L’irrazionalità dell’ateismo

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L’angelo caduto (Riccardo Bellver, 1877)

 

L’irrazionalità dell’ateismo

di Giorgio Masiero

La metafisica del non senso è una scelta della volontà libertaria, piuttosto che un esito dell’esercizio della ragione. Analisi dell’ateismo contemporaneo nel centenario della definizione di Dio data da Ludwig Wittgenstein

Non parlatemi male di Darwin! A me risulta dai suoi scritti una figura simpaticissima per la curiosità e la meraviglia quasi infantili davanti ad ogni aspetto della natura e… anche a cagione dei dubbi tormentati che gli provocò la sua teoria. Questa, ricordo, poggia su due ipotesi: 1) che le mutazioni casuali vantaggiose allo sviluppo della specie si trasmettano alla prole per “selezione naturale” (una scoperta, detto col massimo rispetto, un po’ banale, altrimenti come avvantaggerebbero la specie?) e 2) che il loro accumulo graduale sia la causa delle diverse forme di vita. Darwin sperava così di spiegare “l’origine delle specie” – niente di meno, così intitolò il suo capolavoro –, pur ammettendo di non poter dir nulla sull’origine della prima. Quanto al resto, l’esplosione faunistica del Cambriano gli si parava contro come un macigno a smentire il gradualismo e lui a sperare in nuove scoperte paleontologiche che la smentissero: invece l’avrebbero ulteriormente corroborata. Ancora, non gli piacevano per nulla le conseguenze sulla morale umana che credeva di trarre dalla sua teoria. Infine, morì nel dubbio se fidarsi di una speculazione che si vanta secreta da un cervello evolutosi per caso da quello di una scimmia… Beh, come ti capisco, caro Charles! E tu, Lettore, ti fideresti delle elucubrazioni cosmiche d’un macaco?

C’è chi dipinge Darwin come un campione dell’ateismo, ma non lo era affatto, anzi pure tale questione lo tormentò non meno delle precedenti. Da giovane aveva studiato per diventare pastore anglicano e sposò una donna pia, che così si sarebbe conservata per tutta la vita, al contrario di lui che smarrì la fede per strada. Vi pianse sopra, in modo particolare dopo una lettera di protesta della moglie contro l’interpretazione irreligiosa che del suo pensiero subito fecero molti contemporanei, amici ed avversari, più realisti del re. Ma non il cardinale John Henri Newman, che era un fine teologo. Mi chiedo se all’incredulità del Nostro abbiano più contribuito le disgrazie familiari (tra cui, la perdita di tre figli in tenera età) o, come dire, la solidarietà verso parenti e amici: “Non capisco come qualcuno possa desiderare che il cristianesimo sia vero: dalla lettera dei suoi testi appare infatti che i non credenti – e ciò vuol dire mio padre, mio fratello e la maggior parte dei miei amici – andranno incontro ad una punizione eterna”, annotò nel 1839. Per chi ami davvero qualcuno e abbia frainteso il cristianesimo avendone lasciato lo studio a metà, la scelta di augurare ai propri cari il nulla piuttosto che la dannazione eterna è comprensibile.

Ovviamente, Darwin disponeva di un’informazione molto limitata in confronto a noi, in particolare nei campi della paleontologia, dell’embriologia e della genetica; per non parlare delle scoperte con implicazioni in biologia evolutiva che la fisica avrebbe fatto nel ‘900, quali la giovane età dell’universo in rapporto alle necessità statistiche delle mutazioni casuali ed il fine tuning, avvenuto all’inizio stesso dell’universo e costituente la più eclatante falsificazione della selezione naturale. Oggi tutta la gente con un po’ di cultura si rende conto della natura fideistica di molte credenze darwiniane, a cominciare dall’origine della vita per “generazione spontanea”. Harold Urey, che tentò senza successo di creare la vita in laboratorio, confessò in un’intervista: “Quelli di noi che studiano l’origine della vita scoprono che più ci guardano dentro, più capiscono che la vita è troppo complessa per essere sorta da qualsiasi parte. Tutti noi crediamo, come un articolo di fede, che la vita si sia evoluta nel nostro pianeta dalla materia inanimata, solo che la sua complessità è così grande che è difficile per noi pensare che l’abbia fatto davvero” (grassetto mio).

A “papà, fratello e amici” miscredenti, cui Darwin voleva risparmiare l’inferno, nell’800 l’unica via naturalistica era di credere nella generazione spontanea, perché l’alternativa era un atto di creazione soprannaturale. Tertium non datur. Con le cognizioni di allora la generazione spontanea era una scelta rispettabile, scientificamente non confutabile. Oggi gli uomini di concezione materialistica, caduta quella congettura per insufficienza di spazio-tempo e di materia-energia oltre che per altre varie implausibilità logico-matematiche (che Marcel-Paul Schützenberger chiama “i miracoli del neo-darwinismo”), non potendo accettare l’alternativa di una creazione soprannaturale, sono in compagnia di niente. È il passaggio drammatico dal positivismo moderno al nichilismo post-moderno. Ma allora perché preferire oggi il niente a Dio?

Prima di rispondere a questa domanda devo dire che cosa è Dio nella filosofia contemporanea. Nessuna definizione è più chiara di quella data da Ludwig Wittgenstein (1889-1951), il pensatore che ci ha insegnato – o forse sarebbe meglio dire ripassato, usando un linguaggio analitico rigoroso – che fare filosofia significa prima di tutto curare il modo in cui usiamo le parole per presentare i concetti. Il Tractatus di Wittgenstein pubblicato nel 1921 è un classico del pensiero filosofico contemporaneo, con argomenti che spaziano dall’essenza del linguaggio alla natura del mondo, dalla logica alla matematica alla scienza naturale e alla filosofia. Dovrebbe appartenere al bagaglio culturale di ogni uomo d’oggi, o almeno di chiunque aspiri a dialogare con un suo simile non solo per passare il tempo. Wittgenstein finalmente, dopo le sbornie dei grandi sistemi sette- e ottocenteschi, vi delinea una teoria del linguaggio significante, con un’operazione d’igiene grammaticale che a me ricorda, anche nella forma aforistica, il patrimonio logico della dialettica greca e della Scolastica medievale.

L’8 luglio 1916, esattamente 100 anni fa, Wittgenstein vergava il seguente appunto: “Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire che il mondo dei fatti non è poi tutto. Credere in un Dio vuol dire che la vita ha senso” (Quaderni 1914-1916).

“Il” senso, scrive Wittgenstein con l’uso del determinativo, non un senso (qualsiasi). All’opposto, l’ateismo è la concezione per cui la vita non ha un senso altro dal valore (soggettivo, relativo e temporaneo) che ognuno può assegnare al “mondo dei fatti” impattante il suo destino. Dal megafono quotidiano dei media l’ateismo pratico proclama, solleticando gli istinti per aumentare l’audience: devi trovare un senso della vita in te stesso; lavora sul tuo sé, sfrutta fino in fondo il tuo potenziale, crea da te i tuoi fini, la tua morale; definisci tu stesso ciò che per te ha senso e decidi i principi secondo i quali vuoi vivere. Il non senso di Wittgenstein è proprio questo: la collezione dei sensi relativi, dei diritti libertari rivendicati senza un contrappeso di doveri gratuitamente spesi. È la ricerca imperterrita dell’autorealizzazione, sganciata dalla responsabilità verso di sé, i propri simili e il mondo. Dio al contrario è il senso assoluto, testimoniato dai credenti con l’obbedienza a volontarie e dolorose rinunce ed anche con il rimorso per la propria insufficienza. La fede in Dio è autorealizzazione nel significato di forza interiore, stabilità psichica e resilienza, ma costantemente accompagnata all’autocontrollo, ad un sé aperto a un tu, al prossimo, al mondo intero. È, in una parola, santità.

