La soluzione di Tattersall

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La soluzione di Tattersall

di Giorgio Masiero

Come, in base ai dati più recenti della paleontologia e dell’archeologia, le teorie evolutive spiegano la comparsa della specie umana

In uno splendido weekend del novembre scorso ci trovavamo a Cividale del Friuli, sulle tracce dei Longobardi. Mentre bevevamo un caffè, un’occhiata alla bacheca del bar c’informava che Ian Tattersall – uno dei massimi esponenti della paleoantropologia, per 40 anni curatore all’American Museum of Natural History di New York – avrebbe tenuto a Udine una conferenza dal titolo “The thinking primate” (Il primate pensante). Tattersall avrebbe descritto le tappe dell’evoluzione umana a partire da “bizzarri scimmioni”, prometteva la locandina dell’università. Tra le proteste di mia moglie, che avrebbe preferito un concerto con musiche di Shostakovich e Lourié, rinunciammo alle sirene delle Euterpi russe e percorremmo i 20 km dal nostro hotel fino al Museo di Storia Naturale del capoluogo friulano, per ascoltare la storia della nascita dell’uomo dalla viva voce della Clio americana.

Presentando l’ospite, il direttore del museo di Udine pose subito il problema: come si spiega che noi umani, soli tra i viventi, possediamo il linguaggio e il pensiero simbolico? Già la semplice ricostruzione della storia evolutiva di Homo sapiens “è assai problematica e soggetta a continui aggiornamenti”, continuò, anche se appare ormai “sufficientemente attendibile” – qualsiasi sia il significato statistico di questi due termini, pensai tra me e me – che Homo sapiens sia “il risultato di un’evoluzione non lineare verso la perfezione”. Non un vero e proprio cespuglio, mi parve di capire, ma uno spenceriano cammino, con qualche zig zag, orientato verso la pienezza, se il termine ha un senso in biologia. Che l’evoluzionismo abbia riscoperto a Udine un fine? Scherzo, naturalmente.

Per caricare l’attesa del pubblico, fu preannunciata l’esposizione dall’illustre ospite di “un’originale spiegazione di come siano potute emergere in brevissimo tempo le due straordinarie peculiarità del linguaggio e del simbolo, attraverso meccanismi che si pongono ben oltre il darwinismo classico”. Bene, tutt’orecchi mi preparai ad accogliere la nuovissima scoperta di Tattersall, efficace a spiegare la trasformazione d’un ominide non parlante e non filosofante in un uomo. Certamente una grande scoperta, dissi sottovoce a mia moglie, che ben valeva la perdita d’un concerto.

Ricorderanno i lettori di CS che appena 2 anni prima Tattersall, nel famoso articolo interdisciplinare “The mistery of language evolution” scritto insieme ad altri 7 scienziati di fama mondiale, aveva chiamato un persistente “mistero” la comparsa del linguaggio umano. Mistero è una parola forte, penosa a pronunciarsi da taluni, ma certamente non fu usata con leggerezza in quel lavoro, perché l’antropogenesi è in biologia evolutiva veramente un mistero, grande anche più di quello dell’abiogenesi. Dall’annuncio di “meccanismi ben oltre il darwinismo classico”, sperai che Tattersall ci avrebbe quella sera spalancato almeno una condizione necessaria (se non sufficiente) dell’antropogenesi, ovvero:

Come sia stata possibile “in brevissimo tempo” la produzione d’una decina di macro-mutazioni genetiche, più specificamente delle versioni umane dei geni coinvolti nelle funzioni cerebrali collegate al linguaggio dei primati, come sono le versioni esclusivamente umane dei geni CNTNAP2, ASPM e MCPH1 (v. un mio recente articolo a questo link).

Sarà anche vero infatti che la differenza tra il DNA umano e quello di scimpanzé è solo dell’1,5%, però su 3 miliardi di basi quella petite différence consiste sempre in una stringa d’una cinquantina di milioni di caratteri. Solo il gene CNTNAP2 è una parola lunga 2.3 milioni di caratteri… Come si è composta e fissata?

In un altro articolo ancora, abbiamo visto che, in assenza della guida di meccanismi fisico-chimici, con il campo abbandonato alle micro-mutazioni genetiche casuali del vecchio darwinismo, la massa di sostituzioni di nucleotidi complementari, stabiliti e fissati all’interno di un genoma-origine di specie ominide, necessaria a trasformare una grande scimmia in un uomo, richiederebbe tempi estremamente superiori a quelli osservati dalla paleontologia, anzi inimmaginabili rispetto alla stessa età dell’universo. Nei migliori scenari, con parametri generosi immessi nei modelli a dar peso alla selezione naturale, i tempi di attesa sono stati calcolati proibitivi pure per le stringhe più brevi: la fissazione d’una stringa di 2 nucleotidi richiede decine di milioni d’anni, una di 3 ne richiede centinaia, una di 6 alcuni miliardi, una di 8 qualche decina di miliardi… Più oltre, per le differenze genetiche milionarie realmente misurate tra uomo e scimmia, ritroveremmo i tempi ultra-cosmologici di Schützenberger. Che Tattersall abbia individuato alcuni dei meccanismi killer dell’ergodicità? Ascoltiamolo.

L’incipit di Tattersall subito mi colpì. Dopo molti anni di studi neurobiologici, cominciò, nonostante le più stravaganti ipotesi la comparsa della base neuroanatomica delle nostre straordinarie capacità conoscitive “resiste ostinatamente ad ogni spiegazione riduzionistica”. La sola ragione per cui diamo per scontato che un antenato dalle capacità cognitive simili alle grandi scimmie moderne abbia dato origine a discendenti che ragionavano come noi oggi ragioniamo, continuò, è che “la cosa è auto-evidente”. Ora, Lettore, ammetterai con me che se una cosa è auto-evidente non ha bisogno di essere spiegata, perché spiegare significa proprio ridurre al più semplice fino, se possibile, all’ideale dell’auto-evidenza! Se la nostra trasformazione da uno scimmione è auto-evidente, noi tutti che ci stiamo a fare qui ad ascoltare le Sue originali spiegazioni, dott. Tattersall?! La verità è che l’origine di Homo sapiens non è affatto auto-evidente, ma piuttosto che l’ipotesi evolutiva dell’uomo da una specie animale estinta è l’unica investigabile dalla scienza naturale…, la quale a questo punto ha il compito di cercare di capirne le possibili cause materiali.

