L’evoluzione fuori orario – i tempi dell’evoluzione creano problemi alla teoria

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Su “Le Scienze” un articolo che parla di come i tempi delle mutazioni non confermino le previsioni della teoria.

 

Ma se i fatti non si accordano con la teoria… tanto peggio per i fatti.

 

 Si intitola “Un orologio molecoare più lento” l’articolo pubblicato su Le Scienze di febbraio a firma del prof. Giorgio Manzi, un articolo nel quale si affronta la datazione dei tempi evolutivi in base al tasso di mutazioni del DNA neutro rispetto alla pressione selettiva. Il tasso delle mutazioni neutre infatti secondo la Sintesi Moderna dell’evoluzione è costante e scandisce “come un metronomo” i tempi dell’evoluzione, per regolare il ritmo delle mutazioni si è quindi proceduto ad accordare i tempi delle mutazioni che separano alcuni passaggi chiave dell’evoluzione (calcolati sui reperti fossili) con le mutazioni riscontrate a livello molecolare. In poche parole si è ottenuta una specie di ‘velocità media’ delle mutazioni stimandola sui tempi indicati dai fossili.

Le cose sono andate abbastanza bene fino a quando però qualcuno non ha deciso di rispolverare il metodo scientifico sperimentale e provare fare un esperimento di corroborazione che confermasse i tempi stimati. Si è proceduto cioè a misurare gli effettivi tempi di mutazione della nostra specie facendo la previsione che i tempi effettivamente misurati sarebbero stati uguali a quelli calcolati a ritroso sulla storia evolutiva. Ma qui è venuta la sorpresa…

Come riferisce l’articolo pubblicato su Le Scienze i dati sperimentali non hanno confermato quelli ipotizzati mostrando che le mutazioni si accumulano in modo molto più lento:

E’ qui è venuta la sorpresa: valutando sia i tassi di mutazione osservabili oggi nella nostra specie, studiando per esempio l’insorgenza di certe malattie genetiche, sia quelli delle scimmie antropomorfe africane, si è visto che il ritmo con cui si accumulano mutazioni in questo gruppo di primati (noi e i nostri parenti più prossimi) è circa la metà di quanto stimato in precedenza, con la conseguenza che per ottenere le distanze genetiche attuali ci deve essere voluto molto più tempo di quanto si fosse ipotizzato negli ultimi trent’anni.

L’orologio molecolare sottoposto a verifica sperimentale non ha dunque confermato l’accordo tra i tempi previsti dalla teoria neodarwiniana e quelli testimoniati dai reperti fossili.

Il tempo evolutivo basato sulle mutazioni casuali (come previsto dalla sintesi moderna) allontana quindi nel tempo, gli eventi evolutivi (ad esempio la divergenza evolutiva tra noi e i Neanderthal si sposta dai 350.000 anni a 500.000) rendendo irrealistica l’ipotesi che l’evoluzione sia un processo avvenuto secondo il meccanismo di accumulo di mutazioni nei tempi testimoniati dai fossili.

Perché l’evoluzione possa accadere secondo le modalità previste dalla teoria neodarwiniana (sorvolando sulla difficoltà statistica di centrare le mutazioni funzionali) sarebbero cioè necessari tempi molto più lunghi di quelli effettivamente impiegati, sarebbe allora necessario spostare indietro tutte le datazioni fossili, fino a quella, già fortemente problematica, della comparsa dei primi organismi unicellulari.

Ma questo comporterebbe la messa in discussione della datazione dei fossili, cosa che solleverebbe problemi grandissimi per l’intera ricostruzione della storia della Terra.

Gli ultimi dati sull’orologio molecolare ci pongono quindi davanti ad un bivio: o sono giuste le datazioni fatte con i metodi tradizionali e allora l’orologio molecolare è un metodo inaffidabile, o è giusta la datazione fatta con gli orologi molecolari e quindi sono i metodi paleontologici ad essere errati.

Ma c’è anche un’ultima possibilità, sia i calcoli paleontologici che quelli molecolari sono corretti e allora è la velocità delle mutazioni ad essere variabile nel tempo e l’evoluzione avviene in periodi di accelerazione non spiegabili con i meccanismi neodarwiniani.

Si tratterebbe in poche parole di un nuovo, grande problema per la Sintesi Moderna, ma nonostante questi ultimi dati sembra che nessuno sollevi l’ipotesi che sia la teoria ad essere errata.

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About Author

Laureato in Biologia e in Farmacia, docente di scienze naturali Nel 2011 ha pubblicato "Inchiesta sul darwinismo", nel 2016 "L'ultimo uomo" e nel 2020 "Il Quarto Dominio".