Perché oggi molti preferiscano il niente a Dio, ce lo spiega Aldous Huxley, un nipote del “mastino di Darwin”, Thomas Huxley, e fratello di quel Julian di cui CS si è occupata anche di recente: “Ho avuto i miei motivi per non volere che il mondo avesse senso, di conseguenza ho postulato che non ne avesse nessuno… Il filosofo che non trova un senso nel mondo non si sta occupando solo di un problema metafisico, ma è alle prese con la questione se ci sia qualche valida ragione per cui non si debba fare ciò che si ha voglia di fare. Per me, e senza dubbio per la maggior parte dei miei contemporanei, la filosofia del non senso è stata essenzialmente uno strumento di liberazione. La liberazione che abbiamo desiderato era allo stesso tempo liberazione da un certo sistema politico ed economico e liberazione da un certo sistema etico. Noi ci siamo opposti alla morale perché interferiva con la nostra libertà sessuale” (Ends and Means, 1937). Chiaro?

La relazione dell’ateismo con l’etica era uno dei tormenti di Darwin, che in una sua autobiografia scrisse: “Un uomo che non crede fermamente nell’esistenza di un Dio personale o nella sopravvivenza con punizione e ricompensa, può avere una sola regola di vita, per quello che io posso capire, quella di seguire gli impulsi e gli istinti più forti o che gli sembrano i migliori”. Come gli animali da cui saremmo fortunosamente usciti, per “differenza di grado, ma non di genere”. Gli faceva eco l’Ivan dei Fratelli Karamazov: “Se non c’è Dio, tutto è permesso”.

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L’autonomia dell’etica dalla scienza e il suo stretto nesso con la religione in Wittgenstein

 

Tra l’ateismo di ieri e quello di oggi è intervenuto il capovolgimento dell’implicazione: ai tempi di Darwin e di Dostoevskij l’ateismo filosofico, appena difendibile, implicava un’amoralità non voluta, anzi aborrita; ai tempi nostri è l’amorale volontà di fare tutto ciò che piace – sancita nello stato liberale dei diritti egoisti – che implica l’ateismo, sul piano razionale sempre meno sostenibile. Alla caduta di razionalità, l’ateista contemporaneo oppone l’esplosione libertaria della volontà: “Non serviam!”. Abbiamo capito. La ragione però è altra cosa dalla volontà. La volontà è la facoltà tesa all’azione in vista di ciò che è desiderato, la ragione è la facoltà tesa alla conoscenza di ciò che è vero.

Certo, non tutti gli atei postulano, come Aldous Huxley e “la maggior parte dei contemporanei”, l’inesistenza di Dio per non sottostare a briglie sessuali e poter fare tutto ciò che han voglia di fare; tuttavia per tutti loro Dio appare una seria limitazione all’autonomia umana. Forse l’ego di Heidegger, che si sentiva in colpa di vivere in un universo che egli stesso non aveva creato, è un caso isolato, ma per Thomas Nagel ad esempio, la presenza di Dio è un’intollerabile invasione della privacy, perché ogni nostro pensiero sarebbe conosciuto ancor prima che lo pensassimo e tutti i nostri pensieri, parole, opere ed omissioni sarebbero costantemente soggetti a giudizio. C’è insomma, alla base dell’ateismo di oggi, il rifiuto a riconoscere i limiti della condizione umana, che viene esageratamente esaltata nonostante la sua contingenza e, allo stesso tempo, esageratamente degradata nonostante la sua unicità!

Lettore, ti ricordi Ludwig Feuerbach (1804-72), quel filosofo tedesco che dedicò la vita a dimostrare, con ricerche storiche, antropologiche, psicologiche e perfino gastronomiche, che non l’uomo è stato creato da Dio, ma piuttosto Dio è un concetto creato dall’uomo? Le qualità che noi uomini possediamo in misura finita (come la bontà, la forza, l’intelligenza, la stessa vita) e di cui però sentiamo un desiderio illimitato, secondo Feuerbach le oggettiviamo al massimo grado nell’idea di Dio, che concepiamo infinitamente buono in contrasto alla nostra finita bontà; onnipotente, in contrasto alla nostra piccola potenza rispetto alle forze naturali; onnisciente, a differenza delle nostre limitate conoscenze; eterno, in opposizione alla nostra mortalità. Dio sarebbe quindi, soltanto, la “proiezione” di questa operazione mentale promossa dalla nostra volontà di potenza.

Dove sta l’errore di Feuerbach? Non nella falsità della proiezione, ma al contrario nel fatto che una proiezione c’è sempre, in ogni tipo di credenza umana. Se per Aristotele la mente riflette senza modifiche la realtà, Tommaso d’Aquino attenuò la corrispondenza tra realtà ed intelletto con l’osservazione fulminante – in anticipo di 5 secoli su Kant – che “cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis”, il conosciuto sta in chi conosce attraverso le modalità di chi conosce. La realtà, insomma, nel venire conosciuta si adatta ai nostri sensi e alle nostre categorie mentali (e, nelle scienze sperimentali, agli strumenti di misura). Cosicché, non solo nell’atto di pensare a Dio, ma anche nel conoscere un amico o nell’osservare un fenomeno, mettiamo in azione l’umana struttura mentale, le nostre protesi tecnologiche e la personale forza d’immaginazione, aggiungendo qualcosa di noi stessi all’oggetto, sia come uomini in generale che come persone (o categorie di persone, per es. medici, meccanici, ecc.) particolari. Dunque proiettiamo, sempre.

Ma questo implica necessariamente che ad una nostra proiezione non corrisponde nulla fuori di noi? Dio non esiste, perché Huxley e Heidegger non vogliono che esista? Perché una cosa che non si desidera non deve esistere? È ovvio che una cosa non esiste solo perché uno, o anche molti la desiderano; ma vale anche l’inverso: non è che una cosa non esiste, solo per il fatto che qualcuno non la desidera. Qui stava il paralogismo di ieri di Feuerbach, qui sta l’illogicità dell’ateismo libertario di oggi.

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

112 commenti

  1. Giuseppe Cipriani on

    Mi limito a un concetto semplice… Tra i contrapposti fronti che postulano una fede, la vera libertà sta nell’agnosticismo.
    Stroncati i pensieri che portano a sostenere esistenze o inesistenza, la mente lascia perdere un problema insolubile e il tempo rimane tutto per la vita che viviamo qui oggi, senza ieri e senza domani, nell’istante che si sussegue io vivo (per me stesso e per gli altri, in piena comunione di spirito con il prossimo). Tutto il resto è davvero noia.

    • @Giuseppe

      L’agnosticismo come scelta è una delle prigioni intellettuali peggiori e nasce dalla paura che credendo in Dio si debba abdicare dalla propria libertà.
      Ma la libertà non è fare ciò che preferiamo ma “scegliere la verità” H. Newman
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      L’agnosticismo (come lo scetticismo) è sano quando conseguente ad una costante e sincera ricerca della verità viceversa tossico quando diventa sistematico.
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      L’agnosticismo è pericoloso perchè confortevole.
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      “I dubbi confortano, meglio tenerseli.”
      Ennio Flaiano

      • Giuseppe Cipriani on

        Spero, allora, caro Aléudin, che il mio agnosticismo sia del tipo sano.

    • @Cipriani
      Visto che ha citato l’agnosticismo, le faccio solo notare due cose:
      1) la mente può anche lasciar perdere un problema insolubile, ma il problema non sparisce solo perché lo si ignora. Resterà come un elefante in una stanza per tutta la vita.
      2) Non esistono solo le idee, ma anche le azioni, come saprà bene, per cui il pensiero agnostico potrà anche esistere come pensiero, ma mai come azione: o si vive da credenti o si vive da atei, tertium non datur.

      • Giuseppe Cipriani on

        Pensi, Htagliato, che se si vive da atei si sia fuori del razionale? Come caldeggia il Prof. Masiero.
        Per il resto, in tutta sincerità, dopo un bel po’ di anni da agnostico, non mi sono ancora accorto di essere un uomo che vive al di fuori dell’azione.