Poi Tattersall entrò nel sodo. Il problema vero, disse, è che la nostra specie simbolica e linguistica discese da un antenato che non aveva nessuna di quelle due caratteristiche. Come poté accadere una tale trasformazione? A priori ci sono solo 2 possibilità, arguì (erratamente, perché ce ne sono almeno 5-6, feci i conti tra me e me), la prima delle 2 essendo la tradizionale visione neodarwiniana di un processo lungo e graduale sotto la guida della selezione naturale. In questa visione l’uomo moderno sarebbe l’ultima versione d’una serie di piccoli miglioramenti adattativi, con tante specie umane o ominidi intermedie. Dall’altra parte però risulta ormai chiaro che il neodarwinismo “semplifica eccessivamente i modi di operare dell’evoluzione”, aggiunse. Molti processi alla base dell’evoluzione sono discontinui, influenzati da fattori – come improvvisi cambiamenti climatici, per esempio – che sono indipendenti dall’adattamento. Si apre così un’ipotesi alternativa per la comparsa dell’uomo: le nostre facoltà cognitive sono state acquisite in “un evento unico, definito e di corta durata. Comunque, solo l’evidenza empirica, cioè i reperti fossili e i primitivi manufatti possono decidere tra le due alternative, sentenziò infine Tattersall da bravo scienziato.

Antropogenesi: rappresentazione delle due alternative esaminate da Tattersall

 

A questo punto il paleoantropologo prese a nuotare nella sua acqua, descrivendoci i registri fossili a partire da 7 milioni di anni fa, quando si desume sia iniziata la trasformazione umana da specie ominidi; parallelamente descrisse i siti archeologici dall’Africa all’Asia, dall’Europa al Medio Oriente, dotati di pietre apparentemente semilavorate, strumenti, arredi, ecc. Il punto è stabilire l’età più remota in cui fossero probabilmente presenti il simbolo e il linguaggio. Con onestà Tattersall riconobbe le difficoltà per i ricercatori di distinguere, più indietro si risale nel tempo, un artefatto da un oggetto naturale appena sagomato, utilizzabile a scopo strumentale anche da un animale. “Un pezzo di pietra più o meno sgrezzato e vagamente antropomorfo d’un milione di anni fa è simbolicamente assimilabile alla ‘Venere’ del sito israeliano di Berekhat Ram di 250.000 anni fa? La presenza di ocra in depositi archeologici molto antichi implica necessariamente un uso simbolico? Non ci sono risposte sicure a queste domande”. D’altra parte le immagini su pareti di caverne di 40.000 anni fa, rappresentanti scene di animali e cacciatori, contenenti persino arte astratta, eliminano ogni dubbio sull’esistenza di Homo sapiens a quell’epoca.

Ebbene, nelle parole di Tattersall, con le specie di ominidi africani di epoche comprese tra i 7 e i 4 milioni di anni fa non abbiamo alcuna risultanza per attribuir loro il simbolo. Assegniamo ad essi uno stato ominide solo perché si muovevano eretti su due piedi ed anche per il loro apparato dentale anteriore. Ma nulla ci porta a decidere che le loro capacità cognitive fossero superiori a quelle d’una grande scimmia moderna. Venendo ad epoche più vicine, agli australopitechi per esempio del periodo compreso tra i 4 milioni ed 1.5 milioni di anni fa e poi ad altre specie fino a mezzo milione di anni fa, si notano altre variazioni anatomiche simil-umane nella lunghezza degli arti, nella struttura dello scheletro, nella grandezza della scatola cranica o della faccia, ecc., insieme all’uso di strumenti di origine naturale, come ciotoli affilati o ossi a forma di clava…, però secondo Tattersall tutto ciò non è sufficiente a stabilire la presenza del simbolo prima di 200.000 anni fa. Indubbiamente, il simbolo risulta presente in Africa a partire da quell’epoca. Inizialmente, i membri della nuova specie simboleggiante si comportavano come i loro predecessori e gli ominidi loro contemporanei, ma ad un certo momento mostrarono comportamenti nuovi, senza precedenti, a cominciare dalla produzione appunto di oggetti simbolici. Allora uscirono dall’Africa ed invasero il mondo. I primi non si sbarazzarono dei Neanderthal, ma l’ondata successiva di emigrati africani avevano già conoscenze tali da eliminare ogni concorrenza ominide in Eurasia, dall’Homo erectus al Neanderthal ad ogni altra specie ominide. Apparve a questo punto chiaro al pubblico su quale delle sue due alternative Tattersall sarebbe andato a parare: non quella neodarwiniana di un’ominizzazione graduale durata milioni di anni, ma piuttosto quella di un evento “unico e di corta durata”.

Se nei siti archeologici gli oggetti inequivocabilmente classificabili tra gli artefatti risalgono solo al periodo compreso tra i 200.000 e i 100.000 anni fa, vuol dire secondo Tattersall che in questo ristrettissimo intervallo è comparso l’uomo simbolico (e parlante: perché senza linguaggio non si dà simbolo secondo la linguistica) e la causa della trasformazione in un tempo così breve non può essere una serie di mutazioni genetiche casuali selezionate dall’adattamento, ma va ricercata altrove, in un evento eccezionale.

Dico subito, Lettore, prima di riprendere il racconto con la ricostruzione dell’evento unico, che il teorema di Tattersall non mi convinse. Obiettai dentro di me che, col tempo, ogni artefatto sbiadisce, si leviga e si consuma; l’attività incessante della natura cancella gradualmente i segni della mano umana, fino a ridurre ogni manufatto in polvere. Quale opera umana potrebbe risultare riconoscibile dopo un milione di anni? L’assenza di evidenza non è evidenza di assenza, impara ogni studente all’esame di Laboratorio di Fisica 1. L’assenza archeologica di artefatti inequivoci oltre una certa data può avere una spiegazione alternativa nell’azione distruttiva inesorabile del tempo e dell’entropia. Se poi, come appresi subito dallo stesso Tattersall, “ci capita di tanto in tanto di trovare espressioni inusuali”, come quella risalente a 500.000 anni fa della conchiglia incisa di Trinil (Giava), allora Tattersall aveva appena confutato il suo teorema. “Inusuali” per che cosa? per la teoria che l’uomo è comparso tra 200.000 e 100.000 anni fa? Un dato non è mai inusuale, è un dato e basta; e non è il dato a doversi adattare alle teorie, ma le teorie al dato.