9 commenti

  1. “Eventi evolutivi (ad esempio la divergenza evolutiva tra noi e i Neanderthal si sposta dai 350.000 anni a 500.000)”

    Vorrei un attimo riflettere su questa frase.
    Facciamo riferimento alla solita immagine per il momento:
    http://www.enzopennetta.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/12/bigtree2.gif
    Il ramo che coinvolge l’uomo è cambiato molte volte negli ultimi 50 anni.Questo inevitabilmente dovuto ad un fatto che sempre “Le scienze” hanno riportato,ossia che l’homo sapiens fosse “venuto dal nulla”: http://www.enzopennetta.it/2012/03/le-scienze-unidea-sbagliata-sulle-origini-delluomo/
    Ora,in verità sia sull’erectus che sul neanderthal(che poi è stato anche rinominato H.sapiens neanderthalis)e l’habilis è stato in parte scartato come taxa ed in parte ricondotto comunque ad una australopitecina.
    Sempre “le Scienze” riportarono del sequenziamento del neanderthal,notizia ripresa anche da Focus:
    http://www.focus.it/scienza/siamo-tutti-un-po–neanderthaliani-sequenziato-il-dna-dell-uomo-di-neanderthal_C12.aspx
    Da cui è derivata una cosa che troviamo confermata ,oltre che da dai empirici,anche dal prof.Pievani,in un articolo su l’Unità si legge:
    http://www.unita.it/scienza/notizie/che-storia-ingarbugliata-br-quella-dei-nostri-antenati-1.318771
    “[…]come scrive Telmo Pievani, un «Dna arlecchino». Frutto di una piccola promiscuità genetica che ha accompagnato una elevata promiscuità fisica con tante altre specie di uomini. Il nostro successo – la nostra fortuna – è anche il frutto di questa capacità di saper accettare e abbracciare l’altro.”
    e poi su Pikaia:
    http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Gli_uomini_della_Caverna_del_Cervo_Rosso.aspx
    “Sebbene l’Asia contenga oggi, più di metà della popolazione mondiale, gli scienziati sanno ancora ben poco di come gli esseri umani moderni si siano evoluti dopo che i nostri antenati si sono insediati in Eurasia 70.000 anni fa. La scoperta getta così una nuova luce nella storia dell’evoluzione umana, una storia che è ancora ricca di colpi di scena. ”
    Ma se la storia è ricca di colpi di scena, questo significa che non è esattamente la storia che pensavamo,e il sapiens altro non è che un risultato di incroci,o meglio dire di mescolanze e di eventi “microevolutivi” che hanno interessato alcune popolazioni di “uomini al 100%”,tutti con capacità craniche e caratteristiche assolutamente nei range umani( ogni esemplare adulto erectus rientra comodamente nel range degli esseri umani moderni,così anche ogni adulto di sapiens arcaico, Neanderthal e Cro-Magnon Man.)..Sostenere diversamente è equivalente a dire che un semang della Malaysia o un pigmeo siano meno intelligenti di un uomo bianco o di un africano o di un giapponese etc..Questo pensiero non devo neanche dire come si chiama..Le caratteristiche del Neanderthal adulto sono state ricondotte per esempio anche ad effetti “calcificanti” di abitudini di vita ed alimentari dell’adolescenza,ad effetti da isolamento etc…E si è visto che se c’è stata una divergenza fra Neanderthal e sapiens poi c’è stato nuovamente un mescolamento delle “razze”.
    E così poi le differenze tra il primo e gli esemplari più recenti dierectus, e tra erectus e sapiens arcaico e Neanderthal sono ancora più superficiali, cioè, vi è una probabilità grande che tutti erectus, Neanderthal e H. sapiens sono strettamente correlati mostrando però ovviamente diversità genetica,di alimentazione, diversità climatiche, ambientali e di altro tipo che si evidenziano nel loro aspetto.
    Il primo sapiens arcaico apparire in Europa (Germania e Grecia) circa 600-700 kya (Petralona e Mauer, Heidelberg), circa 350 Kya in Francia (Arago 21) e Germania (Steinheim). Le prime forme africane arcaiche sono Ndutu, Tanzania (a 450 kya) e Saldanha, Sudafrica (a circa 300 kya).E rappresentano un mix dell’erectus che del sapiens.
    Si rientra tranquillamente in processi di speciazione microevolutivi.
    Nel 1986 uno scheletro umano risalente al 280 kya è stato rinvenuto in Cina e precede un teschio di erectus da Zhoukoudian (il sito dell’Uomo di Pechino), nei pressi di Pechino del 50 kya. Il cranio anteriore è tipico dell’ erectus nella sua morfologia, ma ha un occipite arrotondate e una scatola cranica di circa 1390 cc. La data “dice” H. erectus, ma la dimensione del cervello “dice” H.sapiens. Il Vertesszöllos dall’Ungheria è un caso molto simile.
    Si vuole sempre cercare di creare una cortina fumogfena,fare giochi di prestigio per simulare una transizione da un non-uomo ad un uomo,magari abbiamo visto si fa ricorso anche ad espedienti visivi:
    http://www.enzopennetta.it/2013/03/repubblica-luomo-ha-7-milioni-di-anni-fare-cattiva-scienza-in-un-minuto/
    Però poi vediamo sempre o scimmie o uomini.
    Comunque nella miglior delle ipotesi quello che faceva notare Gould mostrando che il problema anche non fossero i fossili che non si avevano lo erano quelli che si avevano!
    Quindi relativamente a questo articolo,se un cambiamento,se una separazione fra due popolazioni di uomini come sapiens e neanderthal è avvenuta in tempi così più lunghi di quanto si pensasse cosa bisognerebbe dire di separazioni ben più grandi,più problematiche,veramente “evlutive” come dalla scimmia(australopitecina o no) all’uomo?Soprattutto se le capacità cranica degli esempi più antichi e più recenti si trovano tutti all’interno della moderna gamma di esseri umani?
    Le cifre diventano proibitive.
    Ma a me sembra di averlo già letto:
    http://www.enzopennetta.it/2013/02/effetto-ramanujan-lesigenza-di-un-nuovo-approccio-al-problema-dellevoluzione-umana/