        • Giorgio Masiero on

          Lei, Cipriani, non dovrebbe usare i termini agnostico e ateo come sinonimi, confondendo il dibattito. Usiamo le parole con precisione, per piacere, come si deve in filosofia.
          Io non ho mai detto che l’agnostico – colui che sospende il giudizio sull’esistenza di Dio – è irrazionale. L’ateo invece, che pretende di aver dimostrato che Dio non esiste (magari solo perché lui non vuole che Dio esista, come Huxley!), questo sì è irrazionale…, perché una tal dimostrazione non ce l’ha. E pensavo che su questo fossimo d’accordo dopo una nostra passata discussione.

          • Giuseppe Cipriani on

            Non confondevo i due termini, prof. Masiero; mi riferivo a quanto sostenuto da Htagliato.
            E gli chiedevo, dal momento che lui considera come patentati solo i credenti e gli atei, se per questi ulltimi la pensava come lei. Rilegga per favore con più attenzione lo scambio di battute qui sopra.
            Semmai il problema sorge allora tra l’intendere l’uno o l’altro per voi, i vostri pregiudizi non sembrano coincidere troppo.

          • Giorgio Masiero on

            Lei, Cipriani, ha domandato ad Htagliato: “Pensi, Htagliato, che se si vive da atei si sia fuori del razionale? Come caldeggia il Prof. Masiero.”
            La Sua domanda fa intendere che Lei non è d’accordo con me. E che quindi Lei giudica l’ateismo razionale. Mi sbaglio?

          • Giuseppe Cipriani on

            Io considero oramai l’ateismo puro e crudo una fede come quella del credente per partito preso.
            E sono convinto che la vera frontiera della razionalità sia l’agnosticismo aperto a ogni evenienza spirituale, stato unico che rende davvero liberi, ma occorrerebbe provarlo per capirlo.

          • Giorgio Masiero on

            Bene, Cipriani. La penso esattamente come Lei nella prima frase. E non mi pare di avere scritto in questo articolo sull’ateismo niente di diverso.
            Forse in futuro scriverò qualcosa sull’agnosticismo e allora vedremo quanto e su cosa le nostre posizioni differiscono.

          • Allo stesso modo del credente che pensa che dio esista unicamente per atto di fede.
            Stesso identica irrazionalità.

          • Giorgio Masiero on

            No, Davide. Non c’è nulla nel teismo che contrasti con la ragione. O ci illumini Lei…

        • @ Cipriani
          Ha evitato la mia prima osservazione e non ha conpreso la seconda, che ora rispiego.
          Non ho accusato gli atei di vivere da irrazionali né ho detto che lei non compia azioni, anzi, ho affermato l’opposto, che la vita è inevitabilmente fatta di pensieri, parole e azioni.
          Dicevo: l’agnosticismo è un certo modo di pensare che si presenta come equidistante e/o super partes rispetto alla fede e all’ateismo, MA IN REALTÀ dal punto di vista dell’agire NON esiste “l’agire agnostico”, perché le possibilità sono solo due, o si vive cercando di compiere la volontà di Dio oppure si usano altri criteri.
          In breve, per me l’agnosticismo si associa ad un “ateismo pratico” innegabile e indistinguibile da quello di un ateo DOC.
          O forse lei, pur essendo agnostico, si preoccupa di fare scelte che piacciono al Signore?

          • Giuseppe Cipriani on

            Ti sei spiegato meglio. Ti posso assicurare, Htagliato, che molte cose che un agnostico fa spontaneamente coincidono con quelle che un credente fa per obbligo di fede, con lo stesso risultato pratico in termini di vita vissuta.

          • Bene, ma dubito che tutti gli agnostici siano uguali, visto che l’agnosticismo in sé non da indicazioni morali, per cui ognuno segue la sua strada etica.
            Inoltre ci sono tante cose che rendono l’agnosticismo un “ateismo pratico” che rinnega l’imparzialità dichiarata a parole: un agnostico non prega, non ringrazia Dio per qualcosa, non lo testimonia, non lo loda. Fa una vita da ateo, insomma.

          • Giuseppe Cipriani on

            Esattamente come la fanno tanti cristiani, che si ricordano di essere tali ogni tanto.

          • Dunque mi da ragione: l’agnosticismo è diverso dall’ateismo come pensiero ma è uguale ad esso nella vita pratica. Accuse a parte ai cristiani, era quello che volevo farle riconoscere.

          • Giuseppe Cipriani on

            Mi pare un vantarsi per aver scoperto l’acqua calda… Un agnostico sospende il giudizio e non si comporta da credente, ma non è nemmeno fideisticamente ancorato all’altra fede e quindi resta agnostico in toto, anche se in teoria potrebbe non distinguersi affatto dall’ateo e dal credente.

          • L’agnostico nella vita pratica è indistinguibile dall’ateo mentre se non si distingue dal credente è un demerito del credente, non un merito dell’agnostico.
            Vedo che ha ignorato la prima osservazione che le ho fatto ieri (l’elefante nella stanza), quella meno banale (forse per questo non ha risposto).

          • Giuseppe Cipriani on

            Htagliato, non si tratta, per me, di un elefante nella stanza ma eventualmente di una semplice e onesta apertura mentale pronta a cogliere gli eventi… Insomma non lo vivo come quel macigno ingombrante che a te sembrerebbe se la pensassi come me.

          • L’espressione “elefante in una stanza” vuol dire proprio che c’è una cosa che non viene vissuta come un magigno ma obbiettivamente lo è.
            Lei dice di avere la mente aperta, ma è qui che scatta il collegamento con la seconda mia osservazione: mentalmente può essere pure super partes, ma non può fare a meno di vivere da non credente.
            Questo è il motivo per cui non stimo l’agnosticismo, il relativismo, le sospensioni e lo scetticismo, perché esistono solo nel mondo delle idee mentre la vita reale ci costringe a fare delle scelte.

    • Giorgio Masiero on

      Mi permetto, Cipriani, una domanda, sperando di non annoiarLa ulteriormente. Lei per “prossimo”, con cui Si dichiara di vivere “in piena comunione di spirito”, intende anche i Suoi nemici?

      • Giuseppe Cipriani on

        Sinceramente, prof. Masiero, stento a concettualizzare il termine “nemici”.
        Posso però assicurarle che per prossimo intendo tutti coloro coi quali si viene quotidianamente a contatto, coi quali ciascuno dovrebbe cercare di vivere in comunione di spirito, caratteraccio e difetti a parte, ai quali si cerca sempre di porre, con grande fatica, rimedio.
        Se mi posso permettere a mia volta, lei che ritiene suoi nemici?

        • Giorgio Masiero on

          Nemico, Cipriani, è chi ci fa del male volontariamente e chi ci vuole male. Lei è fortunato a non avere incontrato nemici nella vita.

          • Giuseppe Cipriani on

            E come la mette in pratica, dinanzi a un nemico così inteso, l’Indicazione evangelica di amarlo?

          • Giorgio Masiero on

            Come ogni cristiano: cerco di perdonare chi mi ha offeso e quando non ci riesco, so di aver peccato, provo rimorso e chiedo perdono a Dio…, cercando di migliorarmi progressivamente.

          • Giuseppe Cipriani on

            Molto simile a quel che faccio anch’io da agnostico che cerca di vivere in comunione di spirito col suo prossimo: cerco di perdonare, di provare compassione, e se non ci riesco provo delusione e mi riprometto di riuscirci.

          • Giuseppe Cipriani on

            Aggiungo che amare i nemici è qualcosa di più grande di perdonarli… Una delle utopie del Cristo.

          • È un utopia per le persone comuni e per il senso comune, ma non per i santi; per questo sono “santi”!

          • Giuseppe Cipriani on

            Lo so bene, Htagliato. E ho la fortuna di conoscere “santi” anche non credenti e agnostici che mettono quotidianamente in pratica l’inno all’amore di San Paolo (lettera ai Corinzi, mi pare).

          • Allora non è affatto un’utopia (=cosa bella ma impossibile) come ha scritto appena ieri! Si metta d’accordo con sé stesso a poi ci faccia sapere se:
            Amare i nemici è un’utopia
            Oppure
            È una cosa che ha visto fare anche dai non credenti.