E invece, ci toccò sentire lo scienziato giustificare l’inusualità della conchiglia di Trinil e di tanti altri manufatti delle specie Homo X o Y,  con il blabla che “gli esseri umani sono creature complesse discendenti da precursori complessi” e che “una rondine non fa primavera”… Bella parola la complessità: in industria si usa per denotare un problema difficile su cui persiste l’assenza di una soluzione; che nella ricerca scientifica, quella in presunzione di onniscienza, se ne abusi per denotare i fenomeni che si ostinano a non rientrare nelle nostre teorie? Quanto al proverbio della rondine, Popper chiamerebbe Trinil una cruciale falsificazione della teoria dei 200.000 anni…

Torniamo al racconto di Tattersall, dando per buono il suo teorema. In che cosa consistette l’evento unico di ominizzazione di 150.000 anni fa? come fu possibile ad Homo sapiens di acquisire il linguaggio ed il simbolo, che sono due falcoltà connesse inestricabilmente, in un recente, singolo e breve evento? Nelle parole di Tattersall: “La nostra caratteristica cognitiva è chiaramente costruita sopra una lunga e complessa serie di acquisizioni durata 400 milioni di anni di evoluzione del cervello dei vertebrati. Non serve ricostruire le modifiche anatomiche intervenute nella faccia, lo scheletro, ecc. delle varie specie di ominidi sotto l’azione della selezione naturale. L’adattamento non c’entra. Anche se taluni scienziati sostengono il contrario, io credo che la facoltà cognitiva fu acquisita in un evento minimo a livello molecolare, improvviso e casuale, causante uno switching del sistema dei geni, che si erano singolarmente venuti costituendo per caso durante gli eoni, indipendentemente da ogni necessità di adattamento selettivo”. L’exaptation, dunque: questa la killer application di Tattersall per spiegare la comparsa dell’uomo.

Insomma, tradussi in prosa, l’evento unico e improvviso all’origine di Homo sapiens non consistette nella caduta di un meteorite panspermico o distruttivo, né in un brusco cambiamento climatico di glaciazione o di surriscaldamento, né in un colasso quantistico, ecc., in nessun’altra “catastrofe” matematica di Thom, ma nell’ultima mutazione casuale (dopo milioni di mutazioni genetiche casuali avvenute in centinaia di milioni di anni e fissatesi senz’alcuna utilità per i loro possessori vertebrati), che innescò la fruibilità per il primo dei nostri predecessori di una rete genica alternativa, con i geni CNTNAP2, ASPM, ecc., necessari al simbolo bell’e pronti. Come in uno scambiatore ferroviario, l’ultima mutazione dirottò l’organogenesi in una direzione piuttosto che in un’altra, la dirottò verso lo sviluppo del primo individuo della nuova specie filosofante piuttosto che nello sviluppo dell’ennesimo individuo dell’ultima specie che ci ha preceduto…, e per la quale la serie appena incompiuta di mutazioni è finita nel bidone della spazzatura DNA.

Questa è la soluzione di Tattersall. Questi sono i “meccanismi ben oltre il darwinismo classico” portati dal paleontologo americano per spiegare l’ominizzazione. E la nuova scoperta che io ingenuamente aspettavo dall’epigenetica, dall’evo-devo, ecc., o dalla fisica quantistica o dall’astrobiologia, si rivelò a Udine la vecchia exaptation di Gould (1982), quell’altro paleontologo-divulgatore che per spiegare le discontinuità evolutive osservate (per esempio nei fossili del Cambriano) affiancò al vecchio darwinismo con selezione naturale l’arma imbattibile d’un darwinismo-senza-selezione-naturale, in cui l’unico motore è il caso. Un agente peraltro inefficace alla bisogna nel nostro problema, perché per l’exaptation – totalmente ergodica a priori – del solo CNTNAP2 gli “eoni”, cioè i 400 milioni di anni di storia vertebrata valgono come 400.000 miliardi di anni o 400 nanosecondi: zero. La soluzione di Tattersall è un esempio del “saltazionismo poggiantesi su dozzine di migliaia di miracoli” già denunciato da Schützenberger nel 1966, meditai sconsolato.

L’epilogo del discorso di Tattersall fu un canto etico e metafisico, che mi sorprese come l’incipit. Se nel 2012 al Meeting di Rimini, Tattersall aveva chiaramente delimitato la sua ipotesi al contesto scientifico chiudendo con l’affermazione che “la prospettiva metafisica dell’evento unico di coscientizzazione va lasciata all’interpretazione dei colleghi filosofi e teologi” (v. qui, al minuto 32), a Udine invece non seppe resistere a fare anche la parte dei suoi colleghi accademici di scienze umane. Concluse infatti filosofando che la comparsa improvvisa e casuale delle nostre facoltà cognitive è una medaglia a due facce: la nostra assoluta contingenza in un mondo che non ci aspettava spiega da un lato i nostri comportamenti spesso irrazionali ed autodistruttivi; e implica dall’altro che “abbiamo realmente una dose di libera volontà, parlando dal punto di vista biologico” e quindi una responsabilità sul mondo. Non chiedermi, Lettore, come si possano trarre in generale conclusioni metafisiche ed etiche da ipotesi scientifiche, anche nei casi in cui queste fossero corroborate; né in particolare come dalla sua teoria plurimiracolistica dell’ominizzazione, Tattersall abbia ricavato i sopraddetti giudizi sugli umani destini. Come diceva Seneca il Vecchio a proposito di certi pensatori, “tutte queste idee le traggono dal proprio cervello, non dall’evidenza scientifica”.

