Somalia: le carestie svaniscono miracolosamente davanti alle multinazionali

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In questi ultimi tempi si è molto sentito parlare della carestia che ha colpito il Corno d’Africa, una situazione che ha anche portato all’attenzione la questione dei “Caschi Verdi” più volte affrontata nei giorni scorsi.

Il giorno 3 agosto 2011 sul Corriere della Sera è apparso un articolo dal titolo :

«C’è la carestia, e l’Etiopia cede le sue terre:

Nessun vincolo alle multinazionali che coltiveranno il terreno: molte esporteranno i prodotti alimentari»

 

Un titolo del genere avrebbe dovuto scatenare un vespaio di polemiche, roba da sobbalzare sulla sedia: l’Etiopia è una terra da sempre considerata poco produttiva, la carestia che l’ha colpita recentemente ha anche aggravato ulteriormente la situazione, ma invece… per le multinazionali è un posto in cui investire! La domanda per ottenere quel terreno miracolato è così forte che non sarà possibile soddisfare tutte le richieste!

Ma, si badi bene, i prodotti alimentari che il terreno etiopico, divenuto improvvisamente fertile, non andranno a sfamare la popolazione, verranno esportati o trasformati in biocarburanti!

La lettura della prima parte dell’articolo rivela una situazione così inaccettabile che riempie di indignazione:

Un pezzo di continente vacilla, e in parte cade: mentre la gente non ha più né acqua né cibo, un governo africano fa affari con società straniere cedendo parte delle terre agricole. Molte di queste saranno destinate alla produzione di vegetali da trasformare in biocarburanti, oppure alla coltivazione di prodotti da esportare sul mercato internazionale. «Dappertutto nel Corno d’Africa la gente sta morendo di fame – ha scritto nei giorni scorsi il segretario dell’OnuBan Ki Moon. Una combinazione catastrofica di guerra, prezzi alti e siccità ha lasciato più di 11 milioni di esseri umani in uno stato di bisogno disperato». Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, «720 mila bambini sono a rischio di morte imminente a causa di malnutrizione acuta grave», per una delle più drammatiche crisi alimentari degli ultimi decenni. E l’Etiopia, uno dei Paesi al centro di questo dramma nel quale ogni giorno più di 2 mila persone arrivano stremate al campo profughi di Dolo in cerca di salvezza, sta attuando un piano avviato nel 2009 che prevede per i prossimi anni la cessione di 35 mila chilometri quadrati di terra, una superficie più estesa dell’intera Lombardia, ad aziende straniere che – come ha spiegato il ministro dell’Agricoltura Abeda Deressa: «potranno utilizzarle per un periodo compreso tra 50 e 99 anni». «La domanda è così forte – ha proseguito Deressa – che difficilmente riusciremo a soddisfarla. Sono 1.311 le richieste ricevute, la più grande della quale è di 300 mila ettari, avanzata da una società indiana». Parte di queste terre saranno sottratte alle tribù locali. Secondo il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, il sistema alimentare globale è a «un passo dalla crisi completa».

Solo la società italiana Fri-El Green Power avrebbe rinunciato a produrre biocarburanti per destinare le coltivazioni ai prodotti alimentari per le popolazioni locali.

In ogni caso ben 90.000 indigeni verranno forzati ad abbandonare le loro terre, il termine giusto per definire un’azione del genere è “pulizia etnica”, ricordiamo guerre scatenate dall’ONU per molto meno:

Nella Valle dell’Omo parte dei 90.000 indigeni che vivono da sempre in questa regione rischia di essere allontanata per fare spazio alle coltivazioni estensive. «Questi popoli non sono né “arretrati” né hanno bisogno di essere “modernizzati” – commenta Stephen Corry, direttore generale di Survival International. Essi appartengono al XXI secolo esattamente come le multinazionali che stanno cercando di accaparrarsi le loro terre. Costringendoli a diventare manovali, con ogni probabilità la qualità della loro vita peggiorerà drasticamente e saranno condannati alla fame e all’indigenza, esattamente come accade a molti dei loro connazionali. Vanno rispettati i loro diritti, che sono peraltro sanciti dalla costituzione etiope oltreché dalla leggi internazionali». In questo contesto, aggiunge l’antropologo Marco Bassi dell’università di Oxford, che ha studiato a lungo le popolazioni locali: «il processo di esproprio in corso è di una scala tale da far ritenere che interi gruppi etnici verranno privati della loro dignità e trasformati in masse di mendicanti costretti a lavorare nelle piantagioni in condizioni di semi-schiavitù»

Ma invece, come purtroppo accade spesso, tutto è scivolato via senza che nessuno focalizzasse l’attenzione su questa vicenda.

Alla fine restano molte domande, una di queste riguarda i danni causati dal “Global warming”: perché colpisce solo gli indigeni e non sembra preoccupare le multinazionali?

Ma forse la risposta è fin troppo semplice.

 

 

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".