          • Giuseppe Cipriani on

            Htagliato, non ho detto che è impossibile… Ho usato il termine utopia a ragion veduta, intendendo tale il messaggio di Cristo lá dove l’adesione al suo messaggio è solo formale…
            Le consiglierei un libretto di Juan Mateos, biblista grandioso, in cui dimostra che finché l’uomo si preoccupa del problema della sua salvezza personale per via di dogmi e regole, non ha tempo per occuparsi di altro.
            “L’utopia di Gesú”, cittadella editrice.

  2. La questione secondo me dovrebbe tener conto, e partire…, da una considerazione molto più banale.
    L’ateo esiste (può esistere…) solo perché esiste (deve esistere…) anche UN solo credente.
    Non può esistere un mondo composto “solo” da atei; sarebbe composto solo da persone regolate tutte dal determinismo, necessariamente tutte incuranti che mai ci sia stato un inizio e mai ci potrà essere una fine e di fatto tutte invarianti, nello spazio concesso dalla propria vita, rispetto al contesto contingente. Un mondo in cui l’astrazione essenzialmente non avrebbe senso come avrebbe poco senso approfondimenti circa l’umanesimo, la consapevolezza, ecc…
    .
    L’ateo esiste perché c’é la dialettica e c’é il confronto sui temi del “perché”, ambedue permesse dalla constatazione che esisterà sempre un credente, con cui rapportarsi, finché ci sarà l’umanità.

    • A mio avviso l’ateo giustamente esiste perchè Dio ci ha fornito una ragione che può fare a meno di Lui, altrimenti non potremmo riconoscerlo/sceglierlo volontariamente ma saremmo costretti a subirlo.
      Verrebbe quindi a mancare la libertà, l’amore.

  3. Hippølytte on

    Bisogna avere scarsa conoscenza della filosofia per far passare l’ateismo come una concezione irrazionale o per far passare l’idea che non possa esistere un’etica laica. Ma magari chi scrive questo pensa che sia ‘razionale’ credere agli angeli, ai miracoli o a una delle diecimila credenze che non possono essere corroborate in alcun modo…

    • Gentile Hippølytte, mi dispiace che lei abbia scambiato questo luogo per un bar dove si discute di calcio.
      Iniziare un interevnto accusando e concludere irridendo è un atto da troll e quindi la saluto.
      Ave atque vale.

      • Giuseppe Cipriani on

        Enzo, se banni uno solo perché risponde per le rime, con toni che non stridono affatto con i toni da sicumera certezza dell’articolista in senso opposto, dopo aver letto un titolo che può infastidire e giustificare una reazione piccata, beh, allora non ti riconosco piu.

        • Invece Enzo ha fatto bene, perché Hippølytte NON ha detto “non sono d’accordo con Masiero perché….” ma l’ha solo accusato di non conoscere la filosofia.
          Dall’altra parte, Masiero ha detto che l’ateismo è irrazionale, mentre non si è espresso sugli atei (se non a partire dalle loro stesse parole).
          Non è difficile distinguere un’obiezione corretta per quanto contraria dallo sfogo di un troll.

          • Infatti se si legge l’intervento è un attacco ad personam dall’inizio alla fine, che ce ne facciamo di gente che viene qui a sentenziare e a dire che l’autore dell’articolo (secondo lui) non conosce la filosofia?
            Utilità zero quindi si accompagna alla porta.

          • Giuseppe Cipriani on

            Per la stessa ragione avresti dovuto bannare diversi altri dai toni affatto diversi, ma non l’hai fatto. Spero che in futuro anche offese come “capra”, per esempio, avranno lo stesso servizio.

          • Giuseppe Cipriani on

            Vedo che si preferisce glissare… Quel “capra” pesa come un macigno, emblema delle offese gratuite e pelose che, se sono di parte, passano come normali. Amen!

    • Hyppolitte deve vivere fuori dal mondo. L’unica “etica laica”, come lui la chiama, è il relativismo dominante, la patria dei diritti senza doveri.
      Quanto al teismo, ciò che più lo corrobora razionalmente è per me il fine tuning.

      • Giorgio Masiero on

        Ha ragione, Nadia. L’etica laica è un ossimoro. Alla luce della definizione di Dio di Wittgenstein – “il” senso del mondo – non esiste una (nel senso di “unica”) etica laica, ma tante quante sono i laici: si chiama relativismo, ed è l’universo dei diritti personalmente intesi, limitati per legge nello stato liberale nel punto dove cominciano i diritti dei più forti.
        Sono d’accordo con Lei anche sulle conseguenze “logiche”, razionali del fine tuning. Prima della sua scoperta nessun fisico aveva pensato al multiverso, che era una speculazione della metafisica scolastica ai tempi del vescovo Tempier, dichiarata già allora compatibile con la teologia cristiana. Dopo la scoperta del fine tuning, i fisici atei hanno immaginato di cavarsela col multiverso, ma hanno commesso due errori: 1) epistemologico, di confondere la fisica con la metafisica, 2) metafisico, di soprassedere sulla contingenza del multiverso.

        • Caro prof. Masiero come sempre leggo con interesse i suoi articoli, ben scritti e che spingono a riflessioni importanti. Orbene le chiedo se libertario sia usato nel corso dell’articolo come sinonimo di libertino o al più “liberal all’americana”, volendo attualizzare.
          E’ una differenza dalle ricadute etiche e sociali molto importanti; giacchè io stesso sono un libertario, ma assolutamente non un relativista anzi… dicevo che io sappia nel pensiero liberale (penso all’empirismo inglese di Leibniz e Locke ad esempio) la libertà postulata, quella che definisce i rapporti sociali ed economici non è mai una libertà DI, cioè una libertà positiva, la libertà del libertino, che in realtà apre alla tirannia; bensì è una libertà DA, quindi una libertà negativa, la libertà del libertario, che riconosce limiti, primo tra tutti l’altro da sè, e relative aree di competenza. Non è un caso, infatti, se nella scuola liberale sempre si sia mantenuta una visione giusnaturalistica per cui in stato di natura esiste etica, ragione e proprietà privata, proprio perchè fondata sulla libertà DA.
          Colui che ipotizzò uno stato di natura ferale, sto parlando ovviamente di Hobbes, invece guardava alla libertà come libertà DI; da qui distilla l’homo homini lupus e quindi l’indispensabile necessità di una coercizione di Stato, che mediante il diritto positivo colmi nelle conseguenze quanto si è pretestuosamente sottratto nelle premesse.
          Mi chiedevo se lei concorda con questa differenza che le ho enunciato; dunque se libertario e liberale siano da intendersi con riferimento al libertinaggio delle voglie, prime tra tutte quelle sessuali tanto care a Huxley nonchè a Freud.

          • Giorgio Masiero on

            Grazie, AndreaX.
            Sulla distinzione del concetto di libertà sono d’accordo con Lei, così come Le confermo di aver usato la parola libertario nel significato (filosofico) di libertino.

      • Giuseppe Cipriani on

        Se vogliamo, Nadia, ciascuno di noi è fine tuning… Ogni nato è la punta di un iceberg di non nati che per le più diverse ragioni, talvolta beffarde, altre crudeli, potrebbero sostenere che lo stesso fine tuning corrobora l’ateismo.

        • Allora, Luigi, parliamo di due cose diverse. Il fine tuning, cui mi sono riferita, è accaduto 14 miliardi di anni fa. Ciò cui tu ti riferisci invece è la contingenza, che per me non prova nulla, né in un senso né nell’altro.

          • Giuseppe Cipriani on

            Nadia, quello stesso fine tuning a cui ti riferisci dovrebbe essere ciò che dà senso a te, al tuo esistere. Ma se tu stessa ammetti di essere frutto di una contingenza a cui non dai valenza…

          • Contingenza della mia e della tua nascita significa impredicibilità, scientificamente parlando. Se poi tu le fai diventare non senso o caso, è una tua scelta, Luigi. Non un corollario della ragione. Io la mia nascita la vedo un corollario dell’amore divino, che si è specchiato in quello dei miei genitori.

          • Giuseppe Cipriani on

            Perché per due volte mi battezzi Luigi?
            Dunque sostieni di essere stata individuo contemplato dall’amore. Perché poprio tu, tra i tanti potenzialmente possibili?