Chiesi scusa a mia moglie: alla poetica di Tattersall avrei dovuto preferire quella ben più rigorosa e creativa di Shostakovich e Lourié, come lei voleva.

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About Author

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

  • Maurizzio

    Tattersal ha sempre confermato di essere un darwinista.Poi in un momento in cui il darwinismo stesso rischia di essere analizzato e forse criticato bisognerà che qualcuno confermi le parole d’ordine.Con selezionenaturale,senza selezionenaturale,il signor Caso e via dicendo.I dubbi che questo benedetto Homo sia un complesso prodotto,troppo anomalo nel contesto della Natura,continuano imperterriti anche dopo l’ennesima lezione di “attendete ancora un po troveremo il bandolo della matassa…..oppure l’abbiamo già trovato(?).

  • Maurizzio

    Anche se difendere a spada tratta il citato Homo (con troppi amanti della violenza e della iperstupidità) elevandolo(la scienza è imparziale,comunque,in ogni caso) al disopra e molto,moltissimo di ogni altra 1)Creatura per i “credenti”2)Essere vivente per tutti gli altri è fatica epica.Cosi è.

  • Simon de Cyrène

    Il giorno in cui, invece di stare sempre a spiegarci che il processo evolutivo dall’inizio della terra alla comparsa uomo è una semplice successione di miracoli, questi signori cominceranno a fare davvero scienza e allora, e solo allora, sarà possibile progredire nella comprensione dell’apparizione del fatto umano.
    Non è ripetendo che tutto è casuale che si costruisce una conoscenza scientifica: tanto vale ascoltare le versioni shamaniste che , almeno, hanno il vantaggio di portare con loro un afflato mitizzante poetico ed estetico.
    Quanto sarebbe più onesto dire “non si sa” , forse lo sapremo ma forse mai, ma oggi non si sa invece che di rispondere che c’è un dio che ogni volta fa un miracolo, dio il cui nome è “il Caso”: segno indiscutibile dell’ovvio caos sempre presente in certe teste “darwiniste”.

  • Alèudin

    In pratica è successo perchè è successo.

    Io di Udine ho saputo della conferenza di Tattersall solo il giorno dopo, vergona assoluta.
    Grazie per il riassunto.

    • Giorgio Masiero

      Non si vergogni troppo, Aléudin. Non è stata per Lei una perdita così grande, se ha impiegato quella sera in qualche altro modo…

      • valentino

        Salve, capisco il punto e visto il suo riassunto probabilmente concordo con lei ma…………..
        con un piccolo OT vorrei portare in evidenza quanto Alèudin ha detto e il problema connesso. La scienza e tutto ciò che riguarda la sua divulgazione, indipendentemente dalla bontà di quanto viene esposto, interessa ormai a pochi e chi dovrebbe dedicarsi a promuovere la cultura non fa nulla o pochissimo per migliorare la situazione. Questo è un problema evidente, potrà la scienza spiegarne i motivi? Forse perchè chi prepara le campagne pubblicitarie è parte dello stesso insieme che definisce i disinteressati alla scienza? Forse perchè, invece, la scienza sta diventando sempre più un concetto di appartenenza ad una casta sacerdotale e si vuole rafforzare il concetto? Io trovo veramente vergognosa la mancanza di informazione, indipendentemente dalla condivisibilità di quanto esposto.

        • Giorgio Masiero

          Se c’è, Valentino, una disaffezione crescente per la scienza si deve anche ai ciarlatani che la stanno trasformando in “casta sacerdotale” sempre più autoreferenziale.
          Io penso che la scienza (vera) interessi “tutti”, sia come contribuenti al suo costo sia come utenti dei suoi preziosi frutti tecnologici. E penso che dobbiamo condurre la giusta battaglia per la distinzione tra scienza autentica e pseudoscienza (fatta di racconti e fantasie o trainata da interessi di parte).

    • valentino

      Io di Pordenone (50km da Udine) l’ho saputo solo ora. Però devo dire che l’informazione sulle varie sagre e fiere di paese, i carnevali, i concerti rock è stata capillare ed esaustiva. Dai che mica si può raggiungere la perfezione, l’errore è sempre dietro l’angolo, la svista fa parte di noi, in fin dei conti delle cose veramente importanti eravamo informati, se è stata dimenticata una cosa secondaria e marginale non mi sembra il caso di prendersela.

  • LUIGI MOJOLI

    L’ergodicità è un’ipotesi potente, a volte addirittura assunta in modo discutibile. Non capisco perché escluderla qui aiuti. Probabilmente l’idea di media sulla popolazione uguale alla media temporale (volgarizzo) non è l’ergodicità che si intende nell’articolo.
    Mi consolerò con Rachmaninov oggi e col Guercino domani, a Piacenza.

    • Giorgio Masiero

      L’ergodicità ha qui, Luigi, il senso in cui la usa S. Kauffman (o anche R. Dawkins) in biologia evolutiva, quando si deve calcolare per es. la probabilità di sintesi casuale ed esclusivamente casuale di una proteina lunga N basi, essendo 20 il numero di diverse basi ammissibili. L’assunzione matematica (“di ergodicità”) è che tutte le combinazioni con ripetizione di 20 lettere prese N ad N siano equiprobabili. Allora, perché la sintesi casuale sia possibile, occorre che gli atomi e il tempo a disposizione siano sufficienti ad esplorare “tutte” le possibili combinazioni 20^N. Nel mio articolo “I 3 salti dell’essere” troverai i calcoli.

