Storia del darwinismo n°3: il darwinismo sociale prima di Darwin

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La teoria dell’evoluzione di fatto non viene spiegata sui manuali scolastici, chiunque può constatarlo. 
Per ovviare a questa grave lacuna sul piano culturale ecco su CS una esposizione a puntate della storia e dei temi del darwinismo: il darwinismo sociale

La terza parte della storia del darwinismo riguarda uno dei punti più rilevanti e controversi che ruotano intorno alla teoria, la nascita di quel fenomeno spesso ciao e altrettanto spesso non compreso che va sotto il nome di “darwinismo sociale”.

E ancora una volta ci troviamo di fronte ad aspetti che non vengono affrontati nello studio scolastico sia delle scienze che della storia impedendo di cogliere nella sua complessità e rilevanza quanto si muoveva all’epoca di Darwin intorno alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale.

I fatti riportati nel video aprono prospettive del tutto nuove anche per chi abbia una cultura medio alta e sono come sempre facilmente verificabili a conferma che il vero problema della teoria darwiniana è che essa in realtà non viene insegnata ma fatta passare prevalentemente attraverso suggestioni e racconti così parziali da risultare fuorvianti.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2016 ha pubblicato "L'Ultimo uomo" . .

2 commenti

  1. @Pennetta

    Giusto dire che Darwin non c’entri nulla col darwinismo sociale,Ernst Mayr riteneva più esatto dire spencerismo sociale.Inoltre Spencer parlava vagamente di materia e moto in cambiamento senza poter dimostrare nulla,mentre alcune idee di Darwin hanno avuto conferma scientifica tant’è che il suo fulcro rimane riconosciuto.Pertanto sono sue affermazioni arbitrarie che la teoria darwiniana venga insegnata per suggestioni e racconti fuorvianti,o lei è stato testimone diretto in qualche università che avviene come dice lei e allora può raccontarlo.

  2. Mi complimento, Prof. Pennetta, per la precisione ed adeguatezza dei riferimenti filosofici, e forse ancor più per essere stato capace di sintetizzare il tema in poco più di dieci minuti.

    Con ogni evidenza, quella del cosiddetto “darwinismo sociale” è una classica questione di lana caprina, con l’aggravante di un pesantissimo olezzo di filisteismo.
    Non è esistita una sola cultura che non sia stata costretta a trovare una giustificazione (teologica, metafisica, sociologica, filosofica, biologica, ecc…) alle differenze tra individui, classi di individui, fasce sociali, etnie, ecc…
    Nel nostro caso, teologia, metafisica, sociologia, filosofia, biologia, ecc…, possono essere considerate alla stregua di filtri, attraverso i cui rispettivi criteri far passare il dato di base: gli esseri umani sono o appaiono diversi; come conseguenza di tale diversità (per taluni vera, per altri presunta se non falsa), le società si sono sempre suddivise in classi e caste. Salvo casi assolutamente marginali, questo stato di cose fu considerato ovunque ovvio e del tutto naturale, almeno fino a quando non venne meno e cominciò a perdere significato (limitatamente alle società europee o europeizzate) il vincolo Cielo/Terra-Terra/Cielo che era stato il fondamento e il pilastro ad un tempo, delle culture greco-romane prima, e cristiana poi.

    Che succede con l’avvento della modernità? La giustificazione delle differenze (di qualunque natura e semmai ve ne possano essere) cessa di avere un carattere assiomatico (la Volontà di Dio, o la natura delle cose) e diviene problematica. Essendo diventato irrilevante il “punto di vista di Dio” – sempre che Questi esista e ne abbia uno – assume rilevanza unica il punto di vista dell’uomo.
    A proposito degli sviluppi successivi di questa faccenda, si citano spesso i ruoli di, Comte Marx, Spencer, Malthus, ecc…, ma, stranamente, mi pare di non avere mai sentito chiamato in questione Hegel; mentre senza Hegel, con ogni probabilità, non ci sarebbero stati Comte, Marx, Spencer, e sarebbe mancato il milieu culturale, quella particolare “atmosfera dei tempi”, che resero possibile a Darwin concepire l’impianto ideologico della sua congettura. Molto ci sarebbe da dire su questo punto, ossia sul ruolo della filosofia di Hegel in quella super categoria culturale che potrei chiamare modernità. Hegel fu decisivo, anche grazie all’incredibile (ai miei occhi di anti hegeliano) autorità che la sua dottrina ebbe su molti e per molto tempo (oggi compreso). No, non credo che ci sarebbe potuta essere una cosa come il darwinismo, in assenza di una concezione del divenire storico (attenzione, la stessa nozione di “divenire storico” è hegeliana) per accumulo/tentativi ed errori/scarto/selezione/dialettica/(infine)progresso. La stessa nozione di Aufhebung (più o meno “conservare dopo essere andati oltre”), centrale nella sua filosofia, si colloca perfettamente nell’impianto dottrinale darwiniano.
    E comunque, perché ho definito filistea la questione del darwinismo sociale? Semplice! La modalità da bella statuina, tutta scienza e politicamente corretto, con la quale, oggi, si squartano le parole, allo scopo di rendere meraviglioso il darwinismo in biologia, ma turpe in sociologia. Si tira il sasso, e si ritrae fulminea la pudibonda mano.
    Perlomeno, ai tempi di Spencer (quando era chiamato “spencerismo sociale”), il darwinismo sociale non richiamava su di sé scomuniche; era la “filosofia” perfetta per giustificare le iniquità e le contraddizioni della nascente società capitalistica (assieme al calvinismo, ma questa è altra storia). Oggi, il neo capitalismo terminale, possiede l’arma definitiva; per tramite del possesso dei media e l’utilizzo massivo delle tecniche di manipolazione di massa, nel politicamente corretto ha trovato lo strumento per creare universi di bis, ter quater, pensiero, ad accesso diretto, facilitato da una bis, ter, quater, semantica.

    Non varrebbe neppure la pena di scriverci su, se non fosse che le dita vanno da sole sulla tastiera.