          • Scusa, GIUSEPPE. (Ho un conoscente di nome Luigi Cipriani!)
            Sulla tua domanda, ho vaghe e parziali risposte dai miei genitori, il cui amore è stato comunque decisivo! Ma nessuna risposta può esserci per un evento umanamente impredicibile, frutto di un’infinita catena di eventi umani e naturali.

  4. Fabio Vomiero on

    Sempre sostanziosi e pieni di spunti di riflessione i suoi articoli prof.Masiero. A proposito, in ritardo, complimenti anche per l’interessantissimo articolo di qualche giorno fa su Lemaitre e la teoria del Big Bang che non ho potuto commentare perchè ero in vacanza. Tornando a noi e scusandomi per la mia ignoranza e la mia difficoltà a volte nel seguirla, vorrei chiederei, cosa intende esattamente per fine tuning e perchè rappresenterebbe la più eclatante falsificazione della selezione naturale?

  5. muggeridge on

    Grazie prof. Masiero, come sempre. In particolare io pensavo di essere originale a collegare un minimo la questione del credere o meno alla sessualità e alla dipendenza dagli ormoni sessuali, invece vedo che Huxley mi ha preceduto di parecchio. Per come sono fatto io, che non posso aspirare a primati nella storia del pensiero, è una bella notizia perché essere il solo a fare queste considerazione mi portava anche a pensare di essere un matto e/o un maniaco 🙂
    Per il resto devo ricordare che il prof Masiero, mastica eccome di filosofia, forse non mastica di una certa filosofia a senso unico che ama proclamarsi come unica e sola accettabile. Poi è certamente meglio credere agli angeli e ai miracoli che credere magari negli extraterrestri o al multiverso cercando in questi campi qualche presunto puntello alla propria disperata non credenza.

    • Giorgio Masiero on

      Grazie, Muggeridge.
      La confessione di Aldous Huxley ha invece molto sorpreso me e sono contento per il Suo acume se invece non ha affatto sorpreso Lei!

  6. Sinceramente non riesco a comprendere per quale motivo dovrei propendere per il cristianesimo (e poi quale ? cattolico? greco ortodosso ? anglicano ? luterano ? geovismo ? etc….) e non islamismo, ebraismo ?
    E perché dovremmo limitarci alle tre religioni del libro (scritto comunque da uomini) e non propendere per l’induiismo, il buddhismo, lo scintoismo ?
    Potrei anche aggiungerci il mitraismo (guarda caso così simile al cristianesimo), oppure gli dei omerici o quelli venerati dagli antichi egiziani……..
    Tanto la probabilità che ognuna di queste religioni possa essere vera è sempre la stessa (praticamente nulla).
    Vorrei concludere con un pensiero del filosofo Lucio Anneio Seneca sulla religione:
    “vera per la plebe, falsa per i saggi e redditizia per chi ne fa una professione”.
    Saluti.

    • Per quanto riguarda l’articolo di Giorgio, il tema “solo” l’ateismo VS il teismo.
      Le ragioni per credere in una determinata religione sono fuori tema, al massimo può leggerle in appositi siti di apologetica.

  7. Giorgio Masiero on

    @ Cipriani, HTagliato

    Se posso inserirmi nel vostro dialogo, un mio problema vorrei porre a entrambi, essendo franco anche a costo di essere brutale. Io ho sempre ammirato col cuore i martiri religiosi e gli eroi atei, che hanno dedicato se stessi fino a sacrificare la vita per i loro ideali; però, mentre la mia ragione capiva i primi, essa non è mai riuscita a giustificare i secondi. E non tanto perché ai martiri della fede fosse promesso il Paradiso, ma soprattutto perché non ho mai visto l’ultimo fondamento etico del sacrificio dei laici. Per spiegarmi meglio prendo una celebre poesia di Bertolt Brecht, “Contro la seduzione”:
    Non vi fate sedurre:
    non esiste ritorno.
    Il giorno sta alle porte,
    già è qui vento di notte.
    Altro mattino non verrà.

    Non vi lasciate illudere
    che è poco, la vita.
    Bevetela a gran sorsi,
    non vi sarà bastata
    quando dovrete perderla.

    Non vi date conforto:
    vi resta poco tempo.
    Chi è disfatto, marcisca.
    La vita è la più grande:
    nulla sarà più vostro.

    Non vi fate sedurre
    da schiavitù e da piaghe.
    Che cosa vi può ancora spaventare?
    Morite come tutte le bestie
    e non c’è niente, dopo.

    È la concezione naturalistica della vita: l’uomo ha la stessa struttura materialistica e biologica degli animali, e non esiste un senso profondo della vita. Fuori dalla retorica (la “seduzione” del partito), il comunista Brecht sembra dire a Rosa Luxemburg e agli altri martiri del comunismo: perché non vi siete goduti la vita? non marcite ora né più né meno come le bestie?
    Ecco, mentre so bene che esistono anche “santi” atei ed agnostici, trovo – d’accordo in questo con Darwin, Huxley, oltre che tutta la filosofia libertina – il loro sacrificio il colmo dell’irrazionalità.

    • Giuseppe Cipriani on

      Semplifico molto per brevità, caro prof. Masiero. Ma trovo che il sacrificio di una vita per un ideale sia quanto di piu elevato si possa offrire e ammiro i “santi” di tutte le risme senza avere la sua remora. Lei riuscirebbe a trovarmi la differenza tra un medico senza frontiere ateo e uno credente che avessero sacrificato la loro vita per il bene dell’uomo?

      • Giorgio Masiero on

        Nessuna differenza “pratica”, Cipriani, l’ho già detto. Ma la questione da me sollevata era un’altra e Lei non ci ha risposto

      • Giuseppe Cipriani on

        Aggiungo per completezza che chi fa del bene in nome dell’uomo, senza aspettarsi ricompense ultraterrene, addirittura, a mio modesto avviso, offre una vita a più caro prezzo. Senza voto di scambio.

        • Giorgio Masiero on

          Ancora d’accordo, per i cristiani è il colmo della santità. Ma Lei, Cipriani, non risponde alla mia domanda.

          • Giuseppe Cipriani on

            Lei dimentica che il salto ontologico appartiene trasversalmente a tutti gli uomini, e che pertanto (e qui spero finalmente di risponderle) ogni uomo che dispone della sua vita per il bene dell’altro compie un atto sempre razionalmente basato sulla sua etica. Il suo dubbio, il suo steccato ideologico, per me è limitativo in primo luogo della sua stessa ragione.

          • Giorgio Masiero on

            Non ho compreso il Suo ragionamento, Cipriani, ma son contento di sentir da Lei parlare di salto ontologico!

          • Giuseppe Cipriani on

            Non saprei spiegare meglio… Sul salto ontologico, chiaro che lo intendo alla Monod.

          • Giorgio Masiero on

            In bocca a Lei, è ovvio che il salto è dovuto alla roulette cosmica…, ma per me è già un piacere sentir riconoscere la discontinuità.

    • @ Giorgio
      La mia risposta alla tua profonda questione la “rubo” da Chesterton: il martirio e il sacrificio del non credente viene giustificato con la felicità che procura, che per l’intellettuale inglese consiste in “frammenti di cose eterne”. In questo caso Chesterton non si riferisce solo all’Eterno per antonomasia ma a tutto ciò che rispetto al singolo è quasi eterno: la famiglia, la patria, l’amore, l’umanità….
      Battersi per queste cose è bello anche se, per dirla come Foscolo, non sono strettamente eterne ma durano “finché il sole splenferà sulle sciagure umane”.
      Come cattolico posso dirti che per la Chiesa la retta ragione permette di scoprire buona parte del Bene non relativo perché tutti gli uomini sono figli di Dio.

      • Giorgio Masiero on

        Ti sono grato, HT, per questa risposta, che mi piace molto ed anche mi ha insegnato qualcosa che non sapevo.