      • Simon de Cyrène

        L’ergodicità implica equilibrio termodinamico.
        Visti i tempi ristrettissimi nei quali sono apparsi la vita e il fatto umano (con probabilità di apparizione praticamente uguale a 1 in tempi strettissimi) a me pare evidente che tale ipotesi di lavoro sia ormai da scartare per sempre in quanto de facto falsificata.
        Questo vuol semplicemente dire che siamo di fronte a processi lontani dall’equilibrio termodinamico dove le nozioni di causalità non coincidono con determinismo e dove processi catastrofici, nel senso di Thom, non sono da escludere a priori.
        Rimane da spiegare perché il processo non è ergodico: l’ipotesi caso è nell’impossibilità concettuale stessa di fornire tale spiegazione.
        La traiettoria nello spazio di fasi di tale sistema termodinamico è però perfettamente causata dalla necessità di aumentarne il più drammaticamente possibile l’entropia: visto che il processo non è determinista benché sia sempre causale, non ogni risultato individuale ottimizzerà questa produzione di entropia e sarà a breve scartato dal sistema stesso, sola la soluzione ottimale sopravvivendo e permettendo di diventare tappa per raggiungere il prossimo massimo di entropia possibile (o il prossimo minimo di neghentropia possibile).

        • Giorgio Masiero

          Certissimamente, Simon.
          Qualche volta mi chiedo se questi evoluzionisti-divulgatori, che sono per giunta riduzionisti irriducibili, conoscano la termodinamica, la regina delle scienze naturali…, così corroborata e mai falsificata da avere uno status epistemico quasi “metafisico” (Einstein).

  • paolo magris

    Come
    al solito, la spiegazione evoluzionista ai fatti si risolve in una “non spiegazione “ , ovvero in constatazioni che, persino se fossero vere, nulla avrebbero di scientifico. Questo invocare la “randomness”, ossia una improvvisa mutazione casuale come supposta spiegazione della nascita delle funzioni vocali, e’ l’ennesima rinuncia alle ricerca delle “cause” scientifiche di un
    fenomeno. A parte il fatto che i signori evoluzionisti invocano la randomness a loro comodo, senza poi seguire tutte le conseguenze ( ossia il calcole delle probabilità, il tempo che ci vuole perchè gli eventi possano verificarsi ecc. ) e mai forniscono dei veri calcoli ( ad esempio: che probabilità ci sono che un’unica mega-mutazione in un gorilla gli consegni capacità vocali, senza mandare in crash il sistema? Domande a cui bisogna dare un risposta se non si vuole parlare del nulla), il vero problema è che in sé il singolo evento random, pur se fosse vero, non spiega assolutamente nulla. Se anche il vento sulla spiaggia di Lignano scrivesse sulla sabbia, per caso, un bellissimo sonetto in inglese, nulla spiegherebbe sulla nascita della poesia. In questo senso, invocare la casualità, è una spiegazione di tipo creazionista: non ha bisogno di cause, si constata solo a posteriori, e ne è responsabile una forza immateriale ( il caso), invisibile, arbitraria, incondizionata, che fa quel che vuole e quando vuole, esattamente come il Dio dell’Antico Testamento. Di questo gli evoluzionisti non se se ne rendono conto, eppure ragionano in modo del tutto “religioso”.
    Quanto al linguaggio…beh, anche nella linguistica il modello darwinista è franato e non funziona…per quanto sia sconcertante, nessuno ha trovato una lingua “semplice”, né morte né vive, nemmeno nei popoli della cosiddetta “età della pietra”, come i pigmei, invece si constata il contrario: più indietro si torna, e più complesse sono le lingue, l’esquimese è più complesso del latino che è più complesso dell’italiano. Il finnico, lingua molto arcaica, ha 40 casi. Le lingue, semmai, tendono a “ perdere “ informazioni, perdono le declinazioni, perdono i tempi, ec .
    Il vecchio modello che ci descriveva l’uomo della caverne che emette poche parole gutturali è pura immaginazione, e priva di qualsiasi riscontro.

    • Simon de Cyrène

      Esatto, tutto nell’universo è perdita di informazione: il secondo principio di termodinamica docet.
      Eppure qui si vorrebbe che l’informazione avesse la sua origine nell’assoluta mancanza di informazione che il “caso” (o il suo equivalente metafisico il caos)…
      Caos che mi sembra esistere solo nelle menti che osano fare tali affermazioni senza neanche vergognarsene

      • paolo magris

        Condivido…basta andare a vedere le motivazioni ( risibili) che i darwinisti tirano fuori per spiegare come l’evoluzione della complessità biologica non violi il 2 principio della termodinamica…. addirittura riescono a dire che è il sole che “immette informazioni” nel sistema terra…

        • Simon de Cyrène

          LOLOLOL
          Questa non l’avevo mai sentita…. perché no gli spiriti dei sassi ?

