fondo sovrano libico per finanziare la costituzione di tre nuovi istituti finanziari patrocinati dall’Unione Africana: la Banca Centrale Africana (con sede in Nigeria), il Fondo Monetario Africano (con sede in Camerun) e la Banca Africana di Investimento (con sede proprio a Tripoli). Tali progetti nascevano dall’esigenza di erodere il predominio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, i cui meccanismi garantiscono l’eterna esposizione delle nazioni africane al ricatto del debito, come documentato da un “sicario dell’economia” pentito in un suo impressionante libro di memorie. Nella visione di Gheddafi, la nuova architettura finanziaria africana si sarebbe inoltre dovuta ispirare al modello vigente in Libia, dove la Banca Centrale era pubblica, scollegata dal sistema della Bank for International Settlements di Basilea (Bis) ed ispirata ai precetti anti-usura della finanza islamica. La Bis è uno dei massimi luoghi di culto per la religione neoliberista, che annovera tra i suoi dogmi fondanti l’imperativo di introdurre una netta separazione tra governo e Banca Centrale per assicurarsi che le dinamiche politiche che caratterizzano l’attività del primo non interferiscano con l’obiettivo di garantire la stabilità dei prezzi che la seconda è chiamata a conseguire per statuto. Ciononostante, come ha rilevato l’economista Henry Liu in un articolo del 2002:

«i regolamenti della Bis servono unicamente per rafforzare il sistema bancario privato internazionale, anche a rischio di mandare in rovina le economie nazionali. La Bis provoca nei confronti dei sistemi bancari nazionali gli stessi danni che il Fondo Monetario Internazionale produce sui regimi monetari di ciascuno Stato. Le economie nazionali sotto la globalizzazione finanziaria non servono più gli interessi della popolazione […]. Gli Investimenti Esteri Diretti (Ied) denominati in valute estere – dollari in larghissima parte – hanno condannato molte economie nazionali a uno sviluppo distorto volto a potenziare l’export, con l’unico scopo di ottenere valuta pregiata mediante la quale pagare gli interessi sugli Ied, senza alcun beneficio netto per i Paesi interessati […]. Detenendo invece il controllo diretto sulla propria emissione monetaria, qualsiasi governo può finanziare con la propria valuta tutte le esigenze di sviluppo interno mantenendo la piena occupazione senza provocare inflazione».

La Central Bank of Libya era un ente pubblico completamente nelle mani di uno Stato che, essendo ricco d’oro e di petrolio, poteva servirsene per emettere moneta a seconda delle necessità prendendosi letteralmente gioco delle regole-capestro imposte dalla Bis e dal Fmi. L’obiettivo del colonnello era quello restituire autonomia finanziaria al continente africano strappandolo al controllo delle istituzioni di Bretton Woods (controllate dagli Usa), come sognava Thomas Sankara. Per conseguire tale scopo, Tripoli aveva introdotto il dinaro d’oro, una moneta ancorata alle cospicue riserve auree libiche (che ammontavano a quasi 150 tonnellate, a cui vanno sommati d’argento di quantità analoga) attraverso la quale espletare il commercio con l’estero aggirando il dollaro; qualcosa di simile a ciò che aveva tentato Saddam Hussein convertendo il fondo Oil for Food da dollari ad euro, prima che l’Iraq venisse devastato dall’aggressione statunitense. Nel 2009, Gheddafi propose ai leader africani di adottare una moneta basata sul paradigma del dinaro d’oro e dichiarò la propria disponibilità a impegnare parte delle riserve auree libiche per agevolare la realizzazione del progetto, il quale

«avrebbe rafforzato l’intero continente africano agli occhi degli economisti – per non dire degli investitori. Ma i suoi effetti sarebbero stati assai negativi per gli interessi statunitensi, a partire dalla tenuta del sistema dollaro-centrico».

Tanto più che, con il passare dei mesi, un numero crescente di Paesi arabi e africani cominciò ad esprimere interesse per la proposta (tra cui Nigeria, Angola, Tunisia ed Egitto; questi ultimi due furono i primi ad essere investiti dalle cosiddette “primavere arabe”), a cui si opponevano strenuamente il Sud Africa e i vertici della Lega Araba. Ne consegue che

«per quanto l’abbattimento della Banca Centrale pubblica di Libia possa non apparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, esso si trova comunque in cima all’agenda globalista per l’assorbimento della Libia nel novero delle nazioni “conformi”».

Se portato a termine, il disegno di Gheddafi avrebbe infatti posto una seria minaccia alla tenuta del sistema del franco Cfa attraverso il quale la Francia tiene finanziariamente in pugno ben 14 Paesi dell’Africa sub-sahariana. Questi ex colonie francesi detengono infatti non meno del 65% delle proprie riserve presso il Ministero del Tesoro di Parigi, il quale si occupa di garantire la convertibilità del Cfa, ancorato all’euro da tassi di cambio fissi. La necessità di mantenere intatta l’egemonia monetaria francese sull’Africa centro-occidentale rappresenta uno dei principali motivi di ostilità nei confronti di Gheddafi che l’ex funzionario del Dipartimento di Stato Sidney Blumenthal aveva attribuito a Nicolas Sarkozy in una mail inviata il 2 aprile del 2011 – e pubblicata anni dopo da «WikiLeaks» – all’allora segretario Hillary Clinton, al cui interno si citavano anche gli obiettivi di rilanciare l’immagine del presidente a livello nazionale (i sondaggi erano assai preoccupanti per Sarkozy, il quale si sospetta avesse anche ricevuto finanziamenti illeciti da Gheddafi nel 2007), incrementare la presenza dell’industria petrolifera transalpina in Libia (a scapito dell’Italia) e consolidare la presa politica e militare della Francia nel “continente nero”. Un analista sempre ben informato come il giramondo Pepe Escobar ha anche ventilato l’ipotesi che i francesi, sempre molto attivi nel settore idrico, avessero messo gli occhi sullo sfruttamento della grande falda nubiana a cui attingeva l’acquedotto libico menzionato da Siala, che nella sua intervista a «Voltairenet» ha anche richiamato l’attenzione sui fondi crescenti che, nelle intenzioni di Gheddafi, la Libyan Investment Authority avrebbe dovuto stanziare per favorire lo sviluppo dell’agricoltura, del commercio e del settore estrattivo in tutta l’Africa:

«il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che queste siano lavorate e commercializzate in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché così si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro si oppongono perché ciò si pone in contrasto con la logica dello sfruttamento coloniale […]. Gli occidentali vogliono mantenere l’Africa in una situazione in cui esporta solo materie prime, dei beni primari. Per esempio, quando il caffè prodotto in Uganda è esportato in Germania, dove viene venduto, il profitto resta in Germania. Abbiamo finanziato impianti per la torrefazione, macinatura, confezionamento e così via, ecc. La percentuale di remunerazione per gli ugandesi è passata dal 20% all’80%. Ovviamente, la nostra politica è in conflitto con gli europei, per usare un eufemismo. Finanziamo risaie in Mozambico e in Liberia, per la somma di 32 milioni di dollari a progetto e creare 100.000 posti di lavoro ciascuno. Cerchiamo prima l’autosufficienza di ogni Stato africano, e solo dopo i mercati di esportazione. Senza dubbio, entriamo in conflitto con coloro che producono ed esportano riso, soprattutto se vi speculano».

Non stupisce quindi che gli ambiziosissimi progetti gheddafiani volti a creare un’Africa indipendente e disposta a cooperare con chiunque – a partire da russi e cinesi – accettasse di trattare con i Paesi africani su un piano di parità suscitassero un certo fastidio presso determinati circoli egemonici statunitensi ed europei.

A fianco di ciò, va rilevato che le crescenti somme di denaro che erano cominciate a piovere sul Paese grazie alla “diplomazia dei fondi sovrani” di Gheddafi finirono però per alimentare un circolo vizioso di corruzione, giochi di potere e rivalità rapidamente sfuggito al controllo dello stesso colonnello, che nel 2009 si era inimicato buona parte dell’apparato burocratico della Lia proponendo di ridistribuire i 30 miliardi di proventi petroliferi “direttamente al popolo libico”. Nel corso degli anni, gli amministratori del fondo sovrano libico instaurarono solidissimi legami con la grande finanza occidentale, al punto che, all’inizio del 2011, la Libia era un cliente di primissimo piano della britannica Hsbc (a cui aveva affidato circa 1,5 miliardi di dollari), della francese Société Génerale, dell’italiana Unicredit e delle statunitensi Jp Morgan Chase e Goldman Sachs. Il problema è che gran parte degli investimenti realizzati da tali istituti per conto della Libyan Investment Authority, che li pagava profumatamente, si erano rivelati fallimentari nella stragrande maggioranza dei casi. Nel 2008, ad esempio, Goldman Sachs aveva investito circa 1,3 miliardi di dollari del fondo sovrano libico in un paniere di valute e in sei diverse società europee e statunitensi (Citigroup, Unicredit, Banco Santander, Allianz, Eléctricité de France, Eni); a poco più di un anno di distanza, i responsabili della banca comunicarono alla controparte libica che, a causa della crisi innescata dalla bancarotta di Lehman Brothers, di quell’ammontare di denaro rimaneva appena il 2% (25 milioni), perché il restante 98% era andato in fumo. Il rappresentante di Goldman Sachs per il Nord Africa si recò quindi a Tripoli per fornire spiegazione sull’accaduto, ma fu costretto a smobilitare in tutta fretta assieme a tutti i suoi sottoposti temendo di finire in manette. La dirigenza della banca offrì quindi ai rappresentanti della Jamahiriya azioni privilegiate a titolo di risarcimento e per evitare che la Lia intentasse un’azione legale, ma l’accordo non fu raggiunto perché Tripoli intendeva mantenere aperta la possibilità di trascinare sul banco degli imputati non solo Goldman Sachs, ma anche le altre decine di società macchiatesi dell’incredibile “mala-gestione” dei fondi libici. Ne dà conto un’inchiesta del «New York Times» in cui si rivela che la Permal (controllata dalla prestigiosa finanziaria di Baltimora Legg Mason), ingaggiata dalla Libyan Investment Authority per la cifra di 27 milioni di dollari, aveva perso il 40% dei 300 milioni di dollari di fondi sovrani libici che le erano affidati in poco più di un anno e mezzo. Risultati parimenti fallimentari furono ottenuti da società finanziarie come Bnp Paribas, Credit Suisse e l’olandese Palladyne, le quali rischiavano di vedere la propria reputazione infangata da una colossale denuncia da parte della Libia.

 

Libia, come si saccheggia una nazione (parte seconda)

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About Author

Giacomo Gabellini, scrittore e ricercatore di questioni storiche, economiche e geopolitiche. Ha pubblicato: “Eurocrack. Il disastro politico, economico e strategico dell’Europa“, “Caos – Economia, strategia e geopolitica nel Mondo globalizzato” – 2014, “Ucraina. Una guerra per procura” – 2016, “Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza” – 2017.

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