      • Giuseppe Cipriani on

        Mi permetto di aggiungere che tanto bene è pure/spesso frutto della felicità che procura; e vi prego, cari Htagliato e Masiero, di leggerlo con le migliori intenzioni possibili.
        Sosteneva il protagonista dell’immenso romanzo di Bernanos “Diario di un curato di campagna”, alla fine della sua tormentata vita e a corollario del dolore della malattia: “Tutto è grazia”.
        Vi invito a condividere questo mio momento di agnostica spiritualità.

        • Apprezzo le buone intenzioni, ma se un prete mi dicesse “Tutto è grazia”, io capirei che bisogna impegnarsi a fare il bene perché le eventuali difficoltà che si incontrano sono sempre un “dono di Dio”, una “grazia”, non che si prova piacere a fare il bene (anche se è così).
          Sono due morali con punti in comune, rispettabili ma ben distinte.

  8. Vorrei chiedere al prof. Masiero come fa ad affermare che non possa esistere una valida etica laica e lo chiedo perchè questi sono i discorsi che si sentono da chi solitamente fa della filosofia un uso ad personam, ignorando quanto hanno detto sulla questione i vari Hegel, Kant, Jonas, Weber, ecc. ecc. Forse, prima di dar manforte a persone come Nadia, che evidentemente non sanno nemmeno cosa sia il relativismo (per intenderci: non è il “tutto vale”!), gli converrebbe dare ragione di queste lapidarie e semplicistiche affermazioni.
    A Pennetta consiglierei invece di fare come Cattolici Romani ed escludere d’ufficio tutte le persone che non sono fedeli alla linea del blog. E’ un po’ che capitavo da queste parti ma vedo che il metodo non è cambiato: le voci critiche vengono bannate oppure peggio ancora accusate di essere troll e poi comunque bannate. A me pare che così dimostrate solamente la fragilità delle vostre argomentazioni, comunque fate vobis, questa è casa vostra e voi giustamente fate quello che volete, ma abbiate almeno l’accortezza di non parlare di etica.
    Buona giornata.

    • Rispondo ad Alberto per la parte che mi riguarda.
      La presenza del suo intervento è la dimostrazione che quanto dice non è vero e che sono i suoi di argomenti ad essere deboli se deve attaccarsi a questo..
      Vengono esclusi solo gli autori di sterili e maleducati interventi ad personam e su quello sono fermo.
      Buona giornata.

    • Giorgio Masiero on

      Dove, Alberto, ho sostenuto nell’articolo che non può esistere un’etica laica? Le citazioni di Darwin (e di Dostoevskij) sono solo un aspetto marginale rispetto al tema dell’articolo, che è tutt’altro: l’irrazionalità dell’ateismo. Se la prenda, se è questo l’argomento che la interessa, con Darwin.
      Venendo al quale, e premesso che sono molti i filosofi, soprattutto contemporanei, a sostenere che non esiste un’etica laica, la mia opinione sulla questione è esattamente opposta: secondo me, esistono molte etiche laiche, tante quasi quanti sono i filosofi laici.
      Insomma, io sostengo, come può leggere anche nel mio intervento delle 9.35 (precedente al Suo commento, quindi), che ciò che non può esistere è un’etica laica fondata. A questo proposito, posso chiederLe che cosa intende Lei, nel Suo commento, per etica laica “valida”?
      PS. Se manteniamo il reciproco rispetto, vedrà che ogni Suo intervento sarà qui bene accolto.

    • Scusa, Alberto, che cosa sai di me per parlare spregiativamente di “persone come Nadia, che evidentemente non sanno nemmeno cosa sia il relativismo, ecc., ecc.”. E tu chi sei?
      E poi non ti pare incoerente criticare il prof. Pennetta nel suo difficile mestiere di contemperare il pluralismo della discussione con il mantenimento della buona educazione, sulla quale tu non dai proprio un buon esempio?
      Sul tema: aspetto anch’io di capire da te che cosa intendi per etica laica “valida”, in contrapposizione alle etiche laiche “non valide”.

  9. Bruno Cordani on

    Dopo secoli di dibattiti, mi sembra ormai una verità storica che l’esistenza di Dio non possa essere né provata né negata “al di là di ogni ragionevole dubbio”: l’essere umano è quindi assolutamente libero di scegliere il suo orientamento esistenziale. Ma allora, da dove deriva e come si concilia questa libertà assoluta con una visione puramente naturalistica della realtà, ove tutto è rigidamente determinato? Paradossalmente (nel senso etimologico stretto) proprio l’impossibilità di scegliere in maniera obbligata tra teismo e ateismo mi fa scegliere il primo.

    PS. Frasi del tipo “… a persone come Nadia, che evidentemente non sanno nemmeno cosa sia il relativismo …” (Alberto, ore 10:20) mi danno estremamente fastidio.

      • Bruno Cordani on

        L’intervento l’avevo già letto ma l’ho riletto volentieri. Aggiungo solo che io sono più estremista di lei e giunto a metà (circa pag. 500) del libro di Hofstadter mi sono proprio stufato.

    • Giorgio Masiero on

      Convengo sostanzialmente con Lei, Cordani, che l’esistenza di Dio non è dimostrabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Vorrei aggiungere solo due-tre considerazioni (anche perché la ragione non è fatta solo di dimostrazioni).
      La prima riguarda il fatto che l’assenza di argomenti decisivi per l’esistenza di Dio apre al più le porte all’agnosticismo, non all’ateismo, che resta pertanto una posizione irrazionale.
      La seconda considerazione parte da Aristotele, secondo il quale “non sussiste alcun genere di conoscenza superiore alla dimostrazione se non l’intuizione [noús] … E poiché il principio di una dimostrazione non è una dimostrazione, l’intuizione dovrà essere il principio della dimostrazione, e quindi di ogni scienza” (Analitici secondi). Ne deriva, per me chiaramente, che non sono necessarie “dimostrazioni” per una fede razionale nell’esistenza di Dio. Credere in Dio è come credere che esistono altre menti o credere nel passato. La credenza in Dio è fondata sull’esperienza di Dio nelle più diverse circostanze della vita (il “sensus divinitatis”).
      Per ultimo, penso che il problema del male sia la più forte (se non l’unica) evidenza contro il teismo. È da tanto che vorrei scriverci un articolo, ma non ho ancora trovato la forza sufficiente. Il problema del male ha una sua forza anti-teistica, nel senso che certamente la probabilità del teismo, data la massa di sofferenza apparentemente gratuita esistente nel mondo, ne è abbassata. Ma siccome ci sono almeno una dozzina di argomenti a favore del teismo – primo di tutti, secondo me, il fine tuning – così dovremo cercare di bilanciare le probabilità, con un lavoro che non è certamente facile, ma che forse è meno arduo dello studio di tutti i modelli di multiverso alla moda.

      • Giuseppe Cipriani on

        Mi stona solo quel “apparentemente” riferito alla sofferenza gratuita. Pensando a quella di molti innocenti, come riesce a dubitare che sia evidentemente gratuita?

        • Giorgio Masiero on

          Per esperienza personale, Cipriani. Ho visto tanta sofferenza trasformarsi in una gioia ancor maggiore, inattesa. E poi, Si ricorda?, non sappiamo nulla sulle conseguenze a lungo termine e a lunga distanza delle catene di eventi. Per questo, non ci resta che operare bene con l’occhio al prossimo, spaziale e temporale.

          • Giuseppe Cipriani on

            Capisco quel che vuol significare…
            Certo, se l’innocente sofferente non ci lascia le penne potrà sperare di ritrovare la gioia, ma se ci lascia le penne in modo atroce, beh per me resta vittima di una palese ingiustizia gratuita. In teoria nessun male si dovrebbe compiere o permettere per conseguire un bene.
            E se vale per l’uomo, tanto più dovrebbe valere per un Dio.

          • Giorgio Masiero on

            Ci ripetiamo sempre le stesse cose, Cipriani. Per “chi non crede nella sopravvivenza” (per usare le parole di Darwin), la Sua logica è inattaccabile. È il problema del male, di cui ho parlato nella mia risposta a Cordani. Ma sub specie aeternitatis tutto cambia, non crede? Vedi oltre agli innocenti vittime di catastrofi naturali, anche i martiri cristiani, pure di oggi, a migliaia.
            Con ciò, Le auguro Buona Domenica.