        • Giorgio Masiero

          Credo vadano messi alcuni puntini sulla i, Magris, quando si parla di evoluzione e di II principio della termodinamica. Questo non è violato dall’ipotesi di evoluzione biologica, se Lei intendeva ciò.
          Noi abbiamo sotto il naso, in continuazione, apparenti violazioni della legge: assistiamo tutto il giorno a infiniti cocci che come per magia si ricompongono in splendidi oggetti, a miriadi di componenti aeronautiche che si assemblano da sole in macchine volanti, a miliardi di tessere sparse che si dispongono spontaneamente nelle loro posizioni programmate. Sono i semi sepolti che diventano piante, riordinando e scartando ad uno ad uno atomi e molecole sparpagliati, raccolti dall’aria e dall’humus, con un lavorio continuo ed ordinato che sembra obbedire ai comandi di un programma; sono gli uccelli che crescono da un embrione, i cui organi nell’uovo metabolizzano le molecole, riordinandole con tutta evidenza secondo un progetto e diventando splendidi oggetti volanti; è l’avventura di ogni essere umano iniziata dall’incontro di uno spermatozoo con una cellula uovo; è la ferita ad un dito che si rimargina da sola; ecc., ecc. Sono tutti i fenomeni appartenenti alla vita. Ma non solo…
          Anche nella materia inanimata, seppure in misura molto meno spettacolare che in quella animata, avvengono fenomeni di comparsa d’ordine in apparente violazione della legge dell’entropia. Uno di questi entra nella tecnica tradizionale usata dai cercatori d’oro per filtrare il metallo prezioso dal miscuglio minerale: agitando la miscela eterogenea, essi sfruttano la forza di gravità per separare le particelle più pesanti, che vanno nel fondo del setaccio, da quelle più leggere, che emergono in superficie, con l’effetto anti-entropico di riordinare un sotto-sistema. Mentre, nei casi comuni, l’agitazione d’una miscela allo stato liquido provoca un veloce raggiungimento della massima entropia, perché accelera la distruzione di eventuali isole d’ordine generatesi per scarsa diffusione, nel caso dei microaggregati (sospensioni di particelle di peso diverso) la stessa operazione è anti-entropica, in quanto esalta l’effetto localmente ordinante della forza di gravità. Altri casi di anti-entropia locale sono la formazione di vortici ordinati grazie alla presenza di gradienti di energia, i fenomeni atmosferici, l’erosione differenziale di rocce a diversa composizione di durezza, ecc. In generale, nei fenomeni fisici ad apparizione d’ordine, si sa che è sempre un campo di forze agenti nel sistema (“driving field”) ad operare l’evoluzione anti-entropica in un suo sotto-sistema a prezzo dell’accelerazione entropica degli altri sotto-sistemi. Complessivamente comunque, sempre l’entropia aumenta.
          Pure nei fenomeni biologici la violazione del secondo principio della termodinamica è solo apparente. Il seme, per diventare pianta, ha bisogno dell’energia che gli proviene dal Sole e della materia che aspira dal terreno. Il sistema isolato, dove la seconda legge della termodinamica calcola la variazione complessiva di disordine, non è quindi il seme, ma la terna {seme + terreno + Sole}. E se si calcola la variazione complessiva di entropia, si trova che l’ordine che aumenta nella pianta durante la sua crescita è superato dal disordine che cresce nella Terra, dove si sgretolano pre-esistenti strutture minerali, ed anche nel Sole, man mano che i processi di fusione nucleare ne diminuiscono la riserva di energia. Termodinamicamente, la vita è creazione locale d’ordine resa possibile dalla crescita di disordine nell’ambiente che ospita e permette la vita. La stessa vita umana, quanto più è meravigliosa epifania di ordine, complessità e bellezza in se stessa e nei prodotti dell’arte e della tecnica da essa creati, tanto più induce disordine (inquinamento e diminuzione di energia fruibile) nella natura che essa sfrutta. Il calcolo matematico dell’entropia non dà mai per somma algebrica zero, ma sempre un delta positivo di disordine che misura nell’universo il tempo che passa e l’energia utile che cala. La vita vive e si diffonde in un universo che si dirige verso la morte termica.
          Ma qual è il driving field fisico responsabile dell’apparizione d’ordine locale nei fenomeni della vita? Questo è il vero problema che il darwinismo non affronta, non il II principio della termodinamica.

          • paolo magris

            prof. Masiero, sicuramente in termini ampi si può discutere sulla possibilità di fenomeni anti-entropici, che lei cita, tuttavia, sul concreto, laddove si parla , da parte dei darwinisti, di un meccanismo random che, nelle sequenze di dna, è in grado di incrementare l’informazione biologica anzichè degradarla, è corretto invocare l’entropia, quale legge che verrebbe violata. Non solo non è mai stata osservata una mutazione random che incrementi l’informazione genetica ( lasciamo stare le bufale su batteri…), ma non è nemmeno simulabile al computer ( con cui oggi si simula tutto…)un processo, che , con meccanismi darwiniani, dia conto della evoluzione della complessità biologica. Tutti i tentativi si sono rivelati un disastro, se qualcuno ha notizia del contrario, sarei felice di esserne informato. Il nodo centrale, da dove dirivi l’informazione biologica, e come questa possa evolversi ed incrementarsi con un meccanismo totalmente indiretto, è del tutto irrisolto.

          • Simon de Cyrène

            Giorgio, concordo con il tuo esposto a Magris ma non penso davvero che che Magris intendesse dire che i fenomeni biologici eppur produttori di neghentropia localmente non siano complessivamente generatori di entropia superiore che se tali processi neghentropici non avessero luogo.

            Vorrei però soffermarmi sulla tua ultima domanda sul driving fisico che non potrebbe essere il II principio della termodinamica: vorrei sottolineare, ed è già stato fatto, che è possibile definire la Lagrangiana di un sistema basato sul solo II principio da un lato e, da altra parte, che ci sono modelli che costruiscono fenomeni simili alla gravitazione basandosi sul solo II principio (stile che lo spazio di fasi di due sistemi assieme contiene meno informazioni che quello di due sistemi indipendenti e quindi meno neghentropici).

            Permettimi anche un ultimo commento non tanto per te Giorgio, quanto anche per altri lettori: un campo (field) è in realtà il dato di informazione legata ad ogni punto dello spazio di fase del sistema considerato: quindi la quantità di informazione è ingente ed è da essa , e solo da essa, che localmente un sistema fisico può rendere apparente tutta l’informazione soggiacente, distruggendola in parte per radiazione di energia inutilizzabile e quindi permettendo durante un certo lasso di tempo l’apparizione di strutture neghentropiche le quali esisteranno finché il loro consumo di neghentropia ne giustificherà l”esistenza.

          • Giorgio Masiero

            A me bastava ribadire, Simon, che non c’è contraddizione tra l’ipotesi dell’evoluzione biologica e il II principio della termodinamica. Un giudizio che gira spesso nel web dalle parti dei siti creazionisti. Il (secondo) commento di Magris mi era parso equivocabile sul punto. Per questo mi sono rivolto a lui, con prudenza, specificando “se Lei intendeva ciò”. Ora sono contento di apprendere di essermi sbagliato su Magris!

        • viaNegativa

          Sinceramente non mi sembra che nel link postato si dica che il Sole “immetta informazioni” nel sistema terra. Invece leggevo giusto un paio di giorni fa un testo di Paul Davies (che rispetto al darwinismo è simpatizzante) in cui si sostiene che i processi biologici trarrebbero informazione (semantica) dall’ambiente, dove l’ “ambiente”, in ultima analisi, corrisponde all’intero Universo. Cosa questa che, seguendo l’ordine della causazione, sposta il problema a livello cosmologico. E tuttavia tale problema non è di pertinenza della biologia.

          • Giorgio Masiero

            Un’altra speculazione, viaNegativa, questa del fisico Davies, olistica che più non si può per giunta, che non ha nulla a che fare né con la biologia, nè con la scienza naturale in generale…, almeno finché questa non ci darà una definizione operativa e misurabile di informazione semantica!