  2. O.T. di segnalazione:
    Ieri usciva questo articolo:
    http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&ved=0CDcQFjAB&url=http%3A%2F%2Fwww.swas.polito.it%2Fservices%2FRassegna_Stampa%2Farticolo.asp%3Fid%3D4028-168640780.pdf&ei=oOFBUZ6cCsr07AaruICQCw&usg=AFQjCNEkw6cnFXQNiD1gmjcaKmmWXulq9w&bvm=bv.43287494,d.ZWU&cad=rja
    Dove fra le varie cose si legge:
    “Il Modello Standard, però, ha dei punti deboli, ad esempio non riesce a includere in modo soddisfacente un fenomeno come la forza di gravità e non spiega né l’esistenza né la natura di energia e materia oscura: due entità di cui non si conosce quasi
    nulla, se non il fatto che rappresenterebbero il 95% di ciò che esiste nel cosmo.”

  3. Su “Le Scienze” viene pubblicato un articolo che parla di come i tempi delle mutazioni non confermino le previsioni della teoria….
    Si, pero’ i fedeli di Darwin, comunque, possono stare tranquilli: in questo libro si afferma che la teoria in questione viene confermata tramite un modello informatico (cioe’ con un “esperimento” che non ha nulla a che vedere con la realta’): http://www.lescienze.it/edicola/2013/03/01/news/dimostrare_darwin-1532954/

    Notevole anche la copertina del mensile “Mente e cervello” di marzo, in cui si ripropongono i concetti elaborati da Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara, secondo cui esistono radici evolutive che predispongono il nostro cervello alla fede religiosa.
    Vorrei tanto fare a questi signori una domanda: se la nostra mente e’ stata plasmata dal caso e dalla necessita’ unicamente per darci i mezzi per sopravvivere allora ne dovrebbe conseguire che essa non e’ adatta a comprendere la realta’ del mondo che ci circonda. Ma se e’ cosi’ allora su quali basi razionali credibili si regge la vostra analisi sulla natura del fenomeno religioso?

    • Se veramente il libro proposto da Le Scienze contenesse una teoria matematica dell’evoluzione ne avremmo sentito parlare molto prima e molto di più su tutti i giornali.
      Ma come hai giustamente osservato evidentemente si tratta di speculazioni ad uso propagandistico che nulla hanno a che vedere con la realtà.

      Così come propagandistiche sono le affermazioni sull’origine della fede religiosa. E giustamente un cervello capace di commettere tali “errori” perché dovrebbe essere affidabile quando fa scienza?

  4. Grazie per la sua risposta Prof. Pennetta. L’articolo di presentazione del libro si apre cosi’: “La teoria dell’evoluzione per selezione naturale è un fatto. Nessuno scienziato oggi oserebbe dubitare del pensiero di Charles Darwin, la cui validità è confermata da numerosi dati sperimentali.C’è tuttavia un aspetto del darwinismo che per alcuni ricercatori è incompleto: ancora non abbiamo una teoria matematica dell’evoluzione.”
    E si chiude in questo modo:
    “Nei risultati non c’è spazio né per un disegno intelligente, in cui c’è un creatore che dirige il tutto, né per un modello di forza bruta, che prova cioè tutti i possibili organismi a caso, non considerando l’organismo precedente. Il guanto di sfida è lanciato, ora c’è una teoria matematica per l’evoluzione da cui partire e da verificare nei prossimi anni avvicinandosi sempre di più al vivente”.
    Ma come si puo’ affermare che la teoria darwiniana e’ un fatto se ancora non esiste una sua descrizione matematica?
    Come si puo’ escludere che ulteriori sviluppi della scienza possano metterne in luce limiti e contraddizioni?
    E come si puo’ affermare in maniera scientifica che i meccanismi di caso e necessita’ possano escludere l’esistenza di un Creatore?
    Che tristezza…