          • Giuseppe Cipriani on

            Altrettanto a lei, caro Masiero, e grazie davvero per la squisita e paziente disponibilità al confronto.

          • Dio per me può fare quello che Gli pare, non Gli direi mai “secondo me hai sbagliato”, proprio perché Lui è Dio mentre io no.

          • Giuseppe Cipriani on

            Se esiste, ed è quello che dite, direi che sta facendo quello che gli pare da sempre.

      • Bruno Cordani on

        Per quanto riguarda la prima osservazione sono d’accordo con lei. Per la seconda invece, riguardante l’esistenza del Male, sono stranamente (e la cosa mi sorprende) in contrasto con il sentire comune, dato che la trovo, al contrario, un argomento a favore del teismo. Ma forse siamo OT e conviene rimandare ad un post apposito. Quello del fine tuning lo trovo invece un argomento molto debole e non risolutivo: la vita e l’intelligenza potrebbero manifestarsi anche in un universo con leggi fisiche diverse, seppure con apparenze ovviamente diverse, poiché è lo Spirito che impone il suo atto sulla potenzialità della materia.

        • Giorgio Masiero on

          Sulla “debolezza” dell’argomento del fine tuning, Cordani, Lei spiega che “è lo Spirito che impone il suo atto sulla potenzialità della materia”. Non ne ho il minimo dubbio,… da credente! Per un credente, la vita può essere creata istantaneamente da Dio anche indipendentemente dalla materia (gli angeli) o in qualsiasi tipo di supporto.
          Ma mettiamoci nei panni di un materialista neo-darwiniano, o anche, semplicemente, di un astrofisico che fa il suo mestiere: dove cercheranno la vita in una forma qualsiasi? in un pianeta senz’acqua e senza una stella nella giusta sequenza? nella polvere interstellare? in una stella di neutroni? in un universo senza carbonio, o senza idrogeno, o che per i suoi cicli di espansione e di collasso la vita non trovi il tempo di sintetizzarsi e di evolversi “per caso”? ecc., ecc.
          Ecco il fine tuning è, secondo me, la più grande smentita dell’ateismo e dell’agnosticismo perché ogni minima variazione della combinazione delle costanti cosmologiche impedirebbe l’evoluzione neo-darwianiana di qualsiasi forma di vita immaginabile da un materialista.
          Del resto, Cordani, perché i fisici sono ricorsi al trucco del “multiverso” solo dopo la scoperta del fine tuning avvenuta 40 anni fa? Un trucco, aggiungo, che oltre a non avere nessun valore sul piano scientifico (se non per la matematica che ne è nata), non sfugge al teorema BGV di chiusura del passato e quindi risulta inutile anche sul piano metafisico.

  10. Buonasera.
    Ringrazio, come mio solito, il prof. Masiero per tale pregevole articolo, il quale, quantunque possa ritenersi da parte di alcuno affatto contrario alle proprie opinioni, è tuttavia imprescindibilmente lodabile per la profondità filosofica e la dedizione sentimentale che vi si innesta.
    Sono d’accordo con il prof. Masiero nel voler riabilitare, almeno sul piano morale, la figura di Darwin; per quanto ne sappia, era egli un uomo sempre insicuro ed auto-critico nei riguardi delle proprie teorie e delle conseguenze metascientifiche che (a torto, in vero) potessero trarsi da esse. Gli si potrà perciò rimproverare, al massimo, una qualche mancanza di perizia filosofica (ma l’Ottocento è nel complesso, filosoficamente, un secolo, se da un lato assai fecondo, anche piuttosto problematico; è stato, d’altronde, il secolo dei grandi sistemi svincolati dalle regole della più elementare inferenza logica; basti pensare all’Idealismo tedesco).
    Huxley è una figura che mi ha sempre inquietato. E’ una figura, mi pare, malata; in lui sono al contempo il disgusto, morale e letterario, per la degenerazione occidentale verso la disumanizzazione dell’animo umano, e riduzione di questi nei soli impulsi animali e irrefrenabili, così come un perverso e languido plauso verso tutto ciò.
    Feuerbach è un filosofo che, pur nei suoi limiti, è tutto sommato apprezzabile; se non vi fossero stati filosofi come lui, volti al sospetto e alla critica dei fondamenti occidentali, non si avrebbero avuti nel secolo successivo esponenti (al pari di Wittgenstein) capaci di com-prendere e correggere tali critiche nella prospettiva di un saldo paradigma fondato sull’analitica del linguaggio.
    A proposito di linguaggio e concezione soggettiva ed oggettiva di Dio, ho pensato ad un piccolo ragionamento (linguistico, o etimologico, che dir si voglia) capace di correggere a mio dire un assunto fondamentale feuerbachiano. In Feuerbach si legge come (vado parafrasando) non sia Dio ad essere infinitamente buono, ma sia l’infinità bontà umanamente concepibile a risultare divina. Ma tali due proposizioni significano logicamente la stessa cosa; ciò che è divino è ciò che è di Dio; perciò, la divinità dell’infinita bontà è divinità tanto soggettivamente (quale cognizione individuale della divinità dell’infinitamente buono) quanto oggettivamente (il fatto che divino sia ciò che è di Dio).
    Da ciò ne viene come l’umana proiezione della credenza (il filtro soggettivo) non mini l’oggettività della divinità, come affermato nell’articolo (certo, sarebbe bene controllare la correttezza di tale ragionamento leggendo Feuerbach in originale…).
    Riguardo al problema dell’esistenza di Dio, ritengo umilmente che si tratti, wittgensteinianamente, di un falso problema cagionato da un cattivo uso del linguaggio. Lo ex-istere di un ente equivale al suo porsi nello spazio e nel tempo dipendentemente da qualcos’altro; ma Dio è nel vero l’Ente che si pone da sé, ed inoltre Egli è, agostinianamente, fuori dallo spazio e dal tempo; per cui non è solido interrogarsi sull’esistenza di Dio (il cui essere dovrà intuirsi per altre vie).
    Se si vuole piegare la suddetta questione sul piano dell’esistenza del fatto storico della Risurrezione cristiana, mi appello ancora a Wittgenstein nel ritenere il miracolo un fatto essenzialmente noumenico, ovvero tale che su di esso debbasi tacere razionalmente, e massimamente solo concepirsi individualmente per mezzo della facoltà del sentimento.
    Ringrazio ancora il prof. Masiero per il Suo articolo; mi auguro si possa continuare a discorrere, pur avendo differenti pareri, civilmente…

    • Giorgio Masiero on

      Ed io ringrazio a mia volta Lei, Alio, per i Suoi interventi da cui imparo sempre qualcosa.
      Su Feuerbach, non mi convince del tutto il Suo ragionamento, perché a mio parere (ma bisognerebbe, appunto, leggere direttamente Feuerbach) l’aggettivo “divino” nell’autore non si riferisce all’ente Dio, ma all’idea di Dio che ci facciamo. Analogamente, ad esempio, all’aggettivo “apollineo” che, pur con tutto il suo chiaro significato, non dimostra l’esistenza di Apollo.

      • La ringrazio dei suoi sempre gentili apprezzamenti. Pensandoci, credo abbia ragione Lei su Feuerbach.

  11. viaNegativa on

    I miei due centesimi (tagliati spessi); il rifiuto di Dio in nome di un certo “libertinaggio” è la diretta conseguenza della confusione perpetrata dalla risposta esistenzialista dei rappresentanti del cd “umanesimo ateo” (Sartre, Adorno etc.) alle antropologie fataliste/storiciste.

    La premessa è che, da un punto di vista strettamente teoretico, l’ateismo è diventato una sorta di obbligo intellettuale per chi non comprenda la dottrina tommasiana dell’essere come atto: se non si capisce la differenza metafisica dell’esistere di un ente nell’immanente in relazione agli altri enti (=cause seconde) e dell’essere di quell’ente in relazione al Trascendente (=Causa Prima), la nozione di Assoluto Trascendente diventa inintelligibile e l’unico “assoluto” possibile rimane quello dei filosofi razionalisti pre-hegeliani, che con la trascendenza del Dio delle Scritture non ha nulla a che fare.