          • viaNegativa

            Proprio su questo argomento Davies ha curato un intero testo (“Information and the nature of Reality”) che raccoglie i contributi di scienziati e filosofi di livello. Suppongo che sia una lettura obbligata per capire quanto affermato sopra.

            A dire il vero lo possiedo ma l’ho solo sfogliato approssimativamente. A lettura ultimata confido di poterLe dire qualcosa in più, confermando il Suo giudizio o fornendoLe magari una risposta soddisfacente.

          • Giorgio Masiero

            Ho letto il testo, viaNegativa, e non ci ho trovato nulla di scienza naturale. Ribadisco: l’informazione semantica è una cosa ostica ad osservarsi e ancor più a misurarsi.

          • viaNegativa

            Ostico è diverso da impossibile, mi pare.

            In ogni caso prendo atto del Suo giudizio, lasci però che lo legga anche io. Le saprò dire.

          • Giorgio Masiero

            Non sia mai che Le insegni come disporre del Suo tempo libero! Sarei tuttavia curioso della Sua opinione, che apprezzo molto: l’informazione “semantica” è per Lei osservabile e misurabile?

          • viaNegativa

            È l’informazione ad essere misurabile. Il definirla “semantica”, nel caso degli organismi biologici, è perché il DNA contiene informazione che ha un significato (le “istruzioni”, sebbene non totalmente esaustive, per lo sviluppo dell’organismo). E l’informazione, per se, non necessariamente deve essere significativa (=informazione sintattica), come ad esempio l’informazione contenuta nella struttura di un fiocco di neve che non ha “significato” oltre la struttura stessa.

            Questo, almeno, è quanto che ho capito dal discorso di Davies.

          • Giorgio Masiero

            Mah, io ho un altro concetto d’informazione semantica. Non posso condividere la definizione di Davies anche perché, nel caso del DNA, c’è parecchia “ridondanza”, che non siamo in grado di calcolare se non pre-assumendo una nostra onniscienza sul cosiddetto DNA spazzatura.
            Con la definizione di Davies non siamo in grado nemmeno di misurare l’informazione di un qualsiasi software da noi prodotto, per il quale ci rimarrebbe sempre il dubbio di una possibile compressione. Questo è un problema NP, viaNegativa, e quindi probabilmente irresolubile.

          • viaNegativa

            Noterei che il concetto di informazione ha però assunto significati (o magari, meglio, sfumature di significato) diversi in base al contesto in cui viene utilizzato (tecnologico-biologico-fisico). Potrebbe così non aver senso applicare concetti come quello di “compressione” (e altri) in un ambito diverso da quello informatico.

            Che poi vi siano delle difficoltà con questa idea non lo metto in dubbio (ma penso che non lo negherebbero nemmeno Davies & C), solo mi pare di capire che non si tratti di limiti teoretici invalicabili. Comunque, non che a me interessi difendere tale posizione (che però avrebbe sviluppi interessanti in filosofia della natura e della scienza), sia chiaro. Ma mi riservo qualche ulteriore lettura sul tema prima di dir altro.

          • Giorgio Masiero

            Non contesto la definizione, viaNegativa. Sulle definizioni basta mettersi d’accordo. Contesto che la definizione data da Davies di “informazione semantica” nel DNA sia misurabile, in assenza (persistente) di una completa comprensione da parte nostra dell’intera stringa del DNA e di come funziona la rete genica.

          • viaNegativa

            Nell’essay di Maynard Smith, del testo di cui sopra, leggo a proposito di questo problema che la reale difficoltà non starebbe nella quantificazione dell’informazione genetica, bensì nella quantificazione di quella morfologica.

            Opinioni discordanti, dunque. Ma chiedo: per Lei la completa comprensione dell’intera stringa del DNA e della rete genica è qualcosa che ci è preclusa di principio?

          • Giorgio Masiero

            Credo che sia un problema NP, viaNegativa, non risolvibile di fatto, se non di principio.
            PS. Maynard Smith gioca sulla definizione di informazione. Io conosco solo l’informazione di Shannon.

          • viaNegativa

            Grazie, Masiero, prendo nota. Sono rilievi i Suoi che terrò in debita considerazione.

  • Giuseppe1960

    Segnalo agli interessati che cercando con google “tattersall udine novembre” si trova nella seconda pagina dei risultati il video integrale della conferenza.

  • paolo magris

    Sono andato a vedermi, su you tube, la conferenza di Tattersal, e rimango sconcertato dalla incapacità che la stragrande maggioranza degli evoluzionisti hanno di liberarsi dal loro peccato originale: il ragionamento puramente circolare. A cominciare dalla tipica falsa alternativa che pone all’inizio : Tattersal ci dice che per spiegare l’evoluzione del linguaggio nell’uomo ci sono due possibilità : o con col gradualismo darwiniano, o con salti discontinui…( ovviamente l’evoluzione è vera e non necessita nemmeno di parlarne) , un pò come disse il pubblico ministeo all’imputato :” Lei ha smesso o no di picchiare sua moglie?”… Ma il peggio viene quando comincia a confondere ( ormai è istintivo , e lo fanno in buona fede) l’ipotesi con la spiegazione, la teoria con la sua plausibilità. Quando ci dice infatti che la ominizzazione “è stata dovuta a un evento unico, random, definito e di corta durata, fa “ è evidentemente convinto di aver esposto un teoria!
    Non sente il bisogno di indicare quale evento, quando, quali le cause, perchè è plausibile il suo avveramento,quali esperimenti lo possono confermare etc, etc. tutte le banalissime cose che si fanno nel metodo scientifico! No, al nostro scienziato tutto questo non serve, per lui l’enunciato è già la dimostrazione. Trovo confusissime anche le parole, sul fatto che il “linguaggio “ si sarebbe innestato su un essere vivente non “programmato” da millenni per essere un animale razionale, e questo spiegherebbe il comportamento umano cosi irrazionale….ora per un evoluzionista, non dovrebbero esistere “programmi”, che sono espressione di finalità, ma solo
    contingenze casuali o influenze ambientali, quindi cosa vuole dire, non si capisce

    • Giorgio Masiero

      Ha perfettamente ragione, Magris.
      Nell’affabulazione di Tattersall ho notato anche una spia psicologica, un rivelatore pavloviano dello stato logico confusionale con cui egli ribatte agli scienziati darwinisti classici “gradualisti”, che non sono d’accordo col suo evento di ominizzazione improvviso, unico ed eccezionale, avvenuto tra 200.000 e 100.000 anni fa: la coppia di parole “clearly” e “complex”. Ha provato a contarle?
      Onestamente, che dal rettore di Udine a tutto un insieme di docenti e persone di cultura, si fosse in adorazione di cotanta scienza e logica, è stato per me un tristissimo spettacolo dell’attuale diffusione della superstizione.