    Scambiando così l’Assoluto con l’ “assoluto”, ecco che le possibilità sono due: o si nega la libertà dell’uomo (e questo perché due infiniti – quello del principio assoluto e della libertà umana – posti sullo stesso piano – immanente – si elidono) come fanno appunto le antropologie sopra accennate oppure – in opposizione a queste – si nega tale “assoluto”, credendo di aver negato Dio, così come hanno fatto quei filosofi di cui sopra, i quali – volendo sostenere l’infinità della libertà dell’uomo – si sono trovati ad opporre irriducibilmente libertà e causalità, nonché libertà e legge, confondendo così la libertà con l’arbitrio, l’assenza di regole e di morale.

    Quindi sì, un certo ateismo frutto della “volontà libertaria” come scritto nell’articolo e radici di tale volontà negli errori qui esposti. Buona notte.

    • Giorgio Masiero on

      Molte grazie, Vianegativa, per il Suo intervento, che ulteriormente scava e inquadra le origini dell’ateismo moderno. Lei non può immaginare quanto io invidi la Sua limpidezza metafisica, che Le permette di padroneggiare il panorama della filosofia, così come uno scalatore arrivato alla cima di una montagna può padroneggiare con un colpo d’occhio tutto il panorama sotto di sé.

      • viaNegativa on

        Ci invidiamo a vicenda allora, Masiero: io vorrei padroneggiare le sue conoscenze fisico-matematiche (storiche e teoriche) che mi tornerebbero utilissime nello studio dei fondamenti delle scienze naturali e della filosofia della scienza, campi davvero -davvero! – complessi (sia nel senso più immediato di “ostico” sia in quello di “composito”) e a cui mi sono avvicinato da poco anche e soprattutto grazie a CS.

        Una postilla finale: nell’affermare l’irrazionalità dell’ateismo, col sottoscritto, si sfonda la solita porta aperta. È pur vero però che, almeno per quanto mi riguarda, posso affermare ciò solo alla luce inestinguibile del genio di Tommaso, in assenza del quale – con buona probabilità – mi sarei detto ateo anche io, o quanto meno mi sarei crogiolato nell’agnosticismo, arroccato nella convinzione che la questione dell’esistenza di Dio sia appannaggio esclusivo della religione, da accettare solo come postulato di fede. Cosa che invece non è.

        • Ho scritto sopra la mia opinione sulla questione dell’esistenza di Dio. Mi piacerebbe che Lei delucidasse la Sua, per poter comprendere la Sua prospettiva e poter acculturarmi ancor più di filosofia tomistica (di cui mi reputo purtroppo men che dilettante in perizia).

          • viaNegativa on

            Grazie anche a Lei, Alio, per i Suoi interventi – sempre misurati ed informati – che apprezzo molto

            Per quanto mi domanda, la posizione di chi scrive, in breve, è che nell’approcciare la questione dell’esistenza di Dio la via corretta non è quella che parte dal chiedersi se Egli esista o meno, ma quella che parte dalla domanda “perché esiste il Mondo”. Procedendo a tal guisa, si perviene alla necessaria conclusione che il mobile risulta pienamente intelligibile e giustificato solo alla luce dell’Immobile, conclusione di carattere cosmologico ancor prima che metafisico.
            Dire poi chi o cosa questo immobile sia, spetta alla speculazione propria della teologia razionale, la quale ne deriva gli attributi in forza della sola ragione naturale scoprendo però che essi collimano con quanto il Dio di Abramo ha rivelato di Se stesso nelle Scritture.

            Sicuramente un itinerario non semplice e non privo di difficoltà, ma assolutamente percorribile.

          • La ringrazio della risposta, molto condivisibile e in linea con le cinque vie tomistiche della derivazione di Dio.

          • Giuseppe Cipriani on

            Dunque, Vianegativa, tu arrivi a credere in Dio non per una fede diretta (per grazia), ma per speculazioni argomentative, passo dopo passo?

    • Anch’io mi sento di ringraziare l’utente Vianegativa per i suoi sempre periti e lucidi interventi; mi unisco al prof. Masiero nel lodare il Suo ragionato dominio delle scienze filosofiche.
      Pensando alle Sue delucidazioni, mi sovviene in mente una certa opposizione tra una libertà di tipo “autonomo”, autoregolamentativa, che sintetizzi libertà e causalità ed aperta verso il Trascendente, e una libertà (falsa o cattiva che dir si voglia) di tipo “anomo” (libertina, amorale, di cui sopra).

  12. Giuseppe Cipriani on

    Senza la grazia della fede il problema DIO resta insolubile.
    Nessuna ricetta speculativa potrà rivelarlo, nessuna autoimposizione.
    Senza quella grazia dirimente, le opposte fazioni in ballo hanno entrambe dignità.
    L’agnostico è come il cinese che si siede su una sponda del fiume e con pazienza attende di sapere.

    • Spero di non offenderla, ma mi viene un dubbio: il cinese SEDUTO sulla sponda del fiume esattamente come spera di ottenere il sapere? Spera che gli passi davanti o rimanda alla fine della vita?
      Perché non prova ad alzarsi e ad andare a cercare la Verità invece che aspettare che sorga un apologeta dell’una o dell’altra fede che gli mostri ciò che potrebbe trovare da solo se non stesse seduto?

      • Giuseppe Cipriani on

        Mi pareva ovvio, ma ovvio non era, che quello stare seduto solo metaforico rappresenta per me chi cerca di osservare e capire… Il fiume è la vita che scorre con tutte le sorprese, nessuna esclusa, che saprà presentare a chi ha mente aperta.

        • Ok, metafora chiarita. Per concludere il tema le rivelo una cosa che almeno per me è vera e forse potrebbe esserle utile: su internet può trovare tutta l’apologetica che vuole (discorsi in difesa della razionalità della fede) ma…non la fede. È una cosa che può essere cercata e trovata, ma altrove.

          • Giuseppe Cipriani on

            Lo so molto bene, per certo non potrò trovare la fede per via apologetica… Ti ringrazio in anticipo e mi farebbe piacere, Htagliato, se vorrai darmi del tu.

          • Grazie per la concessione, d’ora in poi userò il “tu”.
            Anzi, lo faccio subito: prima per “fede” intendevo qualcosa di molto più ampio del credere nell’esistenza di Dio, per quello soltanto invece basta la ragione. Se non ci credi…TU hai torto! 😉

          • Giuseppe Cipriani on

            Cosa intendi per molto più ampio del credere nell’ esistenza di Dio?

          • Intendo che una cosa è credere nell’esistenza di Dio, un’altra è credere che il Suo rapporto con l’Uomo abbia certe catatteristiche. Il problema per me non è “esiste?” ma “ci ama o è indifferente? E io devo amarlo o posso anche ignorarlo?”.

          • Giuseppe Cipriani on

            Chiaro che ti stai complicando la vita. Arrivare a credere in Dio e porsi il problema che non sia uno giusto…

          • In quanto credente non è mia tale complicazione, facevo solo un’allusione al problema del Male, che per me è il solo e vero motivo, più o meno nascosto nel cuore di chi non crede, per non credere.
            Torniamo al tema dell’articolo di Giorgio: c’è chi non crede perché non ne apprezzerebbe le conseguenze, non per il contenuto della fede.

          • Il problema del male sarebbe la prima causa dell’ateismo ? La prima causa dell’attuale ateismo che è di stampo edonistico, è probabilmente l’egoismo. Mi chiedo se senza il male si potrebbe apprezzare il Bene, ossia se ci fosse solo la luce, cosa si conoscerebbe ? E la si apprezzerebbe come quel fenomeno che rischiara dalle tenebre ? Sarebbe impossibile trovare qualcosa di positivo se non ci fosse qualcosa di negativo che si oppone. Tanto più profonde sono le tenebre, tanto maggiore sarà lo splendore della luce piena.