      • Giuseppe1960

        Anch’io nel video ho notato la sorta di sudditanza psicologica, quasi commovente, assolutamente tipica di chi è convinto di essere dinanzi a una personalità di livello mondiale, tipica anche di altre situazioni analoghe, non necessariamente di stampo scientifico… Stento perciò a vedere la cosa come indicativa dell’attuale livello di diffusione della “superstizione”, anche perché sono convinto che Tattersall è solo uno dei tanti scienziati che concorrono con il loro bagaglio di idee e culturale allo stato dell’arte in materia di evoluzione.

        • Giorgio Masiero

          Io credo a qualche decina di miracoli, eseguiti da Gesù e testimoniati storicamente. Non definisco la mia fede nei testimoni un fatto scientifico. E loro la chiamano superstizione.
          Loro credono a “serie di dozzine di migliaia di miracoli” (Schützenberger), eseguiti dal caso, qual è per definizione l’exaptation. E per giunta chiamano ciò scienza. Io la chiamo superstizione di massa, Giuseppe1960.

          • Giuseppe1960

            Per una volta la religione l’ha tirata in ballo lei, caro prof. Masiero… Sarebbe interessante definire e trovare l’origine inconscia di questo suo sparare nel mucchio per colpire quei “loro” che non vuol dire nulla, almeno a me dà l’impressione di essere il classico buttarla in caciara per sostenere una petizione di principio.

          • Giorgio Masiero

            No, Giuseppe1960, io ho parlato solo di fedi diverse (storiche vs esattazionistiche) sui miracoli. Di fedi di tipo A vs di tipo B. La religione è un’altra cosa, e non necessita dei miracoli, né la scienza ne necessita.
            PS. Mi scuso se Le ho dato l’impressione di sparare nel mucchio: se non Le è chiaro chi intendevo con “loro”, Glielo posso specificare.

      • CineMagris – Independent movie

        Trovo perfetta, prof. Masiero, l’espressione “affabulazione”…in effetti, più che un discorso scientifico, trattasi di imbonimento da venditore di pentole, e l’omaggio dei cattedratici presenti è il segno malinconico di una comunità scientifica intossicata da decenni di conformismo, in grado di spegnere qualsiasi decente spirito critico. La buona novella, tuttavia, è che il gioco è sfuggito loro di mano, e presto l’edificio crollerà sotto il peso della sua stessa inconsistenza. I segni ci sono tutti

        • Giorgio Masiero

          Bisogna combattere per la buona scienza, oltre che per la verità. Per non gettare con l’acqua sporca anche il bambino. La scienza naturale è un bene troppo prezioso, patrimonio di tutti.

  • Enzo Pennetta

    Dopo aver letto tutti gli interventi non posso che esprimere tutta la mia stima per il livello delle affermazioni fatte da tutti.
    Voglio inserirmi riprendendo le affermazioni di Tattersall, scienziato di cui tra l’altro apprezzo molto altri contributi:
    “un evento minimo a livello molecolare, improvviso e casuale, causante uno switching del sistema dei geni, che si erano singolarmente venuti costituendo per caso durante gli eoni, indipendentemente da ogni necessità di adattamento selettivo”
    .
    In pratica mi sembra che il problema delle innumerevoli mutazioni favorevoli venga affrontato affermando che in fondo è solo l’ultimo a contare, un po’ come dire che in fondo quando si vince alla lotteria è solo l’ultima cifra che conta perché fino a quel momento non si era vinto nulla, io sarei dell’idea che invece contano tutte allo stesso modo.
    Al riguardo mi piacerebbe domandare a Giorgio Masiero, che ringrazio per questo articolo che porta molti spunti di riflessione, se si può quantificare la probabilità di un processo come quello descritto da Tattersall e magari fornircene una spiegazione che riprenda l’analogia degli scambi ferroviari proposta nella conferenza.

    • Giorgio Masiero

      Tenterò di rispondere alla tua domanda, Enzo, col modello più semplice che mi viene in mente di come sarebbe accaduto l’evento ipotizzato da Tattersall, dopo eoni di gestazione casuale nell’evoluzione del genoma dei vertebrati. Sarei felice di essere corretto, con un modello migliore, da un estimatore di Tattersall tra i commentatori che sono intervenuti.
      Il modello calcola la probabilità di exaptation 1) del solo gene CNTNAP2, 2) avendo a disposizione tutti gli atomi dell’universo 10^82, 3) per tutta l’età dell’universo 10^18 secondi, 4) alla velocità di 10^43 reazioni al secondo (inverso del tempo di Planck). Abbiamo quindi:
      P = 10^(-3.000.000+82+43+18) = 10^(-2.999.857).
      Se invece di 10 miliardi di anni dell’età dell’universo (10^18 secondi), il tempo a disposizione per l’exaptation fosse stato un nanosecondo (10^-9 secondi), avremmo:
      P = 10^(-3.000.000+82+43-9) = 10^(-2.999.884).
      Cioè la stessa cosa, zero!
      Di fatto, la reale probabilità di ominizzazione col ricorso esclusivo all’exaptation è estremamente minore, perché i geni necessari al simbolo sono almeno una decina e gli altri numeri (fisici) sono ininfluenti sul risultato. I “tempi lunghi” dei darwinisti sono antropomorfismi che non hanno nulla a che fare con i limiti alla chimica dettati dalla fisica.